Autore Alfred Jarry
Titolo Il supermaschio
EdizioneBompiani, Milano, 1967, Il pesanervi , pag. 160, cop.fle., dim. 11,8x20,4x1,2 cm
OriginaleLe surmÔle [1902]
PrefazioneGiorgio Agamben
TraduttoreGiorgio Agamben
Classe narrativa francese , erotica












 

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Indice


La maniglia all'incanto                       7

Il cuore né a sinistra né a destra           25

╚ una femmina, ma è molto robusto            81

Un soldo di donna                            47

La corsa delle diecimila miglia              55

L'alibi                                      81

Tra signore sole                             91

L'ovulo                                      99

L'Indiano tanto celebrato da Teofrasto      105

Chi sei, essere umano?                      113

E più                                       115

O bell'usignoletto                          117

La scoperta della donna                     127

La macchina innamorata                      135


Jarry o la divinità del riso                145


 

 

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Pagina 7

LA MANIGLIA ALL'INCANTO



" L'amore è un atto senza importanza, perché lo si può fare all'infinito. "

Tutti gli sguardi si fissarono su colui che aveva appena pronunciato una simile assurdità.

Gli ospiti di André Marcueil nel castello di Lurance erano giunti, quella sera, a una conversazione sull'amore, essendo parso questo, all'unanimità, il soggetto ideale, visto che c'erano delle signore, e il piú adatto a evitare, perfino in quel settembre del 1920, delle penose discussioni sull'Affare.

Si potevano notare, fra gli altri, il celebre chimico americano William Elson, vedovo, accompagnato dalla figlia Ellen; l'arciricco ingegnere, elettrologo e costruttore d'automobili e di aeroplani Arthur Gough, e sua moglie; il generale Sider; il senatore Saint-Jurieu e la baronessa Pusice-Euprépie di Saint-Jurieu; il cardinale Romuald: l'attrice Henriette Cyne; il dottor Bathybius. Questi diversi e poco comuni personaggi avrebbero potuto, senza alcuno sforzo verso il paradosso, rinverdire il luogo comune lasciando semplicemente via libera alla propria originalità; ma il saper vivere appiattí subito i loro discorsi alla compíta incongruenza di una conversazione mondana.

Per questo la frase inaspettata produsse gli stessi effetti di quelli, ancora poco studiati ai giorni nostri, che produce una pietra cadendo in uno stagno di ranocchie: dopo una brevissima confusione, un interesse universale.

Avrebbe anche potuto produrre, prima di tutto, un altro risultato: dei sorrisi; ma, sfortunatamente, a pronunciarla era stato l'anfitrione.

Il volto di André Marcueil, come il suo aforisma, scavava un buco nell'uditorio; e non per la sua singolarità, ma piuttosto, se queste due parole si possono accoppiare, per la sua caratteristica inespressività: pallido come gli sparati di cui si squarciano a mezzaluna i vestiti, si sarebbe confuso con le boiseries, allibite di luce elettrica, se non fosse stato per lo scrimolo d'inchiostro della barba, che portava a collarino, e dei capelli un po' lunghi e arricciati col ferro, senza dubbio per nascondere un principio di calvizie. I suoi occhi erano probabilmente neri, ma deboli lo erano a colpo sicuro, dal momento che si rifugiavano dietro le lenti affumicate di uno stringinaso d'oro. Marcueil aveva trent'anni; era di statura media, che pareva divertirsi ad accorciare ancora arcuandosi. I suoi polsi, sottili e tanto pelosi da sembrare la replica perfetta delle sue gracili caviglie guainate di seta nera, i suoi polsi come le sue caviglie suggerivano per tutta la sua persona, almeno a giudicare da quel che se ne vedeva, l'idea di una particolare fragilità. Parlava a voce bassa e lenta, quasi che badasse ad amministrare con economia il proprio respiro. Se possedeva una licenza di caccia, si poteva giurare che i suoi dati segnaletici dicevano: mento rotondo, viso ovale, naso ordinario, bocca ordinaria, statura ordinaria... Marcueil realizzava cosi perfettamente il tipo dell'uomo ordinario da diventare realmente straordinario.

La frase, bisbigliata come in un soffio dalla bocca di questo manichino, acquistava un deplorevole sapore ironico: certamente Marcueil non sapeva quel che diceva, visto che non gli si conoscevano amanti e che era piú che plausibile che il suo stato di salute gli vietasse l'amore.

Ci fu un attimo di gelo, e qualcuno stava per affrettarsi a cambiare argomento, quando Mancueil riprese:

" Parlo seriamente, signori. "

" Credevo " bamboleggiò la non piú giovane Pusice-Euprépie di Saint-Jurieu " che l'amore fosse un sentimento. "

" Lo è, forse, signora " rispose Marcueil. " Basta intendersi su... che cosa si intende... per sentimento. "

" ╚ un'impressione dell'anima, " si affrettò a dire il cardinale.

" Quand'ero bambino, ho letto qualcosa di simile nei filosofi spiritualisti " aggiunse il senatore.

" Una sensazione indebolita, " fece Bathybius. " Onore agli associazionisti inglesi! "

" Sarei quasi dell'avviso del dottore, " disse Marcueil " un'azione attenuata, probabilmente; cioè: non proprio un'azione, o meglio: un'azione in potenza. "

" Se si ammettesse questa definizione, " chiese Saint-Jurieu " l'azione realizzata escluderebbe l'amore? "

Henriette Cyne sbadigliò ostentatamente.

" Certamente no, " fu la risposta di Marcueil.

Le signore ritennero opportuno di prepararsi ad arrossire dietro il ventaglio, o a nascondervi che non sarebbero arrossite.

" Certamente no, " terminò Marcueil " se all'azione compiuta segue ogni volta una nuova azione che... di sentimentale mantiene il fatto che non si compierà che un po' più tardi. "

Questa volta, molti dei presenti non riuscirono a trattenere un sorriso.

Ad autorizzarli era, secondo ogni evidenza, il loro ospite stesso, che si divertiva a svolgere fino alle estreme conseguenze un paradosso.

╚ un fatto spesso osservato che sono proprio le creature piú deboli che si occupano maggiormente - nell'immaginazione - di prodezze fisiche. Soltanto il dottore, con un certo sangue freddo, obiettò:

" Ma la ripetizione di un atto vitale conduce alla morte dei tessuti o a quella loro intossicazione che si chiama: fatica. "

" La ripetizione produce l'abitudine e l'abi... lità " rimbeccò Marcueil con la stessa gravità.

" Hurrah! L'allenamento! " disse Arthur Gough.

" Il mitridatismo " disse il medico.

" L'esercizio " disse il generale.

E Henriette Cyne scherzò:

" Present-armi! Un, due, tre! "

" Perfetto, signorina, " concluse Marcueil " se vorrete continuare a contare fino all'esaurimento della serie indefinita dei numeri. "

" O, per abbreviare, delle forze umane " insinuò con la sua deliziosa pronuncia blesa Mrs. Arabella Gough.

" Le forze umane non hanno limiti, signora, " affermò tranquillamente Marcueil.

Nessuno sorrise, ad onta della nuova occasione che ne offriva l'oratore: la sicurezza con cui aveva esposto un simile teorema lasciava prevedere che Marcueil intendesse arrivare a una conclusione. Ma quale? Tutto nel suo aspetto pareva annunciare che egli era l'ultimo uomo al mondo che potesse lanciarsi sulla pericolosa strida dell'esempio personale.

Ma l'attesa fu delusa : Marcueil non apri bocca, come se avesse posto fine alla discussione con una verità universale.

Fu ancora il dottore, stizzito, a rompere il silenzio.

" Volete dire che ci sono degli organi che lavorano e si riposano quasi simultaneamente, dando l'illusione di non fermarsi... "

" Il cuore, tanto per restare sentimentali, " interruppe William Elson.

" ... che alla morte? " concluse Bathybius.

" Ecco qualcosa che è più che sufficiente per rappresentare una fatica infinita: " osservò Marcueil " il numero delle diastole e delle sistole di una vita umana o anche di una sola giornata supera ogni cifra immaginabile. "

" Ma il cuore è un sistema di muscoli estremamente semplice, " corresse il dottore.

" Anche i miei motori si fermano quando non c'è piú benzina, " disse Arthur Gough.

" Si potrebbe immaginare " azzardò il chimico " un carburante per il motore umano che ritardasse all'infinito, ponendovi di volta in volta rimedio, la fatica muscolare e nervosa. Da poco ho creato qualcosa del genere... "

" Ancora il vostro Perpetual-Motion-Food! " sbuffò il dottore. " Ne parlate sempre e non lo si si vede mai. Credevo che ne avreste inviato un campione al nostro amico... "

" Come? " chiese Marcueil. " Dimenticate, mio caro, che fra le altre infermità ho anche quella di non capire l'inglese. "

" L'Alimento-del-Moto-perpetuo, " tradusse il chimico.

" ╚ un nome allettante, " disse Bathybius. " Voi, Marcueil, che ne pensate? "

" Sapete bene che non prendo mai medicine... pur avendo un medico come migliore amico, " si affrettò ad aggiungere Marcueil facendo un piccolo inchino a Bathybius.

" Quest'animale ostenta un po' troppo di non sapere né voler sapere niente, e di essere per giunta anemico, " mugolò il dottore.

" ╚ una chimica poco interessante, mi pare; " continuò Marcueil, rivolgendosi a William Elson. " Ci sono, se non sbaglio, dei complessi sistemi muscolari e nervosi che godono di un riposo assoluto mentre il loro 'simmetrico' lavora. ╚ un fatto noto che la gamba di un ciclista si riposa e usufruisce quasi di un massaggio automatico, piú ristoratore di qualsiasi linimento, mentre l'altra agisce... "

" To'! E dove l'avete imparato? " disse Bathybius. " Eppure, non mi pare che voi andiate in bicicletta? "

" Gli esercizi fisici non fanno per me, amico mio, non sono abbastanza in gamba, " rispose Marcueil.

" Andiamo! Ma è un partito preso! " farfugliò ancora il dottore. " Ignorare tutto tanto sul fisico che sul morale... Ma perché? ╚ vero che con quella faccia... "

" Potrete giudicare gli effetti del Perpetual-Motion-Food senza prendervi la briga di provarlo, restando semplice spettatore, " diceva intanto William Elson a Marcueil. " Dopodomani avrà luogo la partenza di una gara nel corso della quale una squadra di ciclisti ne sarà esclusivamente alimentata. Se vorrete farmi l'onore di assistere all'arrivo... "

" Contro chi corre questa squadra? " s'informò Marcueil.

" Contro un treno, " rispose Arthur Gough. " E oso affermare che la mia locomotiva raggiungerà velocità mai immaginate. "

" Ah...? E durerà molto? " domandò Marcueil.

" Diecimila miglia. "

" Sedicimilanovecentotrenta chilometri, " spiegò William Elson.

" Simili cifre non significano piú nulla, " constatò Henriette.

" Piú lontano della distanza fra Parigi e il mar del Giappone, " precisò Arthur Gough. " E poiché fra Parigi e Vladivostock non ci sono esattamente le nostre diecimila miglia, giunti a due terzi della distanza, tra Irkoutsk e Stryensk, torniamo indietro. "

" Meglio cosí, " disse Marcueil. " Vedremo l'arrivo a Parigi. E dopo quante ore? "

" Prevediamo un percorso di cinque giorni, " rispose Arthur Gough.

" ╚ molto, " considerò Marcueil.

A questa osservazione che rivelava tutta l'incompetenza del loro interlocutore, il chimico e l'ingegnere trattennero a stento una alzata di spalle.

Marcueil si corresse:

" Voglio dire che sarebbe piú interessante seguire la corsa che aspettare l'arrivo. "

" Portiamo due vagoni-letto, " disse William Elson. " Sono a vostra disposizione. A parte i macchinisti, non ci sono altri passeggeri che io stesso, mia figlia e Gough. "

" Mia moglie non parte, " avverti quest'ultimo. " ╚ troppo nervosa. "

" Non so se sono nervoso anch'io, " disse Marcueil, " ma quel che è certo è che in treno soffro sempre mal di mare e ho sempre paura di un incidente. Che i miei auguri vi accompagnino, in difetto della mia sedentaria persona. "

" Ma, almeno, verrete all'arrivo? " insistette Elson.

" Almeno all'arrivo, ci proverò, " accondiscese Marcueil, scandendo le parole in modo strano.

" Che cos'è il vostro Motion-Food?" chiese Bathybius al chimico.

" Capirete bene che non posso dire nient'altro... se non che è a base di stricnina e di alcool, " fu la risposta di Elson.

" ╚ noto che la stricnina, a dosi alte, funziona come un tonico; ma l'alcool? Per nutrire dei corridori? Vi state prendendo gioco di me, e non crederete che abbocchi alle vostre teorie! " esclamò il dottore.

" Ci stiamo allontanando dal cuore, mi pare, " osservò Mrs. Gough.

" Signori, risaliamo, " replicò con la sua voce bianca, senza apparente impertinenza, André Marcueil.

" Le forze amorose dell'uomo sono indubbiamente infinite, " riprese Mrs. Gough, " ma, come diceva qualche momento fa uno dei signori, si tratta di intendersi; sarebbe perciò interessante sapere a quale punto della... serie indefinità dei numeri il sesso maschile situa l'infinito. "

" Ho letto che Catone il vecchio lo innalzava fino a due, " scherzò Saint-Jurieu, " ma intendeva una volta in Inverno e una in Estate. "

" Aveva sessant'anni, amico mio, non dimenticatelo, " osservò sua moglie.

" ╚ molto, " mormorò soprappensiero il generale, senza che si potesse capire a quale dei due numeri volesse riferirsi.

" Nelle Fatiche di Ercole, " interloquì l'attrice, " il re Lisia propone all'Alcide, per una sola notte, le sue trenta figlie vergini, e canta, sulla melodia di Claude Terrasse :

        Trenta, per te cos'è? Appena un gioco,
        e mi scuso di offrirti tanto poco! "

" Questo va bene finché lo si canta, " fece Mrs. Gough.

" Dunque non vale la pena... " cominciò Saint-Jurieu.

" ... di farlo," interruppe Marcueil. " E siamo poi certi che la cifra sia soltanto trenta? "

" Se le mie reminiscenze classiche non m'ingannano, " disse il dottore, " gli autori delle Fatiche di Ercole avrebbero umanizzato la mitologia: credo che in Diodoro Siculo si legga: Herculem una nocte quinquaginta virgines mulieres reddidisse. "

" Cioè a dire? " chiese Henriette.

" Cinquanta vergini, " spiegò il senatore.

" Lo stesso Diodoro, mio caro dottore, " disse Marcueil, " parla di un certo Proculo. "

" Sí, l'uomo che si fece affidare cento vergini sarmate e che, per constuprarle, dice il testo, non ebbe bisogno che di quindici giorni. "

" ╚ nel Trattato sulla vanità della scienza, capitolo terzo; " confermò Marcueil, " ma quindici giorni! E perché non tre mesi? "

" Nelle Mille e una notte " citò a sua volta William Elson, " si legge che il terzo saalouk, figlio del re, possedette quaranta volte ciascuna, in quaranta notti, quaranta adolescenti. "

" Sono fantasie orientali, " credette di dover chiarire Arthur Gough.

" Altro articolo orientale che non è un articolo di fede, benché si trovi in un libro sacro, " disse Saint-Jurieu, " Maometto, nel suo Corano, si vanta di riunire nella sua persona il vigore di sessanta uomini. "

" Il che non vuol dire che potesse fare sessanta volte l'amore, " osservò abbastanza spiritosamente la moglie del senatore.

" Nessun altro dichiara di più? " intervenne il generale. " Mi pare che qui stiamo giocando alla maniglia. E questo gioco è ancora meno serio. Io mi astengo. "

Tutti gridarono :

" Oh! Generale! "

" Tuttavia, quando eravate in Africa...? " gli sussurrò insidiosamente sotto la barbetta Henriette Cyne.

" In Africa? " disse il generale. " ╚ diverso. Ma io non mi ci trovai in tempo di guerra. In tempo di guerra, ci può essere stato qualche stupro, una volta o due... "

" Una volta o due? ╚ già una cifra, anzi due; cercate di essere più preciso, " disse Saint-Jurieu.

" Si fa per dire! Non ho finito, " riprese il generale. " Dunque, sono stato in Africa solo in tempo di pace; e qual è il dovere di un soldato francese all'estero in tempo di pace? Comportarsi come un selvaggio, o portare, piuttosto, la civiltà e ciò che essa ha di più seducente, cioè la galanteria francese? Cosí, quando le moukères di Algeri sanno che stanno per arrivare i nostri ufficiali, cessano di essere delle arabe zotiche e ignare delle buone maniere, ed esclamano: 'Ah! Ecco i francesi, essi ci... '. "

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