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| << | < | > | >> |Pagina 11È stato padre Martin a suggerirmi di scrivere un resoconto di come ho trovato il corpo."Intende dire come se stessi scrivendo una lettera o lo stessi raccontando a un'amica?" chiesi. "Scriverlo come se si trattasse di un racconto" rispose padre Martin "e lei fosse un'osservatrice esterna e lo descrivesse, ricordando ciò che ha fatto e ciò che ha provato, ma come se stesse accadendo a qualcun altro." Capivo cosa voleva dire, ma non sapevo da dove cominciare. "Tutto quello che è successo, padre, o solo quella passeggiata sulla spiaggia, quando ho scoperto il corpo di Ronald?" "Qualunque cosa lei desideri raccontare. Scriva del seminario e della sua vita qui, se le fa piacere. Credo che potrebbe esserle d'aiuto." "Lei lo ha trovato utile, padre?" Non so perché pronunciai quelle parole: come mi passarono per la mente mi uscirono di bocca. Fu un'osservazione davvero sciocca e in un certo senso pure impertinente, ma lui parve non curarsene. "No, non l'ho trovato affatto utile" rispose dopo un attimo ma è successo tanto tempo fa. Credo che per lei potrebbe essere diverso." Suppongo si riferisse alla guerra, a quando era stato fatto prigioniero dai giapponesi, ai fatti orribili avvenuti nel campo. Lui non parla mai della guerra, e perché poi dovrebbefarlo con me? D'altro canto non credo ne parli con nessuno, neppure con gli altri preti. Questa conversazione è avvenuta due giorni fa mentre passeggiavamo nel chiostro dopo la preghiera della sera. Da quando Charlie è morto non vado più in chiesa per la messa, ma per la preghiera della sera sì. In realtà è un atto di cortesia. Non mi sembra giusto lavorare al seminario, prendere i loro soldi, accettare le loro gentilezze e non partecipare mai alle funzioni. Ma forse sono troppo attenta a queste cose. Mr Gregory vive in uno dei cottage, come me, e insegna greco part-time, ma non va mai in chiesa tranne quando c'è qualche particolare musica che desidera ascoltare. Nessuno mi ha mai fatto pressioni, non mi hanno neppure chiesto perché ho smesso di andare a messa, ma ovviamente l'hanno notato. Loro notano tutto. Tornata al mio cottage, ho ripensato a quanto mi aveva detto padre Martin. Poteva essere una buona idea: non ho mai avuto difficoltà a scrivere. A scuola ero brava in componimento e Miss Allison, che ci insegnava inglese, diceva che avevo il talento per diventare scrittrice. Ma io sapevo che si sbagliava. Non ho la fantasia necessaria. Non sono capace di inventarmi delle cose. Io so scrivere solo ciò che vedo, ciò che so e che conosco, e talvolta anche ciò che provo, il che non è facile. E comunque ho sempre desiderato fare l'infermiera, fin da bambina. Ora ho sessantaquattro anni e sono in pensione, ma continuo a tenermi in esercizio, qui a St Anselm. Sono responsabile sia dell'infermeria, dove mi occupo dei piccoli malanni, sia della biancheria. Non è un compito impegnativo, ma io ho problemi di cuore e sono fortunata ad avere questo lavoro. Al collegio, poi, cercano di rendermelo ancora meno gravoso; mi hanno perfino procurato un piccolo carrello in modo che non mi venga la tentazione di trasportare pesanti fagotti di biancheria. Avrei dovuto dirlo prima, tutto questo. E non ho neppure scritto il mio nome. Mi chiamo Munroe, Margaret Munroe. | << | < | > | >> |Pagina 78Perfino l'arredamento della stanza era in qualche modo discordante. La scrivania, sulla quale erano posati un computer e una stampante, era di una modernità quasi aggressiva, ma sul muro era appeso un crocifisso di legno intagliato che avrebbe potuto risalire al periodo medievale. La parete opposta ospitava una raccolta di strisce di "Vanity Fair" che avevano per soggetto prelati vittoriani, i visi rasati o con i basettoni, allampanati o rubicondi, intristiti o con l'aria pia, sicuri di sé sopra i pettorali e le mezze maniche. Ai due lati del caminetto di pietra, che portava inciso il motto del seminario, erano appese stampe incorniciate di persone o paesaggi che presumibilmente occupavano un posto speciale fra i ricordi del proprietario. Sopra il caminetto, però, si trovava un quadro molto diverso: un dipinto a olio di Burne-Jones, un bellissimo sogno romantico dal quale emanava la famosa luce, caratteristica irripetibile dell'artista. Quattro giovani donne con ghirlande sul capo e lunghi abiti di mussola a fiori rosa e marrone erano raggruppate intorno a un melo. Una stava seduta con un libro aperto davanti a sé e un gattino accoccolato nella piega del braccio destro; un'altra, con una lira posata accanto, guardava pensosa in lontananza. Le altre due erano in piedi, una con il braccio alzato a cogliere una mela matura, l'altra che reggeva il grembiule allargato con mani dalle dita affusolate per ricevere il frutto. Sulla parete di destra Dalgliesh notò un'altra opera di Burne-Jones: una piccola credenza a due cassetti, con lunghe gambe diritte che poggiavano su ruotine e due pannelli dipinti, uno con una donna che dava da mangiare agli uccelli, l'altro con un bambino e degli agnellini. Ricordava sia il dipinto sia la credenza, ma era certo che durante le sue visite precedenti si trovassero nel refettorio. Il loro solare romanticismo sembrava in contrasto con la religiosa austerità del resto della stanza.| << | < | > | >> |Pagina 151Chiunque si trovi a visitare una cittadina storica di campagna si rende ben presto conto che le case più belle del centro sono invariabilmente studi di avvocati. Stannard, Fox & Perronet non facevano eccezione. Lo studio si trovava a qualche centinaio di metri dalla cattedrale, in una elegante casa georgiana separata dal marciapiedi da una sottile striscia di acciottolato. La porta d'ingresso luccicante con il suo batacchio a testa di leone, la pittura lucida, le finestre non contaminate dalla sporcizia cittadina riflettevano la fragile luce del mattino, mentre le tende immacolate proclamavano la rispettabilità, l'opulenza e l'esclusività dello studio. Nell'ufficio della segretaria addetta al ricevimento dei clienti, una stanza che un tempo doveva far parte di un locale ben più grande e dalle proporzioni armoniose, una ragazza dal viso fresco alzò lo sguardo dalla rivista che stava leggendo e accolse Dalgliesh con un gradevole accento di Norfolk.«Il comandante Dalgliesh, giusto? Mr Perronet la sta aspettando. Ha detto di chiederle di salire subito. È la prima porta davanti alle scale. La sua segretaria personale di sabato non viene, ci siamo solo noi due. Se desidera, le posso preparare un caffè.» Dalgliesh la ringraziò con un sorriso, declinando l'offerta, e salì fra le foto incorniciate dei passati membri dello studio. | << | < | > | >> |Pagina 256Ayling, come immobilizzato dalla luce inattesa, avrebbe anche potuto essere lì per verificare la veridicità del tableau teatrale. Quando prese a girare con cautela intorno al corpo sembrava un regista che controllava l'angolatura delle telecamere, verificando che la posizione del morto fosse sì realistica, ma anche soddisfacente per il suo senso estetico. Dalgliesh notò alcuni dettagli con maggior chiarezza: la punta spellata della pantofola di pelle che era scivolata via dal piede destro, il piede nudo che sembrava sproporzionatamente grande, e il brutto alluce allungato. Con il volto in parte coperto, quel piede, immobile per sempre, assumeva una valenza ben più grande che se il corpo fosse stato nudo, provocando un moto di sdegno e di pietà.Dalgliesh aveva avuto solo un breve incontro con Crampton, e la sua presenza aveva suscitato in lui niente più che un lieve risentimento per un ospite inaspettato e non particolarmente simpatico. Ora, però, provava una rabbia fortissima, mai sperimentata prima sulla scena di un delitto. Si trovò a ripetere le parole che gli erano familiari, nonostante la loro fonte precisa gli sfuggisse: "Chi ha fatto questo?". Avrebbe trovato la risposta e, questa volta, avrebbe trovato anche le prove. Questa volta non avrebbe chiuso il caso conoscendo l'identità del colpevole, il movente e l'arma del delitto, eppure impossibilitato a effettuare l'arresto. Il peso di quell'insuccesso gravava ancora su di lui, ma quell'inchiesta l'avrebbe finalmente alleviato. | << | < | > | >> |Pagina 280Se non altro, almeno il fotografo gli era familiare. Barney Parker aveva passato da tempo l'età della pensione, ma continuava a lavorare part-time. Era un ometto volubile, forte, sveglio e pieno di brio. Da quando Dalgliesh lo conosceva, sembrava sempre lo stesso. Aveva un altro lavoro part-time: faceva servizi fotografici ai matrimoni. Forse i suoi morbidi ritratti delle spose erano un diversivo rispetto al crudo rigore richiesto dal lavoro nella polizia. In effetti, aveva qualcosa dell'irritante invadenza del fotografo nuziale, quando si guardava attorno sulla scena del delitto quasi volesse accertarsi che non ci fossero altri cadaveri ansiosi di farsi fotografare da lui. Ogni tanto Dalgliesh si aspettava che li richiamasse tutti all'ordine perché si mettessero in posa per il tradizionale gruppo di famiglia. Ma era un eccellente fotografo e il suo lavoro era impeccabile.| << | < | > | >> |Pagina 340[...] Il cottage era stato adattato per andare incontro ai due principali interessi del suo occupante: la letteratura classica e la musica. Esclusa una porzione di parete occupata dall'elaborato caminetto vittoriano, su cui era appesa una stampa che riproduceva L'arco di Costantino di Piranesi, tutta la stanza sul davanti era occupata da scaffali che andavano da terra al soffitto. Evidentemente per Gregory era importante che l'altezza fra un ripiano e l'altro corrispondesse con precisione alla misura dei libri, una mania che Dalgliesh condivideva, e così l'impressione finale era quella di una stanza rivestita del cuoio marrone e dell'oro pacato dei volumi rilegati. Sotto la finestra, senza tende ma dotata di una veneziana a listelli di legno, era sistemata una semplice scrivania di quercia, con un computer e una funzionale poltroncina da ufficio.
Una porta aperta immetteva in un locale aggiunto,
composto in gran parte da vetrate, che correva per tutta la
lunghezza del cottage. Quello era il soggiorno di Gregory,
arredato con poltrone e un divano di vimini semplici ma
comodi, un tavolino per i drink e un tavolo rotondo più
grande in fondo alla stanza, coperto di libri e riviste.
Anche questi erano sistemati con ordine, apparentemente
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