Copertina
Autore Herman Koch
Titolo La cena
EdizioneNeri Pozza, Vicenza, 2011 [2010], BEAT 20 , pag. 256, cop.fle., dim. 12,5x19,5x1,6 cm , Isbn 978-88-6559-001-0
OriginaleHet Diner [2009]
TraduttoreGiorgio Testa
LettoreGiovanna Bacci, 2012
Classe narrativa olandese
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Pagina 9

1.



Siamo andati a mangiare al ristorante. Non dico quale, altrimenti la prossima volta sarà pieno di gente che viene a vedere se siamo tornati. Aveva prenotato Serge. Prenota sempre lui. uno di quei ristoranti dove bisogna chiamare con tre mesi d'anticipo. O sei, o otto, ormai ho perso il conto. Io non vorrei mai sapere dove finirò a mangiare fra tre mesi, ma evidentemente ci sono persone a cui la cosa non fa né caldo né freddo. Se fra qualche secolo gli storici vorranno capire quanto era idiota l'umanità all'inizio del ventunesimo secolo, basterà dare un'occhiata nei computer dei cosiddetti ristoranti di lusso, perché tutti quei dati vengono conservati (si dà il caso che lo sappia). Se l'ultima volta il signor L. è stato disposto ad aspettare tre mesi per un tavolo accanto alla finestra, vorrà dire che stavolta aspetterà anche cinque mesi per un tavolo vicino alla porta del bagno: in quei ristoranti si chiama «aggiornamento dei dati della clientela».

Serge non prenota mai tre mesi prima. Prenota il giorno stesso; per lui è uno sport, dice. Ci sono ristoranti che tengono sempre da parte un tavolo per gente come Serge Lohman, e questo è uno di quelli. Uno dei tanti, devo dire. Viene da chiedersi se in tutto il paese esista ancora un ristorante in cui chi risponde al telefono non entra nel panico, sentendo il nome Lohman. Ovviamente non è lui a telefonare; lo fa fare alla segretaria o a uno dei suoi collaboratori più stretti. «Non ti preoccupare» mi ha detto quando ci ho parlato un paio di giorni fa. «Lì mi conoscono, un tavolo lo rimedio». Avevo solo chiesto se era il caso di risentirci nell'eventualità che non avessero posto, e quali fossero le possibili alternative. Nella sua voce, all'altro capo del filo, ho avvertito una nota di compassione. Quasi lo vedevo scuotere la testa. Uno sport.

C'era una sola cosa di cui non avevo voglia, quella sera. Non volevo essere presente quando Serge Lohman sarebbe stato salutato dal proprietario o dal maitre del locale come una vecchia conoscenza; quando si sarebbe fatto accompagnare dalle cameriere al più bel tavolo lato giardino, comportandosi come nulla fosse, perché nel profondo del cuore lui è ancora un ragazzo qualunque, e si sente davvero a suo agio solo in mezzo alla gente comune.

Per questo gli avevo detto che ci saremmo visti al ristorante e non, come aveva proposto lui, al bar dietro l'angolo. un bar frequentato da tanta gente comune. Vedere Serge Lohman, il ragazzo qualunque, che fa il suo ingresso col sorriso smagliante, comunicando a tutta quella gente qualunque che doveva continuare a chiacchierare e far finta che lui non ci fosse: ecco, questa era un'altra cosa di cui quella sera non avevo voglia.

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2.



Visto che il ristorante è a due isolati da casa nostra, siamo andati a piedi. Siamo passati accanto al bar dove non ho voluto darmi appuntamento con Serge. Tenevo il braccio attorno alla vita di mia moglie, e la sua mano era infilata da qualche parte sotto la mia giacca. Sulla facciata del bar campeggiava la calda insegna luminosa, bianca e rossa, della birra che si serve all'interno. «Siamo in anticipo» ho detto. «Anzi, se andiamo adesso arriviamo in perfetto orario».

Non devo dire più «mia moglie». Si chiama Claire. I suoi avevano scelto Marie Claire, ma lei ha preferito non farsi chiamare come una rivista. Certe volte la chiamo Marie per prenderla in giro. Ma solo di rado la chiamo «mia moglie»; giusto ogni tanto, in situazioni formali, tipo: «In questo momento mia moglie non può venire al telefono», o: «Eppure mia moglie è sicurissima di aver prenotato una camera con vista sul mare».

Nelle sere come questa io e Claire ci gustiamo i pochi momenti che possiamo ancora passare da soli. E improvvisamente tutto sembra possibile, sembra addirittura che l'appuntamento sia un equivoco, e che siamo usciti soltanto io e lei. Se dovessi dare una definizione di felicità, sarebbe questa: la felicità basta a se stessa, non ha bisogno di testimoni. «Tutte le famiglie felici si somigliano, ciascuna famiglia infelice è infelice a suo modo»: così recita l'incipit di Anna Karenina di Tolstoj. Si potrebbe aggiungere che le famiglie infelici, e soprattutto le coppie infelici, non riescono mai a stare da sole. Più testimoni ci sono, meglio è. L'infelicità è costantemente alla ricerca di compagnia. L'infelicità non tollera il silenzio, specialmente quei silenzi imbarazzati che calano quando si è soli.

E così, in quel bar, quando sono arrivate le nostre birre io e Claire abbiamo riso, sapendo che poco dopo avremmo trascorso un'intera serata in compagnia dei coniugi Lohman: quello era il momento più bello della serata, e da lì in poi le cose non avrebbero potuto che peggiorare.

Non avevo voglia di cenare al ristorante. In realtà non ne ho mai voglia. Un appuntamento fissato per il prossimo futuro è l'anticamera dell'inferno; l'inferno vero e proprio arriva con la cena. Anzi, inizia già la mattina davanti allo specchio: cosa mettersi, farsi la barba oppure no, ogni scelta è un messaggio, dai jeans strappati e pieni di macchie alla camicia stirata. Se hai la barba di un giorno sei stato troppo pigro per raderti; con una di due giorni ti sentirai chiedere se stai provando un nuovo look; e dopo tre o più giorni sei a un passo dall'abbrutimento. «Tutto bene? Non sarai mica malato?» In ogni caso non sei libero. Ti fai la barba, ma non sei libero. Anche se ti radi comunichi qualcosa. Questa serata per te è così importante che ti sei preso la briga di farti la barba, leggi nello sguardo degli altri: facendoti la barba stai già perdendo uno a zero.

E poi in serate come questa c'è sempre Claire a ricordarmi che non è una serata qualunque. Claire è più furba di me. Non lo dico per fare il femminista da salotto, o per ingraziarmi le donne. Non affermerò mai che le donne siano «in generale» più furbe degli uomini, o più sensibili, più intuitive, né che «affrontino meglio la vita», e tanto meno le altre stupidaggini che si sentono dire soprattutto ai cosiddetti uomini sensibili, più che alle donne stesse.

Claire è semplicemente più furba di me, e lo dico in tutta onestà: mi ci è voluto parecchio tempo per ammetterlo. Nei primi anni della nostra storia la consideravo intelligente, ma di un'intelligenza normale; diciamo il grado di intelligenza che ci si aspetta dalla donna con cui si sceglie di stare. Con un'idiota non si resiste più di un mese, no? In ogni caso, l'intelligenza di Claire mi ha fatto resistere per un mese intero. E ben oltre, fino a oggi, a distanza di quasi vent'anni.

Insomma, Claire è più furba di me; in una serata come questa, però, chiede sempre la mia opinione su cosa mettersi, su quali orecchini scegliere, su come tenere i capelli (sciolti o legati?). Gli orecchini per le donne sono un po' l'equivalente della rasatura per gli uomini: più sono grandi, più importante e solenne è la serata. Claire ha orecchini per ogni occasione. Si potrebbe pensare che tanta insicurezza sul modo di vestirsi non sia indice di intelligenza. Ma io la vedo diversamente. Solo una donna stupida può credere di sapersela cavare da sola. Che ne saprà mai un uomo di queste cose?, sostiene la donna stupida, e finisce per fare la scelta sbagliata.

A volte provo a immaginare: chissà se Babette chiede a Serge Lohman se ha indossato il vestito giusto. O se ha i capelli troppo lunghi. O cosa ne pensa Serge delle scarpe. Tacchi troppo bassi? O forse troppo alti?

Ma in questa immagine c'è qualcosa che non quadra, qualcosa che evidentemente non riesco a comprendere. «No, va bene così» sento dire a Serge. Ma è quasi assente, non gli interessa più di tanto, e soprattutto, anche se sua moglie si mettesse il vestito sbagliato tutti gli uomini continuerebbero a seguirla con lo sguardo ovunque va. Qualunque cosa le sta a perfezione. Cos'ha da lamentarsi?

Non era un bar di tendenza, non ci veniva gente alla moda. Non era cool, avrebbe detto Michel. Per la stragrande maggioranza, gente comune. Gente né particolarmente giovane né vecchia, un po' di tutto, ma più che altro gente comune. I bar dovrebbero essere tutti così.

Era pieno zeppo. Stavamo schiacciati uno sull'altra vicino alla porta del bagno degli uomini. In una mano Claire teneva la birra, con l'altra mi stringeva delicatamente il polso.

«Non so» ha detto, «Michel mi sembra strano, in questi giorni. Anzi, non strano, diverso dal solito. Distante. Non sembra anche a te?»

Michel è nostro figlio. La prossima settimana fa sedici anni. No, non ne abbiamo altri. Non l'abbiamo deciso a tavolino, di mettere al mondo un solo figlio: a un certo punto non c'era più il tempo di averne un altro.

«Sì» ho detto io. «Può darsi».

Ho evitato di guardarla: ci conosciamo bene, i miei occhi mi avrebbero tradito. Quindi ho fatto finta di esplorare il bar con lo sguardo, come se non riuscissi a staccarmi dallo spettacolo della gente comune impegnata nelle sue allegre conversazioni. Ero felice di aver preso appuntamento con i Lohman direttamente al ristorante; già lo vedevo Serge mentre entrava dalle porte a battente con quel sorriso che invitava la gente comune a continuare a fare ciò che stava facendo senza curarsi di lui.

«Non ti ha detto niente?» ha chiesto Claire. «Con te parla d'altre cose. Magari è per una ragazza, è un argomento che preferisce affrontare con te».

Ci siamo dovuti spostare di un passo perché la porta del bagno si è aperta, e ci siamo ritrovati ancora più vicini. Ho sentito tintinnare il suo bicchiere di birra contro il mio.

« un problema di ragazze?» ha chiesto di nuovo.

Magari, ho pensato. Un problema di ragazze... come sarebbe bello, una cosa normale, la solita roba da adolescenti. «Stasera Chantal/Merel/Roos può restare a dormire qui?» «I suoi lo sanno? Se per i genitori di Chantal/Merel/Roos va bene, allora anche per noi non c'è problema. Basta che ti ricordi di... e che stai attento a... insomma, lo sai, probabilmente non c'è neanche bisogno che te lo dica. No, Michel?»

Capitava abbastanza spesso che venissero a casa delle ragazze, una più carina dell'altra; si sedevano sul divano o su una sedia della cucina e mi salutavano educatamente quando entravo. «Buongiorno signore». «Non è il caso di chiamarmi signore. E neanche di darmi del lei». Allora per una volta mi davano del tu e mi chiamavano «Paul», ma qualche giorno dopo tornavano al «lei» e al «signore».

Ogni tanto parlavo con una di loro al telefono, e mentre le chiedevo se voleva lasciar detto qualcosa a Michel, chiudevo gli occhi e cercavo di associare la voce della ragazza (raramente dicevano il nome, partivano subito in quarta: «C'è Michel?») a un volto preciso. «No, non fa niente, signore. solo che ha il cellulare spento e allora ho provato qui».

Certe volte quando rientravo a casa mi sembrava quasi di averli interrotti, Michel e Chantal/Merel/Roos. Mentre li vedevo seduti a guardare The Fabulous Life su MTV avevo l'impressione che non fossero così innocenti, che avessero appena smesso di baciarsi, e che sentendomi arrivare si fossero dati una sistemata ai vestiti e ai capelli in fretta e furia. Le guance di Michel un po' arrossate, un po' accaldate: sospettavo qualcosa.

Ma a essere sinceri non ne avevo la minima idea. Forse non succedeva proprio niente, e tutte quelle belle ragazze vedevano mio figlio solo come un amico: un bravo ragazzo, abbastanza carino, uno con cui andare a una festa, di cui si fidavano, proprio perché non era il tipo da provarci subito.

«No, non credo che sia un problema di ragazze» ho detto io, guardando finalmente Claire dritto negli occhi. questo il lato soffocante della felicità, che si è come un libro aperto: se avessi continuato a evitare il suo sguardo, avrebbe capito che qualcosa c'era. Con le ragazze, o peggio ancora.

«Penso ci sia qualche problema con la scuola» ho continuato. «Ha appena avuto una settimana di compiti in classe, secondo me è solo stanco. Credo che abbia preso il quarto anno un po' sottogamba».

Saranno sembrate convincenti le mie parole? E soprattutto, era convincente anche la mia espressione? Claire si è messa a fissarmi spostando più volte il suo sguardo da un occhio all'altro: poi ha sollevato una mano fino al colletto della mia camicia, come se ci fosse ancora qualcosa da sistemare, per evitarmi una brutta figura al ristorante.

Ha sorriso, e mi ha messo la mano sul petto con le dita aperte; ho sentito due polpastrelli sulla pelle, nel punto in cui era slacciato il primo bottone della camicia.

«Forse è questo» ha detto. «Però secondo me dobbiamo stare attenti che non arrivi a chiudersi nel suo silenzio. Voglio dire, dobbiamo stare attenti a non abituarci».

«No, è chiaro. solo che a quest'età ha diritto a qualche segreto. Non dobbiamo neanche pretendere di sapere tutto, che magari poi si chiude ancora di più».

Ho guardato Claire negli occhi. Mia moglie, ho pensato in quel momento. Perché mai non dovrei chiamarla mia moglie? Mia moglie. L'ho presa per i fianchi e l'ho tirata verso di me. Fosse solo per il tempo di una serata. Io e mia moglie, ho detto tra me. Io e mia moglie vorremmo vedere la carta dei vini.

«Perché ridi?» ha fatto Claire. Mia moglie. Ho guardato i nostri bicchieri di birra. Il mio era vuoto, il suo pieno ancora per tre quarti. Come sempre. Mia moglie beve più lentamente di me, e la amo anche per questo, questa sera, forse ancora più di altre.

«Niente» ho detto. «Pensavo... pensavo a noi».

stata una cosa improvvisa: un momento prima guardavo Claire, mia moglie, probabilmente con uno sguardo pieno d'amore, o comunque di dolcezza, e un momento dopo ho sentito un velo umido che mi bagnava gli occhi.

Non doveva assolutamente accorgersi di nulla, ho nascosto il viso fra i suoi capelli. Ho stretto la presa intorno a lei e ho annusato: shampoo. Shampoo e un senso di calore: il profumo della felicità, ho pensato.

Come sarebbe stata quella serata se un'ora prima fossi rimasto giù, aspettando di uscire per andare al ristorante, anziché salire nella stanza di Michel?

Come sarebbe stato il resto della nostra vita?

Il profumo della felicità che ora sentivo nei capelli di mia moglie avrebbe sempre odorato di felicità, e non, come adesso, del ricordo di un passato lontano, di qualcosa che si può perdere da un secondo all'altro?

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Ero andato via perché non ce la facevo più. Dopo le destinazioni vacanziere e la Dordogna si era finiti al razzismo. Mia moglie aveva preso le mie parti quando avevo detto che camuffare e mettere a tacere il razzismo faceva più male che bene. Di punto in bianco, e senza avermi guardato prima, mi era venuta in aiuto. «Credo che Paul voglia dire...» Aveva iniziato così: riformulando ciò che pensava avessi voluto dire. Dalla bocca di una persona che non fosse stata Claire sarebbe potuta suonare come un'umiliazione, o come un modo per proteggermi o per assecondarmi, come se non mi ritenesse in grado di esporre in modo comprensibile le mie opinioni. Ma dalla bocca di Claire, quel «Credo che Paul voglia dire» significava né più né meno che gli altri erano troppo lenti a comprendere, troppo lenti per un concetto che suo marito aveva presentato in modo del tutto chiaro e limpido, e che lei stava iniziando a perdere la pazienza.

Poi però avevamo parlato ancora un po' di film. Claire aveva definito Indovina chi viene a cena il «film più razzista mai prodotto». La storia la sanno tutti. La figlia di una coppia bianca benestante (interpretata da Spencer Tracy e Katharine Hepburn) porta a casa dei suoi il nuovo fidanzato. Con loro grande disappunto, il ragazzo è nero (Sidney Poitier). Durante la cena, pian piano, si scopre la realtà: quel nero è un nero bravo, un nero intelligente con il completo buono, che insegna all'università. Sul piano intellettuale è di gran lunga superiore ai genitori bianchi della fidanzata, piccolo borghesi pieni di pregiudizi sui neri.

«E proprio in quei pregiudizi si annida il razzismo» ha detto Claire. «Perché i neri che i genitori conoscono dalla televisione e che vengono dai quartieri dove loro non osano mettere piede sono poveri, perdigiorno, violenti, dei criminali. Ma il loro futuro genero è un nero riuscito e integrato, che si mette un bel doppiopetto da bianco. Per sembrare il più possibile uno di loro».

Durante la sua argomentazione, Serge ha guardato mia moglie con l'espressione di chi sta a sentire interessato, ma il suo corpo tradiva la difficoltà ad ascoltare le donne che non riusciva a classificare immediatamente in categorie semplici come «tette», «bel culetto» o «mi può venire a portare la colazione quando vuole».

«Solo molto più tardi sono arrivati al cinema i primi neri non integrati» ha detto Claire. «I neri con il cappello da baseball e le macchine appariscenti: i neri violenti dei quartieri malfamati. Ma almeno quelli erano se stessi. Di sicuro non erano più una brutta copia dei bianchi».

In quel momento mio fratello ha tossito e si è schiarito la voce. Si è raddrizzato sulla sedia e ha avvicinato la testa al tavolo: come se cercasse il microfono. Sì, sembrava così, ho pensato, in tutti i suoi movimenti era diventato in un secondo il politico nazionale candidato a guidare il paese, che rimette al suo posto la signora del pubblico in una saletta di provincia.

«E cos'hai contro i neri integrati, Claire?» ha chiesto lui. «Voglio dire, a sentire te è preferibile che rimangano se stessi, anche se così continuano ad ammazzarsi nel loro ghetto per qualche grammo di crack. Senza alcuna prospettiva di miglioramento».

Ho guardato mia moglie. Mentalmente la invitavo a dare il colpo di grazia a mio fratello, era un tiro a porta vuota, come si dice. Era veramente agghiacciante, oltre ogni immaginazione, il modo in cui riusciva a infilare il suo programma di partito anche in una normalissima discussione sulle persone e le loro differenze. Miglioramento... una parola, niente di più: cagate da dare in pasto ai suoi elettori.

«Non sto parlando di miglioramento, Serge» ha detto Claire. «Sto parlando dell'immagine che noi olandesi, bianchi, europei abbiamo delle altre culture. Di cui abbiamo paura. Quando ti si avvicina un gruppetto di tipi con la pelle scura, è più probabile che cambi marciapiede se hanno il cappellino da baseball e le Nike molleggiate, oppure se sono ben vestiti? Come me e te, o come dei diplomatici, o come degli impiegati?»

«Io non cambio mai marciapiede. Credo che dobbiamo affrontare tutti come nostri pari. Tu parli delle cose che ci fanno paura. Su questo ti do ragione. Se smettessimo una volta per tutte di avere paura, potremmo partire da lì per coltivare una migliore comprensione degli altri».

«Serge, non siamo a una tribuna elettorale, e non mi devi convincere della tua idea su termini come miglioramento e comprensione. Sono tua cognata, la moglie di tuo fratello. Qui siamo fra noi. Fra amici. Fra parenti».

«Si tratta del diritto di essere un coglione» ho detto io.

Un attimo di silenzio, il proverbiale silenzio in cui si sarebbe sentito cadere uno spillo, non fosse stato per il chiasso del ristorante. Forse è esagerato dire che tutte le teste si sono voltate contemporaneamente verso di me, come si legge certe volte. Ma si è risvegliata l'attenzione. Babette ha ridacchiato. «Paul...!» ha esclamato.

«No, mi è venuto in mente un programma di qualche anno fa» ho detto. «Non mi ricordo come si chiamava». Me lo ricordavo benissimo, ma non avevo voglia di dirlo, sarebbe stato solo un modo per divagare. Il nome avrebbe dato a mio fratello l'occasione di fare una delle sue osservazioni sarcastiche, mirate a stroncare sul nascere il mio vero intento. Ah, non sapevo che lo guardassi... una cosa del genere. «Parlava di gay. Avevano intervistato una signora che aveva due vicini omosessuali, due ragazzi che convivevano e certe volte le tenevano i gatti. "Che tesori!" diceva la signora. Voleva dire che i suoi due vicini erano sì omosessuali, ma che il fatto di tenerle i gatti dimostrava che dopotutto erano persone come le altre. La signora nello studio sprizzava soddisfazione, perché da quel momento tutti avrebbero saputo quanto era tollerante. Che i suoi vicini erano dei tesori, anche se fra loro facevano cose sporche. Anzi, cose spregevoli, laide e contro natura. Insomma cose da pervertiti, sebbene attenuate dalla cura disinteressata per i suoi gatti».

Mi sono interrotto per un momento. Babette sorrideva. Serge aveva alzato un sopracciglio. E Claire, mia moglie, mi guardava divertita: mi guardava così quando sapeva dove stavo andando a parare.

«Per capire ciò che affermava questa signora sui suoi vicini del piano di sopra» ho continuato, visto che nessuno diceva ancora niente, «bisogna rovesciare la situazione. Se i due cari omosessuali non avessero dato i croccantini ai gatti, ma al contrario li avessero presi a sassate, o avessero gettato dal balcone filetti di maiale avvelenati, sarebbero stati dei froci schifosi e basta. Credo che Claire intendesse questo quando parlava di Indovina chi viene a cena: che il simpatico Sidney Poitier era anche lui un tesoro. Che il regista non era migliore della signora del programma. In realtà Sidney Poitier aveva un ruolo esemplare. Doveva servire da esempio per tutti gli altri negri odiosi e stupidi. I negri pericolosi, i ladri, gli stupratori e gli spacciatori di crack. Quando vi metterete un bel vestito come Sidney e sarete anche voi un genero modello, allora noi bianchi vi accoglieremo a braccia aperte».

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