Copertina
Autore Rem Koolhaas
Titolo Junkspace
SottotitoloPer un ripensamento radicale dello spazio urbano
EdizioneQuodlibet, Macerata, 2006, Quodlibet 42 , pag. 126, cop.fle., dim. 12x18x1 cm , Isbn 978-88-7462-112-5
OriginaleJunkspace [2001]
CuratoreGabriele Mastrigli
TraduttoreFilippo De Pieri
LettoreLuca Vita, 2008
Classe citta' , architettura
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Indice


 11 Bigness, ovvero il problema della Grande Dimensione

 25 La città Generica

 61 Junkspace

103 Nota ai testi

107 Postfazione di Gabriele Mastrigli


 

 

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Pagina 13

Superata una certa scala, l'architettura assume le peculiarità della Bigness.

La miglior motivazione per affrontare la Bigness è quella offerta a suo tempo dagli scalatori del Monte Everest: «perché è là». La Bigness è l'architettura estrema. Pare incredibile che il puro e semplice dimensionamento di un edificio possa dar vita a un programma ideologico indipendente dalla volontà dei suoi progettisti.

Di tutte le possibili categorie, quella della Bigness non sembrerebbe meritare un «manifesto»: sminuita come questione intellettuale, pare essere in via di estinzione, come un dinosauro, per la sua goffaggine, lentezza, mancanza di flessibilità, problematicità.

Ma, in verità, solo la Bigness può attivare quel regime di complessità che coinvolge la piena comprensione dell'architettura e dei campi a essa collegati.

Cento anni fa una generazione di conquiste teoriche e di tecnologie di supporto ha scatenato un Big Bang architettonico. Randomizzando la circolazione, corto-circuitando le distanze, artificializzando gli interni, riducendo i volumi, esaltando le dimensioni e accelerando la costruzione: l'ascensore, l'elettricità, il condizionamento dell'aria, l'acciaio e infine le nuove infrastrutture hanno costituito un insieme di mutazioni capaci di provocare la nascita di un'altra specie architettonica. Gli effetti combinati di queste scoperte hanno prodotto strutture più alte e più profonde più grandi come mai prima ne erano state concepite, e insieme dotate di grandi potenzialità per la riorganizzazione sociale; una programmazione infinitamente più ricca.


Teoremi


Alimentata all'inizio dall'energia incosciente del puramente quantitativo, la Bigness è stata, per circa un secolo, una condizione per lo più priva di teorizzatori, una rivoluzione senza programma.

Delirious New York sottintendeva una latente «Teoria della Bigness» basata su cinque teoremi:

1. Superata una certa massa critica, un edificio diventa un Grande Edificio. Una tale mole non riesce più ad essere controllata da un solo gesto architettonico, e nemmeno da una qualsivoglia combinazione di gesti architettonici. Questa impossibilità fa scattare l'autonomia delle sue parti, il che è diverso dalla frammentazione: le parti restano legate al tutto.

2. L'ascensore con la sua possibilità di creare collegamenti meccanici anziché architettonici e il complesso di invenzioni che da esso derivano, annullano e svuotano il repertorio classico dell'architettura. Questioni di composizione, scala metrica, proporzioni, dettaglio sono ormai accademiche.

L'«arte» dell'architettura è inutile nella Bigness.

3. Nella Bigness, la distanza tra nucleo e involucro cresce al punto che la facciata non può più rivelare ciò che avviene all'interno. L'esigenza umanistica di «onestà» è abbandonata al suo destino: architettura degli interni e architettura degli esterni divengono progetti separati: una confrontandosi con l'instabilità delle esigenze programmatiche e iconografiche, l'altra portatrice di disinformazione offrendo alla città l'apparente stabilità di un oggetto.

Là dove l'architettura pone certezze, la Bigness pone dubbi: trasforma la città da una sommatoria di evidenze in un accumulo di misteri. Ciò che si vede non corrisponde più a ciò che realmente si ottiene.

4. Tramite la sola dimensione, tali edifici entrano in una sfera amorale, al di là del bene e del male.

Il loro impatto è indipendente dalla loro qualità.

5. Tutte insieme, queste rotture con la scala metrica, con la composizione architettonica, con la tradizione, con la trasparenza, con l'etica implicano la rottura definitiva, quella radicale: la Bigness non fa più parte di alcun tessuto.

Esiste; al massimo, coesiste.

Il suo messaggio implicito è: fanculo il contesto.

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Pagina 61

Junkspace



    Logan Airport: a world-class upgrade for the 21st century

                (tabellone pubblicitario del tardo XX secolo)



Il coniglio è la nuova carne di manzo... Poiché abbiamo orrore dell'utilitario, abbiamo condannato noi stessi a un'immersione a vita nell'arbitrario... Lax: orchidee di benvenuto (forse carnivore?) al banco del check-in... L'«identità» è il nuovo cibo spazzatura per i diseredati, il foraggio della globalizzazione per chi non ha diritto di voto... Se lo space-junk (spazzatura spaziale) sono i detriti umani che ingombrano l'universo, il junk-space (spazio spazzatura) è il residuo che l'umanità lascia sul pianeta. Il prodotto costruito (ci torneremo) della modernizzazione non è l'architettura moderna ma il Junkspace. Il Junkspace è ciò che resta dopo che la modernizzazione ha fatto il suo corso o, più precisamente, ciò che si coagula mentre la modernizzazione è in corso, le sue ricadute. La modernizzazione aveva un programma razionale: condividere i benefici della scienza, universalmente. Il Junkspace è la sua apoteosi, o il suo punto di fusione... Per quanto le sue parti individuali siano il risultato di brillanti invenzioni, lucidamente pianificate dall'intelligenza umana, sospinte da una capacità di calcolo infinita, la loro somma scandisce a chiare lettere la fine dell'Illuminismo, la sua resurrezione come farsa, un purgatorio di basso livello... Il Junkspace è la somma complessiva delle nostre attuali conquiste; abbiamo costruito più di tutte le precedenti generazioni messe insieme, ma per qualche ragione non possiamo essere misurati sulla stessa scala. Non lasciamo piramidi. Secondo un nuovo Vangelo della bruttezza, c'è già molto più Junkspace in costruzione nel XXI secolo di quanto ne sia sopravvissuto dal XX... Inventare l'architettura moderna, nel XX secolo, è stato un errore. Nel XX secolo l'architettura è scomparsa; abbiamo speso il nostro tempo a leggere al microscopio una nota a piè di pagina sperando che si trasformasse in un romanzo; la nostra preoccupazione per le masse ci ha reso ciechi all'Architettura della Gente. Il Junkspace sembra un'aberrazione, ma è l'essenza, ciò che conta... il prodotto dell'incontro tra la scala mobile e l'aria condizionata, concepito in un'incubatrice di cartongesso (tre cose che non compaiono nei libri di storia). La continuità è l'essenza del Junkspace; il Junkspace sfrutta ogni invenzione che rende possibile un'espansione, dispiega l'infrastruttura dell'uniformità: scale mobili, aria condizionata, sprinkler, porte tagliafuoco, lame d'aria... sempre un interno, così esteso che raramente se ne possono percepire i limiti; promuove il disorientamento con ogni mezzo (specchi, eco, superfici lucide...). Il Junkspace è sigillato, tenuto insieme non dalla sua struttura ma dalla sua pelle, come una bolla. La gravità è rimasta costante, combattuta con lo stesso arsenale fin dall'inizio dei tempi; ma l'aria condizionata un medium invisibile, dunque inosservato ha davvero rivoluzionato l'architettura. L'aria condizionata ha dato vita all'edificio senza fine. Se l'architettura separa gli edifici, l'aria condizionata li unisce. L'aria condizionata impone regimi mutevoli di organizzazione e coesistenza che lasciano indietro l'architettura. Un solo centro commerciale è oggi il lavoro di generazioni di organizzatori dello spazio, riparatori e tecnici, come nel Medioevo; è l'aria condizionata a sorreggere le nostre cattedrali. (Inconsapevolmente, tutti gli architetti stanno forse lavorando su uno stesso edificio, per ora separato, ma dotato di recettori nascosti che lo renderanno un giorno coerente.) Poiché costa, non è più gratis, lo spazio condizionato diventa inevitabilmente spazio soggetto a condizioni; e prima o poi, tutto lo spazio soggetto a condizioni diventa Junkspace... Quando pensiamo allo spazio, abbiamo preso in considerazione solo i suoi contenitori. Dal momento che lo spazio in sé è invisibile, ogni teoria sulla produzione dello spazio si basa su una preoccupazione ossessiva per il suo opposto: la sostanza e gli oggetti, ovvero l'architettura. Gli architetti non hanno mai saputo spiegare lo spazio. Il Junkspace è la nostra punizione per le loro mistificazioni. Ok, parliamo dello spazio allora.

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Pagina 94

[...] Il Junkspace sta riscrivendo l'apocalisse; potremmo morire un giorno per avvelenamento da ossigeno... Nel passato, le complessità del Junkspace erano compensate dalla spoglia crudezza delle sue infrastrutture di contorno: i parcheggi, le stazioni di servizio, i centri di distribuzione che ostentavano una purezza monumentale, obiettivo originale del modernismo. Ora, massicce iniezioni di lirismo hanno permesso all'infrastruttura il solo dominio una volta immune dal progetto, dal gusto o dal mercato di unirsi al mondo del Junkspace, e al Junkspace di estendere le sue manifestazioni sensibili a tutto ciò che sta sotto la volta celeste. Le stazioni si dispiegano come farfalle d'acciaio, gli aeroporti scintillano come ciclopiche gocce di rugiada, i ponti uniscono sponde spesso trascurabili come versioni grottescamente ingigantite di un'arpa. A ogni ruscello il suo Calatrava. (Qualche volta, quando c'è vento forte, questa nuova generazione di strumenti si scuote come se fosse suonata da un gigante, o forse un Dio, e l'umanità trema...) Il Junkspace si può trasportare per aereo, portare la malaria fino in Sussex; 300 zanzare anofele arrivano ogni giorno a Gdg e Gtw con l'abilità teorica di infettare da 8 a 20 locali in un raggio di 3 miglia, un rischio esacerbato dalla riluttanza del passeggero medio, in un sussulto di quasi-autonomia fuori luogo, di sottoporsi a disinfezione dal momento in cui allaccia la cintura di sicurezza per il viaggio di ritorno da qualche destinazione turistica all'altro capo del mondo. Gli aeroporti, sistemazioni provvisorie per tutti quelli che stanno andando altrove, abitati da assemblee unite solo dall'imminenza della loro dissoluzione, si sono trasformati in gulag del consumo, democraticamente distribuiti intorno al globo per dare a ogni cittadino eguali possibilità di ammissione... Mxp dà l'impressione che tutti gli scarti della ricostruzione della Germania Est tutto ciò di cui c'era bisogno per cancellare le privazioni del comunismo siano stati accumulati sul luogo in gran fretta seguendo un progetto vagamente rettangolare per formare una pasticciata sequenza di spazi deformati e inadeguati, apparentemente voluti dai governanti dell'Europa estorcendo una quantità illimitata di euro dai fondi regionali della Comunità per causare infiniti ritardi ai suoi turlupinati contribuenti, troppo occupati a parlare ai loro cellulari per accorgersene. Dfw è composto da tre soli elementi ripetuti all'infinito, nient'altro: un tipo di trave, un tipo di mattone, un tipo di piastrella, tutti rivestiti con lo stesso colore è forse verde ottano? Ruggine? Tabacco? Le sue simmetrie sono calcolate ben oltre la possibilità di riconoscerle, la curva infinita dei suoi terminal costringe gli utenti a mettere in scena la teoria della relatività ogni volta che cercano un gate. La sua sala degli arrivi è l'apparentemente innocuo inizio di un viaggio verso il cuore di un nulla assoluto, al di là dell'animazione di Pizza Hut, Dairy Queen...

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