Copertina
Autore Tim Jackson
Titolo Prosperità senza crescita
SottotitoloEconomia per il pianeta reale
EdizioneAmbiente, Milano, 2011, , pag. 300, ill., cop.fle., dim. 15,3x23x1,8 cm , Isbn 978-88-96238-87-5
OriginaleProsperity without Growth: Economics for a Finite Planet
EdizioneEarthscan, London, 2009
CuratoreGianfranco Bologna
PrefazioneCarlo Petrini, Herman Daly, Bill McKibben
TraduttoreMichelle Nebiolo
LettoreRenato di Stefano, 2011
Classe economia , ecologia , politica , energia , beni comuni
PrimaPagina


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Indice


PREFAZIONE                                                        7
di Carlo Petrini

PREMESSE                                                         11
di Herman E. Daly e Bill McKibben

DALL'ECONOMIA DELLA CRESCITA ALL'ECONOMIA DELLA SOSTENIBILITÀ    17
di Gianfranco Bologna


1.  LA PROSPERITÀ PERDUTA                                        47

2.  L'ETÀ DELL'INCOSCIENZA                                       63

3.  RIDEFINIRE LA PROSPERITÀ                                     81

4.  IL DILEMMA DELLA CRESCITA                                    95

5.  IL MITO DEL DECOUPLING                                      111

6.  LA "GABBIA D'ACCIAIO" DEL CONSUMISMO                        131

7.  IL KEYNESIANESIMO E IL "GREEN NEW DEAL"                     147

8.  MACROECONOMIA ECOLOGICA                                     163

9.  ESSERE FELICI, NEI LIMITI                                   185

10. UN GOVERNO PER LA PROSPERITÀ                                199

11. LA TRANSIZIONE VERSO UN'ECONOMIA SOSTENIBILE                211

12. UNA PROSPERITÀ DURATURA                                     227


APPENDICE 1: IL PROGETTO REDEFINING PROSPERITY DELLA SDC        245
APPENDICE 2: VERSO UNA MACROECONOMIA ECOLOGICA                  249

NOTE                                                            257
BIBLIOGRAFIA                                                    281
RINGRAZIAMENTI                                                  299


 

 

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Pagina 11

PREMESSA

di Herman E. Daly


L'assioma fondamentale della crescita, come formulato rigorosamente da Kenneth Boulding, dice che "Quando qualcosa cresce, diventa più grande!". Anche l'economia diventa più grande quando cresce. Allora, caro economista, quando l'economia cresce (a) esattamente cos'è che sta diventando più grande? (b) Quanto è grande adesso? (c) Quanto grande potrebbe mai diventare? (d) Quanto dovrebbe essere grande? Visto che la crescita economica è la massima priorità di tutte le nazioni, ci si aspetterebbe che i testi di economia dessero maggiore attenzione a queste domande. In realtà (b), (c) e (d) non vengono sollevate affatto, e ad (a) viene data una risposta insoddisfacente. Prosperità senza crescita contribuisce in modo significativo a colmare questa lacuna. Vista la lunga tradizione di tediosa irrilevanza che vantano gli economisti accademici, non dovrebbe stupirci che questo libro sia nato in seno al governo.

Cosa sta crescendo esattamente? C'è il PIL, il flusso di beni e servizi che si immette nel mercato ogni anno. Ma c'è anche il throughput, il flusso metabolico di energia e materia utile che proviene dalle fonti ambientali, passa per il sottosistema economico (produzione e consumo) e torna all'ambiente sottoforma di rifiuti attraverso i sink. Gli economisti si sono concentrati sul PIL e, fino a tempi recenti, hanno ignorato il throughput. Ma è proprio quest'ultimo la grandezza rilevante per rispondere alla domanda sulla dimensione assunta dall'economia, ovvero: quanto è grande il flusso metabolico dell'economia rispetto ai cicli naturali, che rigenerano le risorse consumate, assorbono le emissioni di scarto e forniscono una serie infinita di altri servizi naturali? La risposta è che, oggi, il sottosistema economico è molto grande rispetto all'ecosistema che lo sostiene. Quanto può diventare grande l'economia prima di sopraffare e distruggere l'ecosistema in tempi rapidi? Pare proprio che abbiamo deciso di sperimentare empiricamente quale sarà la risposta! Quanto dovrebbe essere grande l'economia, qual è la sua dimensione ottimale in rapporto all'ecosistema? Se fossimo veri economisti fermeremmo la crescita del throughput prima che i costi ambientali e sociali aggiuntivi che comporta superino i vantaggi in termini di produzione. Ma il PIL non ci aiuta a individuare il punto in cui questo avviene, perché si basa sulla combinazione di costi e benefici in un'"attività economica", invece di confrontarli in termini di margine. Vari studi dimostrano che alcuni paesi hanno già superato questo punto ottimale e sono entrati in un'era di crescita diseconomica che accumula più rapidamente illth che ricchezza. Quando la crescita diventa diseconomica in termini di margine inizia a renderci più poveri anziché più ricchi: non è più uno strumento utile per lottare contro la povertà. Anzi, rende quella lotta più difficile!

Spesso si sostiene che la ricchezza può continuare a crescere senza ulteriore crescita del throughput, che porta all'illth attraverso l'esaurimento delle risorse e l'inquinamento. In questo libro viene affrontata molto bene questa mistificazione nei paragrafi dedicati al decoupling assoluto e relativo. Ma supponiamo che, al contrario di quel che ci dice l'esperienza, il decoupling assoluto del PIL dal throughput diventi possibile grazie alla tecnologia. Non sarebbe un motivo in più per limitare il throughput, visto che non sarebbe più necessario per generare ricchezza ma rimarrebbe comunque costoso in termini ambientali? Salvare l'economia della crescita appellandosi a un PIL immateriale o "angelicato" significherebbe arrendersi, implicitamente, alla posizione che Jackson prende in modo tanto convincente.

Ma meglio che mi fermi qui: la mia intenzione era solo stimolare l'appetito del lettore per questo importante studio, non farne un riassunto!

Herman E. Daly

Professore della University of Maryland, School of Public Policy

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Pagina 15

PREMESSA

di Bill McKibben


Come sa chiunque abbia mai letto una fiaba, spezzare un incantesimo è difficile, soprattutto quando ne siamo stati stregati per molto tempo. Ed è ancora più difficile se l'inizio della storia non è stato affatto fiabesco.

Per un paio di secoli la crescita economica è stata davvero ammaliante. Ha portato problemi, certo, ma erano più che controbilanciati dai costanti miglioramenti in molte aree, non solo in termini di longevità ma anche di opportunità. Quell'incantesimo ha rischiato di spezzarsi negli anni Sessanta e all'inizio degli anni Settanta: non appena Rachel Carson tolse un po' di lustro alla modernità, ambientalisti ed economisti iniziarono a produrre una serie di analisi profonde, tra cui spiccano I limiti dello sviluppo , di un team del MIT, e Piccolo è bello di E. F. Schumacher. La loro influenza fu tale che, entro la fine degli anni Settanta, i sondaggi mostravano che gli americani si dividevano almeno equamente tra chi considerava desiderabile un'ulteriore crescita e chi no.

Ma l'incantesimo fu rinnovato da Ronald Reagan, Margaret Thatcher e dal boom che portarono – un boom segnato da disuguaglianze radicali ma, di fatto, un boom. La signora Thatcher amava ripetere "Non c'è alternativa"; se fosse vero sarebbe una pessima notizia, perché ora iniziamo a sospettare che l'espansione economica incessante sia la causa di problemi tanto gravi che, a confronto, Primavera silenziosa di Rachel Carson sembra una fiaba. Il riscaldamento globale sta letteralmente minacciando le fondamenta della nostra civiltà ed è dovuto, in modo piuttosto diretto, alla crescita senza fine delle economie materiali.

In parte, e in qualche forma, quella crescita è ancora necessaria: il mondo sottosviluppato ne ha bisogno. Ma il mondo sovrasviluppato ha chiaramente bisogno di meno crescita, e non solo per motivi ambientali. Studi su studi hanno dimostrato che negli ultimi anni si è spezzato il legame tra l'avere più cose e l'essere più felici: è più probabile che la crescita economica porti all'isolamento (in giganteschi castelli urbani) e all'alienazione.

Dunque non c'è mai stato momento migliore per un libro serio e razionale come questo, che presenta l'insieme delle conoscenze sul tema con una tale chiarezza che, si potrebbe dire, potranno capire persino gli economisti. Ma non ci scommetterei: loro sono quelli che hanno più da perdere e saranno gli ultimi a svegliarsi dall'incantesimo. Proprio per questo, sarà meglio che facciamo attenzione noi altri!

Bill McKibben

Autore di Terraa

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Pagina 17

DALL'ECONOMIA DELLA CRESCITA ALL'ECONOMIA DELLA SOSTENIBILITÀ

di Gianfranco Bologna


Nel 1885 il fisico Rudolf Clausius (1822-1888), al quale risale il secondo principio della termodinamica e il concetto di entropia, scrisse in un opuscolo dal titolo Sulle riserve di energia in natura e sulla loro valorizzazione per il bene dell'umanità le seguenti parole: "In economia vi è una regola generale secondo la quale il consumo di un dato bene in un dato periodo non deve superare la sua produzione nello stesso periodo. Insomma, dovremmo consumare solo il combustibile che si riproduce attraverso lo sviluppo delle foreste, anche se in pratica ci comportiamo in maniera del tutto diversa. Sappiamo che sotto terra vi sono da tempi remoti depositi di carbone massicciamente accumulati grazie alla crescita della vegetazione allora esistente sulla Terra per periodi così lunghi che, al loro confronto, i tempi storici appaiono infinitamente brevi. Oggi stiamo consumando questo patrimonio, comportandoci come eredi scialacquatori. Si estrae dal suolo quanto la forza umana e i mezzi tecnici consentono, e quel che viene estratto è consumato come se fosse inesauribile. La quantità di ferrovie, piroscafi e fabbriche attrezzati con macchine a vapore cresce in modo vertiginoso così che, quando guardiamo al futuro, ci domandiamo inevitabilmente cosa accadrà una volta che le riserve di carbone saranno esaurite".

Tutti gli studiosi che hanno sottolineato le chiare discrepanze esistenti tra la continua crescita economica materiale e quantitativa dell'umanità e le capacità dei sistemi naturali di farvi fronte, non sono mai riusciti a trasformare tali rilievi, solidamente basati sulla logica e sulla conoscenza scientifica, in una cultura dominante sui limiti della nostra crescita, rimanendo così sempre ai confini del paradigma economico centrale. Il matematico ed economista Nicholas Georgescu-Roegen (1906-1994) ha elaborato a tale scopo una teoria bioeconomica , che può forse essere definita il primo e più rigoroso tentativo di collegare l'economia alle scienze biofisiche, in particolare alla termodinamica e al concetto di entropia e anche alle scienze sociali.

Herman Daly, allievo di Georgescu-Roegen, e oggi il più riconosciuto degli economisti ecologici, ha scritto: "In verità, la crescita economica è l'obiettivo più universalmente accettato nel mondo. Capitalisti, comunisti, fascisti e socialisti vogliono tutti la crescita economica e si sforzano di renderla massima. Il sistema che cresce al tasso più alto è considerato il migliore (...). Mentre l'umanità sta crescendo rapidamente, l'ambiente, di cui fa parte, è rimasto immutabilmente stabile nelle sue dimensioni quantitative". Oggi finalmente la situazione sembra in via di trasformazione e Prosperità senza crescita di Tim Jackson ne costituisce una delle migliori dimostrazioni.

Chi oggi riesce a leggere in maniera più approfondita la situazione economica e finanziaria globale, facendo le dovute connessioni di tipo sociale, economico e ambientale, acquisisce inevitabilmente la consapevolezza che, per reagire efficacemente agli evidenti danni prodotti da una visione economica imperniata sull'obiettivo di una crescita economica continua, bisogna coraggiosamente e urgentemente voltare pagina.

È perciò più che mai necessario costruire una nuova economia, con forti capacità innovative e senso del futuro. Non possiamo più pensare che sia sufficiente continuare a inserire dei "puntelli" per evitare che l'edificio, che abbiamo sin qui eretto e che presenta continuamente falle, crolli. Credo sia sempre più chiaro a tutti, anche a fronte della drammatica crisi economica e finanziaria che ci stiamo trascinando dal 2008, che è impossibile immaginare un mondo futuro in cui le nostre società andranno semplicemente avanti come è avvenuto sino ad ora. La strada che abbiamo sinora percorso è infatti chiaramente insostenibile, sotto tutti i punti di vista. La straordinaria lentezza dei progressi delle iniziative della diplomazia internazionale per gestire al meglio i beni comuni dell'umanità si scontra duramente con il fattore più critico che dobbiamo affrontare, costituito dal tempo. Il fattore "tempo", infatti, non gioca certo a nostro favore e i ritardi, i rimandi, l'inazione, le deroghe, tanto care al mondo della politica, non fanno altro che peggiorare la situazione. Domani sarà sempre più difficile risolvere i problemi che, con il passare del tempo e la mancanza di interventi concreti e decisivi, non potranno che aggravarsi, ogni giorno che passa.

Oggi una vera priorità sta quindi diventando sempre di più quella di modificare l'impianto di base della nostra economia che mira a promuovere un meccanismo di crescita continua, materiale e quantitativa. È francamente impossibile salvare la biodiversità del pianeta, ristabilire i complessi equilibri dinamici del sistema climatico, affrontare tutte le notevoli problematiche di insostenibilità della nostra pressione crescente sui sistemi naturali della Terra, sui suoli, sui cicli idrici, sui grandi cicli biogeochimici dell'azoto, del carbonio, del fosforo ecc., senza intervenire significativamente sui meccanismi fondanti dell'attuale sistema economico e finanziario. Ecco perché sta diventando di grande importanza tutto il lavoro internazionale interdisciplinare di tantissimi esperti che lavorano alacremente per impostare una nuova economia ecologica, che consenta alle nostre società di imboccare strade più sostenibili dal punto di vista ambientale e sociale.


Una prosperità senza crescita

Come si interroga il noto studioso Tim Jackson in questo ottimo libro, cosa possiamo dire di un mondo in cui 9 miliardi di persone (quante ne avremo sul nostro pianeta nel 2050, secondo le statistiche delle Nazioni Unite) possano raggiungere tutte il livello di ricchezza e abbondanza atteso per le nazioni dell'area OCSE? Jackson ricorda, come hanno fatto tanti altri illustri studiosi prima di lui, che ci sarebbe bisogno di un'economia pari a 15 volte quella attuale (75 volte quella del 1950) entro il 2050, e pari a 40 volte quella attuale (200 volte quella del 1950) entro la fine del secolo. A cosa può mai avvicinarsi un'economia del genere? Come potrebbe andare avanti? Offre davvero una visione realistica di una prosperità condivisa e duratura?

Scrive Jackson: "Nella maggior parte dei casi evitiamo di guardare in faccia la dura realtà di questi dati. Assumiamo di default che – a parte la crisi finanziaria – la crescita continuerà all'infinito non solo per i paesi più poveri, dove è innegabile che ci sia bisogno di una qualità della vita migliore, ma anche nelle nazioni più ricche dove la grande abbondanza di ricchezza materiale ormai non ha che un impatto minimo sulla felicità e, anzi, inizia a minacciare le basi del nostro benessere. È abbastanza facile capire il perché di questa cecità collettiva (...). La stabilità dell'economia moderna dipende dal livello strutturale dalla crescita economica. Quando la crescita mostra segni di incertezza – come è avvenuto in modo drastico nelle ultime fasi del 2008 – i politici si fanno prendere dal panico. Le imprese faticano a sopravvivere. La gente perde il lavoro e a volte la casa. La spirale della recessione incombe. Mettere in dubbio la crescita è considerata una cosa da pazzi, idealisti e rivoluzionari. Ma dobbiamo metterla in dubbio. L'idea di un'economia che non cresce potrà essere un anatema per gli economisti. Ma l'idea di un'economia in costante crescita è un anatema per gli ecologi. Nessun sottosistema di un sistema finito può crescere all'infinito: è una legge fisica. Gli economisti dovrebbero riuscire a spiegare come può un sistema economico in continua crescita inserirsi all'interno di un sistema ecologico finito".

Molti economisti, e non solo, hanno proposto come unica soluzione possibile a questo problema di ipotizzare che la crescita in termini di denaro possa essere "sganciata" dalla crescita in termini di stock e flussi di risorse utilizzate, con gli impatti ambientali che ne derivano. Si tratta del ben noto processo del decoupling: disaccoppiare la crescita economica riducendo l'input di materie prime ed energia per produrre beni e servizi. Ma come ben sappiamo, sino ad ora il decoupling non ha dato i risultati necessari. Non si prevede che ci riuscirà nell'immediato futuro e, per rispettare i limiti ecologici sempre più chiari e palesi, sarebbe necessario un decoupling su scala così vasta che è persino difficile da immaginare. In poche parole, come scrive Jackson, non possiamo che mettere in dubbio la crescita. Il mito della crescita ci ha delusi. Ha deluso il miliardo di persone che cerca ancora di vivere ogni giorno con metà del prezzo di un caffè. Ha tradito i fragili sistemi ecologici dai quali dipende la nostra sopravvivenza. Ha fallito in modo eclatante, contraddicendo se stesso, nel dare alla gente stabilità economica e certezza dei mezzi di sussistenza. Ed è per questo che Tim Jackson dedica il suo volume alla comprensione del fatto che quando l'economia vacilla seriamente, come sta accadendo ora, la prosperità senza crescita risulta essere un asso nella manica molto utile. Il volume di Jackson è il frutto dell'interessantissimo lavoro avviato dalla Sustainable Development Commission del Regno Unito che ha svolto approfondite indagini sui rapporti fra crescita economica e sostenibilità, in particolare attraverso i suoi rapporti Redefining Prosperity del 2003 e Prosperity without Growth? degli inizi del 2009.

La scomoda realtà attuale è che ci troviamo di fronte alla fine imminente dell'era del petrolio a buon prezzo, alla prospettiva di un costante aumento dei prezzi delle commodity, al continuo e progressivo deterioramento di aria, acqua e terra, ai conflitti per l'uso del suolo, delle risorse, dell'acqua, del patrimonio boschivo e forestale e dei diritti di pesca, e all'importante sfida di stabilizzare il clima globale e di frenare i cambiamenti che abbiamo innescato in tutti i sistemi naturali, ormai da decenni. E, ricorda Jackson, ci troviamo di fronte a tutto questo con un'economia fondamentalmente incrinata, che ha un disperato bisogno di rinnovamento.

Scrive Tim Jackson: "In tale contesto la possibilità di tornare a fare affari come al solito è preclusa. La prosperità dei pochi, basata sulla distruzione ecologica e sulla continua ingiustizia sociale, non può stare alla base di una società civilizzata. La ripresa economica è fondamentale. Proteggere l'occupazione e creare altri posti di lavoro è di assoluta importanza. Ma abbiamo anche urgente bisogno di un rinnovato senso di prosperità condivisa. Un impegno più serio per la giustizia in un mondo finito. Raggiungere questi obiettivi potrà sembrare un compito strano o persino incongruo per le politiche dei giorni nostri. Il ruolo del governo è stato definito in termini troppo ristretti dagli obiettivi materiali e svuotato di significato da una visione fuorviante in cui la libertà dei consumatori non ha limiti. Lo stesso concetto di governance ha bisogno di essere rinnovato al più presto.

La crisi economica ci offre un'opportunità unica di investire nel cambiamento. Di spazzare via la logica di breve periodo che ha afflitto la società per decenni. Di sostituirla con una politica ponderata che sia in grado di affrontare l'enorme sfida di assicurare una prosperità duratura.

Perché, dopo tutto, la prosperità va oltre i piaceri materiali e trascende le questioni pratiche. Risiede nella qualità delle nostre vite, nella salute e nella felicità delle nostre famiglie. È presente nella forza delle nostre relazioni e nella fiducia che abbiamo nella comunità. È messa in luce dalla nostra soddisfazione sul lavoro e dal nostro sentire di avere un significato e uno scopo comune. Dipende da quanto possiamo partecipare a pieno alla vita della società.

La prosperità consiste nella nostra capacità di crescere bene come esseri umani, entro i limiti ecologici di un pianeta finito. La sfida che la nostra società si trova davanti è creare le condizioni perché questo sia possibile. È il compito più urgente dei nostri tempi".

Oggi è assolutamente necessario evitare la formula tradizionale che, per raggiungere la prosperità, dobbiamo continuare a basarci sul perseguimento della crescita economica, sul presupposto che redditi maggiori portano a un maggiore benessere e quindi alla prosperità di tutti.

Oggi è assolutamente opportuno mettere in dubbio questa formula. Dobbiamo mettere in dubbio che la crescita economica sia ancora un obiettivo legittimo per i paesi ricchi, viste le enormi disparità di reddito e benessere che continuano a esistere sul pianeta e visto che l'economia globale deve fare i conti con i limiti imposti da risorse naturali non infinite.

È necessario valutare se i benefici della crescita perenne siano ancora superiori ai suoi costi, e analizzare nel dettaglio l'ipotesi che vede la crescita come presupposto essenziale per la prosperità. In poche parole, come fa Tim Jackson nel suo libro, dobbiamo chiederci: è possibile che esista una prosperità senza crescita?

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Pagina 30

Si tratta di un importante passo avanti dell'ampio lavoro scientifico che, da decenni, si sta facendo per chiarire l'esistenza dei limiti posti alla nostra crescita dalla dimensione biofisica del pianeta, come aveva pioneristicamente individuato il rapporto al Club di Roma I limiti dello sviluppo del 1972. Il rapporto rappresentò la prima applicazione di un modello computerizzato per analizzare l'andamento di cinque variabili fondamentali per le società umane (risorse, alimenti, popolazione, prodotto industriale e inquinamento) nell'intero pianeta, fino al 2100. Il rapporto ebbe un successo enorme, ma fu anche molto criticato per la sua lucida analisi e la forte messa in discussione dell'economia e dell'etica della crescita.

Infatti al di là del modello, i dati e le considerazioni di fondo del rapporto dimostravano l'impossibilità di perseguire una continua crescita materiale e quantitativa dell'economia umana in un mondo dai chiari limiti biofisici. Dennis Meadows, Donella Meadows e Jorgen Randers hanno poi pubblicato altri due rapporti per aggiornare, nel tempo, quello del 1972 e le analisi e gli scenari di allora, allo stato attuale delle conoscenze, hanno trovato purtroppo drammatica conferma e, ovviamente, una situazione di peggioramento dovuta proprio all'inazione politica.

Nell'ultima "revisione", gli autori documentano come la pressione umana sui sistemi naturali si sia andata ancor più espandendo, nonostante gli indubbi progressi fatti dal punto di vista scientifico, tecnologico e istituzionale, dimostrando che l'umanità si trova oggi nel campo dell'insostenibilità del proprio sviluppo.

Purtroppo, e questo è il problema centrale del nostro tempo, la consapevolezza collettiva di questa situazione è ancora fortemente limitata. Gli autori del rapporto affermano: "Il risultato è che oggi siamo più pessimisti sul futuro globale di quanto non fossimo nel 1972. È amaro osservare che l'umanità ha sperperato questi ultimi trent'anni in futili dibattiti e risposte volenterose ma fiacche alla sfida ecologica globale. Non possiamo bloccarci per altri trent'anni. Dobbiamo cambiare molte cose se non vogliamo che nel XXI secolo il superamento dei limiti oggi in atto sfoci nel collasso".

Essi ricordano alcuni punti fondamentali che hanno sinora impedito il progresso verso una strada di minore insostenibilità del nostro modello di sviluppo socio-economico:

"1. La crescita dell'economia fisica è considerata desiderabile; essa è al centro dei nostri sistemi politici, psicologici e culturali. Quando la popolazione e l'economia crescono, tendono a farlo in modo esponenziale.

2. Vi sono limiti fisici alle sorgenti di materiali e di energia che danno sostegno alla popolazione e all'economia e vi sono limiti ai serbatoi che assorbono i prodotti di scarto delle attività umane.

3. La popolazione e l'economia in crescita ricevono, sui limiti fisici, segnali che sono distorti, disturbati, ritardati, confusi o non riconosciuti. Le risposte a tali segnali sono ritardate.

4. I limiti del sistema non sono solo finiti, ma anche suscettibili di erosione quando vengano sollecitati o sfruttati all'eccesso. Vi sono inoltre forti elementi di non linearità, soglie superate le quali i danni si aggravano rapidamente e possono anche diventare irreversibili.


L'elenco delle cause del superamento e del collasso è anche un elenco dei modi che consentono di evitarli. Per indirizzare il sistema verso la sostenibilità e la governabilità, basterà rovesciare le medesime caratteristiche strutturali:

1. La crescita della popolazione e del capitale deve essere rallentata, e infine arrestata, da decisioni umane prese alla luce delle difficoltà future, e non da retroazione derivante da limiti esterni già superati.

2. I flussi di energia e di materiali devono essere ridotti aumentando l'efficienza del capitale. In altri termini, occorre ridurre l'impronta ecologica e ciò può avvenire in vari modi: dematerializzazione (utilizzare meno energia e meno materiali per ottenere il medesimo prodotto), maggiore equità (ridistribuire i benefici dell'uso di energia e di materiali a favore dei poveri), cambiamenti nel modo di vivere (abbassare la domanda o dirottare i consumi verso beni e servizi meno dannosi per l'ambiente fisico).

3. Sorgenti e serbatoi devono essere salvaguardati e, dove possibile, risanati.

4. I segnali devono essere migliorati e le reazioni accelerate; la società deve guardare più lontano e agire sulla base di costi e benefici a lungo termine.

5. L'erosione deve essere prevenuta e, dove sia già in atto, occorre rallentarla e invertirne il corso". (Riportando questo brano dell'ultimo rapporto I nuovi limiti dello sviluppo mi sono preso la libertà di sostituire la traduzione di "pozzi" in "serbatoi" dall'inglese sinks).


Diventa veramente difficile immaginare che una continua crescita economica, scontrandosi sempre più con i limiti ambientali, possa proseguire indisturbata ed è francamente preoccupante che questa "visione" sia ancora dominante nella politica e nell'economia mondiali.

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2. L'ETÀ DELL'INCOSCIENZA


Questa è stata un 'epoca di prosperità globale, ma anche di turbolenza globale. E dove c'è stata irresponsabilità ora dobbiamo dire con chiarezza che l'età dell'incoscienza deve finire. Gordon Brown, settembre 2008


La formula tradizionale per raggiungere la prosperità si basa sul perseguimento della crescita economica, sul presupposto che redditi maggiori portano a un maggiore benessere e quindi alla prosperità di tutti.

In questo libro mettiamo in dubbio quella formula. Mettiamo in dubbio che la crescita economica sia ancora un obiettivo legittimo per i paesi ricchi, viste le enormi disparità di reddito e benessere che continuano a esistere sul pianeta e visto che l'economia globale deve fare i conti con i limiti imposti da risorse naturali non infinite. Vogliamo valutare se i benefici della crescita perenne sono ancora superiori ai suoi costi, e analizzare nel dettaglio l'ipotesi che vede la crescita come presupposto essenziale per la prosperità. In poche parole, in questo libro ci chiediamo: è possibile che esista una prosperità senza crescita?

Questa domanda è diventata di enorme interesse proprio durante la stesura di questo lavoro: la crisi bancaria del 2008 ha spinto il mondo sull'orlo del tracollo finanziario, scuotendo le fondamenta del modello economico dominante. La crisi ha ridefinito i confini tra stato e mercato, costringendoci ad ammettere la nostra incapacità di gestire la sostenibilità finanziaria, per non dire di quella sociale e ambientale, dell'economia globale. La fiducia dei consumatori è crollata. Gli investimenti si sono bloccati del tutto e la disoccupazione ha registrato una forte impennata. Le economie avanzate (e alcune di quelle in via di sviluppo) si sono trovate di fronte alla prospettiva di una lunga e profonda recessione. La fiducia nei mercati finanziari forse ne risentirà per molto tempo, e le finanze pubbliche saranno sottoposte a stress per almeno un decennio.

Sollevare dubbi profondi e strutturali sulla natura della prosperità proprio in questo clima può sembrare inopportuno, se non addirittura insensibile. "Non è quello che la gente vuole sentirsi dire in tempi di caos finanziario", ammette il miliardario George Soros commentando il proprio tentativo di andare a fondo della crisi creditizia globale.

Ma è evidente che è giunto il momento di fare una seria riflessione. Non fare un passo indietro per studiare quel che è successo sarebbe un fallimento nel fallimento: quello delle responsabilità, oltre a quello della visione. Se non altro la crisi economica offre un'opportunità eccezionale per affrontare insieme le questioni della sostenibilità finanziaria e di quella ecologica. Che, come vedremo in questo capitolo, sono strettamente correlate.


A caccia dei cattivi

Non c'è consenso su quali siano state le cause della crisi, ma molti la riconducono ai prestiti subprime nel mercato immobiliare americano. Alcuni hanno sottolineato come i credit default swap, usati per impacchettare i "titoli tossici" e nasconderli così dai bilanci, fossero impossibili da gestire. Altri hanno puntato il dito contro gli avidi speculatori e gli investitori senza scrupoli che hanno cercato facili guadagni ai danni di istituzioni vulnerabili.

Nel 2007 e nei primi mesi del 2008 i prezzi delle commodity hanno conosciuto un drastico aumento (figura 1.2) e contribuito così al rallentamento dell'economia, restringendo i margini delle aziende e riducendo la spesa per tutto ciò che non è strettamente necessario. A un certo punto, a metà del 2008, le economie avanzate si sono trovate di fronte allo spettro della stagflazione – ovvero il rallentamento della crescita contemporaneo a un aumento dell'inflazione – per la prima volta in 30 anni. Il prezzo del petrolio è raddoppiato nei 12 mesi prima del luglio 2008, mentre il prezzo degli alimenti è aumentato del 66%, innescando disordini in alcuni dei paesi più poveri.

Tutti questi fattori hanno contribuito alla crisi. Nessuno di essi da solo può spiegare come i mercati finanziari abbiano potuto destabilizzare intere economie o perché siano stati offerti prestiti a persone che non potevano permettersi di ripagarli. Non possono giustificare il fatto che gli enti preposti al controllo non siano riusciti a scoraggiare pratiche finanziarie private in grado di far crollare istituzioni monolitiche. Devono esserci altri motivi che spieghino come il debito non garantito sia diventato elemento dominante dell'economia, o perché i governi abbiano volutamente ignorato, se non addirittura incoraggiato, questa "età dell'incoscienza".

La reazione politica alla crisi offre qualche indizio. Prima della fine di ottobre 2008 i governi di tutto il mondo hanno dedicato ben 7000 miliardi di dollari di denaro pubblico – più del PIL di qualsiasi nazione, salvo gli Stati Uniti – per garantire beni a rischio, mettere al sicuro risparmi e ricapitalizzare banche in fallimento.

Nessuno ha mai voluto far credere che non si trattasse di una soluzione di breve periodo, profondamente regressiva, che avrebbe premiato i responsabili della crisi ai danni dei contribuenti. È stato ammesso perché l'alternativa era semplicemente impensabile.

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4. IL DILEMMA DELLA CRESCITA


Uno dei "paradossi della prosperità" è che molti abitanti dei paesi ricchi non si rendono conto di quanto sia buona la loro situazione. William Baumol et al. 2007


La prosperità non ha a che fare solo con il reddito: questo l'abbiamo capito. Ma, se gli aumenti di prosperità non coincidono con la crescita economica, non significa che una prosperità senza crescita sia possibile: può darsi che la seconda sia funzionale alla prima. Può darsi che la crescita economica continua sia una condizione necessaria per una prosperità duratura, e che in sua assenza si riducano sensibilmente le nostre possibilità di essere felici.

Se esistono prove che supportano questa ipotesi, dobbiamo considerarle con la massima serietà. Forse il modello basato sulla crescita è il migliore che possa esistere per raggiungere la prosperità: forse, come suggeriscono William Baumol e i suoi colleghi nella citazione che apre questo capitolo, siamo colpevoli di non renderci conto di quanto le cose vadano bene nel regime capitalista di libero mercato. Questo capitolo è dedicato all'analisi di questa possibilità.

Esamineremo tre enunciati, interrelati tra loro, che difendono la crescita economica. Il primo sostiene che l'opulenza, pur non essendo la stessa cosa della prosperità, è una condizione necessaria per poter essere felici. Il secondo sostiene che la crescita economica è strettamente correlata a determinati diritti di base (per esempio il diritto alla salute o quello all'istruzione), che sono fondamentali per la prosperità. Il terzo sostiene che la crescita è funzionale al mantenimento della stabilità economica e sociale.

Se si dimostrasse la fondatezza anche di uno solo di questi enunciati le speranze di raggiungere la prosperità in assenza di crescita si offuscherebbero, e ci troveremmo di fronte a un dilemma molto spiacevole: da una parte la continua crescita sembra insostenibile dal punto di vista ecologico, e dall'altra si rivelerebbe essenziale per la prosperità duratura. Superare questo "teorema dell'impossibilità" avrebbe la massima importanza.

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8. MACROECONOMIA ECOLOGICA


Per com'è impostata l'attuale macroeconomia, l'unica vera risposta alla disoccupazione è la crescita. La società è drogata di crescita. Douglas Booth, 2004


Il dilemma della crescita, in poche parole, ci ha incastrati tra il desiderio di mantenere la stabilità economica e il bisogno di non superare i limiti ecologici del nostro pianeta. Questo dilemma nasce dal fatto che la stabilità sembra aver bisogno della crescita, ma l'aumento dell'output economico comporta un'escalation parallela del nostro impatto ambientale. Più l'economia si espande maggiore è la nostra impronta ecologica, se tutte le altre condizioni rimangono costanti.

Ma è ovvio che le altre condizioni non rimangono tutte costanti: la maggior parte dei tentativi di aggirare il dilemma della crescita conta proprio su questo. Quando l'economia cresce, le cose cambiano. Prima di tutto cambia l'efficienza tecnologica: ormai quasi tutti riconoscono che essa è allo stesso tempo uno dei risultati della crescita e uno dei fattori che la stimolano.

Alcuni si basano sull'importanza dell'efficienza nel capitalismo per sostenere che la crescita sia non solo compatibile con gli obiettivi ecologici, ma addirittura necessaria per raggiungerli. La crescita comporta maggiore efficienza tecnologica ma anche il passaggio a una scala più ampia: per continuare a rispettare i limiti del pianeta basterà che l'efficienza tecnologica cresca (e continui sempre a crescere) più in fretta della scala.

Ma la casistica storica non ci convince affatto che questa sia la strategia vincente. Le emissioni globali e lo sfruttamento delle risorse sono in continua crescita: quando le economie avanzate annunciano riduzioni, un'analisi più attenta fa emergere come esse siano il risultato di errori di conteggio o di emission trading con l'estero. Nel frattempo buona parte della crescita di cui hanno bisogno i paesi emergenti è di tipo materiale, e l'effetto rimbalzo generato dalle evoluzioni della tecnologia spinge i consumi sempre più in alto. In sintesi, l'efficienza non ha tenuto testa alla scala e sembra che non ci riuscirà mai.

Non significa che una transizione in questo senso sia impossibile, anzi: abbiamo già visto quanto poco sia stato fatto finora per realizzare questo obiettivo. Tuttavia è chiaro che non riusciremo a fare progressi senza mettere in discussione la struttura economica e la logica sociale che ci hanno rinchiusi nella "gabbia d'acciaio" del consumismo.

Nel prossimo capitolo ci occuperemo della logica sociale, mentre in questo ci concentreremo sulla struttura economica. In particolare ci soffermeremo sul bisogno di impostare una macroeconomia diversa, dove la stabilità non dipenda più dalla continua crescita dei consumi, dove l'attività economica possa non superare la scala concessa dall'ambiente, e dove la nostra capacità di essere felici – nel rispetto dei limiti – diventi il principio guida di ogni nuovo progetto e il parametro di base per giudicarne il successo.

In un certo senso è sorprendente che una macroeconomia di questo tipo non esista già. C'è qualcosa di molto strano nel nostro caparbio rifiuto di immaginare un'economia che non sia basata sulla crescita: persino John Stuart Mill , uno dei padri fondatori dell'economia, aveva riconosciuto che prima o poi sarebbe stato necessario e utile passare a uno "stato stazionario del capitale e della ricchezza", il quale non implicherebbe affatto "uno stato stazionario del progresso umano".

John Maynard Keynes , pur concentrandosi soprattutto sulle condizioni necessarie per ottenere una crescita prudente, aveva previsto che sarebbe arrivato il momento in cui il "problema economico" sarebbe stato risolto e la gente avrebbe preferito "dedicare le restanti energie a scopi non economici".

Sono passati ormai più di 30 anni da quando Herman Daly ha auspicato l'instaurazione di una "economia in stato stazionario". La condizione ecologica che Daly ha definito per un'economia di questo tipo è il mantenimento di uno stock costante di capitale fisico grazie a un basso tasso di throughput materiale, compatibile con la capacità dell'ecosistema di rigenerarsi e assorbire gli impatti. Secondo lui superare anche di poco questa soglia significa che in futuro si finirà per erodere il fondamento stesso dell'attività economica.

Gli economisti, avendo studiato su testi che spesso nemmeno accennano alle risorse naturali e ai limiti ecologici, fanno fatica a esprimere questi concetti. Questo è il punto: l'economia, e la macroeconomia in particolare, non sa nulla di ecologia.

L'innovativa opera di Daly offre una solida base di partenza per colmare queste lacune. Ma non abbiamo ancora la capacità di raggiungere una stabilità economica sotto le condizioni da lui indicate. Ci manca un modello teorico di come si comportino gli "aggregati" macroeconomici (produzione, consumi, investimenti, importazioni ed esportazioni, stock di capitale, spesa pubblica, lavoro, offerta di denaro e così via) quando il capitale non si accumula. Ci manca un modello che tenga in considerazione in modo sistematico la nostra dipendenza economica da variabili ecologiche quali l'utilizzo delle risorse e i servizi forniti dall'ecosistema. Gli economisti non sono abituati a questo tipo di logiche, ma in questo capitolo vogliamo dimostrare quanto siano non solo importanti ma realistiche. L'appello per la fondazione di una macroeconomia solida e consapevole dei problemi dell'ecologia potrebbe essere il risultato più importante di questo libro.

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STABILIRE I LIMITI

L'abitudine allo spreco della società consumistica sta dilapidando le risorse materiali più importanti e sottoponendo gli ecosistemi del pianeta a uno stress insostenibile (capitolo 5). È essenziale stabilire chiari limiti in materia di ambiente e sull'utilizzo delle risorse, integrandoli nei meccanismi economici (capitolo 8 e appendice 2) e sociali (capitolo 9). Le nostre prime tre proposte concrete riguardano questo obiettivo.


1. TETTI MASSIMI SU UTILIZZO DELLE RISORSE ED EMISSIONI, E OBIETTIVI DI RIDUZIONE

È necessario che l'attività economica sia molto più consapevole dei limiti ecologici del pianeta: se vogliamo un'economia sostenibile è fondamentale fissare tetti massimi per l'utilizzo delle risorse e per le emissioni prodotte, stabilendo obiettivi di riduzione al di sotto di tali valori. Gli obiettivi di stabilizzazione e i "budget delle emissioni" di gas serra sono un tipico esempio di questo tipo di azione, sebbene la loro implementazione lasci a desiderare.

Per considerare insieme il principio di uguaglianza e i limiti ecologici, potrebbe risultare molto utile il modello noto come "contrazione e convergenza", in cui si definisce una quantità ammessa, pari per tutti, in modo che ognuno tenda ad allinearsi a un livello sostenibile. È un approccio adottato in parte per le emissioni, ma si potrebbero stabilire tetti simili anche per l'estrazione delle risorse non rinnovabili scarse, la produzione di rifiuti (in particolare rifiuti tossici o pericolosi), il consumo di acqua fossile e il tasso di sfruttamento delle risorse rinnovabili.

Si dovrebbero anche prevedere meccanismi efficaci per il raggiungimento degli obiettivi al di sotto di questi tetti. Inoltre, una volta stabiliti, i limiti dovrebbero essere integrati in un quadro economico realistico (vedi la raccomandazione 4).


2. RIFORMA FISCALE PER LA SOSTENIBILITÀ

L'interiorizzazione delle esternalità prodotte dalle attività economiche è un principio ormai accettato da almeno 20 anni. Imporre una tassa sulle emissioni, per esempio, dà un segnale forte sul valore che diamo al clima e incoraggia le persone a passare a processi, tecnologie e attività a basso impatto. Una soluzione di questo tipo è già stata prevista dai cosiddetti "meccanismi flessibili" del Protocollo di Kyoto e dallo schema europeo di commercio dei diritti di emissione (EU-ETS), e permetterebbe lo scambio di permessi al di sotto del tetto stabilito (vedi la raccomandazione 1).

Un'estensione interessante di questa logica è l'idea di una riforma fiscale ecologica, che sposti la pressione dagli elementi economici positivi (come il reddito) a quelli ecologici negativi (come l'inquinamento). Le tasse sulle emissioni, per esempio, potrebbero essere fiscalmente neutre in modo da non pesare su imprese e famiglie, e potrebbero essere compensate da sgravi per i datori di lavoro. Questa logica si è sviluppata nel corso di almeno un decennio, con implementazioni di varia entità in tutta Europa, ma purtroppo siamo ancora ben lontani dal veder realizzata una riforma fiscale ecologica significativa.


3. SOSTEGNO PER LA TRANSIZIONE ECOLOGICA NEI PAESI IN VIA DI SVILUPPO

Uno dei motivi principali per cui il concetto di prosperità va ripensato nelle economie avanzate è la necessità di fare spazio alla crescita di cui hanno vitale bisogno le nazioni più povere. Tuttavia l'espansione di queste ultime comporterà anche l'esigenza di assicurare, da subito, che il loro sviluppo sia sostenibile e rimanga entro i limiti ecologici del pianeta. In particolare saranno necessari solidi meccanismi di finanziamento che mettano quantità sufficienti di risorse a disposizione dei paesi in via di sviluppo. La Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (FCCC) ha già individuato un meccanismo del genere: il cosiddetto Fondo Globale per l'Ambiente o GEF (acronimo dell'inglese Global Environment Facility). È della massima importanza ampliare e moltiplicare le iniziative per il trasferimento di fondi come questa, ma continueranno a essere fondamentali anche gli investimenti in fonti rinnovabili, efficienza energetica, efficienza delle risorse, infrastrutture a basso impatto e salvaguardia della biodiversità e dei cosiddetti carbon sink (o pozzi di assorbimento della CO2, come le foreste).

I paesi in via di sviluppo presentano anche un'altra questione problematica: quale effetto avrebbe sulle loro esportazioni una riduzione dei consumi nelle economie avanzate? In realtà oggi alcuni studi indicano che nel lungo periodo il problema potrebbe essere meno spinoso del previsto, perché nei paesi di recente industrializzazione la crescita dipende soprattutto dai consumi nazionali e dal commercio con altre nazioni simili. Tuttavia per qualche tempo sarà necessario dare un sostegno strutturale alla transizione verso un'economia sostenibile dei paesi in via di sviluppo.

Il finanziamento sia degli investimenti sia di queste esigenze strutturali potrebbe derivare da varie fonti, tra cui una tassa sulla CO2 pagata dalle nazioni più ricche per le importazioni dai paesi in via di sviluppo, o una Tobin tax sulle transazioni in valuta estera (vedi la raccomandazione 6).

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CORREGGERE IL MODELLO ECONOMICO

Un'economia fondata sull'infinita espansione dei consumi materialistici, basati a loro volta sull'indebitamento, è insostenibile dal punto di vista ecologico, problematica da quello sociale e instabile da quello economico (capitoli 2, 5 e 6). Per cambiare le cose occorre sviluppare una nuova macroeconomia della sostenibilità (capitoli 7, 8 e appendice 2): abbiamo bisogno di un motore economico la cui stabilità non dipenda dalla continua crescita dei consumi e dall'espansione del throughput materiale. Dobbiamo costruire questo modello il prima possibile, e ci sono vari modi in cui la politica può aiutarci a farlo.


4. SVILUPPARE UNA MACROECONOMIA ECOLOGICA

Un passo cruciale è sviluppare le competenze tecniche relative a quella che abbiamo chiamato "macroeconomia ecologica". In sostanza questo significa che dobbiamo riuscire a prevedere la reazione dell'economia all'imposizione di limiti più stretti su emissioni e utilizzo delle risorse, e quindi riuscire a ipotizzare scenari caratterizzati da diverse combinazioni di consumi, investimenti, occupazione e crescita della produttività.

Per questo è fondamentale rivedere ciò che pensiamo di sapere sulla produttività del lavoro e del capitale. Inseguire continui miglioramenti di produttività del lavoro costringe l'economia a crescere per mantenere costante l'occupazione; ma questa logica potrebbe non essere applicabile nel caso di conversione dell'economia a servizi caratterizzati dall'impiego di un numero maggiore di persone per unità di output (capitolo 8). Nell'Unione Europea l'impatto della produttività del lavoro decrescente è già un problema: invece di cercare di contrastare questa tendenza, sarebbe meglio dare inizio a una transizione strutturale verso attività e settori a basso impatto e ad alta intensità di lavoro.

Nella nostra analisi è emerso come elemento chiave anche il cosiddetto "investimento ecologico" (vedi la raccomandazione 5). Anche in questo caso ha un ruolo centrale la produttività, ma questa volta si tratta di quella del capitale. Gli investimenti ecologici avranno tassi di rendimento e periodi di recupero diversi ed è probabile che, valutati secondo le tecniche tradizionali, risulteranno "meno redditizi" di altri. Per questo sarà opportuno tenere conto anche delle condizioni e degli obiettivi di tali investimenti (appendice 2).

Inoltre la nuova macroeconomia dovrebbe tenere conto in qualche modo del valore del capitale naturale e dei servizi forniti dagli ecosistemi. Alla fine anche queste voci dovranno essere integrate nella valutazione dello stock di capitale, nelle funzioni di produzione e nel calcolo dei flussi di consumo.

Riuscire a far funzionare tutto questo è una sfida enorme ma appassionante. Non abbiamo modelli precedenti a cui fare riferimento per sviluppare un nuovo e coerente quadro macroeconomico della sostenibilità, ma non pensiamo che debba avere nulla a che fare con la "scienza triste" di Thomas Malthus: è l'occasione, anzi, di stimolare giovani e brillanti economisti a elaborare un'economia adatta al futuro.


5. INVESTIRE IN POSTI DI LAVORO, RISORSE ECONOMICHE E INFRASTRUTTURE

Investire in posti di lavoro, risorse economiche e infrastrutture sarà un elemento chiave della ripresa economica, ma anche uno dei fondamenti della nuova macroeconomia ecologica. L'investimento ecologico ha alcuni obiettivi chiari, tra cui:

• riqualificazione edilizia, attraverso l'implementazione di sistemi a basso impatto e basso consumo energetico;

• tecnologie basate su fonti rinnovabili;

• riprogettazione delle reti per la distribuzione dei servizi di pubblica utilità, tra cui in particolare l'elettricità;

• infrastrutture per il trasporto pubblico;

• aree pubbliche (zone pedonali, spazi verdi, biblioteche e così via);

• salvaguardia e valorizzazione dell'ecosistema.


Investire in nuovi occupati e nelle loro competenze sarà anche importante per mantenere e migliorare gli edifici e le infrastrutture esistenti. La creazione di posti di lavoro dovrebbe infatti essere considerato un obiettivo di investimento legittimo ogni volta che le persone impiegate proteggono o migliorano le risorse economiche pubbliche.

Ma per l'investimento ecologico non è sufficiente convogliare le risorse verso determinati obiettivi: è necessaria una diversa "ecologia" degli investimenti. In particolare dobbiamo considerare le condizioni di investimento, i tassi di rendimento e i periodi di recupero, e la struttura dei mercati finanziari. Infine dovremo anche sollevare la difficile questione della proprietà delle risorse economiche e del controllo sui surplus che esse generano, al centro della quale ci sono la natura e il ruolo degli stessi diritti di proprietà.


6. AUMENTARE LA PRUDENZA FINANZIARIA E FISCALE

Negli ultimi 20 anni la crescita economica si è appoggiata ai consumi materialistici basati sull'indebitamento: per sostenerli siamo arrivati a destabilizzare la macroeconomia, contribuendo alla crisi globale. Sta crescendo il consenso generale rispetto alla necessità di inaugurare una nuova epoca di prudenza finanziaria e fiscale, e molte proposte importanti sono già state discusse a livello internazionale.

Tra di esse citiamo: la riforma della regolamentazione dei mercati finanziari nazionali e internazionali; la messa al bando di pratiche di mercato incaute e destabilizzanti (come la vendita allo scoperto); la riduzione (o la commisurazione alla performance) dei premi elargiti ai dirigenti; le azioni volte a contrastare l'eccessivo indebitamento privato e a favorire il risparmio.

Ci sono altre idee che vale la pena considerare: tra quelle che per vari motivi hanno attirato di più l'attenzione, c'è quella di una tassa sulle transazioni in valuta estera. La cosiddetta "Tobin tax" fu ideata dal premio Nobel per l'Economia James Tobin come meccanismo per ridurre l'effetto potenzialmente destabilizzante delle fluttuazioni valutarie, ma è stata anche proposta per limitare la mobilità del capitale in generale o per finanziare lo sviluppo dei paesi emergenti (ridistribuendo le entrate fiscali sotto forma di aiuti).

Per stabilizzare i mercati finanziari si è ipotizzato anche di aumentare il controllo dello stato sull'offerta di denaro. Oggi, nelle economie avanzate, la maggior parte del denaro in circolazione in un dato momento è prodotto dalle banche private grazie a prestiti alle imprese o alle famiglie. Questo è possibile solo perché alle banche è permesso non mantenere riserve equivalenti a tutti i risparmi depositati: si segue il cosiddetto "sistema delle riserve frazionarie".

Le banche devono mantenere una quota delle proprie risorse economiche sotto forma di riserva per prudenza: maggiore è tale quota maggiore è il grado di prudenza. Uno dei problemi emersi durante la crisi finanziaria del 2008 fu che le banche non erano in grado di mantenere riserve adeguate. Alcuni hanno chiesto di passare a un sistema di riserve al 100%, in cui i governi avrebbero il totale controllo dell'offerta di denaro. Ci sarebbe molta meno liquidità ma sarebbe possibile controllare meglio l'investimento e il debito.


7. RIVEDERE LA CONTABILITÀ NAZIONALE

Il PIL in realtà non è altro che una misura di quanto l'economia "si dà da fare" (capitolo 8): somma quanto spendono e risparmiano i consumatori, oppure il valore aggiunto prodotto dalle attività economiche. Ma gli studi che dimostrano la sua inadeguatezza come misura utile anche solo per il benessere economico sono ormai numerosi. Tra le altre cose, il PIL non tiene conto della possibile variazione della base degli asset, né del minor benessere dovuto a una distribuzione disomogenea dei redditi, non valuta l'esaurimento delle risorse materiali e di altre forme di capitale naturale, non considera le esternalità dovute all'inquinamento e ai danni ambientali di lungo periodo, e ignora il costo di criminalità, incidenti stradali, incidenti sul lavoro, frammentazione della famiglia e altri fenomeni sociali negativi. Infine non comprende alcun fattore di correzione per le spese difensive e posizionali, e non misura affatto i servizi che non rientrano nelle logiche di mercato, come il lavoro domestico e il volontariato. Le critiche al PIL hanno ormai conquistato una certa credibilità, attirando molta attenzione nel corso degli anni. Si è tentato più volte di costruire un indicatore modificato che potesse dare risultati migliori; per esempio il risparmio netto rettificato della Banca Mondiale, la misura del benessere economico di Nordhaus e Tobin, e l'indice del benessere economico sostenibile di Daly e Cobb. L'iniziativa Beyond GDP dell'OCSE ha provato a mettere insieme questi tentativi, come anche la Commissione internazionale sulla misura della Performance Economica e del Progresso Sociale (CMPEPS) voluta dal presidente Sarkozy. I tempi sono maturi per sviluppare una contabilità nazionale in grado di dare una misura più adeguata della performance economica.

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CAMBIARE LA LOGICA SOCIALE

La logica sociale che intrappola le persone con l'idea che il consumismo materialistico sia l'unico modo di partecipare alla vita della società è molto potente, ma anche deleteria dal punto di vista ecologico e psicologico (capitoli 4-6). Per realizzare una prosperità duratura è dunque essenziale liberare la gente da questa dinamica nociva e offrire al suo posto l'opportunità di vivere una vita sostenibile e soddisfacente (capitolo 9). Le nostre ultime cinque raccomandazioni si concentranò su questo obiettivo.


8. POLITICHE SULL'ORARIO DI LAVORO

Ci sono due motivi per cui la politica sull'orario di lavoro è importante nel dare vita a un'economia sostenibile. Il primo è che il numero di ore che le persone passano al lavoro è connesso in modo diretto (attraverso la produttività del lavoro) all'output. Per essere più precisi, l'output è dato dal numero di ore lavorate moltiplicate per la produttività del lavoro. Se ipotizziamo che la produttività aumenti ma l'output sia sottoposto a un tetto (per esempio per motivi ecologici), l'unico modo di mantenere la stabilità macroeconomica e lasciare agli individui mezzi di sussistenza sufficienti è dividere le ore di lavoro complessive tra più persone. Questa è una soluzione che viene adottata spesso, su scala ridotta, durante i periodi di recessione. Il secondo motivo è che la riduzione dell'orario si può considerare di per sé un vantaggio. Ironicamente, alcuni credono che farebbe aumentare la produttività: fu questa la logica dietro l'esperimento francese delle "35 ore" a settimana, che doveva dimostrare che chi passa meno tempo al lavoro è più produttivo nelle ore di presenza perché è più riposato, attento e in forma.

Soluzioni simili a quella francese sono state richieste anche da organizzazioni di lavoratori e attivisti, per aumentare il benessere delle persone. Per ridurre l'orario "d'ufficio" a favore di un miglior equilibrio vita-lavoro si potrebbero implementare politiche specifiche che prevedano: maggiore flessibilità di orario; misure contro la discriminazione dei lavoratori part time in termini di selezione, carriera, formazione, sicurezza d'impiego e paga; miglior trattamento dei dipendenti (e maggiore flessibilità da parte dei datori di lavoro) in caso di impegni personali, maternità o paternità e periodi sabbatici.


9. AFFRONTARE LE INGIUSTIZIE

Le disparità di reddito radicate nel sistema aumentano il livello di ansia, minano il capitale sociale ed espongono le famiglie più povere a maggiori rischi di malattia e insoddisfazione. Le prove che dimostrano come le disuguaglianze abbiano effetti negativi sia sulla salute sia sul benessere sociale di ogni tipo di popolazione sono sempre di più. Le iniquità sistemiche, inoltre, stimolano i consumi posizionali e dunque contribuiscono a mettere in moto l'"ingranaggio" che spinge l'economia a consumare risorse.

Affrontare queste iniquità permetterebbe di ridurre i costi sociali, migliorare la qualità della vita e cambiare la dinamica dei consumi utili solo ad affermare il proprio status. Non si è ancora fatto abbastanza per invertire il trend di lungo periodo che tende a far crescere le disparità di reddito; questo si verifica soprattutto nelle economie di mercato liberiste, nonostante esse prevedano ormai da molto tempo politiche e meccanismi per ridurre le disuguaglianze e ridistribuire la ricchezza.

Tra le possibili azioni da adottare citiamo: revisione della struttura delle imposte sul reddito, definizione di livelli minimi e massimi di reddito, miglior accesso a istruzione di qualità, leggi antidiscriminazione, misure contro la criminalità e valorizzazione dell'ambiente locale nelle aree degradate. Ormai questo tipo di politiche sono di fondamentale importanza.

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CENERENTOLA AL BALLO?

Dimentichiamoci per un momento della crescita, e concentriamoci invece su quel che vorremmo ottenere dall'economia. In realtà si riduce tutto a pochi obiettivi piuttosto ovvi: capacità di essere felici, mezzi di sussistenza (magari ottenuti attraverso un lavoro retribuito), partecipazione alla vita della società, sicurezza, senso di appartenenza, possibilità di condividere un obiettivo comune ma anche di sviluppare il nostro potenziale personale. Non sembra così difficile! Eppure, è evidente, raggiungere questi obiettivi è una sfida enorme, che va ben oltre quello che può sperare di ottenere un qualsiasi libro. Per dirlo con le parole di Sandel, citate all'inizio del capitolo, ai cittadini della nuova economia serve un "dialogo pubblico più solido", e il nostro scopo è stato proprio quello di aprire tale dialogo a più persone.

Ad ogni modo siamo arrivati a definire alcune delle dinamiche in gioco (figura 12.1). Abbiamo analizzato a fondo alcune questioni e chiarito parte delle caratteristiche che dovrà avere la nuova economia. Per esempio sappiamo che è importante sviluppare una certa resilienza, perché un sistema destinato a crollare sotto pressione è una minaccia per la felicità umana. Sappiamo che è importante anche arrivare a una distribuzione equa, perché nelle società inique le persone sono spinte a competere per affermare il proprio status, con ripercussioni negative sul benessere e sul senso di cittadinanza condivisa.

Nella nuova economia sarà ancora importante il lavoro, per più di un motivo. Oltre a dare un ovvio contributo ai mezzi di sussistenza delle persone, il lavoro è un elemento della loro partecipazione alla vita della società perché permette di creare e ricreare il mondo sociale e di trovarvi un posto plausibile.

Sappiamo anche che la nuova economia dovrà rimanere entro certi limiti ecologici, dettati in parte dalle risorse naturali del pianeta e in parte dalla dimensione della popolazione globale. Insieme, questi due fattori determinano i giusti livelli di utilizzo delle risorse e di spazio ecologico disponibile pro capite e, qualsiasi sia il modello economico, tali livelli rappresentano i limiti di un'attività sostenibile.

Tali limiti devono essere integrati nell'organizzazione e nei principi di funzionamento dell'economia: per sviluppare un quadro di riferimento sostenibile sarà fondamentale identificare e valorizzare i servizi forniti dall'ecosistema, rendere "verde" la contabilità nazionale e formulare una funzione di produzione che incorpori i limiti ecologici.

Sappiamo molto, inoltre, sulla natura delle attività produttive nella nuova economia. Prima di tutto, esse dovranno sottostare a tre principi operativi molto chiari:

• contribuire positivamente alla felicità umana;

• fornire alle persone mezzi di sussistenza adeguati;

• creare throughput limitati in termini sia di materiali sia di energia.


È bene notare che non è solo il risultato delle attività a dover contribuire alla felicità umana, ma anche la forma e l'organizzazione del sistema stesso. L'economia deve essere organizzata in modo da essere coerente con il ruolo centrale della comunità e del bene della società nel lungo periodo, invece di contrastarli.

Nel capitolo 8 abbiamo delineato un primo modello di attività che rientrano in questi canoni: si tratta delle imprese "ecologiche" nate a livello delle comunità, che forniscono servizi locali nei settori alimentare, della salute, del trasporto pubblico, dell'istruzione, della manutenzione e riparazione, del divertimento. Sono tutte attività che contribuiscono alla felicità umana, sono integrate nella comunità e creano posti di lavoro a basso impatto.

Attribuire un valore a questa Cenerentola dell'economia applicando i criteri tradizionali è problematico, perché essa prospetta una crescita potenziale della produttività molto scarsa. C'è un motivo: in essa le interazioni umane sono centrali nella declinazione dei principi aziendali (o value proposition), e dunque ridurre l'apporto di lavoro non avrebbe alcun senso. Per un'economia tradizionale basata sulla crescita può essere un disastro, ma per un'economia orientata a dare alle persone la capacità di essere felici (e quindi anche un lavoro dignitoso) è un vantaggio. Questo tipo di attività dovrà essere sostenuta e ampliata ma non potrà mai rappresentare l'intera economia, quindi molti dei settori tradizionali manterranno un certo ruolo. Quello estrattivo si ridurrà via via che i materiali saranno impiegati di meno e riciclati di più, ma rimarranno importanti i settori manifatturiero, edile e alimentare, l'agricoltura e le attività già oggi basate sui servizi come il commercio al dettaglio, la comunicazione e l'intermediazione finanziaria.

Tuttavia tali settori cambieranno volto: il manifatturiero premierà prodotti durevoli, che si possano riparare; l'edile darà la precedenza alla ristrutturazione di edifici esistenti e alla progettazione di infrastrutture sostenibili, anch'esse riparabili; l'agricoltura sarà più attenta a lasciare intatta l'integrità del territorio e alla salute del bestiame; l'intermediazione finanziaria dipenderà meno dall'espansione monetaria e più da investimenti stabili e prudenti sul lungo periodo.

Gli investimenti saranno di vitale importanza per la nuova economia, ma avranno una natura diversa. Invece di stimolare la crescita della produttività, saranno orientati alla trasformazione ecologica attraverso l'efficienza energetica, e nell'utilizzo delle risorse, le infrastrutture e le tecnologie basate su fonti rinnovabili e processi a basso impatto, gli asset pubblici, l'adattamento climatico e la valorizzazione ecologica.

L'investimento ecologico richiede una nuova "ecologia degli investimenti". È probabile che crollerà la produttività del capitale, che i tassi di rendimento saranno più bassi e distribuiti su orizzonti temporali più lunghi. Alcuni investimenti, pur essendo necessari in termini ecologici, potrebbero non dare alcun ritorno monetario. La redditività, secondo la definizione tradizionale, diminuirà. Per un'economia basata sulla crescita sarebbe un dramma, ma per un'economia che si preoccupa della felicità umana è un fatto che non ha alcuna importanza.

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LA FINE DEL CAPITALISMO?

Il successo della nostra Cenerentola decreterà la fine del capitalismo? Questa domanda è emersa più volte durante la stesura di questo libro e, prima, in reazione al rapporto su cui è basato.

Alcuni pensano che la crescita e il capitalismo vadano mano nella mano. Per loro la crescita è funzionale al capitalismo, è una condizione necessaria per l'economia di questo tipo e, per questo, liberarci della crescita significa anche rinunciare al capitalismo.

Come abbiamo già visto è una logica sbagliata, che non si può applicare in generale. Come fanno notare William Baumol e i suoi colleghi, ci sono tipi di capitalismo diversi in termini di crescita: secondo loro quello che non cresce è il capitalismo "cattivo", ma quello che conta è che esistono economie capitaliste che non crescono, così come ne esistono altre che crescono. La Russia, per fare un esempio, è rientrata in entrambe le casistiche in momenti diversi della propria movimentata storia.

Dunque vale la pena chiederci come stiano le cose, ma è bene separare la domanda sulla crescita da quella sul capitalismo: cosa possiamo dire della crescita nella nuova economia? E poi, la nuova economia sarà ancora capitalista?

Iniziamo dalla prima domanda: la nuova economia ha tre caratteristiche che tenderanno a rallentare la crescita. La prima è l'imposizione di limiti ecologici: anche se dipenderà da quanto sarà rigida la loro implementazione, se questa condizione sarà presa seriamente potrebbe avere un impatto notevole sulla crescita.

Per capire perché, pensiamo all'ipotetico scenario in cui l'attività economica sia vincolata a un budget delle emissioni. Secondo i risultati scientifici più recenti (vedi il capitolo 1) le emissioni prodotte fino al 2050 non dovrebbero superare i 670 miliardi di tonnellate di CO2, ovvero circa 18 miliardi di tonnellate l'anno in media.

Supponiamo che questo budget sia distribuito in modo equo, come vorrebbe il principio della contrazione e convergenza. Questo significherebbe ridurre le emissioni di CO2 nei paesi sviluppati a circa 3 miliardi di tonnellate l'anno. Se ipotizziamo di mantenere fissa l'intensità di carbonio, le nazioni più avanzate potrebbero registrare un PIL pari a poco più di un quarto di quello attuale.

Il PIL potrebbe raggiungere livelli più alti se invece ipotizziamo che l'intensità di carbonio dell'attività economica diminuisca, ma siamo comunque di fronte a una condizione che limita in modo sostanziale le possibilità di continuare a crescere senza prima fare enormi progressi per ridurre l'intensità di carbonio. Alcuni sostengono che dovremmo portarla a meno di un quarto di quella registrata oggi prima di azzardarci a pensare alla crescita.

La seconda caratteristica della nuova economia che spingerebbe i tassi di crescita verso il basso è la transizione strutturale verso certe tipologie di attività basate sui servizi. L'intensità di lavoro tipica di tali attività fa ipotizzare che di fatto non sarebbe sostenibile mantenere la crescita della produttività in linea con i dati attuali, e questo avrebbe un impatto significativo sulla potenziale espansione dell'economia nel complesso. Infine, anche destinare una porzione significativa delle nostre risorse agli investimenti ecologici potrebbe far rallentare la crescita, spostando parte dei redditi dai consumi ai risparmi e incanalando questi ultimi verso investimenti meno "redditizi" secondo la definizione tradizionale.

È bene notare che queste ultime due caratteristiche – il passaggio a livelli più bassi di produttività e l'aumento dell'investimento ecologico – richiedono cambiamenti nella struttura dell'economia, mentre la prima è frutto di un vincolo sull'attività produttiva imposto dall'esterno. Se i cambiamenti strutturali non riuscissero a portare l'attività economica al di sotto di un determinato budget in termini di emissioni, diventerebbe necessario attuare qualche altro meccanismo per rallentare la produzione economica e rimanere entro i limiti ecologici.

Si dovrebbe pensare di ridurre altri "fattori di input" dell'economia. Il più importante fra questi è il lavoro: ridurre il numero complessivo di ore lavorate farebbe diminuire l'output, e potrebbe anche migliorare l'equilibrio vita-lavoro delle persone. Ma se non vogliamo che aumenti anche la disoccupazione, che è contraria al principio fondamentale della giustizia, allora sarà necessario adottare adeguate politiche sull'orario di lavoro e sull'impiego per dividere tra più persone le ore di lavoro disponibili. In sintesi ci sono tre interventi macroeconomici fondamentali piuttosto specifici che sono necessari a raggiungere la stabilità ecologica ed economica nella nuova economia:

• transizione strutturale verso attività basate sui servizi;

• investimento in asset ecologici;

• politica sull'orario di lavoro come meccanismo di stabilità.

Naturalmente, se invece i soli interventi strutturali fossero sufficienti a ridurre le emissioni di CO2 al di sotto del limite richiesto, sarebbe possibile far crescere l'economia (per esempio aumentando le ore lavorate); l'attività totale dovrebbe comunque rispettare i vincoli imposti dal budget delle emissioni e, vista la situazione attuale, questa non sembra un'ipotesi realistica. Dunque la possibilità di crescere è quasi nulla, ma non del tutto.

Passiamo ora alla domanda sul capitalismo. Prima di tutto è necessario definire cosa intendiamo con questo termine. Non è mai un'impresa facile. Partiamo dall'idea di Baumol che le economie di stampo capitalista siano quelle in cui non è lo stato ma i privati ad avere la proprietà e il controllo dei mezzi di produzione.

In generale questo implica che la nuova economia potrebbe essere "meno capitalistica": per capire perché, riprendiamo l'ecologia degli investimenti di cui la transizione ecologica ha bisogno.

Come abbiamo visto nel capitolo 8, con ogni probabilità questa nuova ecologia degli investimenti cambierà l'equilibrio tra pubblico e privato. Alcuni investimenti essenziali per la sostenibilità si svilupperanno nel lungo periodo e saranno meno produttivi: per questo non attireranno i privati e dovranno essere protetti dallo stato. Per riuscire a finanziarli senza aumentare il debito pubblico, però, sarà necessario o aumentare le tasse oppure che lo stato entri nella proprietà dei relativi asset produttivi.

Durante la crisi è già stata collaudata la logica per cui è giusto che il settore pubblico assuma maggiori quote di proprietà perché, avendo aiutato il settore finanziario grazie al denaro dei contribuenti, questi ultimi devono poter partecipare sia ai rischi sia ai benefici di quelle attività.

La stessa logica si applica alla valutazione dell'investimento pubblico in asset ecologici. Non saranno tutti redditizi, nel senso tradizionale del termine, ma alcuni sì: silvicoltura, tecnologie basate su fonti rinnovabili, intrattenimento a livello locale e risorse naturali sono tra i settori che potrebbero generare profitti. Più in generale, l'intera economia è sostenuta dalla potenziale redditività dei servizi ecologici e, in teoria, il settore pubblico dovrebbe investire in queste risorse economiche per cercare di ottenere un ritorno.

A prima vista sembra proprio la fine del puro e semplice capitalismo, almeno secondo la definizione che abbiamo citato prima. Ma persino Baumol accetta che anche le economie capitalistiche spesso presentano qualche elemento di proprietà o controllo sui mezzi di produzione da parte dello stato.

Se approfondiamo il discorso, ci rendiamo conto di averlo presentato in modo troppo polarizzato: in realtà la pura proprietà pubblica e la pura proprietà privata sono solo i due estremi di uno spettro di possibilità molto ampio. Una delle varianti più interessanti è quella dei modelli di proprietà e controllo "distribuiti", che vantano una lunga storia e stanno tornando alla ribalta.

Negli ultimi anni, per esempio, l'azionariato dei dipendenti ha avuto un notevole successo nelle imprese di ogni dimensione, e soprattutto nelle situazioni in cui il capitalismo tradizionale si era dimostrato inadeguato. Allo stesso modo, esistono istanze in cui il controllo pubblico è molto più distribuito. Si attenua così la chiara distinzione tra capitalismo e socialismo, anche prendendo in considerazione definizioni piuttosto convenzionali per entrambi.

In questo libro non abbiamo esplorato nel dettaglio le diverse alternative possibili. Il compito che ci siamo proposti era molto più semplice: la nuova economia richiede che noi rivediamo e aggiorniamo i concetti di produttività, redditività, proprietà e controllo sulla distribuzione del surplus.

Qualunque sia l'esito, è chiaro che gli investimenti finanziari continueranno a essere fondamentali, ma anche che l'ecologia di questi investimenti sarà molto diversa da quella oggi in vigore. Visto il ruolo determinante che essi hanno avuto nella crisi, potrebbe non essere un male. Il nuovo modello rientrerà ancora nella definizione di "capitalismo"? È davvero così importante saperlo? Per coloro a cui importa, forse potremmo limitarci a parafrasare il dottor Spock di Star Trek e dire: "È il capitalismo, Jim. Ma non come l'intendiamo noi".

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