Copertina
Autore Ferenc Karinthy
Titolo pépé
EdizioneVoland, Roma, 2003 [2001], Intrecci 24 , pag. 220, dim. 144x205x15 mm , Isbn 978-88-86586-92-4
Originalepépé
EdizioneDenol, -, 1998
TraduttoreAgi Berta
LettoreGiovanna Bacci, 2003
Classe narrativa ungherese
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Pagina 7

Più tardi, ripensando a quanto era successo, Budai se lo sarebbe spiegato solo con la confusione dello scalo; certamente ha preso un aereo diretto altrove, errore sfuggito anche agli impiegati dell'aeroporto. Non c'è modo di ricostruire in quale direzione e per quanto tempo abbia volato perché appena ha potuto abbassare lo schienale del sedile, si è addormentato al rullio dei motori. esausto, nei giorni precedenti aveva lavorato davvero tanto quasi senza riposarsi, alle solite incombenze si era aggiunta anche la preparazione del discorso per il Congresso filologico di Helsinki, dove è appunto diretto. Durante il viaggio lo svegliano una sola volta per servirgli il pranzo, ma poi si addormenta di nuovo, forse per dieci minuti, forse per dieci ore o magari di più... senza orologio, perché intende comprarsene uno nuovo e gli secca, al ritorno, presentarsi alla dogana con due orologi, non ha quindi la più pallida idea di quanto si è allontanato da casa. Che non si trova a Helsinki lo capirà solo più tardi, giunto in città: improvvisamente si rende conto di non sapere dov'è finito. All'aeroporto i passeggeri sono saliti su un pullman, la notte è buia, fredda e ventosa e lui ancora imbambolato dal sonno. L'autobus fa diverse fermate, molti passeggeri scendono. Budai, che è già stato a Helsinki, cerca invano il lungomare o qualche edificio familiare. Quando poi, poche fermate dopo, l'autobus si svuota completamente, il conducente gli fa segno di scendere. Si trova davanti alla porta a vetri di un albergo, ma la folla brulicante del marciapiede lo trascina via dai suoi compagni di viaggio, e ci mette un bel po' di tempo ad attraversare la corrente umana che ininterrottamente affluisce da entrambe le direzioni. L'usciere, un gigante obeso in pelliccia, con un berretto ornato di galloni d'oro, lo saluta con un gentile gesto d'ossequio e spinge la porta girevole, ma quando Budai gli si rivolge in finlandese è evidente che non lo capisce, infatti gli risponde in una lingua sconosciuta, poi lo invita a entrare, perché non c'è tempo, nuovi ospiti premono per riversarsi al suo seguito nella hall.

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Alla fermata successiva decide di scendere, proprio dove la maggior parte dei passeggeri se ne va lasciando i vagoni quasi vuoti. La folla s'indirizza verso una specie di stadio, una costruzione mastodontica di cemento che sembra nuotare grigia nell'aria come una nave transoceanica. Da lontano si sente il vociare degli spettatori. Il tempo volge al sereno, aerei solcano il cielo pomeridiano. Budai compra un biglietto e sale sulle scale posteriori insieme all'orda di gente, fino all'ultima fila dellà tribuna. Nello stadio, largo diverse centinaia di metri, nereggia una folla immane; i posti a sedere sono tutti occupati ma su, dove si ammassano gli spettatori in piedi, continuano ad arrivarne di nuovi, la folla è sempre più compatta, tanto da far temere che il colossale stadio possa crollare. In basso è difficile distinguere la platea dal campo da gioco, tanto è gremito: ci sono almeno due-trecento giocatori, con più di quindici tipi di maglie diverse, che corrono senza apparente ordine logico. Il pubblico rumoreggia, protesta; vicino a lui un tizio magro con un berretto giallo, la faccia mal rasata e vagamente somigliante a quella di un gatto, urla fuori di sé con voce rauca, agitando il pugno verso il campo - ma Budai non capisce niente, cerca di seguire i movimenti dei giocatori, di comprendere le regole o almeno lo scopo del gioco, ma non riesce nemmeno a contare le squadre che stanno giocando. Il campo quadrato è diviso da linee rosse e bianche in spazi più piccoli; ci sono almeno otto palloni, i giocatori prendono la palla con le mani, con i piedi e con la testa, lanciandola in varie direzioni, e alcuni la tengono tranquillamente in mano mentre discutono animatamente tra di loro. Non si vedono né porte né reti, il campo è delimitato da una grata in alcuni punti alta cinque o sei metri, che scende fino all'altezza della spalla; lì il tumulto dei giocatori è più intenso, sembra formare un muro compatto. Improvvisamente un giocatore con la palla in mano si stacca dal gruppo e si arrampica velocemente sulla grata con l'evidente scopo di uscire dal campo. I compagni, appena si rendono conto di quel che succede, si lanciano all'inseguimento, cercando di tirarlo giù mentre il giocatore nel frattempo è riuscito a guadagnarsi una posizione abbastanza stabile. inutile, nonostante gli sforzi non riesce a liberare la gamba sinistra dalla presa di quelli sotto di lui, che sono in tanti e non lo mollano, e che infine riescono a strattonarlo giù: cade sull'erba e perde pure la palla ma, una volta riportato sul campo, gli altri lo lasciano in pace, allora nessuno si interessa più a lui. Sull'altro lato del campo un altissimo negro con una maglia a righe riprova a uscire, scatta fulmineo e proprio là, dove la grata è più alta; in pochi secondi riesce ad arrampicarsi con l'abilità di una scimmia e sembra proprio avercela fatta. Tutti i giocatori corrono per prenderlo, anche quello appena riacchiappato, e lo beccano solo per un pelo, gli si appendono alle gambe strattonandolo, incuranti dei calci che arrivavano dall'alto, e infine, anche questa volta vince la maggioranza e il negro cade a terra. Grida di minaccia e di incoraggiamento si confondono nell'esultanza generale per Budai comunque non è chiaro per chi faccia il tifo il pubblico. Quando qualcuno cerca di lasciare il campo sembra avere la simpatia degli spettatori, ma appena riacciuffato e strattonato, pare diventare lui il perdente, e il pubblico passa a incitare gli avversari con la stessa foga sanguinaria.

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Tuttavia alla fine la spedizione non risulta proprio inutile. A un certo punto infatti vede passare un poliziotto con il manganello e gli viene in mente un'idea geniale nella sua semplicità e, senza ombra di dubbio, risolutiva. entusiasta per averla trovata. Farà in modo di farsi arrestare con un pretesto qualsiasi, e una volta al commissariato saranno costretti a interrogarlo e a chiamare un interprete per capirlo e farsi capire, e allora, finalmente, potrà spiegarsi... Torna di corsa nella sua stanza per escogitare con calma il modo migliore e più sicuro per essere arrestato. Provocare una rissa, molestare i passanti, rompere la vetrata di un negozio o di una cabina telefonica. O magari squarciare le gomme delle automobili ferme al semaforo, oppure distruggere i lampioni, ma anche far scoppiare un piccolo incendio in un parco o in una piazza. Sente tuttavia di avere ancora qualche resistenza verso gli atti di vandalismo e ha anche paura della reazione dei passanti ancora prima di essere arrestato. Nel centro storico aveva visto una fontana con un elefante di pietra: e se si fosse spogliato per fare un bagno? Magari basta anche solo svestirsi in mezzo alla strada, ma il suo innato buongusto si ribella. E se simulasse un malore, una crisi epilettica con la schiuma di sapone in bocca, come fanno gli imbroglioni?

Non riesce a trovare una soluzione, scende di nuovo e decide di affidarsi all'ispirazione del momento. E l'attesa non è troppo lunga, sul lato esterno del marciapiede vede avanzare un poliziotto tra la folla di passanti. Budai fa un respiro profondo e cerca di raggiungerlo, per tre volte sembra esitare ma poi raccoglie tutto il suo coraggio e colpisce al petto il poliziotto con un pugno secco. Il poliziotto probabilmente s'immagina che quel gesto sia causato dalla folla, e si fa da parte per farlo passare. Budai si costringe a risvegliare in sé una rabbia che non prova, e con un nuovo colpo gli fa cadere a terra il berretto: l'uomo ha la fronte bassa, lucida e rossa sotto i capelli corti. A quel punto reagisce, soffia con rabbia nel fischietto e comincia a colpire con il manganello il cranio nudo del suo assalitore con una tale forza, che al secondo colpo Budai perde i sensi...

Si risveglia in un luogo chiuso, in movimento, al buio, un filo di luce filtra da una piccola grata: probabilmente la macchina della polizia. Gli gira la testa, tastandosi si accorge di avere due bernoccoli doloranti grandi come una noce. Eppure si sente invaso da un ottuso senso di soddisfazione, perché è riuscito a raggiungere il suo scopo, o meglio, sta per raggiungerlo... Il viaggio è piuttosto lungo, e per una buona mezz'ora rimane seduto lì sulla panca di legno, intontito dai colpi ricevuti. Fuori comincia a piovere, sente il ticchettio delle gocce sul tetto della macchina: la monotonia di quel rumore lo fa addormentare di nuovo.

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Pagina 175

Ma quest'usciere sta sempre qui, non ha un turno da rispettare? Guardandolo meglio non è più sicuro che sia lo stesso di prima. Se è un altro, comunque, gli assomiglia in modo incredibile, e non solo per la pelliccia e il berretto d'ordinanza: stesso sbattere assonnato delle palpebre, stessa testa da zuccone, faccia gonfia, indefinita, e immancabile sguardo ebete.

Passano le ore senza che succeda niente. Comincia a piovere, e Budai si ripara sotto la tettoia della porta. L'uscire lo lascia fare, non lo guarda nemmeno. débé invece non arriva, non si vede da nessuna parte, Budai non sa nemmeno se ci sia qualche speranza di rintracciarla. Se è vera l'ipotesi che lui ha dovuto lasciare l'albergo a causa della loro storia, allora è coinvolta anche lei, la complice. Magari l'hanno licenziata, buttata fuori? In questo caso può aspettarla qui all'infinito!

Sta quasi morendo di fame, è stanco, depresso per l'agitazione della giornata, per il gran camminare, si appoggia al muro per sostenersi. Cerca però di reagire: cosa potrebbe tentare ancora? Distogliere l'attenzione dell'usciere? Come i bambini quando indicano dietro la schiena dell'avversario o lanciano qualche oggetto per farlo girare dall'altra parte? Cosa potrebbe distrarre 1'irremovibile guardiano? Poco probabile che una pietruzza o una carta appallottolata possano trarlo in inganno, è troppo diffidente. Dovrà sacrificare ben altro, rischiare, ha imparato che in questa città nessuno ti regala niente...

Con un sospiro amaro prende tutti i soldi che ha in tasca e in un momento relativamente calmo in cui la folla sembra un po' diminuita, li lancia davanti all'usciere. Possiede solo spiccioli, e le monete rotolano sul marciapiede con squillante tintinnare. Ha fatto bene i suoi conti: il guardiano si desta e si inchina curioso per vedere cosa sta succedendo. Budai approfitta del momento per sgusciare alle sue spalle.

Raggiunge la porta e sta quasi per entrare quando arriva un gruppo numeroso che proprio allora si dirige all'esterno: è assurdo che la stessa porta sia adibita a uscita e a entrata in un albergo cosi trafficato... Sono tantissimi, bei ragazzi alti, alcuni di colore, sembrano allegri, scherzosi, forse sono degli sportivi o qualcosa del genere perché indossano tute rosse, simili a quelle che ha visto allo stadio. Formano un gruppo compatto impossibile da forzare, e quando sono finalmente fuori - erano almeno venti, forse venticinque - il portiere ha ripreso la sorveglianza con la dedizione di un Cerbero.

Budai, seccato, cerca almeno di recuperare i soldi utilizzati, magari per riprovare il trucco, ma riesce a raggiungere solo i più lontani perché l'usciere mette il suo enorme piede proprio dove le monete sono di più. Crede che stia scherzando e tenta di spostarlo, di spingerlo via, ma quello rimane immobile. Tutta la rabbia di Budai si concentra contro il grassone e gli assesta un bel calcio. L'uscire fischia e Budai fugge.

A un isolato di distanza si ferma a riprendere fiato, e si chiede perché si è spaventato tanto da scappare via. Evidentemente il fischietto gli ha fatto ricordare l'avventura con la polizia, e non ha davvero la minima voglia di ripassarci un'altra volta. Molto probabilmente il tizio ha fischiato per chiamare le guardie. E in ogni caso lo consola il pensiero di avergli almeno mollato un bel calcio, il minimo che potesse fare per scaricare tutta l'ira accumulata... Ha sonno, quasi non ce la fa a rimanere in piedi, è anche terribilmente affamato. Non ha nessuna speranza di poter tornare in albergo e, ammesso di riuscire a entrare, certo non gli darebbero una camera dove stendersi: questo è emerso chiaramente dall'atteggiamento del portiere. Potrebbe rifugiarsi nell'atrio, magari provare a sedersi lì.

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