Copertina
Autore William Jordan
Titolo Un gatto di nome Darwin
SottotitoloCome avvenne che un gatto randagio fece di un uomo un essere umano
EdizioneMuzzio, Roma, 2004, Nature 13 , pag. 192, cop.fle., dim. 140x210x13 mm , Isbn 978-88-7413-100-6
OriginaleA cat named Darwin [2002]
TraduttoreMaria Livia Terranova
LettoreElisabetta Cavalli, 2005
Classe animali domestici , natura , etologia , narrativa statunitense
PrimaPagina


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Indice

     Ringraziamenti                   9

     Introduzione                    13
  1  Dando un passaggio a un uomo    23
  2  Un can che miagola              33
  3  Separazione                     43
  4  In Inghilterra per l'inventario 57
  5  Le nozze                        71
  6  Luna di miele con prognosi      75
  7  Speranza, intimità, gelosia     83
  8  Amicizia e uguaglianza          93
  9  Lungodegenza                   105
 10  Una passeggiata notturna       121
 11  L'invasione                    131
 12  Dolci epifanie                 155
 13  Compassionevoli tenerezze      171
 14  Missa felina                   179
     Epilogo 191


 

 

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Pagina 13

Introduzione


Sono i tipi solitari i più vulnerabili quelli tra noi che vivono da soli e hanno tempo, probabilmente troppo tempo, per pensare. Avviene gradualmente, impercettibilmente, come un aumento di temperatura o un'infiltrazione d'acqua, e un bel giorno, guardandogli il muso, ti ritrovi a notare una nuova striatura. Fai caso al modo in cui ti saluta, strofinando il muso sulle tue dita tese e passando sul tuo polpastrello la bocca, da un angolo all'altro. Fai caso al bianco dei suoi occhi, che ti guardano ininterrottamente, non con circospezione ma con una serena e dolce fiducia che noi umani chiameremmo amore. Riconosci le sfumature del suo modo di camminare, le impercettibili pause e le posture che esprimono la sua personalità e lo rendono diverso dagli altri gatti e senti il timbro particolare della sua voce e ti si accappona la pelle, quando l'intuito ti dice che un altro gatto lo sta minacciando, là fuori, nel territorio selvaggio che si apre oltre la porta di casa. A un certo punto ti rendi conto che i suoi movimenti e i suoi gesti sono un vero e proprio linguaggio la coda che ti si arrotola dolcemente intorno alla gamba, la testa che deliberatamente preme contro il palmo della tua mano, o la bocca che, quando entri nella stanza, si spalanca a salutarti con uno sbadiglio a tutte zanne. Quel modo di stirarsi in avanti e artigliare il tappeto, quel piccolo uncino all'estremità della coda, la disposizione unica dei ciuffi di pelo che ha sulla pancia.

Queste rivelazioni quiete e introspettive rappresentano il dono che il gatto fa all'individuo solitario, perché un gatto è una creatura con cui si condivide la solitudine. L'essere umano è invece una creatura per cui la solitudine è generalmente associata al fallimento di una relazione. Nel secondo caso l'essenza del successo è costituita dalla comunicazione, nel primo dalla comunione. L'una si basa sul linguaggio parlato e sull'intelletto razionale, l'altra sul linguaggio dei gesti e sull'intuito. E benché la comunione con un animale sia considerata inferiore alla comunicazione con un essere umano, la verità è che il bisogno di compagnia, quale che sia, fa parte della natura umana e che, in mancanza di un compagno umano, la nostra mente si arrampica come una vite su qualunque essere vivente. La prima volta che la tua mente si arrampica su un gatto non ti rendi conto di esserti innamorato.

La comunione con un gatto ha bisogno di tempo per maturare, ed è irreversibile. Chi la raggiunge ne è cambiato per sempre e non può tornare sui suoi passi, perché la mente, l'anima, persino il "terzo occhio" sono prodotti della sostanza materiale del cervello, e quella sostanza è stata modificata. Il cervello registra ininterrottamente le nostre esperienze, in una modalità continua che è fondamentale per il nostro funzionamento cosciente. Quando noti una nuova striatura sul muso del tuo gatto che era sempre stata lì, ma per qualche motivo adesso risalta sulle altre questa rivelazione è dovuta al fatto che la tua mente confronta la percezione attuale con i dati della memoria visiva. Più a lungo vivi con un gatto, o se è per questo con qualunque essere vivente, più numerosi sono i dettagli di cui ti accorgi, perché il cervello ha avuto più tempo per registrare. Questo, a sua volta, rende più acuta la percezione dei dettagli del presente, perché la mente confronta il presente con i ricordi e i ricordi con il presente, avanti e indietro, avanti e indietro, in quella riecheggiante fusione di momenti del presente e ricordi del passato di cui facciamo esperienza come percezione cosciente.

Ma come fa il cervello a immagazzinare questi ricordi? Sappiamo, in linea generale, che lo fa mediante cambiamenti fisiologici. Si formano nuove connessioni tra neuroni; alcuni neuroni ne reclutano altri, così che quando uno di loro viene attivato anche i suoi compagni vengono stimolati a intervenire; infine si forma una "via", lungo la quale corrono gli impulsi della memoria e della percezione; è probabile che nell'immagazzinamento dei ricordi siano coinvolte anche complesse sostanze chimiche, e chissà quanti altri processi fisiologici cerebrali. Questo vuol dire che nel cervello viene progressivamente e lentamente assemblato un meccanismo fisico una sorta di macchina neurale dedicato al rapporto tra l'individuo e il suo compagno, e i dettagli si accumulano nela mente a mano a mano che relativamente a esso si formano nuovi neuroni e nuove connessioni sinaptiche. facile che chi lavora in casa e conduce una vita da single trascorra insieme ai suoi amici animali dall'ottanta al novanta percento della propria esistenza, e ciò vuol dire che il meccanismo costruito deve avere delle dimensioni davvero imponenti.

Non ti accorgi di quanto pervasivo sia diventato questo meccanismo finché il tuo compagno non si ammala; a quel punto il mondo si sgretola e ti crolla addosso in mille pezzi. La sua sofferenza diventa la tua sofferenza. Se giace immobile e dolorante, in silenzio, ti senti immediatamente depresso. Se mostra anche il più piccolo segno di ripresa, il sole si mette a splendere nella tua anima e il tuo spirito si libra, euforico. In altre parole, la salute del tuo compagno controlla il tuo umore come se i suoi e i tuoi nervi fossero direttamente collegati tra loro. Sei del tutto consapevole di questa influenza, è solo che proprio non riesci a controllarla.

E quando il tuo compagno muore, il dolore è quasi intollerabile. Più a lungo e più profondamente l'hai amato, più alto è il prezzo che devi pagare. come se avessero amputato una parte di te, senza anestesia, e probabilmente è così letteralmente perché tutto il meccanismo che era servito a rendere possibile l'intesa miracolosa che avevi con l'essere che amavi è diventato, in un solo ineffabile istante, pressoché inutile. Non ha più ragione di esistere.

Priva di scopo, priva di significato, la parte del tuo cervello che era dedicata al tuo amico verrà ora modificata. La vita ha bisogno di materia grigia e adesso lo spazio vuoto in cui un tempo tu e lui vivevate insieme dovrà essere riorganizzato.

Nel frattempo la memoria continua a lavorare come se il tuo amico fosse ancora vivo, proiettando immagini in tutti i posti in cui amava stare, e lo vedi dappertutto, allungato sul letto, assopito sulla tua scrivania, intento a saltare sul muretto o a venirti incontro, salutandoti con grazia, al tuo rientro a casa. Il fatto è che coloro che abbiamo amato continuano a vivere nelle sinapsi e nelle molecole della nostra memoria, e finché noi esistiamo esistono anch'essi, in quanto parte del nostro cervello. questo che succede quando chiunque ama chiunque altro o qualunque cosa. Ai neuroni che se ne stanno nelle profondità del cervello non importa se abbiamo amato un uomo o un animale. Il meccanismo è lo stesso.

[...]

L'intimità che gli esseri umani bramano nei rapporti d'amore ti attira inesorabilmente nella mente dell'animale, e desideri ardentemente sentire come quell'essere così diverso da te vede il mondo. Col tempo cominci a percepire un senso di unità, ti sembra addirittura di essere la creatura che ami, e quando questo succede puoi star sicuro che hai superato il punto di non ritorno. Quello che l'animale si prende la specie umana perde, e la tua fedeltà all' Homo sapiens è ormai soltanto un ricordo.

Ma sei anche stato liberato. Adesso, per la prima volta, guardi i tuoi simili mantenendo una certa distanza emotiva e intellettiva dai loro valori, e finalmente vedi l' Homo sapiens attraverso i valori di un'altra specie. Come siamo totalmente presi dai nostri problemi, noi esseri umani, quanto anguste sono le nostre prospettive, quanto meschini i nostri interessi come è mosso soltanto dai suoi appetiti, questo bambino che frigna al centro del suo stesso cosmo! Già. E come appare sciocca, dal di fuori, la nostra società quel vorticare sempre più veloce in un ballo di San Vito quotidiano di piccole faccende, commissioni, incombenze, quel gettarsi a capofitto in una nebbia cieca di programmi e impegni, e in più stare sempre lì a cercare, indagare e spingere affinché il nostro appetito di appetiti ci faccia girare in maniera ancora più efficiente.

Fu così che, durante il mio quarantacinquesimo anno di vita su questa splendente terra azzurra, un gatto entrò in casa mia e mi rubò il cuore. Quando mi chiamò con una strizzata d'occhio e uno sbadiglio, lo seguii in un viaggio fra terre esotiche e strane culture. Perché no? Pensai. Non avevo niente da perdere. Il momento era quello giusto. Non avevo una moglie e una famiglia da tenere in conto nel programmare i miei spostamenti e potevo viaggiare leggero, ed esplorare luoghi in cui chi aveva figli da accudire e un patto con l' Homo sapiens da rispettare non avrebbe potuto seguirmi. Così partii, portando con me soltanto lo spirito scientifico e l'amore per questa piccola creatura, perché questo spirito e questo amore erano tutto ciò di cui avevo bisogno per intraprendere il mio viaggio con la necessaria ingenuità.

Non molto dopo la partenza, in casa entrarono altri gatti, in particolare Hoover e Little Gray. Il nostro legame si andò rafforzando e l'amore e il rispetto si fecero più profondi, e gradualmente, a mano a mano che imparavo sempre meglio il loro linguaggio, realizzai che i miei compagni avevano motivi ulteriori. Non erano semplici gatti: erano gatti filosofi. Erano sacerdoti. E le loro attività erano proprio quelle che ci si aspetterebbe da sacerdoti filosofi.

"Vieni con noi", miagolavano, in un coro dolcemente dissonante. "L'umanità è uno stato di negazione. Vieni con noi e guarda la vera essenza della tua specie."

"Come osate", risposi con la legittima indignazione della mia specie. "L'essere umano è il pinnacolo dell'evoluzione. Al di sopra dell'uomo non c'è che l'universo."

I gatti non mi degnarono di alcuna risposta diretta, e sicuramente sorrisero tra sé e sé, sornioni, ben sapendo che l'universo Dio? copriva con la sua volta ogni creatura del pianeta. Semplicemente, rimasero lì a fissarmi come ti fissano i gatti. Poi si radunarono e vennero a strofinarsi sulle mie gambe, producendo la calda e dolce frizione dell'amore felino; avvolsero i miei polpacci nelle loro code e, con immutato affetto, li condussero dolcemente via con sé quando si voltarono e partirono.

Abbiamo viaggiato insieme per dieci anni e io, dietro di loro, con l'espressione di Gulliver negli occhi, ho osservato a ogni svolta le meraviglie della natura e le meraviglie dell'umana natura, e quei paesaggi mi hanno cambiato per sempre. Quello che un tempo consideravo il mainstream delle umane faccende mi sembra ora una fissazione "ombelicale", un "provincialismo" perfetto, dietro il quale si cela il posto che ci spetta in realtà nel corpo di un pianeta vivente che è abitato da una molteplicità di specie.

Ma dieci anni segnano la fine di un ciclo naturale, ed è ora che io racconti dove sono stato e che cosa ho visto. Un gatto di nome Darwin è una sorta di racconto di viaggio, una raccolta di lettere a casa di un nomade filosofo.

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Pagina 23

1 Dando un passaggio a un uomo


La prima volta che Darwin mi parlò non capii una sola parola di quello che disse. Ma compresi perfettamente ciò che intendeva. Perché mi si rivolse nel linguaggio antico, nella lingua vertebrata fatta di posture, atteggiamenti del corpo e versi privi di consonanti che i nostri parenti animali parlano dalla nascita. Una lingua che noi esseri umani abbiamo progressivamente dimenticato nel corso del nostro travagliato esodo verso la civiltà, ma che abbiamo ancora la capacità innata di comprendere, se solo guardiamo e ascoltiamo, e sentiamo.

Ero uscito di casa per buttare l'immondizia e camminavo verso la vecchia e cadente staccionata quando vidi un enorme gatto soriano arancione, con i tipici disegni a cerchi concentrici, che se ne stava su un letto di foglie proprio sotto la buganvillea che delimitava all'esterno la proprietà. Abitava lì da circa una settimana, e di solito scappava quando mi vedeva. Ma questa volta mantenne la posizione, rimase fermo con la testa posata sulle zampe anteriori, e mi fissò negli occhi con uno sguardo di sfida, penetrante e testardo, che attraversò le lenti dei miei occhiali, perforò le mie retine verde-nocciola e irruppe nel piccolo buco nero mediante il quale l'universo entra nella mente umana.

Rimasi come di ghiaccio, con lo sguardo fisso in quei dischi metallici arancioni, trasparenti e immobili, in quei neri squarci sul tempo, sulla verità ancestrale di tutto ciò che è venuto prima di noi.

Per quanto sporco e malmesso era comunque un bel gatto, con il tipico disegno a "occhio di bue" sui fianchi una grossa macchia scura su sfondo chiaro, circondata da spessi anelli e una pettorina bianca che partiva dal mento e gli copriva il torace e il ventre. L'avevo visto diverse volte nei paraggi e non ci avevo fatto molto caso, ma questa volta non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso, e rimasi lì con lo sguardo fisso nel suo. Poi, spinto da un qualche impulso primigenio che non comprenderò mai, aprii la bocca e miagolai.

Subito il gatto tirò su la testa e, fissandomi ancor più intensamente, miagolò a sua volta. Quindi si alzò, si stirò, si diresse deliberatamente verso di me e si intrufolò in un buco della vecchia staccionata. Come rispondendo a un qualche segnale extrasensoriale mi chinai e mi misi carponi, con il viso a non più di una trentina di centimetri al di sopra della sua testa, e attesi. Guardò in su, nei miei occhi, per diversi secondi; poi alzò lentamente la zampa destra e cautamente e delicatamente oh, quanto delicatamente! mi sfiorò il naso. Guardandolo negli occhi, ora così vicini ai miei, abbassai ancor più la testa e rimasi lì a fissarlo con occhi strabici mentre sollevava la testa e toccava il mio naso con il suo.

D'impulso allungai la mano per accarezzargli la testa, e lui si appoggiò contro di essa, assaporando quel contatto come solo un gatto sa fare. Si strofinò contro la mia coscia. Gli passai una mano lungo la schiena, e a quella carezza si inarcò. Lo feci ancora, e ancora. Poi, deliberatamente, si voltò, e con la più graziosa nonchalance mi morse la mano.

Mi aveva morso la mano! Non era stato un morso selvaggio, sferrato con forza, ma mi aveva fatto male, e fu così che balzai in piedi barcollando, incespicai su una pila di giornali e caddi goffamente all'indietro. Il gatto, scambiando forse questa mia manovra per una sorta di esibizione di arti marziali, emise una serie di soffi e volò con un unico balzo oltre la staccionata, frustando con la coda l'aria innocente.

La mia prima reazione fu quella di prendere in considerazione un intervento letale. Nessun animale, dopo avermi fatto una cosa del genere, poteva sperare di farla franca. Da giovane avevo lavorato in una fattoria, e chi lavora in una fattoria non ha problemi a togliere la vita a un animale. La seconda reazione fu un senso di stanchezza. Stavo rallentando un po' nell'avvicinarmi alla mezza età, e qualcosa in me sembrava cambiata. Per la prima volta la vendetta mi apparve priva di ogni attrattiva. Non sarebbe servita che a dimostrare il fatto già ovvio che noi esseri umani regnavamo supremi sulle altre creature. Così, invece di andare a prendere un bastone, mi trovai a blandire il gatto allungando nuovamente la mano verso di lui.

"Su, vieni qui, va tutto bene, miao, nessuno vuol farti del male, miao." Ero certo che miao non significasse un bel niente, ma non sapevo che altro dire.

Il gatto sembrò tranquillizzarsi in un attimo e, abbandonata ogni remora, si intrufolò di nuovo nel buco della staccionata e si diresse verso di me, teso e sospettoso.

A questo punto devo essere entrato in una sorta di trance, perché ricordo solo, vagamente, di essere andato al negozio all'angolo a comperare un barattolo di cibo per gatti, di essere tornato a casa tallonato dal gatto, di aver salito i gradini, aperto la porta, guardato il gatto entrare e ispezionare prudentemente la stanza, e infine visto i suoi timori svanire non appena si diffuse il profumo del cibo e lui si mise a sedere sulle zampe posteriori, a mo' di orso, per reclamare il suo pasto miagolando. Allora l'avrei negato, ma ora mi rendo conto che sapevo di essermi appena legato a un altro essere vivente.

Ah, beata ignoranza! Se avessi saputo cosa significasse prendersi davvero cura di un gatto mi sarei certamente defilato. Ma non lo sapevo, e dunque mi dedicai a mettere in pratica ciò che era necessario per avviare l'impresa. In fondo le relazioni sono sempre qualcosa di molto pratico, e hanno poco a che vedere con esordi romantici. Si tratta di un processo del tipo "prima le priorità", "un passo alla volta", e "prima di attraversare il prossimo ponte aspetta di averlo raggiunto".

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Pagina 43

3 Separazione


Negli ultimi trent'anni o giù di lì, le generazioni più giovani hanno formato un numero crescente di coppie senza ricorrere alla sacralità del matrimonio. Ai giovani implumi sembra ovvio che legarsi a un altro essere umano mediante il sacro rito del matrimonio voglia dire accettare valori arbitrari e antiquati, che conducono a gioie più marziali che maritali. Perché non vivere semplicemente insieme, beneficiando dei relativi vantaggi sessuali ed emozionali, senza sentire la morsa della responsabilità? Ah, dolce negazione! A nessuno viene mai in mente che forse il peso dell'impegno è lo stesso, che sia stato celebrato o meno da un prete, da un imam, da una corte suprema, da un sindaco, dal comandante di una nave o da chiunque altro sia autorizzato a officiare un matrimonio.

Mi stavo godendo la presenza del gatto più di quanto potessi ammettere, senza sentire alcun peso, e il piacere che provavo mi fece realizzare che c'erano alcune cose da sistemare. I suoi denti, per esempio, che erano incrostati di tartaro e mi si erano messi sulla coscienza: quei denti andavano puliti. Tuttavia quel lavoro sarebbe probabilmente costato più di quanto potessi permettermi, e dovevo mantenere i miei valori ben saldi. Quanto costava far pulire i denti a un gatto? Qualunque prezzo superiore ai venti o ai trenta dollari sarebbe stato eccessivamente caro, e se poco poco i veterinari somigliavano ai medici il prezzo poteva facilmente essere anche più elevato. Ma per prima cosa avrei dovuto trovare un buon veterinario, uno che avesse l'ambulatorio nelle immediate vicinanze.

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Pagina 46

Familiarità, intimità, condivisione della noia andavamo dritti dritti verso l'inevitabile. Una sera, dopo cena, guardai giù verso Darwin e lui guardò su verso di me. Ci fissammo per diversi secondi. Poi alzò la coda e tenendola dritta per aria, in verticale, con il suo piccolo uncino all'estremità fece diversi passettini leziosi intorno ai miei piedi. Senza quasi rendermene conto, mi chinai, lo tirai su e me lo misi in grembo, sistemando la sua testa nell'incavo del gomito sinistro e sostenendolo con il braccio destro.

Quel movimento non avrebbe potuto essere più fluido se fosse stato provato e riprovato per mesi, e mentre guardavo quella creaturina realizzai che in effetti era stato provato e riprovato, un'infinità di volte da un'infinità di generazioni. Quanti uomini, quante donne, quanti bambini avevano preso tra le braccia chissà quanti gatti ancestrali e li avevano cullati nell'abbraccio delle ere? Rimasi fermo ad assorbire il calore del corpo di Darwin e a godermi la sensazione del suo pelo sulla pelle, e allora compresi che ciò che sentivo non era limitato al presente ma tornava indietro nel tempo, come il filo di un burattinaio, collegando il nostro corpo e la nostra mente in modo tale che le azioni passate si ritrovassero nel qui e nell'ora, all'avanguardia dell'istante.

Del tutto indifferente alle mie elucubrazioni filosofiche, Darwin chiuse gli occhi e mi lasciò ai miei soliloqui. Lo accontentai volentieri e mi misi a pensare a Shakespeare. Che capolavoro è il gatto. Nobile d'intelletto, dotato d'una illimitata varietà di istinti. E nella forma e nel movimento così simile a un angelo? (di questo non ero così sicuro ma non sottilizziamo). Nella voce così simile a una sirena, ovvero così simile a un neonato.

Eh già, quella piccola faccia pelosa aveva i suoi momenti magici. La sua bellezza mi entrava dentro a ondate, e allora per un attimo la pura e semplice meraviglia della creazione metteva a tacere il rumore dei pensieri coscienti. Era come se le creature ancestrali delle quali è fatta la mente si mettessero a comunicare direttamente con la creatura che avevo in braccio, e il mio ruolo fosse semplicemente quello di lasciar fluire la bellezza della vita. Quegli occhi grandi e trasparenti, quel nasino così finemente cesellato, quelle orecchie di velluto. Che cosa aveva quella faccia? Perché mi turbava così profondamente? Senza dubbio ciò aveva qualcosa a che fare con l'illusione della parentela. Vale la regola generale che più strettamente due specie sono imparentate più simile è il loro aspetto e più caratteristiche hanno in comune. Questo è vero per i tratti comportamentali così come per quelli fisici, e implica una conseguenza davvero interessante: la comunicazione o, nel caso di noi esseri umani, il desiderio di comunicazione. Le caratteristiche di base dei gatti sono simili a quelle dei nostri piccoli, ed è per questo che i gatti sono così adatti a sollecitare le reazioni materne-paterne che l'evoluzione ha predisposto nella maggior parte di noi.

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Pagina 60

Il termine "Hooley", che era stato coniato in Irlanda durante un precedente simposio, era una di quelle parole onomatopeiche il cui senso è in qualche modo espresso dal ritmo e dal tono. Questo Hooley avrebbe dovuto corrispondere più o meno a una festa spensierata durante la quale i partecipanti gettavano al vento ogni pudore e, aiutati e spalleggiati da significative quantità di birra e di vino, facevano tutto ciò che sembrava non eccessivamente vergognoso da fare. Strumenti musicali, canzoni, letture di poesie, scenette teatrali di tutto di più.

Le scenette teatrali si rivelarono ben presto la forma di intrattenimento preferita, probabilmente perché il pubblico, per la maggior parte inglese, attingeva alle proprie tradizioni culturali. Per forza di cose le rappresentazioni erano di natura primitiva e farsesca, spesso frutto di mera improvvisazione, e il palcoscenico era rappresentato da quella specie di caverna male illuminata che era l'area self-service, con l'allegria che, amplificata, faceva rimbombare di tonfi e gridolini le pareti spoglie e gli angoli bui. Ma ben presto fu chiaro che questo Hooley non sarebbe stato l'innocente e spensierato diversivo che era stato annunciato, perché l'argomento principale divenne la cultura americana, o meglio ciò che gli inglesi presenti percepivano come assenza di cultura. A quanto pareva i festeggiamenti sarebbero stati a base di satira. Una satira ininterrotta, graffiante e maligna.

Ora, io non sono di quelli che difendono automaticamente tutto ciò che è americano. Scuoto la testa rassegnato di fronte alla crescente volgarità della nostra società e alla deificazione del denaro. Il denaro è arrivato a coincidere con la morale. Tutto ciò che fa soldi è giusto, buono, e persino spiritualmente elevato. Ma, quali che fossero le nostre manchevolezze culturali, quella notte scoprii che il Paese di cui ho la cittadinanza costituisce la mia identità. Importa poco che mi piaccia pensare a me stesso come a una persona sufficientemente diversa, illuminata: agli occhi degli altri rimango un americano. E non potrebbe essere altrimenti. Sbagliato o giusto che sia, è il mio Paese.

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Pagina 62

Charles Darwin è tanto vicino alla divinità quanto un biologo moderno può sperare in questa età profana. Qualcosa di simile a un santo, ma con una forte inclinazione verso gli uccelli, gli scarafaggi, i vermi, le barriere coralline e i progenitori fossili un druido, forse, o meglio l'arcidruido. L'Inghilterra, in quanto Paese che a Darwin ha dato i natali, può fregiarsi di una certa santità. E io, seduto nel dormitorio dell'Università di Bath (che aveva solo docce), in una città in cui dal suolo salivano come miasmi gli spiriti dei Romani, dei Celti, degli Anglosassoni, dei Normanni e dei frati gaudenti, resi omaggio a colui che aveva rivoluzionato il pensiero occidentale, e mi domandai che tipo di uomo fosse.

Quando studiavo biologia avevo letto la sua autobiografia e dopo ottantotto pagine (nell'edizione del 1967 della Oxford University Press) avevo trovato un haiku alla brevità, alla semplicità, all'umiltà, al carattere morale e all'onestà intellettuale un capolavoro di condensazione. La sua mancanza di presunzione mi aveva lasciato stupefatto, immerso com'ero nel competitivo mondo accademico, e alcuni passaggi si erano andati a insinuare nei solchi del mio cervello. Ed ecco che adesso venivano di nuovo fuori e mi si riproponevano, sotto forma di una sorta di monologo frammentato pronunciato direttamente dalla bocca dell'arcidruido. Era lì, di profilo, con lo sguardo perduto in lontananza e privo di espressione, e si rivolgeva a me usando la mia voce interiore, la stessa con la quale avevo letto le sue parole la prima volta.

"Ho cercato di scrivere quanto segue come se fossi un morto che, da un altro mondo, guardasse indietro alla propria vita. E non l'ho trovato difficile, perché la vita con me ha quasi finito. Non mi sono preoccupato affatto dello stile."

Darwin aveva iniziato a scrivere l'autobiografia a sessantasette anni, un'età in cui viene naturale fare delle confessioni, per ragioni politiche se si crede in un aldilà e per alleggerirsi la coscienza in caso contrario, e lui era partito da quando era bambino ed era andato avanti mondando a uno a uno tutti i propri peccati.

"Una volta, quando ero molto piccolo, ... ho agito crudelmente, percuotendo un cucciolo di cane, credo soltanto per sperimentare il senso di potere..." Il fatto che questo episodio lo turbasse ancora, tanti anni dopo, rivelava la profondità dei suoi sentimenti di compassione, espressi in questa sede come colpa, perché era un uomo di tale sensibilità emotiva che la sua vocazione naturale sarebbe potuta sembrare in realtà la poesia; ma il suo genio era proprio in una razionalità pari, se non superiore, alla sua sensibilità. Continuò a parlare con il tono uniforme proprio dell'intelletto razionale: "... ma le mie percosse non potevano essere state gravi perché il cagnetto non gridò".

Un'enfasi di stampo vittoriano sul carattere è presente in tutta l'autobiografia, e in particolare nelle rievocazioni del padre che, con tutto il suo metro e ottantatré d'altezza e i suoi centotrenta chili e passa di peso, con la saggezza delle sue parole e delle sue azioni, fu sempre un faro per suo figlio.

"Una delle sue regole d'oro (una regola difficile da seguire)", disse lo spettro che avevo davanti, "era: 'Non diventare mai amico di qualcuno che non puoi rispettare'." Anche la mia educazione è avvenuta in un clima di grande enfasi sul carattere morale, e il padre di Darwin era in qualche modo anche mio padre.

Ma il v'ero fascino dell'autobiogratìa è nelle considerazioni che Darwin fa sulla propria mente, registrata dalla storia come una mente di svettante genialità. Eppure la sua descrizione è in così netto contrasto con l'intelligenza superficiale, il Q.I., che la società odierna considera genio, che dapprima ero stato tentato di negare la realtà. No, queste cose non potevano essere state scritte da un genio. Ma lo erano. Semplicemente, Darwin aveva descritto la propria mente con la stessa tranquilla onestà che usava per descrivere qualsiasi esemplare scientifico, e a quanto sembrava ciò che costituiva il genio in biologia evoluzionistica non corrispondeva alla concezione popolare propria dell'era della realtà virtuale. Il druido proseguì:

Non possiedo una grande immediatezza di apprendimento o arguzia. ... Sono dunque un critico scarso: quando li leggo la prima volta, articoli e libri suscitano di solito la mia ammirazione, ed è soltanto in seguito a una considerevole riflessione che ne percepisco i punti deboli.

La mia capacità di seguire una lunga concatenazione di pensieri di natura puramente astratta è molto limitata.

La mia memoria è capiente ma confusa: basta mettermi sull'avviso accennando vagamente al fatto che ho osservato o letto qualcosa che contraddice le conclusioni cui ero giunto... e dopo un poco riesco di solito a ricordare dove andare a cercare le mie fonti. La mia memoria è in un certo senso così scarsa che non sono mai stato in grado di ricordare per più di qualche giorno una sola data o un singolo verso di una poesia.

Non sono molto scettico un modo di vedere le cose che ritengo nocivo al progresso della scienza: è opportuno che un uomo di scienza possieda una buona dose di scetticismo per evitare molte perdite di tempo...

Guardai lo spettro e rammentai quanto profondamente mi avessero colpito le sue osservazioni, che combaciavano con il faticoso lavorio dei miei stessi circuiti. Avevo trovato un mentore che mi nutrisse e mi proteggesse dalle abbacinanti menti universitarie con cui ero di stanza.

Sull'altro piatto della bilancia c'è però il fatto che credo di essere più dotato della gente comune nel notare cose che facilmente sfuggono all'attenzione, e nell'osservarle attentamente.

A quanto mi è dato di capire, non sono fatto per seguire ciecamente le indicazioni degli altri.

Io... abbandono la mia ipotesi, quale che sia, e per quanto mi ci fossi affezionato... non appena i fatti si dimostrano contrari... perché, con l'eccezione delle barriere coralline, non ricordo una sola ipotesi iniziale che non sia stato necessario a un certo punto abbandonare o modificare radicalmente.

probabile che questa blanda e modesta ammissione avesse avuto sulla mia vita un impatto pratico e filosofico superiore a qualsiasi altra cosa Darwin avesse scritto. Suggeriva esplicitamente che la mente è qualcosa di limitato e che pensare significa cercare a tastoni. Da quel momento in poi avevo sempre tenuto ben presente il fatto che un'idea, per quanto possa sembrare vera nel momento in cui nasce, non è altro che vana speculazione fino a quando la sua correttezza non viene dimostrata dalla sperimentazione o dall'esperienza. La maggior parte delle ipotesi non possono essere verificate con rigore scientifico, e dunque tutto ciò che riteniamo giusto e vero comprese le nostre credenze più sacre andrebbe preso con un sorriso scettico, perché la mente umana è un giullare di corte.

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Darwin, pur non essendo esente dai ritmi giornalieri, non mostrava pattern così ben definiti. Questo era molto evidente dalle sue ronde quotidiane, che erano impossibili da prevedere. Non faceva mai lo stesso percorso alla stessa ora o per più giorni di seguito. E così per i posti in cui dormiva. Ogni settimana o giù di lì si sceglieva un nuovo giaciglio. A volte passava un'intera notte ad aggirarsi di tanto in tanto per l'appartamento, implorandomi di farlo uscire. La notte successiva scivolava in un sonno comatoso e non si sognava di aver voglia di uscire fino al mio risveglio il giorno dopo.

Osservazioni come queste mi riportarono al pensiero biologico e riflettei sulle cause sottostanti l'esperienza personale cause che non raggiungono il controllo cosciente che fanno sì che siamo ciò che siamo. Poiché avevo notato la stessa casualità nel comportamento di tutti i gatti che avevo osservato dalla mia posizione di vantaggio al primo piano, conclusi che si trattava probabilmente di una caratteristica innata dei predatori, di un adattamento che manteneva la preda nell'incertezza, nell'impossibilità di prevedere dove sarebbe stato sferrato il prossimo attacco. Darwin si comportava in maniera sensata dal punto di vista evolutivo.

Cominciai anche a riconoscere sulle sue abitudini la firma della neotenia. Neotenia significa mantenimento di tratti giovanili in età adulta, e al di là del fatto che in molti siamo stati accusati di ciò in merito al nostro comportamento personale, si dice che noi esseri umani in quanto specie siamo scimmie neoteniche, perché allo stadio adulto abbiamo caratteristiche morfologiche proprie delle scimmie immature. Un esempio tipico è quello della sottigliezza e della fragilità del cranio umano, che assomiglia a quello di uno scimpanzé giovane. Tutto l'opposto delle massicce creste e delle spesse piastre ossee del cranio delle scimmie antropomorfe adulte.

Il termine neotenia si applica anche al comportamento e ha un fondamento genetico. A mano a mano che Darwin e io diventavamo più intimi, avevo cominciato a rendermi conto del fatto che il suo comportamento corrispondeva in gran parte a quello di un cucciolo. Se gli si accarezzava la schiena, si allungava e massaggiava il tappeto con i polpastrelli e con le unghie proprio come un micino massaggia le mammelle della madre durante l'allattamento. Di fatto, molte delle posizioni e dei gesti che trovavo così affascinanti erano quelli di un gattino che manipola sua madre. Dopo un poco cominciai a vedere questi segni dappertutto, nel modo in cui mi chiedeva da mangiare, tentando di bloccare i miei occhi e di penetrarmi nell'anima, nel modo in cui si strofinava sulle mie gambe quando desiderava qualcosa, nei mugolii e nel pianto che erano così simili a quelli dell'infante umano.

Un gatto selvatico, d'altro canto, si sarebbe comportato in modo molto diverso. Se Darwin fosse nato da genitori selvatici, dal Felis sylvestris ancestrale, sarebbe diventato molto più ombroso e nervoso. Avrebbe avuto un atteggiamento distaccato e riservato, non avrebbe chiesto né favori né asilo, e se provocato avrebbe reagito con la più feroce autodifesa. In altre parole, sarebbe cresciuto fino a diventare un vero adulto. Avrebbe acquisito la durezza e l'aggressività di cui avrebbe avuto bisogno per sopravvivere, possedere un territorio e accedere alle femmine in calore, e sarebbe stato molto difficile, se non impossibile, da controllare. Per via dei suoi geni selvatici, sarebbe stato poco adatto alla compagnia dell'uomo, e persino pericoloso.

Come animale domestico, la persona media vuole un animale che rimanga bambino. I bambini, se cresciuti con la disciplina tradizionale, possono essere costretti a sottomettersi assecondatemi un momento forzati a prendere una determinata direzione e ad accettare di farsi addestrare, modellati secondo il volere degli adulti. L'allevamento dei bambini non è forse essenzialmente un lavoro mirato a ottenere dei bravi adulti, timorosi di Dio, con dei buoni valori e un buon carattere, fatti a immagine e somiglianza dei loro genitori? La natura ci offre dunque l'opportunità di una "finestra" temporale in cui possiamo dar forma e modellare il bambino, prima che diventi un grosso adulto peloso con gli anelli al naso, i tatuaggi ovunque e quell'atteggiamento di sfida, quella forza e quell'ostinazione con le quali si opporrà ai nostri tentativi di dominarlo. Oh, com'è neotenico tutto questo. Proprio come i micini selvatici crescono e diventano gatti selvatici, i bambini crescono e diventano esseri umani. Forse l'obiettivo fondamentale di tutte le domesticazioni è prolungare la durata di questo periodo di influenzabilità genetica fino all'animale adulto, per creare un essere che possiamo piegare ai nostri voleri e alle nostre necessità emotive.

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