Copertina
Autore Hanna Kugler Weiss
Titolo Racconta!
SottotitoloFiume-Birkenau-Israele
EdizioneGiuntina, Firenze, 2006 , pag. 120, cop.fle., dim. 138x205x8 mm , Isbn 978-88-8057-239-8
PrefazioneSilvia Godelli
LettoreGiorgia Pezzali, 2006
Classe biografie , storia contemporanea , storia criminale , shoah
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Pagina 11

L'idea di scrivere le mie memorie è nata dal desiderio di raccontare ai miei nipoti e, sopratutto, ai miei figli la mia storia.

I miei figli sapevano che ero una sopravvissuta della Shoà poiché vedevano il numero tatuato sul mio braccio sinistro, però mai mi hanno chiesto particolari e io mai ho raccontato.

Nel 1968 iniziai a parlare, e da allora sono sempre pronta a tutte le richieste, sia dinanzi a un pubblico di centinaia di persone che a un gruppetto di amici; però a loro, ai miei figli, non avevo mai parlato e non ho cercato di sapere quanto conoscevano della Shoà in generale e della mia vicenda in particolare.

Mi avrebbero rispettato se avessero saputo che la loro madre, durante quasi nove mesi, aveva vissuto come una persona sporca, lercia, affamata, piena di scabbia e pidocchi e sembrava un cadavere?

Come potevo spiegare loro che in quei mesi feci la doccia forse sette volte e sempre per pochi minuti, senza sapone e senza asciugamano; che dopo la doccia, ancora grondante d'acqua, rivestivo gli stracci di prima; che nelle latrine non esisteva la carta, che non sempre ero in possesso di mutande, che non mi lavavo i denti, che non mi pettinavo, che non mi lavavo le mani prima di mangiare, che ero capace di raccogliere dalla mota ogni cosa che sembrava commestibile!

Ci sono voluti anni per ricostruire il passato cercando di capire quello che mi era successo e come ne ero uscita. Solo così mi è stato possibile scrivere le mie memorie. Durante la scrittura ho cercato di rimanere fedele ai ricordi e di raccontare quello che ricordavo, come lo ricordavo, senza aggiungere commenti, sensazioni, dubbi e pensieri.

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Pagina 25

Al principio la presenza delle forze tedesche in città non portò un gran cambiamento neppure nella vita degli ebrei; non ci furono ordini speciali, non dovemmo portare la stella gialla, non ci concentrarono in nessun ghetto. Ciononostante eravamo tutti in ansia. Cosa ci attendeva per il futuro?

Verso la fine di novembre, la Gestapo iniziò il suo «lavoro» sugli ebrei. Il primo fra i conoscenti a essere catturato fu Zoltan, il fidanzato di Ghisi. In gennaio fu preso un altro amico. Secondo le «voci» gli agenti della Gestapo prelevavano giovani da casa o dagli uffici dove lavoravano e li portavano al loro Quartier Generale per un «interrogatorio» promettendo loro che sarebbero stati rilasciati subito.

Tutti i giovani così presi «sparirono».

Iniziò l'esodo delle famiglie benestanti che lasciavano la città in cerca di un rifugio.

Mamma cominciò a imballare in cinque casse le nostre cose, per poi lasciarle in custodia a vicini o amici pronti ad aiutare. Come al solito mamma non ci fece partecipi dei suoi programmi, dei suoi pensieri, forse per non addolorarci, ma in ogni modo avevamo capito che avremmo dovuto lasciare la casa.

Arrivò il momento della fuga, salimmo su un treno che ci portò a Trieste. Erano i primi giorni del febbraio '44. Solo dopo la guerra, al nostro ritorno a Fiume, sapemmo che avevamo lasciato la casa appena in tempo. Alcuni giorni dopo la nostra fuga arrivarono infatti gli agenti della Gestapo per arrestare Ghisi. Trovarono la casa vuota, e chiusero e piombarono l'entrata con il sigillo della Gestapo.

Quando lasciammo Fiume non avevamo idea di quando e come saremmo ritornate.


Tentativo di fuga in Svizzera

A Trieste affittammo una camera in una pensione nel centro della città.

Mia madre, che aveva sempre portato una parrucca castana (le parrucche le comperava in Ungheria), una volta consumate tutte quelle che aveva in casa andava ormai a testa scoperta. Mamma aveva capelli neri e pelle scura ed era in grande contrasto con noi tre, rosse di pelo con la pelle bianca; così Ghisi e io andammo da una parrucchiera per dare un tono più bruno ai nostri capelli. A Magdiza fu risparmiata questa operazione, dato che lei aveva i capelli color tiziano.

Questo artifizio non era però sufficiente a proteggerci. Dove potevamo trovare un nascondiglio? Chi ci poteva aiutare?

Mamma decise di partire per Bolzano dove abitava una sua compagna di scuola. Un viaggio in treno era abbastanza pericoloso perché si aggiravano i fascisti di Salò, collaboratori dei nazisti e a volte peggiori di loro, che controllavano i documenti dei passeggeri.

L'amica della mamma ci accolse con cordialità, ci diede da mangiare e dormire, ma la mattina, a colazione, ci informò che lei non era in grado di tenerci in casa dato l'editto uscito quella mattina che proibiva la permanenza a Bolzano alle persone arrivate dopo una certa data: e quella data era già passata, naturalmente.

E così ci trovammo di nuovo in quella camera nella pensione di Trieste.

Non ho idea di come giungessero e di come si propagassero le notizie, e da chi mamma abbia avuto nomi e indirizzi, ma dopo alcuni giorni eravamo di nuovo in viaggio e questa volta per Lugo in Emilia-Romagna. Secondo le informazioni che mamma aveva, Ghisi doveva incontrare un certo signor Tambini che si sarebbe occupato di noi; assieme a lui si recò all'ufficio anagrafe e lì Ghisi dichiarò «che noi, la famiglia Vieri, eravamo profughi scappati da Zara che era stata distrutta dai bombardamenti, ed eravamo senza documenti». Il signor Tambini, di famiglia conosciuta ed onorata, firmò come garante che la dichiarazione rispondeva al vero e Ghisi ritornò a casa con le nuove carte d'identità e con le tessere annonarie.

Oggi sappiamo che Vincenzo Tambini, sua sorella ed altri loro amici, erano impegnati, a rischio della propria vita, nel salvataggio degli ebrei e di altri fuggiaschi. Loro aiutarono almeno dieci famiglie di Fiume che erano disperse in paesetti diversi non lontano da Lugo. Ogni famiglia aveva il suo nuovo nome che suonava più italiano: non più Kugler ma Vieri, sparito il Berger trasformato in Bergi.

Dopo molti anni Vincenzo Tambini e sua sorella vennero dichiarati Giusti fra le Nazioni (onorificenza che viene data dallo Yad Vashem di Gerusalemme a chi abbia dato aiuto a un ebreo a rischio della propria vita e non a scopo di guadagno).

A Lugo abitavamo in un rione popolare, fra gente semplice, amichevole, lavoratori seri, sempre pronti ad aiutare il prossimo. Fu spiegato alla mamma che ogni famiglia aveva il suo giorno e le sue ore della settimana ed il proprio segno dal fornaio del rione. La mamma usciva un giorno alla settimana in compagnia delle vicine e tornava con dei panini speciali, buonissimi, che dovevano bastare per tutta la settimana. Non so di chi fosse la casa, né come pagavamo l'affitto. Non uscivamo, non avevamo amici. Parlavamo solo con i nostri vicini perché avevamo il cortile in comune. Erano una coppia giovane senza bambini, ma non entrammo mai nella loro casa né loro furono mai invitati da noi. Avevo il dubbio che avessero capito chi eravamo, ma erano sempre gentili e pronti ad aiutarci. Passammo le feste di Pesach (Pasqua) senza il pane azzimo, con i panini che venivano messi sul tavolo senza che nessuno li toccasse per una intera settimana. Quella settimana soffrii la fame.

Tutto cambiò nel pomeriggio del 30 aprile 1944, quando Goti arrivo da noi a Lugo. Goti, mia amica ancora oggi, era fiumana ed anche lei e la sua famiglia, padre, madre e fratello, si trovavano sotto falso nome e vivevano in un paese nelle vicinanze. Era arrivata per portarci due messaggi: uno brutto, ma l'altro proprio buono.

Il messaggio brutto era che dovevamo lasciare il nostro rifugio per tutelare i nostri soccorritori, in quanto c'era il dubbio che la Polizia sospettasse la verità su questa organizzazione clandestina.

La buona notizia invece era che c'era la possibilità di passare il confine e trovare rifugio in Svizzera.

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Pagina 36

Verso Birkenau

Il mattino seguente iniziò l'evacuazione dal campo di Fossoli. Noi, un'ottantina di persone più o meno, il gruppo di Milano, fummo messi da parte, di fronte al cancello del campo, in attesa. I camion, zeppi di gente, uscivano dal campo e dopo un po' ritornavano vuoti per ricominciare da capo. Dove li portavano? Era come andare a tentoni nel buio.

L'attesa era snervante.

«Forse noi non partiamo? Siamo arrivati solo ieri sera!»

Questi pensieri mi correvano nella mente.

Martino si avvicinò alla mamma e le chiese: «Signora Kugler, se dopo la guerra vorrò ritrovarvi, dove dovrò cercarvi?»

«In Eretz Israel! La terra d'Israele...!»

Eravamo rimasti ultimi e salimmo sull'ultimo camion. Il viaggio durò alcuni minuti. All'arrivo, dinanzi a noi attendeva lungo la banchina un treno, composto solo da vagoni merci. Ci fecero entrare in un vagone vuoto, senza sedili o panche. In un angolo c'era un secchio.

Le persone anziane e i genitori con i bambini piccoli si sedettero per terra, lungo le pareti del vagone, ognuno con i suoi pacchi, zaini e valigie. Noi giovani trovammo posto al centro del vagone. Dopo alcuni minuti arrivò un poliziotto tedesco che venne a prendere Martino su richiesta di suo padre che si trovava in un' altro vagone. Anche se riluttante, Martino, dopo un ultimo sguardo scambiato con me, se ne andò. La porta del vagone venne chiusa.

Non vidi più Martino.

Sedevo assieme a tre o quattro ragazzi all'incirca della stessa età, e fra loro c'erano Carlo e Tibi, amici di Fiume.

Capimmo tutti a che serviva quel secchio che intanto era stato messo dinanzi all'entrata del vagone. Chi sarebbe stato il primo eroe a usare il secchio? Sicuramente passarono delle ore finché il primo lo usò.

Nel frattempo noi ragazzi decidemmo che, dopo esserci organizzati con una coperta, a turno avremmo nascosto la persona che usava il secchio e così avremmo mantenuto un'ombra di intimità ed aiutato la gente a sentirsi meno umiliata.

Tutto parlava di tristezza e miseria ma io non volevo vedere la realtà, non volevo pensare, non volevo sentire i pianti dei bambini, le preghiere e le invocazioni degli anziani.

Non mi restava altro che cantare...

Conoscevamo tutti le arie famose delle opere più note e, cambiando le parole, facemmo della nostra disgrazia una satira. Questa attività ci teneva occupati ed allegri. Non credo che qualcuno nel vagone abbia goduto delle nostre esibizioni, ma solo così riuscivo a non sentire i morsi della fame e l'arsura della sete, a superare il senso di umiliazione e di oltraggio.

Aria e luce provenivano dalle quattro aperture nelle due pareti del vagone, ma solo da una era possibile guardare fuori, mentre le altre tre erano attraversate dal filo spinato.

Agli occhi dei nazisti c'erano convogli più importanti di quello degli ebrei. Gli ebrei potevano rimanere chiusi nel vagone fermo per ore su un binario morto, mentre da sinistra e da destra correvano gli altri treni; che differenza fa per un ebreo rimanere chiuso in un vagone nel caldo di maggio, senza aria, nel puzzo dei suoi escrementi, senza cibo e senza acqua? L'ebreo è sempre stato un maiale, perciò...

La porta veniva aperta una volta al giorno per permettere di vuotare il secchio e allora, se c'era la possibilità, cercavamo di fare provviste d'acqua.

Credo che quasi tutti fossimo occupati nel cercare una soluzione ai nostri principali problemi: mancanza di intimità, puzza e capienza del secchio.

Il primo problema l'avevamo risolto noi ragazzi con la coperta; per il secondo, l'unica soluzione era respirare un po' d'aria fresca quando veniva aperta la porta; il problema della capacità del secchio venne risolto quando gli uomini capirono che la porta scorrevole non era saldata alla struttura del vagone, ma c'era dello spazio fra il pavimento del vagone e la porta stessa; cominciarono allora a urinare direttamente sulla porta così che il liquido scorresse fuori del vagone.

Da quando mi ricordo, ho avuto sempre due problemi seri: esser nata rossa di pelo e essere femmina. Volevo sempre essere un maschietto ed ecco qui, nel vagone, la prova che i maschi avevano un vantaggio su noi femmine. Io invece non avevo altra possibilità che quella di aggiungere la mia parte al contenuto del secchio.

L'apertura delle porte veniva fatta in maniera sistematica: aprivano un vagone solo, e quando cessava la ragione per cui avevano aperto, chiudevano la porta e passavano al vagone successivo. Questo era uno dei motivi per cui non conoscevamo nessuno dei viaggiatori all'infuori di quelli del nostro vagone.

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Pagina 54

Visita medica

Durante la quarantena, una o due volte alla settimana dovevamo passare la visita medica. Il dottor Mengele con il suo seguito si fermava all'entrata; noi dovevamo spogliarci completamente nude nel Block, e con gli stracci sul braccio destro aspettare il turno e farci guardare dai medici. Davanti ai medici dovevamo alzare le braccia, girare su noi stesse ed uscire dalla baracca.

All'uscita, davanti a un tavolino, sedeva la scrivana, alla quale dovevamo presentare il numero tatuato sul braccio sinistro. La scrivana segnava il numero delle donne a seconda degli ordini del medico che, guardando la detenuta, faceva la sua diagnosi. Bastava poco per essere segnata: un foruncolo, una vescica, un zoppicamento, un culo senza carne, o semplicemente se la detenuta gli sembrava antipatica.

Una approfondita e seria visita medica...

La sera, dopo l'appello, venivano chiamati i numeri segnati, e le donne venivano portate al Revier (ospedale). Se era necessario venivano ricoverate.

Dopo due settimane di quarantena a una delle ragazze salì la febbre, venne segnalata e ricoverata. Immediatamente aggiunsero altre quattro settimane di quarantena a tutto il Block. Era molto importante essere sane, senza ferite; cercavamo anche di evitare la visita con dei sotterfugi.

In uno dei giorni molto caldi sentii mal di gola. Mi controllarono e segnarono il mio numero, ma vidi subito che la scrivana aveva sbagliato una cifra. La sera, dopo l'appello, chiamarono il numero scritto ed una donna si presentò molto stupita, essendo sana, di dover andare all'ospedale.

Non aprii bocca. Ormai avevo capito che la salute era la vita, mentre il ricovero era una via più breve per arrivare alla camera a gas. Nel campo era risaputo che il dottor Mengele, conosciuto come l'angelo della morte in bianco (il camice bianco), amava fare le selezioni all'ospedale, e le condannate a morte non erano certo solo le donne in fin di vita.


Schiavi

Le prime tre settimane a Birkenau passarono in un ozio quasi completo. Appello di mattina, appello la sera, visite mediche, pasti che non saziavano, selezioni e riposo notturno. In un certo modo ci abituammo alla nuova vita, però la paura continua ed i pensieri tristi non ci davano pace. Per giorni stavamo sedute per terra nel Block (era proibito salire nei letti) aspettando che il tempo passasse.

Fu allora che una Kapo venne al Block dopo l'appello e gridando chiese: «Chi vuole lavorare alla Steinkommando?» (gruppo di lavoro per le pietre).

Ghisi e io ci unimmo al Kommando anche se non avevamo la minima idea di cosa si trattasse. Lavorando, pensavamo, il tempo sarebbe passato più presto.

Ci mettemmo in fila per cinque e seguimmo la Kapo a tempo di marcia, come se fossimo un'unità militare. Sono sicura che eravamo il plotone più cencioso ed unico al mondo che marciava così seriamente.

Uscendo dal campo A passammo il controllo e la conta e ci trovammo fuori del campo. Stavamo andando verso la Rampa che riconoscemmo come il posto della selezione. Sulla Rampa, a un certo punto la Kapo ci fermò. Alla nostra sinistra si trovava un cumulo di pietre. All'ordine della Kapo ognuna di noi, una dopo l'altra, andò al cumulo, prese una pietra e ritornò alla sua fila nel senso contrario. Tutte dovevamo tenere la pietra nello stesso modo ed alla stessa altezza. Tenevo la pietra fra le due mani, all'altezza del petto; la mano destra sotto la pietra mentre la mano sinistra aiutava trattenendola da sopra. Tutte avevamo la mano destra sotto e la sinistra sopra. Naturalmente era proibito usare il petto come appoggio.

Quando ci fummo disposte in file di cinque, la Kapo, scandendo il passo, ci portò davanti alla guardia SS che ci contò di nuovo, quindi passammo al campo B delle donne. Marciammo fino quasi alla fine del campo e dinanzi a un cumulo di pietre ci fermammo. Nello stesso ordine di prima, ognuna andò a posare la sua pietra (era proibito far cadere la pietra) e libera dal peso ritornò alla sua fila, ma nel senso contrario.

Cosi passò tutto il giorno, portando le pietre dalla Rampa al campo B.

Il giorno dopo ritornammo al campo B davanti al cumulo di pietre e nello stesso ordine prendemmo le pietre e le riportammo alla Rampa.

E così, ogni giorno, le pietre cambiavano posto, dalla Rampa al campo, dal campo alla Rampa.

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Pagina 93

I primi giorni di libertà

Fummo ricoverate all'ospedale russo nel Lager di Auschwitz. Per la prima volta vidi quelle case a due piani costruite con le mattonelle rosse.

Entrando in uno dei Block la prima cosa che vidi fu la camerata delle latrine. Dopo tanti mesi, mi sembrava impossibile che in un campo di concentramento ci fossero dei gabinetti normali con l'acqua corrente, anche se erano decine in un unico stanzone privo di divisori. I russi prepararono delle liste nominative dei superstiti a seconda della loro nazionalità. C'era la possibilità di segnarci come ebree, ma preferimmo la lista italiana nella certezza che così saremmo arrivate in Italia più presto. Non so dopo quanto tempo lasciammo Auschwitz e ci trovammo in un gruppo di italiani, uomini e donne. Le donne formavano un piccolo gruppo: erano tutte ebree, mentre fra gli uomini quasi tutti erano ex soldati, reduci dai campi nazisti.

Ci trovammo in una fattoria molto grande; ogni giorno gli uomini uscivano a lavorare (scavavano trincee), mentre noi donne, riunite in una stalla vuota attorno a una tinozza piena d'acqua, sbucciavamo patate. I nostri pasti, e credo che anche quelli dei russi, erano costituiti di sole patate.

Un giorno un generale venne a cercare due ragazze che parlassero tedesco, e così io smisi di pelare patate.

Con un calessino trainato da un cavallo arrivammo al Quartier Generale, e là iniziò il nostro lavoro di lavandaie. I russi entravano nelle case vuote, prendevano soltanto la biancheria da letto, noi lavavamo e loro venivano a prelevare i pacchi che poi venivano spediti a casa loro.

Avevamo la nostra camera, ancora arredata così come l'avevano abbandonata gli abitanti; mangiavamo abbastanza bene e nessuno ci disturbava.

Il fronte si allontanava verso occidente e anche il Quartier Generale doveva cambiare posto. Ricordo poco dei nomi dei paesetti e delle cittadine dove ci spostammo: Sankt Annaberg, Gleiwitz, Gleiwitza, nomi di città in tedesco o polacco.

Per quanto ricordo, ogni spostamento mi sembrava come la fuga dall'Egitto.

Per primi uscivano in macchina o in calesse gli ufficiali e i soldati della direzione del Quartier Generale, mentre di seguito venivano quelli di basso rango che viaggiavano su carri trainati da cavalli o buoi. I carri erano pieni di mercanzia e non mancavano gli animali da cortile: galline, oche, maiali.

Ghisi e io, beniamine del generale, viaggiavamo con gli ufficiali. Per strada incontrammo le prime file di profughi che andavano in entrambe le direzioni trainando carretti o persino carrozzine carichi di roba. Fra i profughi incontrammo un uomo che spingeva due mucche. Immediatamente le mucche furono confiscate dai russi che, non potendo continuare il viaggio con le bestie, le affidarono a me. Per un giorno feci la pastora di mucche. Non so perché non avevo le scarpe e così, scalza, per quasi tutta la giornata corsi dietro alle mucche per tenerle unite, aspettando l'arrivo del convoglio dei carri.

Quando il convoglio si fermò in una fattoria per passare la notte, vidi nel cortile un cavallo che voleva montare una cavalla. I soldati e le soldatesse scoppiarono in una formidabile risata quando mi videro, ferma a bocca aperta, con gli occhi spalancati, a guardare quella scena. Di certo non davo l'idea di una contadina esperta.

Il giorno dopo arrivammo alla fattoria dove si era insediato il Quartier Generale; il posto si trovava nelle vicinanze di un paese abbandonato e restammo lì fino alla fine della guerra. Nelle ore libere, nel pomeriggio, Ghisi e io passeggiavamo per le strade del villaggio, prendendo ogni volta una direzione diversa. Un giorno ci trovammo in un rione che sembrava costruito di recente. Le case erano intatte, c'era ogni ben di Dio, mobili e suppellettili di buon gusto. Mancava solo la biancheria da letto che era già stata prelevata dai russi. Solo al pensiero che gli abitanti tedeschi (fino ad allora ero sicura che Auschwitz e Birkenau fossero in Germania) sarebbero ritornati alle loro case trovando tutto intatto, mentre a noi avevano tolto tutto, mi veniva una gran rabbia.

Perciò in una delle case presi dal cortile due grosse pietre e giocai al tiro a segno. In questo modo ruppi decine di vetri, e mi vergogno di confessare che dopo questo gioco così stupido mi sentii benissimo.

Una sera ci chiamarono per aiutare in cucina. Nella sala accanto gli ufficiali festeggiavano con canti e balli, mangiando e sopratutto bevendo. Credevo che festeggiassero il Primo Maggio, ma molto probabilmente tutto quel frastuono era causato dalla firma di resa della Germania il 9 maggio 1945.

Era finita la guerra, i russi festeggiavano e io piangevo.

Il nostro compito in cucina era vuotare e poi lavare i piatti che i soldati-camerieri portavano dalla sala da pranzo. Lavoravo e piangevo perché i piatti erano quasi intatti e dovevo gettare nella pattumiera una grande quantità di cibo.

Non ricordo di essermi emozionata in special modo, forse perché non capivo il vero significato della frase: «È finita la guerra».

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