|
|
|
| << | < | > | >> |IndiceTurno di notte 5 Il bagno 99 Corvi 197 Il lato oscuro 257 La ricompensa 361 Appartamento 412 445 La via d'uscita 531 |
| << | < | > | >> |Pagina 5Arrivò al posteggio prima dell'ora stabilita. Scesa dall'auto fu avvolta dall'umida, fitta oscurità di luglio. Era forse il caldo afoso a farle apparire ancora più cupe quelle tenebre. Masako Katori si sentì soffocare e levò lo sguardo al cielo senza stelle. La pelle, che in auto si era mantenuta fresca e asciutta grazie al climatizzatore, divenne subito sudata e appiccicosa. Un odore di olio fritto, proveniente dallo stabilimento di pasti precotti in cui tra poco avrebbe iniziato il suo turno di notte, si mescolava quasi indistintamente alle folate di gas di scarico che giungevano dalla Shin-Oume-Highway. «Voglio tornare». Queste parole le affiorarono alla mente non appena l'odore raggiunse il suo naso. Non sapeva come le fosse venuta in testa quell'idea, né dove voleva tornare. Ovviamente non nella casa da cui era appena uscita. Perché non voleva tornare a casa? E dove avrebbe voluto andare? La sensazione di avere smarrito la strada irritò Masako. Nelle lunghe ore tra la mezzanotte e le cinque e mezzo del mattino avrebbe dovuto riempire di cibo le scatole che le sarebbero passate davanti sul nastro trasportatore, senza un attimo di pausa. La paga oraria era alta, per essere un'attività a part-time, ma il lavoro era faticoso, poiché la costringeva a rimanere in piedi. Non si sentiva per niente in forma: non era la prima volta che, al pensiero della sfacchinata che l'aspettava, veniva assalita dai crampi. Tuttavia quella notte provava una sensazione diversa, indefinibile. Si accese una sigaretta, e per la prima volta le venne in mente che lo faceva per coprire l'odore dello stabilimento. L'edificio sorgeva solitario alla fine della strada che costeggiava il muro grigio di una gigantesca officina meccanica, nel cuore di Musashi-Murayama. Intorno non vi erano che campi polverosi e piccole autofficine, disseminate in un territorio piatto su cui dominava un cielo immenso. Il parcheggio si trovava a tre minuti a piedi dalla fabbica, oltre l'area desolata dello stabilimento. Per costruirlo si erano limitati a spianare un ampio terreno e a segnare provvisoriamente i posti per le auto con strisce di plastica, ricoperte a tratti di polvere e sabbia e poco visibili. I furgoncini e le utilitarie degli operai erano posteggiati alla rinfusa. Era praticamente impossibile accorgersi se qualcuno era laggiù in agguato, nascosto nell'ombra dei cespugli o delle auto. Quest'idea rendeva il luogo ancora più inquietante. Masako si guardò intorno con circospezione e chiuse a chiave la macchina. Udì uno stridio di gomme e la luce gialla dei fari illuminò per un attimo i cespugli. Una Golf cabriolet verde con la capote sollevata entrò nel parcheggio e si avvicinò. La faccia pienotta di Kuniko Jonouchi accennò un inchino. | << | < | > | >> |Pagina 73A Yayoi ritornarono in mente gli avvenimenti della sera prima e all'improvviso sentì l'odio ribollire in sé.Se almeno non fosse più tornato a casa! Non lo voleva più vedere! «Ah, sei tu...» Kenji si voltò. «Com'è che sei ancora qui?» Che avesse fatto a pugni? Aveva le labbra gonfie e sanguinava. Tuttavia Yayoi non disse niente e rimase immobile come se avesse messo radici. Non sapeva come fare a contenere l'impetuosa corrente di odio che la attraversava. Kenji brontolò: «Be', cos'hai da guardare? Una volta tanto potresti anche essere carina con me!» In quell'istante la pazienza di Yayoi si ruppe come un filo. Veloce come un fulmine si tolse la cinghia dei pantaloni e la strinse attorno al collo del marito. «Ehi!» esclamò sorpreso Kenji cercando di voltarsi a guardarla. Ma Yayoi continuò a tirare con forza, obliquamente, verso di sé. Kenji tentò di afferrare la cintura, ma ormai non c'era più spazio per le dita, la cinghia gli era penetrata nella carne del collo. Yayoi lo guardò con calma mentre tentava affannosamente di strappare la cintura. Quindi tirò verso di sé con tutte le sue forze. Era buffo vedere come il collo di Kenji si piegava all'indietro e le mani, che avevano ormai smesso di cercare di afferrare la cintura, annaspavano nell'aria. Doveva soffrire di più. Un uomo così non meritava di stare al mondo, non lo voleva più tra i piedi. Yayoi puntò il piede sinistro ancora nudo sul pavimento e premette il destro sulla spalla del marito per spingerlo in avanti. Dalla gola dell'uomo usciva un rantolo simile al verso di una rana. Che bella sensazione! Era incredula, stupefatta della forza furiosa e della crudeltà di cui era capace. Non sapeva da dove le venivano, ma di una cosa era certa: il godimento che ne traeva era infinitamente rigenerante e liberatorio. Kenji era alla fine. I piedi ancora calzati, le gambe abbandonate storte sul pavimento di cemento dell'ingresso, accasciato sulla soglia, la testa tutta girata. «No, non ti perdono. Non ti voglio perdonare». Yayoi continuava a stringere sempre più forte. Crepasse pure qui, sul posto, pensava. Aveva in mente solo una cosa: non voleva più vedere la sua faccia, ascoltare i suoi discorsi, questo era quello che voleva con tutta se stessa. Chissà quanti minuti erano trascorsi. Kenji giaceva sulla schiena e non si muoveva più. Yayoi gli mise la mano sul collo per sentire le pulsazioni. Niente. Sul davanti dei pantaloni si allargava una macchia bagnata, evidentemente se l'era fatta addosso. Yayoi rise. «Eri tu che dovevi essere carino con me!» Non sapeva quanto tempo era rimasta lì seduta a fissarlo. Tornò in sé udendo il basso miagolio di Milky. «Che faccio adesso, piccolo Milky? L'ho ucciso», mormorò e il gatto bianco miagolò più forte. Anche Yayoi fece un piccolo grido. Aveva fatto qualcosa da cui non si poteva tornare indietro. Ma non provava rimorso, neanche un po'. Andava bene così, non poteva fare altro, era la cosa giusta da fare, continuava a ripetersi. Tornò in soggiorno e osservò con freddezza l'orologio alla parete. Erano le undici in punto. Ora di andare a lavorare. Telefonò a Masako. «Katori». Masako in persona, per fortuna. Yayoi respirò profondamente e disse: «Sono io, Yayoi Yamamoto». «Ah, sei tu, Yama-chan? Che c'è, oggi non vieni a lavorare?» «Non so. Non so cosa devo fare». «Perché?» La voce di Masako era preoccupata. «È successo qualcosa?» «Sì», incominciò Yayoi, e poi, decisa: «L'ho ucciso». | << | < | > | >> |Pagina 148Si era ripromessa di dormire soltanto poche ore, ma quando si destò si accorse che dalla finestra aperta entrava l'aria umida della notte. Guardò l'orologio da polso e si alzò. Erano le otto di sera. Benché fosse più fresco la T-shirt era fradicia di sudore. Aveva fatto un brutto sogno, ma non si ricordava più niente.Qualcuno aprì la porta di casa. Yoshiki o Nobuki. Si era addormentata senza neppure preparare la cena. Ancora assonnata si diresse lentamente verso il soggiorno. Nobuki stava mangiando una colazione in scatola. Doveva essere rincasato e, visto che non c'era niente di pronto, doveva essere uscito a comprarsi qualcosa al supermercato. Quando Masako si avvicinò al tavolo, Nobuki si irrigidì e non disse una parola. Poi però rimase a fissare il vuoto alle spalle della madre con aria impaurita, come se si fosse accorto che vi era qualcosa di insolito. Masako, osservandolo, ricordò che era stato un bambino sensibile. «Hai comprato qualcosa anche per me?» chiese, ma lui abbassò lo sguardo sulla scatola della colazione e inalberò la sua espressione ostinata. Ma che cosa voleva proteggere, da chi o da che cosa voleva difendersi? Lei in ogni caso aveva rinunciato già da tempo a occuparsi di lui! «Buono?» Nobuki depose le bacchette senza rispondere, lo sguardo fìsso sul cibo. Masako prese il coperchio di plastica della scatola e guardò l'etichetta: «Miki Foods, stabilimento di Higashi-Yamato. Confezionato alle 15.00». L'avesse fatto apposta o per caso, Nobuki aveva scelto una delle colazioni del suo stabilimento confezionate durante il turno diurno. Una frecciata per lei. Masako si guardò intorno, osservando la stanza perfettamente in ordine. Le venne un leggero capogiro pensando a quello che aveva dovuto fare durante il giorno sotto quello stesso tetto. Nobuki prese le bacchette e ricominciò tranquillamente a mangiare. Masako gli si sedette di fronte e rimase a guardarlo mentre continuava a mangiare muto, perso nei suoi pensieri. Di nuovo si insinuò in lei lo stesso sentimento che aveva provato nei confronti di Kuniko - un desiderio quasi selvaggio di fare pulizia nelle sue relazioni con gli altri - e fu colta da un senso di impotenza nel rendersi conto che il legame che la univa al figlio era uno di quei rapporti che non si potevano spezzare. Masako si alzò e si diresse verso il bagno immerso nel buio. Accese la luce: la stanza, spazzolata e lucidata da capo a fondo, brillava in tutto il suo splendore. Aprì il rubinetto e fece scorrere l'acqua nella vasca. Si spogliò osservando l'acqua che riempiva troppo lentamente la vasca, scese il basso gradino e fece una doccia in piedi. Si ricordò di come la notte prima, nel bagno dello stabilimento, aveva cercato di eliminare più in fretta possibile ogni traccia di Kazuo Miyamori dal proprio corpo. E poi aveva dovuto dissezionare quello di Kenji, completamente immersa nel suo sangue, i frammenti di pelle, carne e ossa che si insinuavano sotto le unghie. Tuttavia riusciva a pensare solo alle tracce di Kazuo Miyamori, e voleva lavarle via un'altra volta. Sotto lo scroscio della doccia ripensò alle parole di Yoshie: «Vivi e morti sono tutti uguali», e annuì. Un cadavere è ripugnante, ma non si muove. Mentre Kazuo avrebbe potuto cambiare la sua vita. Sì, i vivi procuravano più fastidi dei morti. | << | < | > | >> |Pagina 214Deposta la cornetta Masako guardò l'orologio: le cinque e venti.
Ombre minacciose si addensarono improvvisamente sulla sua serata, che aveva
previsto di trascorrere tranquillamente a casa, senza figlio e marito che
sarebbero rincasati chissà quando, e soprattutto senza dover andare a lavorare.
La situazione era cambiata troppo in fretta. Si stava ancora cullando
nell'ingannevole sicurezza che tutto fosse andato per il meglio, ed ecco
presentarsi davanti a lei il fallimento. Il pericolo, che finora se ne era stato
in agguato, era saltato fuori a farle lo sgambetto. Ma adesso era il momento di
dimostrare che cosa vuol dire essere padroni della situazione. Da ora in avanti,
|
|
Pubblicata scheda parziale con 10000 bytes di citazioni. Scheda completa con 16401 bytes di citazioni. Pubblicazione completa in attesa di autorizzazione dell'editore. | << | < | |