Copertina
Autore Francesco La Licata
Titolo Storia di Giovanni Falcone
EdizioneFeltrinelli, Milano, 2002 [1993], UE , Isbn 978-88-07-81703-8
LettoreGiovanna Bacci, 2011
Classe biografie , paesi: Italia: 1990 , storia criminale
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Indice

  7 Avvertenza

  9 STORIA DI GIOVANNI FALCONE


 11 Prologo


 23 La famiglia

    - L'infanzia di Giovanni, 25
    - La vita eroica, 28
    - Il professor Salvo, 29
    - La carriera militare, 31
    - Cambiamenti, 34
    - Il matrimonio, 37

 39 Trapani

    - "Diventò un'altra persona", 39
    - Gli anni della formazione professionale, 41
    - Il processo Licari, 43
    - Ostaggio di un terrorista, 45
    - La giustizia civile, 48
    - La politica, 50
    - Trapani addio, 53

 56 Palermo

    - Uno sconosciuto nel 'palazzo", 57
    - Con Rocco Chinnici, 58
    - La Giustizia immobile, 61
    - La vita blindata, 63
    - L'incontro con Francesca, 65
    - Isolato nella sua città, 67
    - "Voi date scandalo", 70
    - La celebrità, 72
    - Sotto osservazione della mafia, 73
    - "Dica a Falcone...", 76
    - Dio ci salvi dai giornalisti, 78
    - Falcone e Cassarà, fermate quei due, 80
    - La morte di Salvatore Marino, 83

 85 Il maxiprocesso

    - Buscetta il grande pentito, 87
    - L'intesa con Orlando, 88
    - Ciancmrino in manette, 90
    - Fuga all'Asinara, 91
    - Il matrimonio con Francesca, 93
    - La normalizzazione, 94
    - I professionisti dell'Antimafia, 96
    - La prima estate dei veleni, 97
    - "Basta, me ne vado", 101
    - "Vogliono distruggere il pool", 104
    - La congiura del "Corvo", 107
    - Bombe e lettere anonimie, 109
    - Un'altra estate di fuoco, 111
    - "C'è la saldatura di interessi", 114
    - "Certa antimafia parlata...", 117
    - L'espulsione, 118
    - L'arrivo in Procura, 119
    - I diari, 121
    - Giammanco, l'ex amico, 125
    - Le carte nei cassetti, 129
    - La rottura con Orlando, 131

135 La primavera romana

    - Un altro uomo, 135
    - Patti chiari con Martelli, 137
    - Con la nuova "squadra", 143
    - Vita da single, 145
    - Editorialista alla "Stampa", 147
    - Verso la Superprocura, 148
    - Cose di Cosa Nostra, 151
    - Riprende il tiro al bersaglio, 151
    - La Superprocura negata, 154
    - I fatti contro le polemiche, 160
    - Il giorno della Cassazione, 162
    - Più forte di prima, 164
    - "Si è rotto un equilibrio", 165
    - Ritorno al passato, 167
    - La mattanza, 169

172 P.S.


175 Dieci muli dopo

    - La delega in bianco ai magistrati, 175
    - L'albero Falcone, 177
    - La morte del metodo Falcone, 179
    - Il "terzo livello", 182
    - Ciascuno vuole il suo Buscetta, 186
    - Garantismi di sinistra e di destra, 188
    - Cosa Nostra in buona salute, 190

191 L'eredità di Falcolle
    di Gian Carlo Caselli


195 Indice dei nomi

 

 

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Pagina 11

Era inverno inoltrato, ma a Catania c'era un bel sole.

La testimonianza di Giovanni Falcone davanti alla Corte d'Assise rappresentava un buon richiamo per i giornali. Il giudice era atteso: si processava Salvatore Inzerillo, il presunto killer del procuratore di Palermo Gaetano Costa, uno dei mille caduti della guerra tra stato e mafia. Nell'aula del palazzo di giustizia di Catania, insolita mobilitazione per le misure di sicurezza. Si sapeva già che Falcone sarebbe andato a Roma per dirigere l'ufficio degli Affari penali, anzi mancavano due o tre giorni al definitivo trasferimento.

Arrivò accompagnato da Piero Grasso, un tempo giudice a latere durante il primo maxiprocesso a Cosa Nostra. Era la fine di febbraio 1991. I cronisti premevano per un incontro, lui, al solito, recalcitrava. Sorridente, ma evasivo, disse prima dell'udienza: "Vediamo, se si fa presto va bene". Alle 13.30 eravamo pronti per tornare alla carica. "Allora Giovanni, ci vediamo al Costa Azzurra?" "Che rompiballe che siete. Siete peggio delle cambiali, voi giornalisti." Per me, che lo conoscevo bene, quella era già una risposta: "Costa Azzurra, tra un quarto d'ora".

Tre giornalisti, lui e Piero Grasso. Il tavolo dava su una grande vetrata che lasciava vedere il porticciolo di Ognina. A qualche metro, defilati, quasi volessero passare inosservati, gli uomini della scorta pranzavano come normali avventori. Si sfilò il loden blu, tirò fuori dalla borsa - la sua famosissima borsa - i telefonini e li dispose in posizione di lavoro. Col solito umorismo, un po' macabro un po' esorcizzante, scherzò sul luogo dove eravamo seduti e sui rischi che si potevano correre. Ricordò che la requisitoria del maxiprocesso definiva il Costa Azzurra come un locale "nella disponibilità" di Benedetto "Nitto" Santapaula, ultimo dei boss ralupanti che, a colpi di kalashnikov, erano riusciti a dare la scalata alla nomenklatura mafiosa. Rise e ironizzò su quella promiscuità, sul "peccato grave di cui si stava macchiando: "Chissà se anche guesto pranzo, prima o poi, verrà aggiunto alle mie innumerevoli colpe, ai miei 'tradimenti'". Giovanni scherzava amaro. Aveva incassato troppi colpi bassi. Aveva assistito, pietrificato, all'attacco del suo ex amico Leoluca Orlando. Si era sentito accusare di "tenere le carte nei cassetti": si, proprio come un volgare insabbiatore, lui che aveva cambiato i connotati del palazzo di giustizia di Palermo, subendo sulla propria pelle le consequenze di quell'ansia di rinnovamento condivisa solo da un pugno di colleghi.

E da troppo poco tempo aveva finito di battagliare, perdendo, col "palazzo". Aveva ancora fresche le ferite dell'ultima guerra, quella che lo vedeva praticamente solo contro il suo "capo", il procuratore Piero Giammanco, capofila di una cordata ampia e ramificata che andava consolidando il clima di restaurazione inaugurato subito dopo la sentenza del primo maxiprocesso. Giovanni aveva già scritto i suoi "appunti". Erano state fissate tutte le tappe che, giorno dopo giorno, l'avevano portato al distacco da Palermo: incomprensioni, ostilità, sabotaggi, una vera e propria guerra da parte di un ambiente che non lo aveva mai sopportato.

Per questo Giovanni rideva amaro. Se ne andava dalla Sicilia, da Palermo, espulso perché incompatibile con una società malsana e contaminata. Abbandonava per essere stato riconosciuto come una "anomalia palermitana". Se ne andava dopo averle tentate tutte, dopo una battaglia lunga un decennio, dopo aver resistito ad attacchi e umiliazioni, dopo aver subito più di quanto un uomo possa sopportare sul piano professionale e privato.

Così, davanti agli "occhi di bue" arrostiti, squisitezza marinara della costa catanese, sorseggiando un buon bicchiere di Colomba, Giovanni Falcone si sottopose al crudele gioco della verità. Ma senza mai cedere all'astio. Sorrise di tutto, parlò quasi con serenità. Non pronunciò mai, neppure di sfuggita, il nome di uno soltanto dei suoi nemici. Al contrario, si dichiarò ottimista sulle sorti della lotta alla mafia. Negò che la sua partenza fosse un abbandono, fu rassicurante sull'ipotesi che Palermo stesse per rimanere sguarnita, anticipò i modi con cui da Roma poteva essere utile alla lotta contro la mafia.

Durò parecchio, quel pranzo, malgrado il disagio per l'estrema attenzione che la sala destinava al giudice, ormai riconosciuto, e ai suoi commensali. Cosa disse Falcone? Mi impressiono molto il riferimento alla centralità che, nella gerarchia di Cosa Nostra, aveva assunto la mafia di provincia. Precisò che "è un errore trascurare l'importanza dei piani periferici, rispetto a quelli della città". "La vera forza dei Corleonesi sta proprio nel controllo pressoché totale della provincia. Hanno uomini ovunque e non li conosciamo. Ciò permette loro di disporre di un vero e proprio esercito fantasma che arriva in città, spara e va via indisturbato. Neppure i loro avversari sanno dare un'identità a questi nuovi killer." I fatti, le indagini, le rivelazioni dei pentiti, successivamente hanno dato ragione a questa intuizione.

Non mancò la domanda sulle ragioni che lo avevano indotto a lasciare Palermo. Una resa? Tutto finito? Falcone scosse il capo: "No, assolutamente. Anzi...". Fu interrotto: "Non dirmi che è meglio così...". Fece ricorso a un esempio, per spiegare meglio il suo punto di vista. "A Palermo," disse, "ho costruito una stanza. Una bella stanza, resistente e ben definita. Ora è venuto il momento di edificare il palazzo. Se voglio costruire un intero edificio, devo andare a Roma." Chi conosce la cronaca di questi ultimi anni, sa quanto Falcone sia andato vicino alla realizzazione del suo progetto.

Eppure, malgrado tutto, quel giorno il "supergiudice mi sembrò estremamente vulnerabile. Ci fu un momento in cui divenne aggressivo, alzò il tono, gesticolò. Gli avevamo chiesto cosa pensasse delle voci che lo volevano ormai perdente, ostaggio dei politici e in particolare del ministro Martelli. Gli avevamo riferito maldicenze che lui stesso conosceva, per averle apprese dal racconto degli amici o anche "in diretta". Sapeva di essere stato accusato di "tradimento", come se fosse fuggito davanti al pericolo. L'accusa era divenuta più esplicita, quando il "tradimento" fu messo in relazione con la bomba dell'Addaura. C'era chi pensava che, dopo l'attentato del giugno '89. "Falcone era diventato un altro": a convincerlo erano stati quei candelotti di dinamite posti sulla scaletta della sua villa sul mare.

"Sì, lo so cosa dicono. So cosa pensano. Ma non è così." Forse avrebbe voluto fermarsi a quel punto, senza nulla aggiungere alla smentita di principio. Non ce la fece, represse a stento l'ira, ma non poté fare a meno di dare la sferzata: "Ma quale tradimento! una vita che sono al centro di questo gioco infame. Credo che ognuno di noi debba essere giudicato per ciò che ha fatto. Contano le azioni, non le parole. Se dovessimo dar credito ai discorsi, saremmo tutti bravi e irreprensibili". Nessuno ebbe il coraggio di interrompere quello sfogo. Io menò di tutti: non me la sentivo di negargli questa boccata di ossigeno. Troppe volte lo avevo visto tenersi dentro parole pesanti come macigni. Consideravo quel momento liberatorio. Ma sì, finalmente si sfogava. E poi, se ne stava andando: non sarebbero state poche parole effervescenti a guastargli la festa d'addio. Giovanni parlò ancora, fece intendere che si era purtroppo lontani da una sana gestione della lotta alla criminalità organizzata e concluse con una battuta che non riesco a dimenticare: "Ma cosa credono questi signori? Davvero sono convinti che siamo tutti uguali? Credono che mi stia salvando la vita? Io non ho paura di morire. Sono siciliano, io". Lo vidi davvero turbato. A un certo punto prese con l'indice e il pollice uno dei bottoni della sua giacca blu, lo tirò fin quasi a strapparlo e si lasciò andare: "Sì, io sono siciliano e per me la vita vale meno di questo bottone". Giocò anche allora con l'idea della morte. Lo aveva fatto tante volte, per scherzo, coi colleghi del bunker. Mentre parlava, con la memoria riandavo a tutte le occasioni in cui aveva esorcizzato la propria morte e quella dei suoi collaboratori. Lo aveva fatto spesso con Ninni Cassarà. Ma quando se lo trovò davanti, freddo, nella cassa di mogano, ammutolì. Bianco come un cero, ebbe solo la forza di bisbigliare: "Questa volta non è uno scherzo. Ho perso un amico".

Durò un attimo, la sfuriata di Giovanni al Costa Azzurra. Si placò immediatamente. La luce che filtrava dalla vetrata sul male arrivò al nostro tavolo, spazzando via la tensione. Il discorso continuò ma non cadde più sul personale. Falcone riprese a sorridere. Divenne quello di sempre ironico e ottimista. O meglio, così sembrava. Forse l'amarezza non riuscì a mandarla via del tutto. Il suo sorriso prese una piega dura, non si addolciva nella solita fossetta sulla guancia. Si fermava all'angolo della bocca, contratto e stereotipato. A pensarci adesso, credo che non potesse essere un sorriso vero. In un solo attimo, Falcone taceva il bilancio di più di dieci anni trascorsi al servizio di tutti, dello stato e della cosiddetta società civile. Aveva previsto ogni cosa: le ostilità, le interferenze del "palazzo", i tentativi di delegittimarlo, le infamie, le bugie, i tradimenti. Però, quella volta, al Costa Azzurra, Giovanni Falcone andava oltre, divenendo, con quella metafora sul bottone, profeta della sua stessa morte.


Così era Giovanni Falcone. Palermo, una buona parte di Palermo, l'ha odiato, mentre era in vita. Quando è morto la città è scesa in piazza. Una moltitudine di gente ha preteso di ereditarne il pensiero, i meriti e il carisma. No, non credo fossero in molti ad amare veramente Giovanni. Se i gesti concreti hanno un senso, basta misurarli per comprendere quanto pochi siano stati i suoi veri amici. Forse la verita è che Palermo, ma non solo lei, aveva dato a Falcone una silenziosa delega in bianco: "Liberaci dalla mafia". Un alibi per nascondere la paura, l'impotenza, l'assenza di qualunque volontà di opporsi al malaffare. Paura? Certo, la paura c'è. Ma dove finisce la paralisi da terrore, per lasciare il posto al calcolato immobilismo, all'acquiescenza, in nome di una vita più agevole, di una tranquilla convivenza con un mondo apparentemente innocuo, ma spietato e violento nella sua essenza?

Qual è il confine tra il disimpegno e la complicità? Tra l'inettitudine e la collusione? Chi ha osteggiato Giovanni Falcone, l'ha fatto sempre "in buona fede"? La storia del giudice si identifica con quella degli ultimi, terribili anni palermitani: i morti, quelli di mafia e quelli che con una brutta parola abbiamo imparato a chiamare "eccellenti", le defezioni, le inadempienze, i sospetti, le colpe della politica e dei governi, le protezioni concesse a governanti infedeli, l'impunità garantita agli assassini, l'illegalità elevata a sistema. Anni di piombo, molto più di quanto lo siano stati quelli del terrorismo: un lungo filo rosso che affonda la sua origine nel buio di un infinito "pozzo nero" e marcia verso una direzione che, dopo le stragi di Capaci e via D'Amelio, appare senza traguardo. La vita e la morte di Giovanni Falcone rappresentano una sorta di guida da questo passato pesante come un macigno a un futuro ancora poco rassicurante.

Un palermitano autentico, il giudice Falcone. Palermo, e la storia ne è testimone, è capace di dare "tutto il peggio" ma anche "tutto il meglio". Certo, appartengono a questa città gli orrori della mafia: la camera delle torture, le stragi, le violenze, la lupara bianca, i cadaveri dissolti nell'acido, i bambini uccisi come gli adulti, le donne divenute spacciatrici o criminali come i padri e i mariti. Ma è anche vero che sono patrimonio di Palermo molti degli anticorpi che si sono opposti alla cultura della morte, sino al sacrificio finale. Non solo Falcone, ma anche Paolo Borsellino, Ninni Cassarà, Pio La Torre, Gaetano Costa, Piersanti Mattarella, Rocco Chinnici, Libero Grassi, Boris Giuliano, Cesare Terranova e tutti gli altri. Oppositori di un "regime" che governa da anni. Una dittatura che si fa forte del cosiddetto "consenso dal basso" e che neutralizza sistematicamente i suoi avversari uccidendoli o "cooptandoli". Con Giovanni Falcone hanno tentato tutti i sistemi. Dall'adulazione si è passati alle minacce. Poi è stata la volta della delegittimazione con la disinformazione, le accuse di protagonismo, di vocazione accentratrice, di smania di potere. Lo hanno accusato delle cose più inaudite, persino di aver usato il pentito Salvatore Contorno come "giustiziere di stato". Per non parlare delle accuse di servilismo verso il potere, di mancanza di autonomia, di opportunismo. stato attaccato da tutti: democristiani, socialisti, comunisti, magistrati, alti commissari, investigatori. Spesso anche da quelli che erano stati o che sarebbero divenuti suoi amici. Chi lo ha difeso una volta, lo ha flagellato subito dopo. Basti pensare a due estremi: Orlando, amico di un tempo, pubblico accusatore davanti al Consiglio superiore della magistratura; Martelli, l'uomo che aveva avversato l'attività del pool antimafia, non solo diventa difensore di Falcone, ma addirittura sostenitore convinto della sua candidatura alla Superprocura. Se, tutto ciò, lo facevi notare a lui, era pronto a risponderti: "Forse è proprio questa la dimostrazione migliore della mia autonomia. Io faccio il magistrato, non devo cercare consensi. Quando arresti qualcuno, specialmente negli ambienti della cosiddetta criminalità dei colletti bianchi, scontenti alcuni e fai felici altri. Ma il giudice deve guardare il reato e niente altro.


Ho conosciuto Giovanni Falcone all'inizio degli anni ottanta. Era arrivato a Palermo da meno di due anni e nessuno sapeva ancora bene chi fosse. La sua fama si sarebbe consolidata dopo, con l'indagine sui trafficanti italoamericani passata alla storia come "il processo Spatola". Eppure già allora era un personaggio che incuriosiva. Era serio, taciturno, schivo. Spesso dava l'impressione di voler "mantenere le distanze". Ci volle una grande pazienza per fare breccia. E anche dopo, non si entrò subito in confidenza, anzi. Per mesi negò ai cronisti l'accesso alla sua stanza: "Ho troppo da fare, e poi non ho assolutamente nulla da dire". Lavorava sempre, anche oltre l'orario dovuto. Gli interrogatori più delicati, anzi, li spostava dopo l'ora di pranzo, lontano da occhi indiscreti, in modo che passassero inosservati.

Era difficile l'amicizia con Falcone: a volte diventava proprio faticosa. Le sue risposte erano monosillabi, quando non si limitavano a un semplice cenno del capo o, peggio, a un'impenetrabile espressione del viso. Se godevi della sua fiducia, eri proprio perso: tanti obblighi e nessuna "pretesa". Sono trascorsi anni, prima di decidere di passare al "tu". Era più forte di lui: anche involontariamente doveva mettere un ostacolo fra sé e l'interlocutore. Diffidava, è vero. Ed era anche timido: per questo dava l'impressione di essere aggressivo. Diventava irascibile se chi lo ascoltava dimostrava poca dimestichezza con l'argomento trattato. Non sopportava i cronisti disinformati e approssimativi: "Devi spiegargli le cose come si fa coi bambini e non è detto che capiscano". Si infastidiva davanti a una domanda che giudicava idiota o poco essenziale per la comprensione dell'argomento. Amava, invece, parlare con la gente che conosceva la storia della mafia e i problemi veri della Sicilia.

"Questo non te lo dico", "non chiedere altro", "ma che domande fai": quante volte le speranze dei cronisti si sono infrante contro la barriera di frasi così. E, se eri in confidenza più di altri, non ottenevi proprio nulla. "E allora perche siamo amici? Se devo proprio fare qualche 'malaparte' preferisco siano gli amici a subirla. Almeno mi capiranno. O no?" Sorrisetto ironico e arrivederci. Non parlava di se, non parlava del suo lavoro, non parlava dei colleghi, non parlava del "palazzo". Era una lotta impari, contro un muro di gomma. Eppure mi convinsi che dietro la scorza dura ci doveva essere un uomo forse anche fragile, facile da decifrare se solo si fosse entrati in sintonia.

Gli chiedemmo, io e i colleghi Saverio Lodato e Lucio Galluzzo, una intervista "completa". Il progetto era un libro su Falcone giudice: era la fine del 1984 e lui era già un personaggio. La sua inchiesta su mafia e droga si era conclusa con molte condanne pesanti per i clan italoamericani dei Gambino-Spatola-Inzerillo, Buscetta si era pentito, il maxiprocesso prendeva corpo. Non fu possibile fare un libro-intervista: il ritmo dei nostri incontri era talmente frammentato da risultare improponibile per un lavoro a lunga scadenza. A un certo punto, dopo mesi di brevi colloqui senza registratore ("non riesco a parlare con un nastro magnetico," disse senza ammettere repliche) e interrotti da lunghe assenze, decidemmo per un ampia intervista che chiamammo Falcone inedito, inserita in un volume che conteneva una selezione degli atti del maxiprocesso (Rapporto sulla mafia degli anni '80, Flaccovio, Palermo 1986).

L'esordio non fu incoraggiante. Disse che non aveva nessuna voglia di parlare della sua vita blindata. Un modo per sottolineare che non aveva intenzione di indulgere ai protagonismi. E, per mettere in chiaro le cose, aggiunse: "Non sono un personaggio, credo di compiere il mio dovere, e poi sono convinto che alla gente non interessi gran che delle abitudini private di un giudice istruttore". Fu un'esperienza irripetibile. Al di là di ciò che si riuscì a realizzare, mi rimane il grande patrimonio di aver conosciuto da vicino un uomo eccezionale, un vero giudice. Ho seguito l'evolversi dei fatti che lo hanno via via indebolito: le estati dei veleni, le "bocciature" del Csm, le maldicenze sulla sua decisione di trasferirsi al ministero. Quindi l'arrivo a Roma e l'avversione alla sua candidatura a superprocuratore. Ma, sebbene dato per sconfitto, riuscì ancora una volta a ribaltare la situazione, divenendo il centro della politica antimafia del governo. La sua tenacia era proverbiale, Giovanni si rialzava sempre. E ricominciava, esattamente da dove era stato interrotto. Aveva una forza incredibile, la forza che gli veniva dal sacrificio e dal lavoro.

Credo di aver conosciuto davvero Falcone. Una conoscenza, un'amicizia che ho coltivato negli anni, fino a quel tragico 23 maggio del 1992, quando gli viene saldato il conto. Un conto lungo quattordici anni, che è la somma delle "voci" più disparate: la memoria lunga della mafia, l'odio per un magistrato tenace ed efficiente, gli interessi coincidenti di apparati dello stato con settori della illegalità, la volontà di azzerare ciò che rimaneva di una stagione che ha segnato una delle più cocenti sconfitte di Cosa Nostra, la colpevole intermittenza di attenzione, da parte dei cosiddetti "responsabili", verso un problema che è stato tanto trascurato da aver ridotto gran parte del paese a una sconfinata terra di nessuno.


Chi era Giovanni Falcone? Era davvero quel "mostro" descritto dai giornali, il "marziano" che la semplice condizione di giudice blindato, mischiata alla facile retorica dei cronisti, consegnava all'immaginario collettivo di un paese forse traviato dall'eccesso di rampantismo selvaggio? Certo, appariva impensabile per i furbi di sempre, per quelli allenati a vivere nella "palude" palermitana, che la grandezza di un uomo come Falcone alla fine potesse consistere quasi esclusivamente nella sua volontà di ferro, nella grande capacità di lavoro, nella straordinaria preparazione professionale affinata in anni e anni di studio ed esperienza. No, Giovanni non era un Superman, nessuna divinità lo aveva baciato. Era un uomo normale, coi suoi pregi e i suoi difetti, con le sue euforie e le sue depressioni. Gli piaceva vincere, questo sì. Era allenato alla lotta. La sua qualità più evidente? Forse la capacità di soffrire, di sopportare molto più degli altri senza arrendersi mai. Non amava le velleità, era molto realista. Intuiva il limite sino a dove poteva spingersi, ma non forzava. Quasi mai. Aveva visto cadere troppe persone, abbattute come birilli ogni volta che si erano avventurate nello scontro duro, frontale.

Lo accusavano di smania di protagonismo, i più benevoli lo chiamavano ironicamente "mito", oppure "il migliore di tutti noi" o ancora "Falcon Crest". Eppure era fermamente convinto, e tante cose della sua vita ne sono una prova, che a qualunque "sterile, eclatante e personalistico eroismo" fosse da preferire una "sana, sotterranea e continua andatura di gruppo". Sì, era davvero un uomo normale. Appariva eccezionale, certamente. Ma solo perché si discostava dal modello di magistrato che il palazzo di giustizia di Palermo aveva prodotto e mantenuto fino all'inizio degli anni ottanta. Parrucconi simili a sepolcri imbiancati, chini a leggere carte di cui nulla sapevano, capivano o volevano capire.

[...]

Da questa corsa dentro la memoria, da una piccola ricerca tra i vecchi amici trapanesi di Giovanni Falcone, dai ricordi personali, da quelli di tanti protagonisti del periodo palermitano, dai più recenti racconti dei nuovi amici di Roma, abbiamo cercato di mettere insieme la storia del giudice. Non una vera e propria biografia. Una storia, anche una storia di parte, se si vuole. Nessuno intende nascondere l'affetto che ha alimentato il desiderio di raccontare Falcone. Raccontare la persona, le sue angosce, le sue gioie, i suoi successi, le sconfitte. Gli amici e i nemici. L'eccezionalità di un uomo normale, che tale avrebbe voluto essere e rimanere. Non c'è riuscito ne da vivo, costretto a un'esistenza blindata, ne al momento della morte, quando la mafia, per eliminare il suo peggior nemico, ha dovuto dispiegare il massimo della propria forza distruttiva. C'è una frase che Maria Falcone ripete per far capire cosa l'ha spinta a parlare del fratello. Nelle sue parole il senso del dramma di un uomo che non ha potuto vivere la sua vita "normalmente": "Credo sia giusto far sapere come si sono svolti certi fatti. La gente è abituata all'idea del supergiudice, onnipotente, forse un po' arrogante. Che ne sa, la gente, delle piccole frustazioni quotidiane, delle delusioni, degli smarrimenti di un uomo che inspiegabilmente è stato osteggiato proprio da chi avrebbe dovuto amarlo di più? Che ne sa la gente, della vita triste di Giovanni?"

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