Autore Ilona Jerger
Titolo E Marx tacque nel giardino di Darwin
EdizioneNeri Pozza, Vicenza, 2018, I narratori delle tavole , pag. 240, cop.fle., dim. 14x21,5x2 cm , Isbn 978-88-545-1601-4
OriginaleUnd Marx stand still in Darwin Garten
EdizioneUllstein, Berlin, 2017
TraduttoreAlessandra Petrelli
LettoreFlo Bertelli, 2018
Classe narrativa tedesca , biografie , storia della scienza












 

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Indice


  7   Castigo per l'eretico

  2   Il lombrico

 23   Emma e i colombi

 35   Il paziente tedesco

 49   Medico senza Dio

 59   Il cavallo in lacrime

 68   Il deicida

 82   L'ebreo di Treviri

102   La partita a biliardo

123   Le conchiglie della conoscenza

138   Preghiera di ringraziamento con miscredenti

165   Mal di cuore

181   La morte e la scommessa

198   Nelle grinfie della Chiesa

209   Tra le colline del Kent

217   Il morto non morto


223   Appendice
225   Karl Marx (1818-1883)
227   Charles Robert Darwin (1809-1882)
229   Fatti e finzione
237   Ringraziamenti


 

 

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Pagina 16

Charles si avvicinò al primo lombrico vagabondo, che schizzò prontamente sottoterra non appena la luce lo rischiarò. Il secondo non reagì. Quello successivo neppure. Poi un altro guizzò via. Il risultato era deludente.

Charles osservò con calma le secrezioni dei suoi protetti, riflettendo. Ripeté più volte l'esperimento, aveva bisogno di una mole di dati sufficiente. Anche quando non si ritiravano subito, i lombrichi comunque lo facevano sempre, dopo un po'. Quei fannulloni, tuttavia, compivano un movimento che lui osservava affascinato: con grande lentezza, quasi a non voler fare chiasso, sollevavano da terra l'estremità assottigliata dei loro corpi, rivelando con quest'atteggiamento che la loro attenzione era stata risvegliata e che avvertivano qualcosa di simile alla sorpresa. Charles apprezzava quest'idea di un lombrico sensibile che cercava la causa del trambusto, e osservava i nottambuli con approvazione.

A volte quegli animaletti privi di occhi muovevano anche il corpo da una parte all'altra, come se tastassero un oggetto. Dimentico della testa dolorante, Charles annotò sul suo taccuino: «Il lombrico è una creatura timorosa. Dato che questi animali non hanno occhi, bisogna presumere che la luce penetri attraverso la pelle e stimoli in qualche modo il loro sistema nervoso. Per tale motivo sono in grado di distinguere tra il giorno e la notte. Quando vengono irraggiati, tutti i lombrichi senza eccezioni si rifugiano sottoterra in un periodo dai cinque ai quindici minuti».

Per tutta la notte gli animali continuarono a comportarsi così. Nelle prime ore del mattino Charles fu testimone di un accoppiamento tra lombrichi. Scacciando sul nascere gli scrupoli, cominciò a illuminare la coppietta e constatò divertito che la passione erotica era sufficiente a far superare la paura della luce. Già mentre si corteggiavano, i due lombrichi dimostrarono di non essere disposti a farsi distogliere dal proprio intento da un po' di chiarore.

Charles si era seduto comodamente in poltrona con il cronometro e, mentre le lancette segnavano i lunghi minuti dell'accoppiamento, sbadigliò soddisfatto. Accostò la lampada a olio ai due lombrichi, posizionati addome contro addome, si sistemò con un lieve brivido la sciarpa di lana ed ebbe tutto il tempo di osservare la copulazione di quei rosei abitanti del suolo alla luce dell'evoluzione.

Già diversi anni prima aveva localizzato e analizzato al microscopio i testicoli e le ovaie di cui era provvisto ogni individuo di quella specie. Conosceva dunque da tempo la natura ermafrodita del lombrico e sapeva che non solo era possibile ma accadeva davvero, per quanto in rare occasioni, che un lombrico compisse l'atto sessuale con se stesso, ovvero fecondasse un ovulo con il proprio sperma. In questo modo creava copie di se stesso. Aveva annotato ben presto sul suo taccuino che, ai fini della sopravvivenza della specie, gli esemplari solitari erano meno utili dei loro compagni che andavano alla ricerca di uno o, meglio, più partner, per unire tramite la copulazione i rispettivi patrimoni genetici, mescolarli con lieta eccitazione e creare qualcosa di nuovo.

Aveva trascorso metà della vita a dimostrare come mai alcune specie si estinguessero mentre altre, al contrario, riuscivano ad affrontare le sfide di nuove condizioni di vita, adattandosi a esse; quanto meno analizzando la cosa per un lasso di tempo molto ampio, come meglio corrispondeva all'indole di Charles, poco incline a quanto era immediato e spontaneo. Naturalmente questa lentezza si rifletteva anche nel suo modo di lavorare: prima di rivelare un'idea, magari sotto forma di libro, doveva averla pensata, analizzata e sviscerata per qualche decennio.

Mentre i due lombrichi si dimenavano al chiarore del lume, Charles prese la coperta di lana ordinatamente ripiegata sulla spalliera della poltrona, se la gettò sulle spalle infreddolite e lasciò vagare la mente. Siccome i lombrichi non offrivano alcun diversivo in quella loro muta attività, seguì dentro di sé il ragionamento piuttosto svagato che si snodava nei meandri della sua mente. Nel silenzio delle innumerevoli notti insonni gli capitava puntualmente di ripetersi le scoperte che aveva fatto, anche quelle più lontane nel tempo. Era come se da vecchio volesse accertarsi di conservare dentro di sé tutti i pensieri, ormai divenuti famosi.

Anche alla luce del lume gli sembrava che la teoria dell'evoluzione di tutte le forme di vita non solo fosse logica, ma di grande bellezza naturale. Per lui l'idea di un'evoluzione incessante aveva altresì qualcosa di consolatorio. Se tutto fluisce, nulla è definitivo: il viaggio prosegue, la natura sperimenta uno stato di costante mutamento. Attraverso questa trasformazione incessante veniva data la possibilità di migliorare.

Gli piaceva l'idea che anche il nostro pianeta non girasse intorno al sole come un ammasso ormai cristallizzato, ma cambiasse continuamente forma attraverso eruzioni vulcaniche, inondazioni e frane. Non avrebbe mai dimenticato il proprio sgomento quando era stato testimone di un violento terremoto nel sud del Cile, quando aveva visto per caso, durante il suo giro del mondo, la costa sollevarsi in modo permanente a causa delle scosse devastanti. Da allora erano trascorsi quarantasei anni e le emozioni che lo avevano sopraffatto all'epoca con il tempo si erano sedimentate nelle sue membra. A Charles piaceva esaminare sotto la lente i diversi strati di queste sedimentazioni, come se esplorasse un territorio con il martello da geologo e raccogliesse campioni del proprio passato.

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Pagina 32

Questi paragoni erano malvisti anche da altri. Soprattutto a Charles veniva rinfacciato di aver attribuito all'essere umano un rametto qualsiasi del grande albero della vita, come a tutti gli altri animali. Si potrebbe quasi dire che, nel bene e nel male, tutto avesse avuto inizio nel 1837 con il piccolo scarabocchio di un alberello rattrappito e contorto sul - segreto - taccuino B. «I think, io penso» aveva scritto sopra quel primo albero genealogico, che aveva messo in moto un processo mentale spaventoso, destinato a cambiare per sempre l'essenza dell'uomo.

Ciò che nessuno poteva immaginare erano i dubbi che lo avevano assalito quella notte di quarantaquattro anni prima. Infatti, se avesse preso seriamente lo schizzo, forse non sarebbe riuscito a indagare la natura come aveva sperato fino a quel momento.

«Nel profondo del mio animo sento che tutta la materia è troppo complessa per l'intelletto umano» scrisse in una lettera al cugino Francis , al quale si rivolgeva spesso in momenti simili. «Sarebbe come se il mio cane potesse speculare sulla nascita delle stelle.

«Mio caro Francis, quanto possono essere affidabili i risultati così ottenuti? Dubito fortemente che le convinzioni dello spirito umano, che si è sviluppato da quello di animali inferiori, possano avere un qualche valore. Come si può osservare l'oggetto a distanza se si permane al suo interno? Mi sembra di essere prigioniero e questi pensieri mi danno la nausea. Ovviamente non ho mai dubitato che le leggi dell'evoluzione valgano anche per la mia persona, ma non avevo mai riflettuto su ciò che questo potesse significare per le mie ricerche. Ah, Francis, potresti scrivermi qualcosa di incoraggiante su questo argomento?»

Non appena aveva iniziato a riflettere sui limiti della conoscenza, Darwin era stato assalito da una vertigine abissale. Persino peggio di quando, durante il giro del mondo a bordo del Beagle, il mal di mare lo aveva stroncato. Si aggrappò con entrambe le mani al bordo della scrivania, fino a far sbiancare le nocche. Quando si sentì un po' meglio, riprese a scrivere.

«Quali possibilità ha l'intelligenza umana, che si è sviluppata per produrre asce di pietra, di risolvere i nostri grandi interrogativi? Come può il cervello di un mammifero, che si è alimentato alla stessa sorgente dei nervi di una filaria, diventare onnisciente? Qualcuno potrebbe fidarsi delle affermazioni del cervello di una scimmia? una questione insolubile. I miei stessi pensieri sono rinchiusi in un cervello siffatto. Solo li possono girare su loro stessi. Eppure, non si apre forse sempre una nuova finestra per la conoscenza? Penso a Copernico! A Galileo! A Newton! Questo mi consola. Aspetto una tua sollecita risposta. Con affetto. Tuo cugino Charles».

Quella notte lo scetticismo aveva ghermito Darwin e da allora non lo aveva più lasciato, neppure all'epoca dei suoi maggiori successi. Aveva collocato la propria persona sulla lunga linea che dagli esseri unicellulari, passando per i vermi filarioidei, la lumaca, l'orchidea e il lombrico, arrivava fino a Newton e alla regina Vittoria; quell'infinito nastro della vita che lega tutto e tutti da milioni di anni e limita ogni singolo individuo a ciò che la natura gli ha messo a disposizione. Nessuno scienziato aveva la possibilità di studiare la natura con mezzi diversi da quelli che essa stessa gli aveva concesso. Anche lui, Charles Robert Darwin , era condannato a sondare i misteri dell'evoluzione con il cervello che l'evoluzione gli aveva donato.

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Pagina 36

Il dottor Beckett si trovò così a salire con la sua borsa sdrucita le scale scricchiolanti rivestite da una passatoia color rosso acceso. Lo studio era al primo piano e Karl Marx era sdraiato sul divano in pelle. Un'accozzaglia di cuscini e coperte lasciava intravedere la pelle sottostante in diversi punti, a testimonianza di una nottata sofferta. Il paziente aveva l'aria stropicciata quanto le lenzuola, dato che si era rifiutato di farsi pettinare i capelli e la barba fluenti. Era stata Lenchen, la domestica benvoluta da tutti, a offrirsi di farlo, anche perché voleva presentare al nuovo medico una famiglia curata.

La grande finestra dell'ampia stanza si affacciava direttamente su Maitland Park. Era aperta, per offrire un minimo di refrigerio al paziente febbricitante e un po' d'aria ai polmoni in debito di ossigeno. Il medico la fece subito chiudere e ordinò a Lenchen di evitare che il paziente rantolante respirasse l'aria ormai decisamente fredda dell'autunno, e soprattutto che si trovasse in mezzo alla corrente. In caso contrario i bronchi ne sarebbero stati ulteriormente danneggiati.

«Non ha idea di quanto siano imperiose le richieste del padrone quando sta male» replicò Lenchen con un filo di voce, per non provocare il malumore del malato.

Il dottor Beckett si guardò intorno con discrezione. Rimase colpito da quel sorprendente gabinetto di studio. Ai lati del camino e della finestra spiccavano grandi librerie, stipate fino al soffitto di plichi di giornali e manoscritti. Sulla mensola del camino si ammucchiavano libri in lingue diverse e i fermacarte tenevano prigioniere orde di fogli. Di fronte al camino c'erano due tavoli, altrettanto ingombri di carte, cumuli di libri e ritagli di giornale. Al centro della stanza si trovava un piccolo scrittoio dalle linee semplici con una poltroncina di legno sommersa di libri aperti, una graziosa lampada a olio con il paralume di cristallo rosso scuro e una manciata di matite dalla punta approssimativa. Una serie di cerchi grandi e piccoli sulla superficie di legno d'abete chiaro era un evidente retaggio di bicchieri di vino rosso e calamai.

Il dottor Beckett ebbe l'impressione che quello studioso malato trattasse i libri come schiavi. Per la maggior parte erano logori, maltrattati, feriti. Qualche volume aveva perso del tutto l'originaria bellezza della sua copertina di pelle. Senza alcun riguardo per formato, rilegatura o valore della carta, c'erano pagine strappate, angoli piegati, interi passaggi sottolineati e commentati. Dappertutto era manifesta l'opera di un grande lavoratore che piegava gli scritti al proprio volere. Marx non riusciva a trattenersi dai punti interrogativi ed esclamativi, evidentemente voleva dimostrare, già mentre leggeva, il proprio accordo o disaccordo con l'autore. Il dottor Beckett, che disponeva di una bella biblioteca domestica amorevolmente arricchita negli anni, rimase raccapricciato da questa vista e trasse le proprie conclusioni riguardo al temperamento e alla costituzione del paziente.

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Pagina 54

Nei mesi successivi al suo inglorioso licenziamento dalla clinica, tutte le mattine il dottor Beckett andava in biblioteca. Leggeva l' Organon dell'arte del guarire di Samuel Hahnemann e faceva esperimenti con i granuli. Lesse il celebre saggio di Kant Risposta alla domanda: che cos'è l'Illuminismo, essendone lui stesso un fautore e non desiderando altro che l'umanità uscisse dalla propria immaturità. Rinunciò ben presto allo studio di Kant, mancandogli la necessaria pazienza. Lesse invece con piacere diversi scritti sull'ateismo e trovò entusiasmante l'affermazione: «Se i cavalli avessero dèi, questi avrebbero l'aspetto di cavalli». Non c'era frase che puntualizzasse meglio la sua posizione rispetto al mondo ultraterreno e che citasse più volentieri. Lesse anche qualche decina di pagine di Marx, perché la condizione dei malati nei quartieri poveri di Londra lo deprimeva. Ma leggere Marx era peggio che leggere Kant.

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Pagina 69

«Chiaramente il segreto professionale m'impedisce di rivelare troppo, ma non dovrebbero esserci problemi a indicare il nome. Ebbene, il mio nuovo paziente si chiama Marx. Karl Marx. Ha mai sentito parlare di lui?»

Darwin si sollevò a sedere, gemette brevemente per una fitta al fianco, agitò due volte con foga la provetta e disse: «Senta, caro Beckett, è vero che mi ha conosciuto come allevatore di colombi e adesso mi vede qui a occuparmi di apici radicali. Ciò tuttavia non significa che io sia un analfabeta per quel che riguarda i risvolti economici della nostra vita. Questo dovrebbe saperlo». Avvicinò brevemente il naso alla provetta. «Ora che mi ci fa pensare, di recente abbiamo parlato della Borsa. Le mie azioni vanno estremamente bene. Avevo consigliato anche a lei di acquistare il prima possibile un pacchetto azionario delle ferrovie. Nel caso non l'abbia ancora fatto, si sbrighi! Il rendimento è più che soddisfacente».

«Ah, sa bene che le speculazioni in Borsa non fanno per me. Preferisco farmi pagare parcelle esorbitanti per le visite a domicilio, soprattutto dai pazienti famosi». Il dottor Beckett rise e arricciò il naso.

Darwin, che gli aveva fatto notare già in passato la questione dell'onorario a suo parere troppo esiguo, dato che corrispondeva, secondo i suoi calcoli, a un compenso orario a dir poco ridicolo, liquidò con un piccolo gesto della mano la faccenda delle azioni. «Torniamo a Mr Marx. Naturalmente ho già letto sovente il suo nome. Tuttavia, se non sbaglio, è passato diverso tempo da quando è stato citato sul Times. Il clamore intorno a lui si è un po' calmato. Ma se lei è stato chiamato a visitarlo, significa che è malato?»

Senza aspettare risposta, Darwin aggiunse: «Si dice che la regina non sia propriamente felice di avere questo agitatore nel nostro Paese. Dopotutto Mr Marx sembra aver introdotto nel mondo un paio di concetti che hanno fornito utili munizioni ai rappresentanti dei lavoratori davanti ai cancelli delle fabbriche. Deve ritenersi fortunato che il governo inglese permetta a tutti i rifugiati politici di vivere qui indisturbati». Agitò l'estratto di apici radicali e l'osservò brevemente.

«Mr Marx senza dubbio sa di essere molto fortunato a poter vivere qui. La sua domestica mi ha raccontato quanto fosse faticoso fuggire di continuo con armi e bagagli e soprattutto con bambini piccoli e spesso malati. Tuttavia, per quanto Londra a paragone delle carceri prussiane sia un paradiso, può stare certo che lo tengono d'occhio anche qui da noi. Non crederà che Bismarck si sia lasciato sfuggire l'occasione di chiedere una rogatoria al nostro parlamento, vero? Su certe questioni tutti i governi concordano, liberali o conservatori che siano. I tedeschi hanno leggi antisocialiste molto severe, con le quali perseguitano chiunque stia a sinistra dell'imperatore Guglielmo».

«E lei che ne pensa dei socialisti?»

«A essere sincero, sono combattuto. Da una parte nutro forti simpatie, dall'altra pavento una rivoluzione. Leggo con trasporto Charles Dickens e auguro a qualunque David Copperfield pane, calze e un letto. Ma deve per forza accadere per mezzo di una rivoluzione? Preferirei le riforme». Il dottor Beckett si appese al collo lo stetoscopio. «Di sicuro trovo ripugnante la sorveglianza. Ho saputo che tutta la corrispondenza indirizzata a questi esiliati di sinistra viene intercettata e censurata. Forse avrò presto occasione di parlare direttamente con Marx di tutto questo. Mi piacerebbe molto sapere da lui quando e soprattutto dove si aspetta che scoppi la rivoluzione. Ovviamente aspetterò che sia in condizioni migliori, prima di interpellarlo».

Darwin credeva di aver colto una velata critica alla propria abilità negli affari e si sentì in dovere di fornire chiarimenti in proposito. «Nel caso facessi nascere dubbi a causa dei miei affari in Borsa, non sono un capitalista senza cuore. Sono assolutamente favorevole ad aiutare i poveri. E a pagare salari equi. Ma questo comunismo...» Si sfregò la barba come gli capitava di fare, a volte, quando non aveva ancora formulato mentalmente il proprio pensiero, «... mi rendo conto che la varietà umana è palesemente vasta, al pari delle orchidee o dei fringuelli. E il mio timore è che sia troppo grande per rendere tutti uguali. A mio avviso, il direttore del Times ha colto nel segno scrivendo come l'analisi di Marx dei rapporti sociali sia, fin dove comprensibile, per certi versi giusta, ma la soluzione proposta sia sbagliata. Bisogna eliminare lo sfruttamento dei lavoratori per via parlamentare, non attraverso una sanguinosa rivoluzione. Non potrei comunque sopportare di veder rotolare delle teste, a chiunque siano appartenute. Esistono altri metodi oltre alla ghigliottina e alla vittoria del proletariato per assicurare ai poveri condizioni di vita migliori». Darwin si era accalorato e stava per dimenticarsi di agitare la provetta.

Di fronte al paziente pallido e ansimante, Beckett preferì troncare la discussione politica. Inoltre gli premeva comunicare qualcos'altro. Con uno sguardo malizioso disse: «Provi a indovinare: nello studio di Marx ho trovato il suo libro! Per la precisione, non saprei in che altro modo descriverlo, con un aspetto assai logoro. Da molte pagine spuntavano dei foglietti. Marx deve averlo letto con grande attenzione. O, meglio, direi che ha lottato con il suo contenuto. evidente dalle ferite riportate dal volume. Alcune pagine sembrano aver avuto la peggio nel mortale duello».

Sul viso di Darwin affiorò un sorriso. «Quale dei miei libri?»

«Di sicuro non quello sulle orchidee. Ma chissà, forse ha letto pure quello. Marx sembra divorare letteralmente i libri. Parlo ovviamente de L'origine delle specie».

Il dottor Beckett fissò Darwin con curiosità. Questi però non mostrò il minimo stupore e indicò con la provetta la libreria. «Si volti, per favore, e guardi i libri che ci sono lì».

Il dottor Beckett si alzò e fece scorrere lo sguardo sui numerosi dorsi.

«No, più a sinistra. Ancora di più. Un ripiano sotto. Esatto lì. No, ancora un po' a sinistra. Ecco, proprio davanti a lei. Il libro verde».

Il dottor Beckett dovette arricciare il naso ben due volte per correggere la posizione degli occhiali, perché con la testa piegata e il riflesso del vetro faticava a leggere. Quasi compitando pronunciò: «K-a-r-1 M-a-r-x, D-a-s K-a p-i-t-a-l. Toh, che sorpresa! Posso prenderlo?»

«Ma certo».

Il dottor Beckett aprì l'anta di vetro e tirò fuori il volume, lo sfogliò e lesse con profonda meraviglia la dedica a voce alta: «A Mr Charles Darwin da un ammiratore sincero. Karl Marx, Londra, 16 giugno 1873». Subito dopo constatò che soltanto le prime pagine erano state tagliate. «Direi che non ne ha letto granché».

« in tedesco! E le sue frasi sono più lunghe e più misteriose di quelle in latino che mi tormentavano ai tempi della scuola». Darwin emise una serie di mugolii di disprezzo scotendo il busto - e fornendo così alla provetta il necessario movimento -, come se quella prosa gli risultasse non solo goffa, ma decisamente ripugnante.

Il dottor Beckett replicò precipitosamente: «Nel frattempo è stato tradotto, ma le assicuro che anche in inglese è incomprensibile. Alla luce delle attuali circostanze, ieri sera ho provato di nuovo a leggere quel tomo. stato orribile. Vorrei tanto offrire la mia solidarietà all'intrepido traduttore. E regalargli anche una bottiglia di ottimo whisky. Dev'essere stata un'impresa infernale».

«Speriamo che questa persona sia un fedele seguace della dottrina comunista e abbia servito la causa della rivoluzione con gioia».

«Persino per un comunista la sofferenza di fronte al latino di Marx dev'essere stata atroce».

«La traduzione è in genere una faccenda assai insidiosa». Darwin si rianimò. «Parlo per esperienza. Le assicuro che per ogni mio libro passo notti insonni, domandandomi a quale traduttore l'editore vorrà affidarlo. Provi a immaginare che il lavoro sia svolto da un individuo che non nutre il minimo interesse per i pollini o i cirripedi! Che prospettiva spaventosa. E soprattutto, quale fonte di errori!»

Dopo aver rimesso Das Kapital al suo posto, il dottor Beckett ne accarezzò le lettere dorate sul dorso. «Mi domando sinceramente se sia colpa delle mie scarse conoscenze, oppure dell'insufficiente talento linguistico dell'autore, che io abbia compreso così poco. Ho cercato fino a notte fonda un brano interessante da potergli sottoporre per una discussione. Per formulare una domanda come si deve, bisogna aver compreso almeno qualcosa».

«Diciamo che questo potrebbe avere un suo risvolto positivo. Se nessuno lo capisce, è più facile che le sue dichiarazioni cadano nel vuoto. Forse questo suo stile ci salverà dalla rivoluzione». Darwin sembrava divertito. «In ogni caso le garantisco tutta la mia simpatia».

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Pagina 78

«Negli ultimi tempi mi viene in mente sempre più spesso Wilberforce. Ricorda anche lei questo vescovo?» Darwin aprì gli occhi.

«Chi potrebbe scordare quel mastino ringhioso? Dio lo abbia in gloria! Che abbia perso la vita a causa di un incidente a cavallo mi ha riempito segretamente di gioia all'epoca, devo ammetterlo. So che una persona che ha pronunciato il giuramento di Ippocrate non dovrebbe dirlo a voce alta. E in realtà nemmeno pensarlo. Ma non potevo augurare nessun bene a quel sobillatore dalla lingua tagliente, neanche con tutta la mia buona volontà».

«Beckett, lei è un farabutto. In fondo Wilberforce non si è comportato in modo così negativo. In qualità di vescovo di Oxford ha fatto ciò che la Chiesa esigeva da lui, ovvero difendere con le unghie e con i denti la Bibbia dalla teoria evoluzionistica. Il suo compito era di impedire con ogni mezzo che alla Chiesa venisse strappato il controllo sulla scienza. Sicuramente io sono l'ultimo a volerlo scagionare. Tuttavia devo riconoscere che la sua astuzia mi ha profondamente impressionato». Darwin fece una breve pausa. «In fondo è stato lui a imporsi alla regina Vittoria per impedirle di nominarmi baronetto. Lo sapeva questo?»

«No, ma non mi sorprende. Peccato, mi sarebbe piaciuto poterla chiamare "sir"». Il medico gli rivolse un inchino e Darwin scoppiò a ridere.

«Mi viene in mente una frase che, per quanto maligna, mi ha molto colpito. In uno dei suoi ineffabili sermoni Wilberforce si scagliò per l'ennesima volta contro di me. Disse che sarei stato pronto a mobilitarmi contro le Sacre Scritture con qualche vecchio osso e qualche lisca di pesce puzzolente. Poi rischiò di strozzarsi gridando: "Che razza di erudito può credere che delle specie privilegiate di rape possano tendere a diventare uomini?"»

Darwin, che aveva cercato di imitarlo, dovette fare una pausa per riprendere fiato prima di proseguire. «Ovviamente con tali parole Wilberforce si è guadagnato le risate generali. Ciò che mi ha colpito, però, è stato il fatto che, così dicendo, non solo esercitava il suo ufficio di pastore e difendeva la Bibbia, ma metteva in evidenza anche una profonda offesa. Dava voce all'enorme umiliazione dell'orgoglio umano. Perché l'uomo, fino a poco prima il capolavoro della creazione, si vedeva svalutato e relegato nel regno animale, addirittura in quello delle rape senza cervello. Devo riconoscere che ho sempre capito meglio di quanto non credessero i miei seguaci il sentimento che animava questi discorsi demagogici».

Il dottor Beckett continuò a trattenersi dall'intervenire, cosa che gli risultava quanto mai difficile di fronte a quell'argomento. Ma voleva che il paziente sfogasse ciò che lo tormentava, e così facendo potesse ritrovare forse la serenità.

Darwin inspirò a fondo. «Effettivamente la prospettiva di essere stati creati direttamente dalla mano di Dio è più lusinghiera che pensare di aver percorso una lunga strada tortuosa e casuale, partendo dagli esseri unicellulari e passando per le rape, tanto per rimanere in tema. L'uomo trova offensivo sapere di essere soltanto il risultato di banali coincidenze. Non diversamente dalla fava, di cui porto l'odore sulle mani. A proposito, dove ha messo la mia provetta?»

Il dottor Beckett indicò il tavolo da lavoro. Darwin annuì in silenzio. Joseph entrò portando la tazza di latte al brandy e un tovagliolo su un piccolo vassoio d'argento. Il dottor Beckett lo prese e disse: «Si metta seduto, Mr Darwin. Questo le farà bene allo stomaco».

Lo scienziato ubbidì senza opporre resistenza. Dopo aver finito di bere ed essersi asciugato la barba, mormorò: «Non dà alcuna soddisfazione sapere che il caso è la maggiore forza alla base dell'evoluzione. Sebbene non ne dubiti neppure per un istante, questa mancanza di scopo non piace neanche a me. La nostra vita assume così il retrogusto della consapevolezza che nessuno ci ha voluto. La Terra viene vista come un gigantesco casinò in cui è la natura a decretare i numeri vincenti e perdenti. un senso della vita che soltanto pochi sanno apprezzare».

Dopo una pausa aggiunse che, per non vanificare l'esperimento in corso, quel pomeriggio doveva ancora prendere delle misurazioni. Ma promise di non affaticarsi.

Quando il dottor Beckett si alzò per congedarsi, Darwin gli disse: «Ho paura all'idea di entrare nei libri di storia come deicida. Su questa accusa concordano tutti i prìncipi della Chiesa, anche se per il resto sono acerrimi nemici. Cattolici, musulmani, anglicani, protestanti, ebrei, nessuno vuole che la meravigliosa favola della creazione sia smascherata come tale». Tossì, come sempre lottando contro la sensazione di soffocamento che il latte gli provocava in gola.

«Io prevedo che nel prossimo secolo lei sarà salutato come l'eroe che ha liberato la scienza dalle grinfie della Chiesa». Con queste parole il dottor Beckett si congedò, promettendo di tornare il giorno successivo.

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Pagina 84

Tutto sommato la sua salute era migliore all' average degli ultimi mesi, dopo il trattamento con la tintura. E questo doveva voler dire qualcosa. Lo stato precario della sua parte posteriore ancora non gli consentiva di raggiungere il British Museum e restare seduto per ore, dato che le emorroidi lo avevano assalito più di tutte le spie prussiane. Però non vedeva l'ora di tornare in quella grandiosa sala di lettura, dove lo aspettava un mucchio di libri sulle lingue slave. Stava infatti imparando il russo. Inoltre da mesi si occupava di dimostrare un errore commesso da Newton nei suoi calcoli infinitesimali, ragion per cui studiava la sua opera e quella dei matematici che lo avevano seguito. Era una vera e propria sfida. Gli occhi neri come la pece lampeggiarono mentre dichiarava che forse aveva di nuovo too many irons in the fire.

Lenchen alzò gli occhi al cielo lanciando uno sguardo impaziente al dottor Beckett, quasi a voler dire: lo vede che cosa intendevo. Si occupa di tutto, tranne che del suo vero lavoro.

E pensare che ignorava che, qualche giorno prima, Friedrich Engels aveva scritto al suo amico, esortandolo a ritrovare le forze con l'aiuto di quell'ottimo medico e, una volta rimessosi in salute, a riprendere per amor del cielo i volumi II e III del Capitale ancora non ultimati. Non doveva permettere che nessun altro libro interessante esistente al mondo lo distraesse dal suo compito storico. E non doveva rispondergli che l'argomento aveva tante ramificazioni. La lettera di Engels terminava con le parole: «Ti supplico! Il tuo amico Fred».

[...]

«Posso farle una domanda, Mr Marx? Ho notato per caso che li sul tavolo tiene il libro di Darwin. Che cosa ne pensa?»

Marx, ancora impegnato a riflettere sulle implicazioni mediche del senso di calore ai piedi e della sensazione di freddo ai pettorali, fu colto di sorpresa per la seconda volta dalla domanda di Beckett.

«Qualche tempo fa Darwin mi ha scritto una lettera. Giudicava grandioso Il capitale, fatto piuttosto inspiegabile per un inglese con money. Verrebbe da pensare che un coltivatore di orchidee non abbia la più pallida idea di certe cose».

[...]

«A proposito, Mr Darwin le manda i suoi saluti e le augura una pronta guarigione».

Marx rimase interdetto e il suo furore si placò. «Lei conosce Charles Darwin?»

«Sì, è un mio paziente».

«Che cos'ha? malato gravemente?»

«Non posso rispondere a questa domanda. Posso dirle soltanto che la sua salute è minata».

«Quanti anni ha adesso? da molto che non leggo più niente di lui».

«Ha superato da poco la settantina. Prossimamente uscirà il suo ultimo libro».

«Settant'anni? Non raggiungerò mai quell'età. E di che libro si tratta?»

«Sulle abitudini dei lombrichi».

«I lombrichi? Sono perfetti per questa sciagurata Inghilterra. Rain, garden, terra bagnata».

Mentre il dottor Beckett arricciava il naso, Marx si preparò a combattere la raucedine sempre più marcata. Si schiarì la voce con violenza.

Se non altro la tosse si andava placando, il decotto di quinine disulphuricum, morfina e cloroformio, cominciava a fare effetto assicurando una tregua.

Dopo una lunga pausa, il dottor Beckett domandò a un Marx dall'aria assonnata: «Mi dica, a parte la salvastrella e i cirripedi, c'è qualcosa nel libro di Darwin che le è piaciuto? A giudicare dai numerosi foglietti che vedo, lo ha studiato puntigliosamente».

«Si, è vero». I lineamenti di Marx si distesero e il suo modo di parlare si fece più pacato. «Versando sangue e sudore. Ma ne è valsa la pena, perché Darwin ha spazzato via con inaudita efficacia le chiacchiere sull'aldilà e ha assestato un bel colpo ai pretucoli». I suoi occhi si chiusero brevemente e Beckett ne fu soddisfatto.

«Ha creato il fondamento scientifico per il materialismo e quindi per il comunismo». Marx sbadigliò.

«Che cosa intende dire?»

«Molti a sinistra hanno sempre odiato la church, ma non erano in grado di spiegare come fosse stato creato tutto ciò che vive sul nostro pianeta. Avevano l'intuizione, ma mancava loro una spiegazione scientifica. Finché non è arrivato Darwin». Marx boccheggiò, a corto d'aria. Dopo diversi respiri faticosi riprese a parlare. «Ha dimostrato l'evoluzione storica della natura e ha fatto piazza pulita del cristianesimo e dell'ebraismo insieme a tutte quelle baggianate sull'aldilà!» Marx sbuffo con foga, poi annunciò ammirato: «Ci ha messo in mano la spada per decapitare la religione! In questo senso Darwin è stato grandioso».

Lenchen aveva l'aria preoccupata. Il dottor Beckett rifletteva. Marx borbottò ancora qualcosa sulla teleologia, che prima non era stata ancora distrutta. Ora finalmente gli uomini si sentivano liberi di non guardare all'aldilà con timore e di concentrarsi sulla vita terrena.

Mentre rifletteva sulla risposta da dare, il dottor Beckett vide sul ripiano in alto un busto di Zeus. In un primo momento pensò che Marx si fosse fatto ritrarre nel gesso, per l'incredibile somiglianza tra i due. Era divertente immaginare che la massima divinità greca affiancasse il tedesco nel lanciare saette e far rombare tuoni.

Dopo una pausa per riprendere fiato, Marx annunciò trionfante: «La natura si fa da sé!» E dopo un'altra pausa aggiunse: «Non solo la salvastrella, anche l'uomo è fabbricato chimicamente. Minuscoli agglomerati di proteine come starting point!» Tamburellò sulla copertina del libro. «Per quanto vadano accettati i goffi metodi inglesi di Darwin».

«Che cosa vorrebbe dire?»

«Che voi inglesi volete vedere la dura concorrenza capitalistica anche nella natura. Dappertutto lotte, e il più forte deve vincere!» Marx strinse il pugno, lo alzò e lo abbatté con forza sul libro di Darwin. «Invece si tratta di un classico circolo vizioso». Disegnò con l'indice dei cerchi nell'aria. «Darwin ha trasferito su piante e animali la lotta per la sopravvivenza che ha osservato nel sistema capitalistico. No, non è un caso che riconosca nella natura la sua società classista inglese».

Il dottor Beckett arricciò il naso scoprendo i denti da coniglio. Lenchen in cuor suo giudicò che non gli donasse affatto.

«I politici borghesi? Da parte loro applicano la lotta per l'esistenza agli uomini e annunciano con grande clamore: "esiste una legge naturale irrefutabile, che spiega come mai anche nelle società umane ci siano i deboli e i forti". E, of course, i deboli vanno lasciati andare in malora».

Marx apri la bocca e inspirò profondamente. Con un filo di voce domandò se non gli fosse proprio possibile provare a fumare un sigaro, ne aveva davvero una gran voglia. Poi inspirò di nuovo a fondo. «Qualsiasi politica comunista è priva di senso, se una legge naturale rende legittima la competizione mortale. Possibile che nessuno si accorga che la questione gira su se stessa?»

[...]

Con queste parole Marx si era alzato. Avanzando a tentoni, anche per colpa della miopia, raggiunse il divano di pelle e si sdraiò. Per un pisolino, disse.

Gli occhi gli si chiusero e il respiro si fece più lento. Il dottor Beckett si congedò ed esortò ancora una volta Marx a rimanere in silenzio nei giorni successivi. Aveva già il cappello in mano quando aggiunse in tono benevolo: «Ha bisogno di riposo, Mr Marx. La sua immagine del don Chisciotte non è casuale. Forse ha preteso troppo da se stesso. Oggi non saranno più le pale del mulino, quelle contro cui combatte, bensì le ruote del capitalismo azionate dal vapore...»

«Io non combatto contro le ruote a vapore» sussurrò Marx a occhi chiusi, «al contrario. Le turbine azionate a vapore saranno quelle che nel comunismo libereranno gli uomini dal lavoro. Il comunismo è progresso! Non è un romantico stato naturale».

Il paziente gracchiava penosamente. Flebile come una mosca prigioniera che ancora agita le zampe, aggiunse che la differenza, però, era che le macchine non sarebbero appartenute alla borghesia. La proprietà privata sarebbe stata killed. Dead for ever!

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Poi tornarono a stare in silenzio. Dopo parecchio tempo Darwin disse: «Mi pare che lei sia un idealista, pur sapendo naturalmente che attribuisce grande valore alla visione materialistica del mondo. Chi combatte per un mondo migliore ha bisogno prima di tutto di un'idea di ciò che vuole, non è vero?»

Protetto dall'oscurità, Marx biascicò qualcosa d'incomprensibile - a giudicare dal tono sembrava una debole protesta -, per poi tacere di nuovo.

Un cane abbaiò in lontananza. Un altro gli rispose, e subito iniziarono un vivace dialogo. Darwin era contento che Polly non vi partecipasse, probabilmente dormiva nello studio.

Marx se ne stava lì grigio e immobile, come se si fosse trasformato in una statua. Sentiva freddo. In circostanze normali avrebbe già dato la stura alle sue invettive, perché tutto ciò che aveva a che fare con l'idealismo doveva essere annientato. Non poteva soffrirli, gli idealisti. Lottava duramente con tutti i mezzi contro la loro specie, in particolare quando la trovava in mezzo ai socialisti. Quante volte aveva ripetuto che con gli ideali non si progrediva nemmeno di un passo. Non per nulla aveva rivoltato da capo a piedi la cosa e gettato nel ripostiglio della storia quella maledetta solfa hegeliana. Secondo il suo credo, la coscienza dell'uomo poteva essere spiegata solo dalla sua esistenza, non viceversa l'esistenza dalla coscienza. Proprio di recente aveva inculcato a un giovane socialista che per Hegel e compagni era il figlio a partorire la madre.

Questo era anche il motivo per cui Marx si proibiva di farsi un'idea della vita comunista e dava una lavata di capo a tutti i curiosi che chiedevano chiarimenti in proposito. Certe domande potevano farle solo gli idioti che non avevano capito un bel niente del suo socialismo scientifico. Non era plausibile concepire una libertà a priori. Prima bisognava mutare i rapporti, spezzare tutte le catene e creare le condizioni per una vita decente, poi tutto il resto sarebbe venuto da sé.


Marx invece tacque nel giardino di Darwin. Non tuonò in nessun modo, né pronunciò alcuna parola.

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