Copertina
Autore Fleur Jaeggy
Titolo Proleterka
EdizioneAdelphi, Milano, 2001, Fabula 139 , pag. 118, dim. 140x220x10 mm , Isbn 978-88-459-1651-9
LettoreAngela Razzini, 2001
Classe narrativa italiana
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 9

Sono passati molti anni e questa mattina ho un desiderio improvviso: vorrei le ceneri di mio padre.

Dopo la cremazione, mi mandarono un piccolo oggetto che aveva resistito al fuoco. Un chiodo. Lo restituirono intatto. Mi domandai allora se veramente l'avevano lasciato nella tasca del vestito. Deve bruciare con Johannes, avevo detto agli inservienti del crematorio. Non dovevano toglierlo dalla tasca. Nelle mani sarebbe stato troppo visibile. Oggi vorrei le ceneri. Sarà un'urna come tante. Il nome inciso su una targhetta. Un po' come le piastrine dei soldati. Come mai allora non mi venne in mente di chiedere le ceneri?

A quel tempo non pensavo ai morti. Loro vengono incontro tardi. Richiamano quando sentono che diventiamo prede ed è ora di andare a caccia. Quando Johannes morì non ho pensato che morisse veramente. Ho partecipato alle esequie. Nient'altro. Dopo la cerimonia funebre, sono andata via subito. Era una giornata azzurra, tutto era finito. La signorina Gerda si è occupata di ogni dettaglio. Di questo le sono grata. Ha preso appuntamento per me con il parrucchiere. Mi ha procurato un tailleur nero. Modesto. Ha seguito scrupolosamente le volontà di Johannes.

Mio padre l'ho visto per l'ultima volta in un luogo freddo. Gli ho dato un saluto. C'era accanto a me la signorina Gerda. Dipendevo da lei, in tutto. Non sapevo cosa si fa quando muore una persona. Lei conosceva con precisione ogni formalità. efficiente, silenziosa, timidamente triste. Come una scure avanza nei meandri del lutto. Sa scegliere, non ha dubbi. Lei è stata così solerte. Non ho potuto nemmeno essere un po' triste. La tristezza se l'era presa tutta lei. Gliel'avrei data comunque, la tristezza. A me non rimaneva nulla.

Le dico che vorrei stare un momento sola. Pochi minuti. La cella era gelida. In quei pochi minuti ho messo il chiodo nella tasca del vestito grigio di Johannes. Non volevo guardarlo. Il suo viso è nella mia mente, nei miei occhi. Non ho bisogno di guardarlo. Invece facevo l'opposto. Lo guardai piuttosto bene, per vedere, e sapere, se c'erano i segni della sofferenza. E sbagliai. Perché, nel guardarlo così attentamente, il suo volto mi è sfuggito. Ho dimenticato la sua fisionomia, il vero volto, quello di sempre.

La signorina Gerda è venuta a riprendermi. Tento di baciare Johannes sulla fronte. La signorina ha un moto di ribrezzo. Me lo impedisce. stato un desiderio così improvviso, questa mattina, volere le ceneri di Johannes. Ora è svanito.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 16

[...] Dunque, l'uomo osserva sua figlia. A due anni, secondo Johannes, la figlia scopre cosa vuol dire morire. Dev'essere stata davvero amabile e beneducata, quella bambina, verso la morte del nonno. Forse Johannes già allora pensava alla propria morte e si augurava che la bambina fosse gentile con tutti. Che fosse gentile con il mondo. Con il dolore. Quando era ancora piccola, ha dovuto separarsi da Johannes. I bambini si disinteressano dei genitori quando vengono lasciati. Non sono sentimentali. Sono passionali e freddi. In un certo modo alcuni abbandonano gli affetti, i sentimenti come fossero cose. Con determinazione, senza tristezza. Diventano estranei. A volte nemici. Non sono più loro gli esseri abbandonati, ma sono loro che battono mentalmente in ritirata. E se ne vanno. Verso un mondo cupo, fantastico e miserabile. Eppure talvolta ostentano felicità. Come un esercizio di funamboli. I genitori non sono necessari. Poco è necessario. Alcuni bambini si governano da sé. Il cuore, cristallo incorruttibile. Imparano a fingere. E la finzione diventa la parte più attiva, più reale, attraente come i sogni. Prende il posto di ciò che consideriamo vero. Forse è solo questo, alcuni bambini hanno la grazia del distacco.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 22

[...] Non assecondava la loro semplicità padronale, la mitezza proterva del grande amico di suo padre. «Dovrai sorvegliarla, con tutti questi marinai». L'amico di mio padre alza lo sguardo dagli occhiali a mezzaluna cerchiati d'oro. Valuta la figlia del suo amico. Ha i capelli bianchi, fitti, smaglianti. L'aria del padrone pronto ad ascoltare, non a concedere. Il volto è arrossato. La moglie si priva di tutto, anche di se stessa. Ha sgranocchiato il suo corpo, lasciando i denti lunghi, quando li mostra. secca, puritana e flagellatrice. stata la prima persona a osservare la figlia di Johannes con la lente del disprezzo. abissalmente cortese. I capelli raccolti in un grumo, uno chignon sulla nuca. Gli occhi madidi di carità rapace. Sempre gentile. Chi ci condanna è comprensivo. Come lei. Comprende i peccatori. Una furia selvaggia contro i peccatori, trattenuta, senza esplosioni e senza remissione. Comprensione altamente dolorosa. Lei è oltraggiata dai mali dell'umanità. E incarna l'oltraggio in un vanaglorioso ritegno. Nel tono di voce del malaugurio, del lamento e dell'accettazione. A Johannes, un uomo così solo e anziano, che dimostra gioia di avere una figlia, notifica che quella gioia è solo un'illusione. Quella gioia è pericolosa, deve essere estirpata. La gioia deve tramutarsi in sofferenza. Lei ha pietà per Johannes. La figlia, mentre sono a casa loro, dice: «Andiamocene».

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 67

l'ora del crepuscolo. Nikola al suo turno di guardia. Johannes in cabina. Sempre più pallido. So che posso fare tutto ciò che voglio. Posso anche togliergli la vita. O anche togliermi la vita. La nostra è una famiglia di suicidi. Di aspiranti suicidi. Le rare volte che abbiamo avuto occasione di passare un po' di tempo, anche breve, tra parenti, l'argomento fondamentale, l'unico argomento per il quale ciascuno di noi mostrasse un qualche interesse, era il suicidio. I tentativi non riusciti. Per il resto, un'indifferenza educata. Ai parenti non interessa parlare d'altro. L'argomento del «togliersi la vita» è stato sempre più forte degli argomenti denaro, eredità, malattie. Neppure i funerali erano tenuti in considerazione. Anche se offrivano un pretesto per incontrarci. Poche volte abbiamo mancato un funerale di famiglia. Generalmente si svolgevano in luoghi turistici. In luoghi ameni. Dove c'è un lago. Al pranzo di lutto non era infrequente che qualcuno raccontasse di un proprio tentativo di suicidio non riuscito. Molti di loro vissero a lungo.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 75

Sul calendario i luoghi sono i giorni. Le visite a terra segnano il tempo. Nel programma di oggi, Santorini. L'isola vulcanica non è segnata nel programma dei partecipanti. La nave e il comandante hanno deciso lo scalo all'ultimo momento. L'equipaggio ci ha scaricati in un luogo «non compreso» con una certa gioia. Saliamo sui muli. Lentamente. In fila. La donna di trent'anni mi precede. Saluta qualcuno sulla Proleterka. Non riesco a vedere chi. Porta shorts coloniali, una camicetta di seta e un grande cappello con un nastro blu. Le sue gambe disposte elegantemente sul dorso del mulo come se fosse seduta sul ciglio di un precipizio. E il precipizio è lì per ammirarla. Due parole mi accompagnano come un ritornello: «vivere» e «esperienza». Si immaginano parole per raccontare il mondo e per sostituirlo. Le due parole devono compiersi. In groppa al mulo è gradevole riflettere. Rasentiamo un monastero. Quanto tempo mi dà la Proleterka per l'esperienza? E lei che domina.

Johannes ha difficoltà a salire sul mulo. Non l'ho mai visto correre. Avrei forse provato qualche disagio ad avere un padre che corre. Lui mi guardava correre. Mi aspettava dopo le lezioni di sci, appoggiato al bastone. Mi accompagnava, sulle piste di ghiaccio, mentre pattinavo. Lui, che non poteva né sciare né pattinare né correre, era il mio immobile compagno. Ero affidata a lui per una parte delle vacanze estive e invernali. Durante l'anno scolastico ero affidata ad altri. Vinsi a sei anni una gara di sci, l'unica volta. Verso i sette anni ho cominciato a sciare meno bene. Tutto ciò che non poteva fare lui, l'ha fatto fare alla figlia. Così il tennis. E mi aspettava alla fine della partita. Appoggiato al bastone. Quando la mia educazione fu terminata, ho smesso di sciare, di pattinare, di giocare a tennis.

Dall'alto di Santorini guardo il paesaggio. Il dirupo che scende a picco nel mare. Lontano, come incagliata sul fondo, la Proleterka. Assopita nei sogni spenti dei vulcani. Vaga e ferma. Nel pomeriggio torniamo a bordo.

| << |  <  |