Autore Paul Krugman
Titolo Un paese non è un'azienda
EdizioneGarzanti, Milano, 2015, Saggi , pag. 64, cop.ril.sov., dim. 13x20,3x1 cm , Isbn 978-88-11-68839-6
OriginaleA Country is not a Company [2009]
TraduttoreRoberto Merlini
LettoreRiccardo Terzi, 2015
Classe economia












 

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Indice


Esportazioni e nuovi posti di lavoro                11

Gli investimenti esteri e la bilancia commerciale   19

La parabola del millepiedi paralizzato              27

Tornare a scuola                                    35

I feedback nel business e nell'economia             45

Cosa deve fare un presidente?                       53


Note                                                57


 

 

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Gli studenti universitari che vogliono andare a lavorare in azienda si laureano spesso in economia, ma pochi di loro sono convinti che useranno veramente i concetti illustrati nei corsi. Quegli studenti hanno capito una verità fondamentale: ciò che imparano nei corsi di economia non li aiuterà a gestire un'impresa.

Vale anche l'inverso: ciò che le persone apprendono sulla gestione di un'impresa non le aiuterà a formulare una politica economica. Un paese non è una grande azienda. Le abitudini mentali che caratterizzano un grande leader aziendale non sono, in linea generale, quelle che caratterizzano un grande analista economico; un dirigente che ha guadagnato un miliardo di dollari non è quasi mai la persona giusta a cui chiedere consigli su un'economia da sei trilioni di dollari.

Perché sottolinearlo? Dopotutto, i manager e gli economisti non sono quasi mai grandi poeti, e allora? Eppure sono in tanti (inclusi dirigenti di successo) a credere che chi ha accumulato una fortuna personale sappia come rendere più prospera un'intera nazione. In realtà, i suoi consigli risultano spesso disastrosamente fuorvianti.

Non sto dicendo che gli uomini d'affari siano stupidi o che gli economisti siano particolarmente intelligenti. Anzi, se i primi cento manager aziendali degli Stati Uniti si confrontassero con i primi cento economisti loro connazionali, il meno brillante del primo gruppo farebbe quasi certamente meglio del più brillante del secondo. Voglio dire soltanto che la logica da applicare all'analisi economica è molto diversa da quella che assicura il successo nel business. Una volta compresa quella differenza, possiamo iniziare a capire cosa vuol dire fare una buona analisi economica, e forse anche aiutare alcuni leader d'azienda a diventare i grandi economisti che potrebbero certamente essere con le risorse intellettuali che possiedono.

Voglio partire da due problemi economici che nella mia esperienza i manager non capiscono quasi mai: primo, la relazione tra esportazioni e creazione di nuovi posti di lavoro, e secondo, la relazione tra investimenti esteri e saldi della bilancia dei pagamenti. Entrambi i problemi riguardano il commercio internazionale, perché è l'area che conosco meglio, ma anche perché è un'area in cui gli uomini d'affari sembrano particolarmente inclini a fare analogie sbagliate tra paesi e aziende.

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Tornare a scuola



Nel mondo scientifico, la sindrome denominata «malattia del grande uomo» si manifesta quando un celebre ricercatore che sa tutto di una materia si mette a pontificare su un'altra materia che non conosce, come nel caso di un chimico che si sente un esperto di medicina o di un fisico che si atteggia a esperto di scienze cognitive. La stessa patologia si ritrova in alcuni leader aziendali che sono stati promossi a consiglieri economici: non si rendono conto che devono tornare sui banchi di scuola prima di poter prendere posizioni credibili in un campo nuovo.

I principi generali in base ai quali si deve gestire un'economia sono diversi non più difficili da capire, ma diversi rispetto a quelli che si applicano a un'azienda. Un dirigente che conosce bene la contabilità aziendale non è automaticamente in grado di leggere le statistiche sul reddito nazionale, che misurano cose diverse e usano concetti diversi. La gestione del personale e il diritto del lavoro non sono la stessa cosa, come non sono la stessa cosa il controllo finanziario e la politica monetaria. Un manager pubblico o un esperto economico deve apprendere un nuovo vocabolario e nuovi concetti, alcuni dei quali sono inevitabilmente matematici.

una realtà difficile da accettare per un leader aziendale, specie se ha avuto molto successo. Immaginate una persona che conosce a fondo un settore ad altissima complessità, e ha gestito un'azienda dal fatturato multimiliardario. Una persona di questo tipo, i cui consigli sulla politica economica potrebbero essere ricercati e ben accetti, deciderà di dedicare del tempo allo studio di argomenti che si insegnano al primo anno di economia? O penserà che l'esperienza aziendale sia più che sufficiente e che le parole e i concetti inusuali di cui si riempiono la bocca gli economisti non siano altro che un gergo pretenzioso?

Naturalmente, nonostante degli esempi che ho fatto in precedenza, molti lettori potrebbero credere ancora che la seconda reazione sia la più logica. Perché l'analisi economica richiede concetti differenti, e un approccio mentale totalmente diverso, rispetto alla gestione di un'impresa? Per rispondere a questa domanda devo accennare alla differenza più profonda tra un pensiero manageriale efficace e una buona analisi economica.

La differenza fondamentale tra strategia aziendale e analisi economica è questa: la grande azienda è un sistema molto aperto; di contro, nonostante la crescita del commercio internazionale, l'economia nazionale è ancora in gran parte un sistema chiuso. I leader d'azienda non sono abituati a pensare in termini di sistemi chiusi, gli economisti si.

Vi faccio alcuni esempi non economici per chiarire la differenza tra sistemi chiusi e sistemi aperti. Pensate ai rifiuti solidi. Ogni anno, l'americano medio genera circa mezza tonnellata di rifiuti solidi che non si possono né riciclare né bruciare. Che fine fanno? Vengono spediti da qualche altra parte. Il comune della cittadina in cui abito impone a tutti i residenti di abbonarsi a un servizio privato di smaltimento dei rifiuti, ma non mette a disposizione nessuna discarica; il servizio privato paga un canone a qualche altra comunità per il diritto di scaricare sul loro territorio i nostri rifiuti. Ciò significa che le tasse sui rifiuti sono più alte di quanto non sarebbero se il nostro municipio mettesse a disposizione una discarica; ma ha fatto una scelta diversa: è disposto a pagare pur di non avere una orribile discarica all'interno dei propri confini.

Per una singola cittadina, è una scelta praticabile. Ma potrebbero fare la stessa scelta tutte le cittadine e tutte le contee degli Stati Uniti? Potremmo decidere tutti quanti di spedire i nostri rifiuti da qualche altra parte? Ovviamente no (fatta salva la possibilità di esportare immondizia nel Terzo Mondo). Per gli Stati Uniti nel loro complesso, il principio «garbage in, garbage out», spazzatura in entrata, spazzatura in uscita, si applica alla lettera. Il paese può decidere dove seppellire i suoi rifiuti solidi, ma non se seppellirli. Vale a dire che, per quanto riguarda l'eliminazione dei rifiuti solidi, gli Stati Uniti sono sostanzialmente un sistema chiuso, anche se ogni cittadina è un sistema aperto.

Questo è un esempio piuttosto scontato. Eccone un altro, un po' meno ovvio. A un certo punto della mia vita mi sono trovato a fare il pendolare a brevissimo raggio: ogni mattina andavo in macchina fino a un grande parcheggio chiuso e poi prendevo i mezzi pubblici per andare in centro. Sfortunatamente, il garage non era abbastanza grande. Era sempre pieno, il che obbligava i pendolari in ritardo a raggiungere il luogo di lavoro in auto. Ma ho capito ben presto che avrei trovato sempre un posto libero se fossi arrivato intorno alle 8.15.

In questo caso, ogni singolo pendolare costituiva un sistema aperto; poteva trovare uno spazio di parcheggio arrivando presto. Ma il gruppo dei pendolari nella sua totalità non poteva fare la stessa cosa. Se tutti tentassero di conquistare uno spazio arrivando prima, il garage si riempirebbe più rapidamente! I pendolari nel loro complesso costituivano un sistema chiuso, almeno per quanto riguardava il parcheggio.

Cosa c'entra tutto questo con la contrap- posizione tra business ed economia? Le imprese anche le più grandi sono generalmente dei sistemi aperti. Possono, per esempio, aumentare l'occupazione simultaneamente in tutte le loro divisioni; possono aumentare trasversalmente gli investimenti; possono cercare di aumentare la propria quota in tutti i loro mercati. Ma i confini dell'organizzazione non sono del tutto aperti.

Un'azienda potrebbe far fatica a espandersi rapidamente perché non è in grado di attirare dipendenti qualificati in tempi brevi o perché non è in grado di raccogliere capitale sufficiente. Un'organizzazione potrebbe trovare ancora più difficile ridimensionarsi, perché non vuole licenziare i suoi dipendenti. Ma non troviamo nulla di straordinario in un'azienda la cui quota di mercato si raddoppia o si dimezza nel giro di pochi anni.

Per contro, un'economia nazionale specie quella di un paese grandissimo come gli Stati Uniti è un sistema chiuso. Tutte le aziende americane potrebbero raddoppiare la propria quota di mercato nei prossimi 10 anni? Certamente no; neanche se la loro gestione migliorasse drasticamente. Tanto per cominciare, nonostante la crescita dell'interscambio mondiale, più del 70% dell'occupazione e del valore aggiunto degli Stati Uniti si concentra in settori, come la distribuzione al dettaglio, che non esportano né si devono confrontare con la concorrenza estera. In quei settori, un'azienda americana può aumentare la propria quota di mercato solo a spese di un'altra.

Nei comparti che partecipano effettivamente al commercio internazionale, le aziende americane nella loro totalità possono accrescere la propria quota di mercato, ma lo devono fare solo aumentando le esportazioni o facendo diminuire le importazioni. Qualunque incremento della loro quota di mercato comporterebbe perciò uno spostamento verso il surplus della bilancia commerciale; e come abbiamo già visto, un paese in attivo commerciale è per definizione un paese che esporta capitale. Un minimo di aritmetica ci dice che se l'azienda americana media dovesse espandere la propria quota di mercato globale anche solo di cinque punti percentuali, gli Stati Uniti, che sono attualmente importatori netti di capitale dal resto del mondo, dovrebbero diventare esportatori netti di capitale su una scala mai vista prima. Se lo considerate uno scenario poco verosimile, dovete anche credere che le aziende americane non siano in grado di accrescere la loro quota di mercato combinata di oltre uno o due punti percentuali, per ben gestite che possano essere.

I manager aziendali fanno fatica a capire l'analisi economica perché sono abituati a ragionare in termini di sistemi aperti. Per tornare ai nostri due esempi, un manager guarda ai posti di lavoro creati direttamente dalle esportazioni e vede in essi la parte più importante della questione. Probabilmente si rende conto che un'occupazione più elevata fa aumentare i tassi di interesse, ma gli sembra un fatto marginale puramente ipotetico. L'economista, invece, è consapevole del fatto che l'occupazione è un sistema chiuso: gli operai che trovano lavoro grazie all'incremento delle esportazioni, al pari dei pendolari che si assicurano un parcheggio arrivando presto nel garage, devono conquistarsi quelle posizioni a spese di qualcun altro.

E cosa possiamo dire dell'effetto degli investimenti esteri sulla bilancia dei pagamenti? Anche qui, il manager guarda agli effetti diretti degli investimenti sulla concorrenza in un determinato settore; gli effetti degli afflussi di capitale sui tassi di cambio, sui prezzi e così via non gli sembrano particolarmente affidabili o importanti. L'economista sa, invece, che la bilancia dei pagamenti è un sistema chiuso: l'afflusso di capitale è sempre controbilanciato dal disavanzo commerciale, perciò qualunque incremento di quell'afflusso deve portare a un aumento del deficit commerciale.

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Cosa deve fare un presidente?



In una società che rispetta il successo commerciale, i leader politici chiederanno inevitabilmente e con buona ragione il consiglio dei leader aziendali su svariati problemi, inclusi quelli finanziari. Possiamo solo augurarci che sia i consiglieri sia i consigliati abbiano le idee chiare su ciò che insegna e non insegna il successo commerciale ai fini dell'economia politica.

Nel 1930, quando il mondo stava entrando in depressione, John Maynard Keynes invocò una forte espansione monetaria per alleviare la crisi e suggerì l'adozione di una politica basata sull'analisi economica anziché sui consigli di banchieri legati al gold standard o di industriali che volevano alzare i prezzi riducendo la produzione. «Perché anche se nessuno ci crederà l'economia è una materia tecnica e difficile.» Se i suoi consigli fossero stati seguiti, si sarebbero potute evitare le peggiori devastazioni della Grande Depressione.

Keynes aveva ragione: l'economia è una materia tecnica e difficile. Essere un bravo economista non è più difficile che essere un bravo manager aziendale. (Anzi, probabilmente è più facile, perché la concorrenza è meno forte.) Ma l'economia e il business non sono la stessa cosa, e la padronanza dell'una non assicura la comprensione, e tantomeno la padronanza, dell'altra. Un leader aziendale di successo non è necessariamente più esperto di economia che, per dire, di strategia militare.

La prossima volta che sentirete dei manager esprimere delle opinioni sull'economia, domandatevi: «Si sono presi il tempo che occorre per studiare a fondo questo argomento? Hanno letto quello che scrivono gli esperti?». Se non l'hanno fatto, non tenete conto del successo che hanno avuto negli affari. Ignorateli, perché probabilmente non sanno nemmeno di cosa stanno parlando.

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