Copertina
Autore Franco La Cecla
CoautoreMelo Minnella
Titolo La lapa
Sottotitoloe l'antropologia del quotidiano
Edizioneeleuthera, Milano, 2005, , pag. 64, ill., cop.fle., dim. 125x190x5 mm , Isbn 978-88-89490-00-6
LettoreLuca Vita, 2005
Classe fotografia , costume
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Pagina 9

Questo libretto divertente, dovuto alla genialità delle immagini di Melo Minnella, un fotografo che è capace di immergersi nel presente della sua terra in presa diretta e di riportarne tutta la freschezza, è l'occasione per raccontare in cosa consiste l'antropologia del quotidiano. Diciamo che il testo e le immagini della «Lapa» sono un'illustrazione di uno sguardo che può anche essere giocoso, senza per questo perdere la voglia di capire, di andare oltre la superficie delle cose. L'antropologia - almeno per me, ma vedremo che in questa solitudine italiana ho conforto oltralpe e oltreoceano è la capacità di discernimento rispetto a cose che sfuggono perché troppo visibili, sotto gli occhi di tutti. Certo, per elaborare questa capacità di sguardo bisogna esercitarlo su «campi» lontani, tra gli indigeni di una tribù remota in Amazzonia, tra gli anziani di un villaggio quasi abbandonato del nord del Benin (come ad esempio racconta l'antropologo Marco Aime ne Le nuvole dell'Atakora, Torino 2002), o tra popoli vicini ma «allontanati» come i rom e i korakané (nei magnifici testi di Leonardo Piasere sugli «zingari» italiani). Poi però uno torna dal «campo» e sente l'urgenza di applicare questo sguardo a ciò che gli è sempre sfuggito perché a due passi. Come mai ci sembra ovvio guidare per ore un'automobile e addirittura imparare a parlare ai nostri familiari senza guardarli in faccia? Come mai ci sembra naturale preoccuparci così tanto per cose che accadranno tra sei mesi, un anno, quattro anni? E al contrario: come facciamo a vivere facendo finta che non moriremo e fingendo di non domandarci cosa saremo quando non saremo più vivi? O per restare a un campo familiare all'antropologia: «come mai la nostra società non comprende la possibilità della poligamia»?

Questa urgenza di porsi domande sull'altrove e su noi stessi gli antropologi l'hanno chiamata «visione comparata», ed è forse rimasta l'unica loro qualità precipua in un momento in cui storici locali, geografi umani e perfino psicologi e sociologi stanno recuperando il primato dell'osservazione diretta. Ovviamente il metodo comparativo non è «scientifico» come non lo è ogni indagine che si basa su analogie e su indizi, ma il paradigma indiziario, come ci ha insegnato Carlo Ginzburg, è la base delle scienze sperimentali moderne, tra cui la ricerca medica, la critica d'arte o la linguistica. La cosa appassionante e pericolosa che contraddistingue l'antropologia è che lo sperimentatore è in «ballo»; è cioè direttamente coinvolto con tutte le sue umane debolezze nel campo che osserva. Questa è anche la faccia positiva della professione, questo permanente imbranamento che è una condizione importante per potere «sentire» oltre che conoscere le persone diverse da lui. Ovviamente gli antropologi fanno anche altro: disegnano schemi di parentela, tracciano teorie per spiegare le società che visitano, elaborano categorie e sistemi descrittivi della realtà, che «tengono» per un po', appunto, fin quando tengono.

L'imbranamento dell'antropologo in un lontano villaggio dell'Africa non è lo stesso che prova di fronte al comportamento strano dei suoi vicini. Qui è «a casa», non solo, ma qui il quotidiano non è il quotidiano degli altri, ma il proprio. Ogni lavoro di antropologia è dunque un lavoro sull'immanenza.

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Pagina 23

Credere nell'esistenza della Lapa (volgarmente detta Lape, L'ape o Ape) richiede alcune condizioni preliminari:

a) che si sia disposti ad ammettere che un veicolo a tre ruote stia in piedi;

b) che si abbia un'idea molto vaga dell'uso di un simile veicolo;

c) che si pensi che ci si può andare dappertutto, scale comprese;

d) che si pensi che nulla e soprattutto nessuna automobile possa essere più comodo;

e) che si pensi che è l'unica alternativa alla decappottabile.


Poste queste condizioni, gli individui degni di guidare la Lapa sono veramente pochi. Ci sono alcune straordinarie anticipazioni nel veicolo Lapa che l'industria automobilistica ha capito solo dopo decenni di sperimentazione. Gli individui degni di guidare la Lapa hanno capito invece di essere uomini del futuro, profeti di una nuova era della mobilità. Cerchiamo di enumerare alcune di queste profezie che i rari uomini della Lapa hanno sperimentato dal vivo.

La Lapa è chiusa (quando è chiusa) da due porte che somigliano a due porte e non a due portiere d'auto. Questo è dovuto al fatto che nella Lapa si entra quasi in piedi e solo dopo bisogna rassegnarsi a sedere. Ma la posizione migliore per guidare la Lapa sarebbe quella del guidatore di tram, appoggiato a un asse che gli consenta un moderato riposo, ma sempre vigile nella presa dei comandi. Solo alcune industrie automobilistiche giapponesi hanno capito, dopo decenni, che i clienti amano avere auto che somigliano a case in cui si entra senza doversi umiliare e abbassare. La guida in piedi è un sogno della dignità umana.

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