Copertina
Autore Agota Kristof
Titolo La vendetta
EdizioneEinaudi, Torino, 2005, L'Arcipelago 67 , pag. 76, cop.fle., dim. 12,5x18x0,8 cm , Isbn 978-88-06-17323-4
OriginaleC'est égal
EdizioneSeuil, Paris, 2005
TraduttoreMaurizia Balmelli
LettoreAngela Razzini, 2009
Classe narrativa ungherese , narrativa francese
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Indice


   3  La scure
   5  Un treno per il Nord
   8  Casa mia
  10  Il canale
  14  Morte di un operaio
  16  Non mangio piú
  17  I professori
  19  Lo scrittore
  21  Il bambino
  22  La casa
  27  Sorella Line, fratello Lanoé
  29  Fa lo stesso
  31  La cassetta delle lettere
  36  Numeri sbagliati
  43  La campagna
  46  Le strade
  51  La grande ruota
  53  Il ladro di appartamenti
  54  La madre
  56  L'invito
  59  La vendetta
  61  Di una città
  63  Il Prodotto
  66  Penso
  69  Mio padre


 

 

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Pagina 3

La scure


- Entri, dottore. Sí, è qui. Sí, l'ho chiamata io. Mio marito ha avuto un incidente. Sí, credo che sia grave. Anzi, molto grave. Bisogna andare di sopra. in camera da letto. Da questa parte. Scusi il letto sfatto. Sa, quando ho visto tutto quel sangue mi sono un po' agitata. Mi chiedo dove troverò il coraggio di pulire. Credo che alla fine andrò a stare da un'altra parte.

Questa è la stanza, venga. lí, accanto al letto, sul tappeto. Ha una scure piantata nella testa. Vuole visitarlo? Sí, lo visiti pure. Un incidente davvero stupido, non trova? caduto dal letto nel sonno, ed è caduto su quella scure.

La scure sí, è nostra. Di solito sta in salotto, accanto al caminetto, la usiamo per tagliare la legna.

Perché era accanto al letto? Non ne ho idea. Dev'essere stato lui ad appoggiarla al comodino. Forse aveva paura dei ladri. Casa nostra è piuttosto isolata.

Dice che è morto? Ho subito pensato che fosse morto. Ma mi sono detta che era meglio farlo vedere da un dottore.

Vuole telefonare? Ah, certo, all'ambulanza, vero? Alla polizia? Perché alla polizia? stato un incidente. caduto dal letto, su una scure, tutto qua. strano, sí. Ma ci sono una quantità di cose che accadono cosí, stupidamente.

Oh! Crede forse che la scure accanto al letto ce l'abbia messa io, perché ci cadesse sopra? Mica potevo prevedere che sarebbe caduto dal letto!

Magari crede anche che l'abbia spinto, e che poi mi sia addormentata tranquillamente, finalmente sola nel nostro grande letto, senza lui che russa, senza sentire il suo odore!

Ma insomma, dottore, non andrà a pensare una cosa del genere, non può...

vero, ho dormito bene. Erano anni che non dormivo cosí. Mi sono svegliata alle otto. Ho guardato dalla finestra. C'era vento. Le nuvole, bianche, grigie, tonde, giocavano davanti al sole. Ero contenta, e pensavo che con le nuvole non si può mai sapere. Potevano disperdersi - correvano talmente forte - o potevano addensarsi e caderci addosso sotto forma di pioggia. Per me era indifferente. La pioggia mi piace molto. Del resto stamattina mi sembrava tutto splendido. Mi sentivo alleggerita, liberata da un fardello che per tanto tempo...

a quel punto che girandomi mi sono accorta dell'incidente, e le ho subito telefonato.

Anche lei vuole telefonare? Il telefono è qui. Chiamare l'ambulanza. Farà portare via il corpo, vero?

Come dice? L'ambulanza è per me? Non capisco. Non sono ferita. Nessun dolore, mi sento benissimo. Quello sulla camicia da notte è sangue di mio marito che è schizzato quando...

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Pagina 19

Lo scrittore


Mi sono ritirato per scrivere il capolavoro della mia vita.

Sono un grande scrittore. Ancora non lo sa nessuno, perché ancora non ho scritto nulla. Ma quando lo scriverò, il mio libro, il mio romanzo...

Per questo ho lasciato l'incarico di funzionario e... cos'altro? Nient'altro. Perché amici non ne ho mai avuti, e amiche ancora meno. Tuttavia mi sono ritirato dal mondo per scrivere un grande romanzo.

Il problema è che non so quale sarà l'argomento. Si è già scritto talmente tanto su tutto e qualunque cosa.

Intuisco, sento di essere un grande scrittore, ma nessun argomento mi sembra abbastanza buono, vasto, interessante per il mio talento.

Quindi aspetto. E, chiaramente, nell'attesa soffro la solitudine, e anche la fame, ogni tanto, ma è proprio attraverso questa sofferenza che spero di accedere a uno stato d'animo che mi porti a scoprire un argomento degno del mio talento.

L'argomento purtroppo tarda a manifestarsi, e la mia solitudine diventa sempre piú pesante e molesta, il silenzio mi avvolge, il vuoto s'insedia ovunque, eppure casa mia non è molto grande.

Ma queste tre cose orribili, solitudine, silenzio e vuoto mi bucano il tetto, esplodono fino alle stelle, si estendono all'infinito, e non so piú se sia la pioggia o la nebbia, se siano il fhn o i monsoni.

E grido:

- Scriverò tutto, tutto quello che si può scrivere.

E una voce, ironica ma pur sempre una voce, mi risponde:

- D'accordo, ragazzo. Tutto, ma nient'altro, intesi?

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Pagina 43

La campagna


Diventava insopportabile.

Sotto le sue finestre, che davano su una piazzetta un tempo deliziosa, il frastuono delle auto, il borbottio dei motori non si placava mai.

Neanche la notte. Impossibile dormire con le finestre aperte.

No, davvero, non era piú tollerabile.

I bambini uscendo di casa rischiavano di farsi mettere sotto. Non c'era piú un minuto di requie.

Per miracolo gli proposero quella piccola cascina isolata, abbandonata dal proprietario, e che costava un tozzo di pane. C'era qualche lavoro da fare, certo. Il tetto, la tinteggiatura. E anche installare un bagno. Ma rimaneva comunque un affare.

E almeno era a casa sua.

Comprava il latte, le uova, la verdura da un fattore suo vicino spendendo la metà di quanto avrebbe speso nei supermercati della città. Ed erano prodotti genuini, naturali.

L'unica seccatura era il tragitto in auto - venti chilometri - quattro volte al giorno. Ma in fondo, bah, venti chilometri! Era questione di un quarto d'ora.

(Tranne se c'erano le code, gli incidenti, una panne, un posto di blocco, la nebbia, il ghiaccio o troppa neve).

Anche la scuola era un po' lontana, ma una camminata di mezz'ora ai bambini fa un gran bene.

(Tranne se piove, se nevica, se fa troppo freddo o troppo caldo).

Tutto sommato era un paradiso.

E come rideva quando, arrivando in città, parcheggiava l'auto sulla piazzetta, spesso addirittura sotto le sue finestre di un tempo. Respirando i gas di scarico pensava con soddisfazione a quel che aveva risparmiato alla propria famiglia.

Poi ci fu il progetto dell'autostrada.

Consultando i disegni esposti in municipio, constatò che la futura strada a sei corsie sarebbe passata sulla sua cascina, o poco piú in là. La cosa lo scosse profondamente, ma dopo un istante ebbe come un'illuminazione: se l'autostrada passava sulla sua cascina o sul suo giardino, avrebbe ricevuto un indennizzo. E con l'indennizzo si sarebbe potuto comprare un'altra cascina.

Per vederci chiaro chiese un appuntamento con il responsabile.

Questi lo ricevette con cordialità. Dopo averlo educatamente ascoltato gli spiegò che aveva capito male, perché l'autostrada in questione sarebbe passata ad almeno centocinquanta metri da casa sua. D'indennizzo, dunque, neanche a parlarne.

L'autostrada fu costruita - un'opera magnifica - e tra questa e la cascina c'erano effettivamente centocinquanta metri.

Il rumore, del resto, si sentiva appena - una specie di brusio incessante cui ci si abituava molto in fretta. E il proprietario della cascina si consolò dicendosi che con quell'autostrada sarebbe arrivato piú rapidamente al lavoro.

Per precauzione, tuttavia, rinunciò a comprare il latte alla fattoria vicina, perché adesso le mucche del fattore pascolavano sul bordo dell'autostrada, dove l'erba, come tutti sanno, contiene molto piombo.

Sei mesi dopo, a cinquanta metri dalla sua cascina installarono dei gasometri.

Due anni dopo, a ottanta metri, un inceneritore di rifiuti domestici. Arrivavano tir dalla mattina alla sera, e la ciminiera dell'impianto fumava di continuo.

Intanto, in città, la piazzetta fu chiusa al traffico. Ci avevano creato un giardinetto con aiuole fiorite, arbusti, panchine per sedersi e un'area riservata ai bambini.

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Pagina 66

Penso


Ormai non mi restano molte speranze. Prima mi muovevo, ero sempre in viaggio. Aspettavo qualcosa. Che cosa? Non lo sapevo. Però pensavo che la vita non potesse essere solo questo, vale a dire niente, la vita doveva essere qualcosa, e aspettavo che questa cosa arrivasse, la cercavo addirittura.

Oggi penso che non c'è niente da aspettare, per cui me ne sto in camera mia, seduto su una sedia, senza fare nulla.

Penso che fuori c'è una vita, ma in questa vita non succede niente. Almeno per me.

Per gli altri può darsi che qualcosa succeda, possibile, ma non m'interessa piú.

Sono qui, su una sedia, a casa mia. Fantastico un po', niente di serio. Che cosa potrei fantasticare? Sto qui seduto, semplicemente. Non posso dire di star bene, non è per questo che ci resto, certo non per il mio benessere, al contrario.

Penso che restando qui non faccio niente di buono, e so anche che prima o poi, piú in là, dovrò alzarmi per forza.

Provo perfino un vago disagio a restare qui seduto, disoccupato da ore o giorni, non so. Ma non riesco a trovare un motivo per alzarmi e fare qualcosa. Semplicemente non vedo, ma proprio non vedo che cosa potrei fare.

Potrei senz'altro mettere un po' in ordine, fare pulizia, questo sí.

Casa mia è piuttosto sporca, e trascurata. Dovrei almeno alzarmi per aprire la finestra, c'è puzza di fumo, di marcio, di chiuso, qui.

Ma tutto ciò non mi disturba piú di tanto. Un po', ma non abbastanza per alzarmi. Sono abituato a questi odori, non li sento, penso solo che se per caso entrasse qualcuno... Ma «qualcuno» non esiste. Non entra nessuno.

Comunque sia, per fare qualcosa, mi metto a leggere il giornale che è sul tavolo da... da un certo tempo, quando l'ho comprato...

Naturalmente non mi dò la briga di prenderlo in mano. Lo lascio lí, sul tavolo, lo leggo da lontano, ma non mi entra né in testa né negli occhi, ci vedo soltanto delle mosche morte, per cui smetto di fare sforzi.

Ad ogni modo so che sull'altra pagina c'è un giovane, non giovanissimo, esattamente come me, che legge lo stesso giornale in una vasca da bagno rotonda, incassata, scorre gli annunci, le quotazioni di borsa, molto rilassato, un whisky di buona marca a portata di mano sul bordo della vasca. Sembra bello, vivace, intelligente, informato su tutto.

Pensando a quell'immagine sono costretto ad alzarmi, e vado a vomitare nel lavandino non incassato, ma banalmente attaccato al muro della cucina. E tutto ciò che mi esce da dentro ottura questo maledetto lavandino.

La vista di questo cumulo di spazzatura che mi sembra il doppio di quanto ho potuto mangiare nelle ultime ventiquattro ore mi lascia davvero stupito. Contemplando questa cosa immonda sono colto da un nuovo conato di vomito e mi precipito fuori dalla cucina.

Esco di casa per dimenticare, passeggio come chiunque altro, ma nelle strade non c'è niente, soltanto gente, negozi, nient'altro.

Non ho voglia di tornare a casa, per via del lavandino otturato, non ho voglia nemmeno di camminare, allora mi fermo sul marciapiede, di spalle a un grande magazzino, guardo la gente che entra ed esce, e penso che chi esce dovrebbe rimanere dentro, e chi entra dovrebbe rimanere fuori, si risparmierebbe movimento e fatica.

Potrebbe essere un buon consiglio, ma loro non lo ascolterebbero. Quindi non dico niente, non mi muovo, non ho neanche freddo qui, nell'entrata. Approfitto del caldo che esce dal negozio per via delle porte sempre aperte e mi sento bene quasi come prima, seduto nella mia stanza.

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