Copertina
Autore Georg Klein
Titolo Libidissi
EdizioneMarsilio, Venezia, 2004, Black , pag. 192, cop.fle., dim. 135x205x17 mm , Isbn 978-88-317-8226-5
OriginaleLibidissi [1998]
TraduttoreRobin Benatti
LettoreAngela Razzini, 2004
Classe narrativa tedesca , noir
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Pagina 7

1.

Dileggio


Qui, ai confini della città, sull'orlo del trampolino che potrebbe scagliarmi nel mio lontano mondo natale, io=Spaik aspetto il Successore. La notizia del suo arrivo mi ha spinto all'aeroporto. Sono stato portato in taxi dall'antico quartiere degli stracciaioli fino alla scalinata esterna del terrazzo aeroportuale. Per ora non mi sono mai imbattuto in uno straniero che si azzardasse a viaggiare da solo in periferia. Nemmeno il prolungato soggiorno mi permetterebbe di fare rotta verso una meta con la certezza di poterla raggiungere davvero. La città continua a rifiutarmi, trattandomi alla stregua di uno sciocco turista. È un modo piuttosto raffinato di umiliare chi da parecchio tempo non possiede più l'arroganza dello straniero di primo pelo.

Anche la popolazione locale non può muoversi con palese disinvoltura nei quartieri più interni. Il tassista è un bell'uomo e ha la fortuna di essere guercio soltanto da un'orbita. Il sudore gli gocciola sulla palpebra cicatrizzata, poi sull'occhio azzurro che gli è rimasto. Improvvisamente, dopo una mezz'ora di tragitto, ci ritroviamo a procedere a passo d'uomo lungo una viuzza tortuosa e senza cielo in cui un carretto ribaltato è sufficiente per incagliare il traffico. In casi simili, è inutile gridare, incitare, oppure tentare una retromarcia. Chi è imbottigliato nell'ingorgo deve aspettare che il maldestro commerciante abbia caricato di nuovo tutta la merce a forza di braccia e con lo scaltro aiuto degli abitanti della zona. Lo straniero ansioso di giungere a destinazione deve munirsi di pazienza, molta pazienza. Quella rassegnazione con cui dileggia se stesso, quando i pezzi impilati troppo frettolosamente sfuggono per la seconda volta alla presa e al controllo del proprietario. Ecco allora che una montagna di videocassette, oppure una catasta di tavole di canapa, scivola di nuovo sul selciato scosceso, tanto calpestato da essere levigato a specchio.

Il terrazzo del ristorante dell'aeroporto è pericolante. Le crepe larghe un palmo fendono la pavimentazione di cemento. Le riempie la sabbia portata dal vento. La piattaforma è orientata a ponente, sul lato delle piste di rullaggio. Alla lunga i puntelli di ferro aggiunti come rinforzo non potranno impedire il crollo della costruzione in calcestruzzo precompresso. Lì accanto, gli edifici del check-in sono stati innalzati dopo il mio arrivo. La recente e grande opera di edificazione venne progettata e diretta da un consorzio di società dell'Europa occidentale. Sul margine orientale delle nuove piste di decollo, gli hangar di lamiera ondulata s'inchinano brillando sotto il sole calante. Appartengono al vecchio aeroporto che fu realizzato dai militari della forza d'occupazione straniera. Più oltre si estende la città, con il luccicante nastro degli insediamenti di latta e tende che tremola nella foschia, il color ardesia dei sobborghi popolari, poi lo scuro addensamento dei quartieri altolocati, infine il Goto: le tre colline che in lontananza si congiungono in un'unica gobba nera, la parte più antica della città proibita a noialtri forestieri.

Io=Spaik bevo la cola di suleika, la peggiore delle bevande locali. Viene servita a tutti gli stranieri come una specialità. Anche noi la offriamo puntualmente ai rari ospiti dei nostri paesi d'origine come bicchiere di benvenuto. Godiamo alla vista del loro sorseggiare vagamente disgustato e tuttavia avido, mentre vengono a conoscenza del procedimento con cui si ottiene la base alcolica dell'intruglio. Il latte di giumenta viene fatto fermentare per mezzo dei batteri prodotti dagli intestini dei vitelli macellati ed è cagliato agitandolo a lungo. La poltiglia acquosa riposa finché sul fondo della broda biancastra non si deposita una pasta simile a formaggio molle. La pasta viene utilizzata per ingrassare i piccoli maiali indigeni. Il liquido lattiginoso e dolce è già la suleika novella che dopo un anno raggiunge il contenuto alcolico desiderato in botti di cedro, tramite la fermentazione e l'invecchiamento.

Per secoli l'allevamento dei maiali e la produzione di suleika sono stati prerogativa della minoranza egichea. Gli egichei coltivavano i resti di una propria lingua e per mezzo di una curiosa religione impedivano di essere assorbiti nel gruppo etnico maggioritario. Quella fede è scomparsa dalla città insieme a loro e si dovrebbe definire cristiana, per quanto l'attesa di un secondo Messia non sarebbe conciliabile con lo stesso Cristianesimo. Comunque, oggi il problema è diventato ozioso: qui non vive più nessuno che attenda l'Egicheo. Nel corso dei disordini seguiti al ritiro delle forze d'occupazione, gli egichei vennero accusati di aver collaborato con gli odiati dominatori in modo ancora più sfrontato di altre etnie. Gli abitanti delle zone egichee furono massacrati nella prima fase dei combattimenti per la spartizione del potere. Pochi di loro riuscirono a nascondersi e trovare scampo nelle navi mercantili ancorate sulla costa. Corre voce che i profughi abbiano raggiunto in un baleno una favolosa ricchezza negli Stati Uniti. Perlomeno, ogni commerciante al dettaglio può raccontare le storie degli egichei diventati milionari a suon di dollari. Le botti di suleika alte quanto un uomo, i maiali nani nei capanni dei cortili interni, le case del quartiere sgombrate dai cadaveri vennero rilevati dalle misere famiglie provenienti dalle tende e dalle baracche ai confini orientali della città. Le mura insanguinate non intimorirono quella gente poco stanziale, così riuscirono a continuare l'allevamento della delicata razza di suini e la preparazione della suleika senza notevoli perdite di qualità. Agli stranieri piace ironizzare sulla contraddizione tra l'attività degli improvvisati produttori di suleika e i tradizionali precetti dei loro ortodossi antenati religiosi, ma la bassezza dell'insinuazione mostra soltanto che tali giudizi sottovalutano le condizioni reali della città.

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Pagina 45

7.

Determinazione


Io=Spaik sono stato avvertito. La paura mi ha spinto a studiare di nuovo i messaggi di posta pneumatica fino alle prime ore del mattino, tutte le comunicazioni degli anni passati. Come all'epoca delle prime spedizioni, cercavo degli indizi che mi permettessero di risalire al mittente rimasto ancora oggi ignoto. In fondo, dietro tutto il mio scervellarmi si cela un unico desiderio: se con qualche deduzione logica l'informatore venisse privato della magia dell'anonimato, l'avvertimento che ho ricevuto perderebbe di urgenza.

Ora, nella calura di mezzogiorno, l'impresa è definitivamente fallita e le mie mani tremanti gettano un rasoio nell'astuccio di sudicia plastica. Per anni, dopo il trasloco, è rimasto appeso a un gancio vicino allo specchio della toilette. La polvere e i peli si sono incrostati sulla superficie screpolata formando dei grumi sfilacciati. Mi ero completamente dimenticato della sua esistenza e della bruttezza singolare del motivo a fiori. Nel trantran dei miei sogni a occhi aperti, cullato dall'equilibrio esistenziale raggiunto nella città straniera, non potevo immaginare di utilizzarlo ancora per tenerci un rasoio e una saponetta.

Donnetta scende la scala a pioli del soggiorno. Le traversine scricchiolano leggermente sotto la pressione dei piedi che si appoggiano con prudenza. Donnetta porta scarpe ortopediche dalle suole chiodate. Si muove lentamente. Sotto il mio sguardo non è mai inciampata, o addirittura caduta, malgrado abbia imparato a camminare molto tardi. Donnetta viene dalla soffitta. In città, si usa allevare le galline nel sottotetto. Per gli occidentali, quella piccola e spennacchiata specie di uccelli è di orripilante bruttezza. Tuttavia stermina i parassiti e, secondo un'antica superstizione che si è conservata a dispetto di ogni religione, influisce sulla prosperità della comunità abitativa. Così nella maggior parte delle case, anche quelle recenti, sopra l'ultimo piano abitato si trova un solaio tanto basso da dover camminare carponi che serve agli uccelli per ripararsi di notte e durante le forti canicole di mezzogiorno. Quando arrivai, il sottotetto sopra le mie stanze era vuoto. Di tanto in tanto, di notte era visitato da qualche pantegana che usciva dal fiume. Allora un po' di sterco polverizzato filtrava attraverso le fessure del soffitto e cadeva sul letto, sul televisore, oppure sulla poltrona di canne intrecciate in cui mi sedevo per guardare i programmi televisivi.

Quando Donnetta iniziò ad abitare con me, si sistemò di sopra. Io=Spaik costruii personalmente una scala, forzai il lucernario cementato dagli escrementi e pulii la soffitta insieme a lei. Gli strati superficiali del sudiciume si lasciarono spazzare e raschiare senza fatica, ma dovemmo staccare a colpi di cacciavite le sedimentazioni più antiche, ormai indurite. Occorsero giorni di lavoro per riuscire a liberare interamente le assi di cedro del pavimento. Dai commercianti dei dintorni, Donnetta si procurò i mobili di cui aveva bisogno: una spessa stuoia di canapa per dormire e un fornello a petrolio con due fiamme su cui cucinare i piatti locali a base di riso e di miglio. Il piccolo televisore è collegato al mio ricevitore satellitare. Dal suo arrivo nel sottotetto l'arredo si è certamente arricchito, ma io=Spaik dopo le grandi manovre domestiche non ho più varcato l'angusto lucernario e non posso dire se Donnetta abbia continuato ad arredare il suo umile regno.

Terminata la discesa dalla soffitta, Donnetta si è accomodata nella poltrona davanti al televisore. Il corpo gracile, probabilmente sotto peso per l'età, rende ridicolo il sedile. Soltanto gli stivaletti ortopedici si armonizzano in modo sconcertante con la forma tozza del mobile. La poltrona è un regalo di compleanno di Freddy. Un ufficiale della potenza straniera la fece costruire su misura a forma di trono adattandola alle dimensioni del suo imponente deretano, secondo la tecnica tradizionale d'intreccio delle canne e dei giunchi. Nell'intrecciatura sono inserite delle corna intagliate, delle conchiglie e delle ossa smaltate. L'imbottitura è rivestita di morbida pelle di capretto leggermente ruvida. Quando guardiamo insieme la televisione, Donnetta può sedersi senza difficoltà accanto a me, ha anche lo spazio per le massicce scarpe senza che ci si debba neppure sfiorare.

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Pagina 72

Conoscevamo la malattia. Durante il briefing, il responsabile di Spaik aveva anche affrontato lo strano fenomeno che colpiva la regione. Il manifestarsi dell'epidemia continuava a limitarsi alla città e alle zone circostanti. Pareva che il quadro clinico con gli atroci sintomi raggiungesse il pieno sviluppo soltanto negli stranieri occidentali. Kuhl ricordò l'opinione corrente dei nostri esperti medici, secondo cui la popolazione della città sarebbe stata immunizzata contro l'antichissimo virus endemico, ma l'avrebbe trasmesso agli indifesi viaggiatori. Al contrario, in città il Morbo Fiacco era presentato come una patologia venerea importata dall'Occidente degenerato. Nelle conversazioni con gli stranieri, la gente si vantava volentieri della resistenza delle razze indigene, i cui corpi incontaminati resistevano con forza alle secrezioni maligne della malattia.

Kuhl aveva citato un proverbio locale, tratto da una relazione di Spaik: è meglio infilare la testa nel culo di un cane che annusare le pestilenze portate dal vento di ponente.

Con ostentato orgoglio, il vecchio funzionario attirò l'attenzione sul fatto che l'importanza internazionale dell'epidemia era stata notata da Spaik con grande anticipo rispetto alle prime notizie della stampa e che lui l'aveva immediatamente segnalata alle autorità in patria. Spaik aveva utilizzato nella sua relazione la parola fiacco, sebbene il termine medico fosse stato introdotto ufficialmente soltanto un anno più tardi nel corso di un congresso della società epidemiologica internazionale. L'evidente sentimentalismo che trapelava dalle parole di Kuhl ci parve sgradevole. Glorificare la potenza informativa del pupillo violava ogni disciplina interna al servizio. Presi da una sensazione di pena, come se fossimo stati testimoni dello scherzo osceno di un vecchio sporcaccione, rinunciammo a fare altre domande sul Morbo Fiacco.

Studiammo il formulario stampato in caratteri esili, quasi redatti con la calligrafia di un pignolo imbrattacarte. Il decreto del ministero per la Salute pubblica era stato tradotto in cinque lingue europee e in giapponese. La traduzione nel nostro buon vecchio tedesco era tremendamente stentata e piena di errori astrusi. Probabilmente era stata realizzata senza alcuna conoscenza della lingua, con l'ausilio di un software piuttosto antiquato. Ci accontentammo della versione inglese. Sembrava impossibile evitare il test sanitario prescritto dalle autorità. Il formulario forniva una lista degli ambulatori pubblici in cui si eseguiva l'esame e un elenco alfabetico degli studi medici autorizzati. La punta del tuo dito indice percorse l'elenco dai minuscoli caratteri e si fermò sopra un nome d'origine occidentale: Lynch Zinally. A favore dello studio del dottor Zinally giocava anche il fatto che si trovava sul viale della Libertà d'Opinione. Quasi tutti gli altri indirizzi erano sigle formate dalla combinazione di cifre e di lettere che poteva raggiungere dieci unità. Sapevamo che non si trattava di una semplice codifica dei nomi delle vie, ma di un sistema di localizzazione che possedeva una logica interna. Esso risaliva al primo periodo del gahismo, quando la setta si diffondeva nell'ombra, e la sua complessità veniva attribuita con orgoglio al Grande Gahis in persona. Anche i tassisti meno avvezzi dovevano imparare a memoria più di un centinaio di sigle ed essere in grado di tradurle mentalmente per individuare le mete e i tragitti. Nella vita quotidiana, le persone del posto si aiutavano con i nomi dei clan residenti, con i palazzi degni di nota o gli eventi il cui sentore incombe ancora sui luoghi che ne sono stati teatro. Al contrario, i nomi delle vie che risalgono all'epoca della dominazione straniera sono assai malvisti e Kuhl ci aveva tassativamente sconsigliato di utilizzarli nei contatti con gli abitanti della città.

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Pagina 109

Rifiutammo gentilmente l'invito. Leila Calvin fece subito un'altra proposta. Parlò dello tschugg, un arbusto miracoloso venuto dalle mille e una notte. In una stanza del piano superiore era possibile masticarne della migliore qualità, bevendo suleika invecchiata. L'autentica suleika distillata era quasi fuori commercio. Bisognava avere buoni contatti con le famiglie che producevano la rara sostanza nell'ex quartiere egicheo. Spesso anche gli stranieri che vivevano in città da molti anni non riuscivano a creare simili contatti. Così i forestieri erano doppiamente svantaggiati. Infatti, gli europei, gli americani e anche i sensibili giapponesi, non potevano assaporare lo tschugg senza sgradevoli conseguenze. Soltanto la suleika distillata conteneva una quantità sufficiente di enzima che permetteva al loro intestino di sopportare la droga da masticare. Il dottor Lynch Zinally ci aveva messi in guardia contro lo tschugg, avvertendoci dei trucchi e delle menzogne con cui gli stranieri venivano portati a consumare contemporaneamente lo tschugg e l'alcol. I turisti alla ricerca di avventure si svegliavano di solito in un cortile interno del quartiere dei piaceri, derubati, sporchi di vomito e di escrementi. In seguito, come se le umiliazioni non dovessero aver fine, erano obbligati a subire le attenzioni di un medico locale che faceva loro una lavanda gastrica introducendogli un tubo nell'esofago.

Accettammo l'offerta di Leila Calvin sorridendo e il tavolo si liberò per gli altri clienti del Naked Truth Club. Il gonnellino plissettato ci mostrò la strada. In mezzo alla calca ci accorgemmo di quanto la nostra guida fosse minuta. Nonostante l'altezza dei tacchi, non arrivava nemmeno alle spalle della maggior parte degli uomini. All'improvviso, come se esistesse un cortocircuito logico tra l'altezza e il sesso, ci mettemmo a cercare le clienti femminili. Zinally aveva sostenuto che la vitalità genetica della razza locale si manifestava in modo sorprendente nella statura delle ragazze e delle donne. Per quanto ci guardassimo attorno, nel club non c'erano femmine. Per un istante avevamo perso di vista Leila Calvin. La rivedemmo in una nicchia che fiancheggiava la porta della toilette. S'infilò la mano sotto la gonna e fece scivolare sul tavolo un pacchetto che scomparve tra le dita di un uomo. Il suo cliente si trovava nella penombra, ma passando di lato ci parve di riconoscere nella figura sprofondata nella nicchia il malmesso italiano che avevamo incontrato sulla veranda dell'Esperanza.

Seguimmo Leila Calvin al secondo piano, dove delle porte si allineavano ad altre porte. Nella stanzetta che venne aperta dalla nostra accompagnatrice c'erano soltanto un letto, una sedia e un armadio a parete che aprì con la stessa chiave della porta. Conteneva una sfilza di bottiglie e un paio di vasi di rame. Leila Calvin prese una borsetta di pelle nascosta dietro un narghilè finemente lavorato. Mentre con le dita cercava maldestramente di sciogliere in fretta i lacci, cogliemmo l'occasione per prenderla nel mezzo. Le strappasti il sacchetto di tschugg dalle mani e le sussurrasti nell'orecchio che conoscevamo molto bene quella maniera di derubare gli stranieri. Le nostre dita le s'infilarono sotto le ascelle bagnate di sudore. Due mani furono sufficienti per sollevare il corpo leggero. Le facemmo sbatacchiare i piedi nel vuoto per qualche istante. Perse una scarpa, poi la seconda. La bocca imbrattata d'arancione si spalancò in cerca d'aria. Mostrò i piccoli incisivi malconci. Tenendo Leila Calvin sospesa a mezz'aria, le afferrammo il lungo collo con le mani libere, per massaggiarle la gola dal pomo d'Adamo straordinariamente maschile e accarezzarle la carotide gonfia fino alla nuca rasata. Dopodiché le nostre mani si strinsero. Con sapienza, prememmo verso l'alto tra la mascella e gli zigomi, forzando le vertebre cervicali. Minacciammo di farla cadere, togliendo le mani che la sostenevano sotto le ascelle. La breve caduta, o meglio l'energia sviluppata dal contraccolpo sul collo, sarebbe stata sufficiente a slogarle una o due vertebre. Con un poco di sfortuna il capitombolo avrebbe potuto avere conseguenze ben più gravi. Rimase immobile e ansimò a labbra strette tutto quello che volevamo sapere da lei. Le avvicinasti la bocca all'orecchio, prendendolo tra i denti per mordicchiare il lobo cartilaginoso. L'orecchino tintinnò lievemente contro lo smalto dei canini e alla fine pronunciasti il nome di chi stavamo cercando. Con spavalderia, sostenemmo di sapere che lei conosceva Spaik. Lo ammise subito, provocando in noi una sensazione di gioia, e nella frase seguente rivelò che Spaik sedeva nel club. Era l'uomo che aveva incontrato nella nicchia mentre salivamo di sopra.

Forse fu una negligenza colpire Leila Calvin soltanto un paio di volte sull'addome e le reni. I corpi gracili e magri sono più coriacei di quanto si possa credere. Il dolore all'intestino che demoralizza le costituzioni robuste anche nelle più recondite profondità dell'essere, può portare quelle mingherline a slanci inattesi, perfino alla coraggiosa euforia della disperazione. Probabilmente ci facemmo corrompere dalla bellezza dell'istante: Leila Calvin si contorceva sul logoro tappeto orientale della stanzetta, con le mani premute sul ventre. Piegata su se stessa, i talloni le tremavano battendo contro i volant delle mutandine.

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