Copertina
Autore Athanasius Kircher
Titolo Vita del Reverendo Padre Athanasius Kircher
SottotitoloAutobiografia
EdizioneLa Lepre, Roma, 2010, I saggi , pag. 124, ill., cop.fle., dim. 13,5x21x1 cm , Isbn 978-88-96052-22-8
OriginaleVita Admodum Reverendi P. Athanasii Kircheri [1684]
CuratoreFlavia De Luca
PrefazioneIngrid Rowland, Eugenio Lo Sardo
LettoreGiangiacomo Pisa, 2010
Classe biografie , storia moderna , religione
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Indice


   7 Prefazione
    Ingrid Rowland

 13 Nota del curatore
    Flavia De Luca

 17 VITA DEL REVERENDO PADRE ATHANASIUS KIRCHER

 95 Note

111 Postfazione
    Eugenio Lo Sardo

119 Indicazioni bibliografiche

123 Indice dei nomi e dei luoghi notevoli citati da Kircher


 

 

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Pagina 7

Prefazione



Dopo secoli di relativa oscurità, la figura del gesuita Athanasius Kircher (1602-1680) conosce una nuova popolarità, non solo tra gli studiosi, ma anche presso un pubblico sempre più vasto. La molteplicità di discipline a cui dedicò le sue ricerche, da sempre oggetto di ammirazione, è ancora più apprezzata oggi, in un'epoca in cui ogni campo di studio viene frazionato fra sterminate schiere di specialisti. Allo stesso tempo l'abilità con cui Kircher sapeva utilizzare il potere della parola e dell'immagine nei suoi grandi libri di divulgazione per non parlare del suo "istinto pubblicitario", spesso, criticato dai suoi contemporanei si rivela quanto mai attuale, ora che i mezzi di comunicazione e il mondo dello spettacolo riscoprono il theatrum mundi dell'universo barocco, per il quale manifestano una profonda simpatia. Persino l'indipendenza intellettuale che Kircher aveva saputo conquistarsi nella Compagnia di Gesù, in piena Controriforma, in un mondo spesso repressivo e caratterizzato da angusti orizzonti, lo rende un personaggio quanto mai attraente ai nostri giorni. L'era della globalizzazione non può che riconoscersi in questo tedesco costretto dalle guerre religiose a lasciare la terra natìa per passare la seconda metà della sua lunga vita a Roma, diventando, non diversamente dall'attuale pontefice, tanto romano quanto tedesco, cittadino del mondo e anima vagante, eternamente spaesata.

Agli inizi del secolo scorso, invece, l' Enciclopedia Britannica (nell'undicesima edizione del 1909-11) poté liquidare il nostro con parole sprezzanti: «Il Kircher era un uomo di grande e varia erudizione, ma particolarmente privo di giudizio e discernimento critico». Senza dubbio il gesuita aveva sposato teorie ormai screditate, come quella della generazione spontanea di insetti e piante, già confutata da Francesco Redi nel 1668, tre anni dopo la pubblicazione del monumentale Mundus Subterraneus del 1665, sommo resoconto degli studi del Kircher in questo campo. Va notato, però, che fu proprio questo imponente lavoro a proporre per la prima volta l'idea che la superficie terrestre sia soggetta a importanti moti di scorrimento, per cui Kircher è universalmente riconosciuto dai geologi odierni come il padre della teoria delle placche tettoniche, ipotesi non accreditata in pieno prima degli anni Sessanta del Novecento. Forse ci voleva un grande scienziato contemporaneo (anch'egli grandissimo divulgatore e grande, instancabile curioso), il paleontologo americano Stephen Jay Gould , per cogliere in pieno il significato dell'impresa kircheriana, su tanti piani allo stesso tempo.

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Pagina 31

CAPITOLO III
Ammissione e ingresso nella Compagnia di Gesù



Avevo appena ottenuto dal Padre provinciale la licenza di entrare nella Compagnia quando Dio nella sua Clemenza volle mettere alla prova il suo servo con nuove tribolazioni.

Era il mese di gennaio del 1617 e tutti i fiumi erano gelati; con i miei compagni, ero uscito per fare i giochi sul ghiaccio che sono abituali in quella stagione. Io ero desideroso di gloria e, volendo mostrare la mia abilità nella corsa sul ghiaccio, cercavo a tutti i costi di superare gli altri in abilità e velocità, infiammato da una vanità infantile.

Dopo varie prove di agilità accadde però che, mentre cercavo di battere un ragazzo più bravo di me, non riuscissi a frenare lo slancio che mi ero dato cadendo sul ghiaccio, a gambe divaricate, procurandomi una grandissima ernia.

Questa si andava ad aggiungere ai geloni ai piedi che avevo contratto quasi nello stesso tempo a causa del freddo nelle lunghe veglie notturne trascorse nello studio. I miei mali erano tanti più gravi perché uno solo di essi sarebbe stato sufficiente a non farmi ammettere nella Compagnia di Gesù, all'ingresso nella quale tanto agognavo.

Avevo quindi stabilito di sopportare tutto in silenzio per non rendere manifeste ai superiori le mie malattie.

Intanto l'ernia cresceva di giorno in giorno e i geloni si aggravavano anche perché non mi curavo in alcun modo e non parlavo a nessuno dei miei dolori. Per un istinto divino ero armato soltanto della fiducia che la Bontà Divina unica a conoscere il mio stato mi avrebbe fatto guarire a tempo debito, soprattutto perché disprezzavo ogni aiuto umano e riponevo tutte le mie speranze nella Provvidenza Divina, certo che Dio, al servizio del quale intendevo dedicare la mia intera vita, fosse quasi obbligato a restituirmi la salute.

Ero pieno di tale assoluta fiducia in Dio, quando giunse l'ordine di prepararmi ad andare a Paderborn per il noviziato.

Solo Dio, che conosce il cuore di ognuno di noi, sa quanto abbia sofferto durante il cammino, oppresso da tanti mali.

Nonostante tutto, superata ogni difficoltà, giunsi a Paderborn il 2 ottobre 1618 per cominciare il mio noviziato nella Compagnia di Gesù.

Ma, sin dal primo giorno non potei nascondere le sofferenze dalle quali ero tormentato. Infatti, il terribile dolore ai piedi mi faceva camminare in modo incerto e io fui costretto a rivelare uno dei miei mali ai Superiori che avevano notato il mio modo di camminare.

Quando il chirurgo mi visitò, attonito per l'orrore, dichiarò subito che la situazione era incurabile; infatti i geloni erano andati in cancrena a causa delle eccessive fatiche del viaggio. Nel frattempo nascondevo nel profondo l'altro malanno per non far sapere che ero affetto da due malattie senza rimedio.

Poiché nessuna cura datami dai medici sembrava giovarmi, mi fu comunicato che, se nel giro di un mese non ci fosse stato alcun miglioramento, avrei dovuto abbandonare l'ordine. Costernato da questa notizia, non avevo altra possibilità che quella di affidarmi alla Madre di Dio, mio unico rifugio.

Durante la notte, prostrato in terra davanti ad una statua della Vergine che era nel coro, con le lacrime agli occhi come un figlio disperato, rivolsi alla Madre, unica salute degli uomini, preghiere ardenti, in forme e modi tali che lascio al lettore immaginare.

Improvvisamente sentii di essere stato esaudito; fui invaso da una straordinaria pace interiore ed ebbi la certezza di essere guarito. Mi rialzai e tornai nel mio letto, dove sprofondai nel sonno. La mattina dopo, appena sveglio, mi guardai le gambe trovandole entrambe perfettamente guarite; mi accorsi inoltre che anche l'altro male era sparito.

Esultando per la gioia, aspetto la visita del chirurgo. Appena arrivato, egli esamina le gambe e, trovando solo le croste lasciate dai geloni, grida al miracolo: subito sono chiamati i Superiori che, esaminate le ferite, hanno una conferma di quanto affermato dal medico. Tutti allora lodano Dio e la sua Santissima Madre per bontà e intercessione della quale mi era toccata una cura così miracolosa.

Ho voluto qui descrivere tutto ciò per incitare gli animi ad onorare Dio e per diffondere il culto della Beatissima Vergine.

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Pagina 92

Il giorno seguente, che era la Domenica delle Palme, riprendemmo la rotta ma il mare infuriava e le onde erano incredibilmente alte. Giungemmo a Rocchetta ma, appena scesi a terra, ci fu una nuova scossa talmente forte che saremmo dovuti risalire in barca per sfuggire al pericolo provocato dalla violenza intollerabile del terremoto. Lì vicino c'era una casa atta ad accogliere i pellegrini che raggiungemmo sperando di trovare un po' di quiete. Ma quando le scosse ricominciarono io, presago del fatto che incombeva una grande sciagura, dissi apertamente: "Chi vuole salvarsi deve tornare sulla spiaggia con me". Convinti da queste parole i compagni mi seguirono, abbandonando immediatamente la casa. Ci fu concessa una mezz'ora scarsa per trattenerci sulla spiaggia, quando ecco di nuovo la terra trema con ancora maggiore ferocia e con le sue scosse violente, fa crollare molte cose tutto intorno, compreso il rifugio che avevamo abbandonato solo poco prima. Di questo rimane solo un cumulo di sassi e calce.

Come possibile in quella situazione, ringraziammo Dio che ci aveva salvato da un pericolo terribile grazie ad una premonizione miracolosa. Mentre cercavamo un luogo che fosse sicuro, in quella spaventosa escandescenza della terra, avanzammo ancora e giungemmo a Lopizio, a metà strada tra Tropea e Sant'Eufemia, cercando venti favorevoli con i quali poter traversare il golfo, terrorizzati da una parte per il mare che infuriava con i suoi vortici e dall'altra dalla grande rovina di villaggi e fortezze, non sapendo dove andare. Mentre eravamo travagliati da queste avversità io, che guardavo attentamente Stromboli, distante circa sessanta miglia, notai che ardeva in modo incredibile; era completamente avvolto dal fuoco e sembrava che eruttasse monti di fiamme, spettacolo orrendo a vedersi, temibile anche per l'animo più intrepido. Nel frattempo si sentiva un suono simile a quello del tuono, leggermente attutito dalla distanza remota da cui proveniva, che si accresceva via via nei cunicoli sotterranei, fino a raggiungere un luogo proprio sotto di noi. La terra fu scossa con tanta forza e violenza che ognuno, non riuscendo più a restare saldo sui propri piedi, fu costretto ad afferrare un arbusto, una pianta o qualcosa che cresceva sulla spiaggia per sostenersi e per evitare lesioni provocate dallo scuotimento eccessivo.

In quella stessa ora avvenne qualcosa di eterno e immortale, degna di essere ricordata, ovvero la distruzione della celebre città chiamata Sant'Eufemia. Questo luogo, situato nell'estremità del golfo, era sotto la giurisdizione dei Cavalieri di Malta. A causa della violenza delle scosse, ci eravamo gettati in terra, come privi di vita, tuttavia, una volta terminato il parossismo della Natura ci guardammo intorno e vedemmo che la città appena ricordata era avvolta da una nuvola molto spessa, cosa straordinaria e mirabile visto che erano le tre del pomeriggio e il cielo era sereno. Quando la nuvola si diradò un poco, cercammo con gli occhi la città ma non la trovammo: un lago putrido si era aperto al suo posto, evento davvero straordinario a dirsi. Cercammo qualcuno che sapesse qualcosa del fatto eccezionale, ma non trovammo nessuno in grado di darci informazioni sullo straordinario accadimento e sulla catastrofe. I marinai, attoniti per questo spettacolo e presi dal panico, gettati i remi si battevano il petto e imploravano la misericordia divina aspettando di subire la stessa sorte o l'arrivo del giorno del Giudizio. Furono consolati e assolti attraverso il Sacramento della Confessione e, con la guida di Dio, giungemmo sul litorale opposto attraverso il mare mugghiante. Scesi a terra, di nuovo cercammo qualcuno ma anche questa volta non trovammo nessuno se non un bambino seduto sulla spiaggia, reso muto dallo stupore. Gli chiedemmo che cosa fosse successo a Sant'Eufemia ma non riuscimmo ad estorcergli una parola, la paura infatti e l'evento straordinario lo avevano privato della parola e del senno; non riuscimmo a rincuorarlo né con parole piene di commiserazione né con alcun atto di carità; egli rifiutava tutto il cibo che gli offrivamo, come carico di un dolore e di una tristezza eccessivi. Sembrava soltanto continuare a ricordare la catastrofe di Sant'Eufemia, indicando il luogo con un dito. Il bambino non aveva pace, con il volto angosciato e ormai come un uomo privo di senno, fuggendo da noi si nascose in un bosco vicino e non riuscimmo più a vederlo. Noi riprendemmo la strada e passammo per Nicastro, Amantea, Paola, Belvedere non scorgendo altro, per circa duecento miglia, che distruzione di città, strage orrenda di castelli, uomini che vagavano nei campi, resi folli dal terrore, come se fosse imminente il giorno del Giudizio.

Viste queste cose con grande stupore e dolore, attraverso mille pericoli del mare in tempesta, giungemmo a Napoli dopo un viaggio davvero infausto.

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