Copertina
Autore Joe R. Lansdale
Titolo Maneggiare con cura
EdizioneFanucci, Roma, 2002, AvantPop , pag. 348, cop.ril.sov., dim. 135x190x25 mm , Isbn 978-88-347-0855-2
OriginaleThe Pit [1987], al.
PrefazioneLuca Briasco, Mattia Carratello
TraduttoreUmberto Rossi
LettoreGiovanna Bacci, 2004
Classe narrativa statunitense
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Indice

L'arena                                       9
Girovagando nell'estate del '68              29
Godzilla in riabilitazione                   57
La bambola gonfiabile: una favola            67
Un signor giardiniere                        73
Piccole suture sulla schiena di un morto    109
La notte dei pesci                          133
Nel Deserto delle Cadillac, con i morti     145
I treni che non abbiamo preso               201
La notte che si persero il film dell'orrore 219
Non viene da Detroit                        243
Incidente su una strada di montagna
    (e dintorni)                            257
Una serata al drive-in                      287
L'inferno visto dal parabrezza              303
Eccitarsi per l'horror:
    emozioni a basso costo                  321

Postfazione                                 339
 

 

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Pagina 9

L'arena



L'avevano catturato sei mesi prima. E quella sera Harry sarebbe sceso nell'arena. Lui e Big George, subito dopo che i pitbull avessero finito di sbranarsi reciprocamente le budella, sarebbero scesi a fare il proprio lavoro. Il perdente sarebbe restato lí, per essere dato in pasto ai cani, tenuti a stecchetto per l'occasione.

Quando i cani avrebbero finito di mangiare, la testa del perdente sarebbe stata piantata su un palo. Già dodici pali circondavano l'arena. Su ciascuno poggiava una testa, o un teschio, a seconda di quanto tempo era stata esposta agli elementi, alle formiche ambiziose che s'arrampicavano sui pali e agli uccelli affamati. E naturalmente, a seconda di quanta carne i pitbull avevano strappato prima che la testa venisse issata sul palo.

Dodici pali. Dodici teste.

Quella sera sarebbero stati alzati un nuovo palo e una nuova testa.

Harry guardò la congregazione. Tutti quanti, piú o meno sessanta. Un vero spettacolo. Sembravano creature folli uscite da un libro di Lewis Carroll. Solo che non avevano lunghe orecchie da coniglio o buffi cappelli a cilindro. Erano soltanto buzzurri di una zona agricola fuori mano e arretrata, non troppo diversi da lui. Con una sola grande differenza. Erano matti come topi ballerini. O forse non erano matti loro, era matto lui. Certe volte aveva la sensazione di essere finito in un universo parallelo dove non valevano le vecchie leggi della natura e del bene e del male. Come Alice che piomba nel Paese delle meraviglie attraverso la tana del coniglio.

La folla attorno all'arena aveva borbottato e chiacchierato, ma ora s'erano zittiti. Un uomo che indossava un abito nero e un cappello usci alla luce delle lampade al neon. Un grosso serpente a sonagli era arrotolato attorno al suo braccio destro. Si contorceva dalla spalla al polso. Attorno al polso sinistro era acciambellato un serpente piu piccolo, un testa di rame. L'uomo aveva una Bibbia nella destra. Lo chiamavano il Predicatore.

Avvoltosi il mostruoso serpente a sonagli attorno al collo, il Predicatore lo lasciò appeso li. Penzolava come se lo avessero drogato. La lingua saettava fuori di tanto in tanto. A Harry faceva venire la pelle d'oca. Odiava i serpenti. Sembrava sempre che sorridessero. Ma non c'era niente al mondo che fosse cosí maledettamente divertente; non per tutto quel tempo, almeno.

Il predicatore apri la Bibbia e lesse:

«Ecco, ti do il potere di calpestare i serpenti e gli scorpioni, e tutto il potere del nemico: e niente potrà farti del male.»

Il predicatore fece una pausa e guardò il cielo. «Per cui, Dio,» disse «ti vogliamo ringraziare per un raccolto delle patate piuttosto buono, anche se hai fatto di meglio in passato, e ringraziarti per i pitbull, anche se ce li siamo dovuti allevare e nutrire da soli, e ti vogliamo ringraziare per averci mandato questi forestieri, grazie per Harry Joe Stinton e Big George, il negro.»

Il Predicatore fece una pausa e guardò la congregazione attorno a lui. Alzò la mano col testa di rame ben alta sopra la sua testa. L'abbassò lentamente e puntò il pugno con il serpente in direzione di George. «Tre volte questo negro qui è andato nell'arena, e tre volte ne è uscito vittorioso. Un paio di volte contro dei bianchi, una volta contro un altro negro. Certi di noi sono proprio convinti che imbroglia.

«Questa notte ti portiamo un altro bianco, uno dei tuoi eletti, anche se può darsi che tu non lo sai, a giudicare da come hai lasciato vincere questo negro qui; e speriamo di vedere un bel combattimento, e che alla fine il negro verrà ammazzato. Speriamo che ti piaccia questa roba. Adoriamo te e i serpenti come si deve. Amen.»

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Pagina 57

Godzilla in riabilitazione



UNO: Un lavoro onesto


Godzilla, che sta andando al lavoro in fonderia, vede un grosso edificio che sembra essere fatto interamente di rame lucido e scuro vetro solare riflettente. Vede la sua immagine rispecchiata nelle vetrate e pensa ai vecchi tempi, si chiede cosa proverebbe a saltare sull'edificio, sputargli fiamme addosso, annerire le finestre col suo fiato ardente, poi ballare gioiosamente tra le rovine fumanti.

Un giorno alla volta, si dice. Un giorno alla volta.

Godzilla fissa a lungo l'edificio, meditabondo. Poi tira dritto. Va alla fonderia. Si mette il casco di sicurezza. Soffia il suo fiato igneo nel grande bacino pieno di parti meccaniche usate, trasforma i pezzi delle automobili in metallo fuso. Il metallo scorre in tubature fino a nuovi stampi per nuovi pezzi di ricambio. Portiere. Tettucci. Eccetera.

Godzilla sente che un po' della tensione sta scemando.


DUE: Tempo libero


Dopo il lavoro Godzilla sta alla larga dal centro. Si sente nervoso. Smettere di soffiare fiamme dopo il lavoro è difficile. Se ne va al GRANDE CENTRO RICREATIVO PER MOSTRI.

Gorgo è lí. Ubriaca di acqua di mare oleosa, come al solito. Gorgo parla dei vecchi tempi. È fatta cosí. Sempre i vecchi tempi.

Escono sul retro e usano il loro fiato sulle macerie che vengono depositate lí giornalmente perché il centro ne faccia uso. C'è anche King Kong. Ubriaco come una scimmia. Gioca con le Barbie. Non fa altro, tutto il tempo. Alla fine si mette le Barbie nella tasca del cappotto, prende il suo deambulatore e zoppica via, passando accanto a Godzilla e Gorgo.

Gorgo dice, «Da quando è caduto non vale piú una cicca. E poi, ma cosa ci fa con quelle femmine di plastica? Non sa che esistono donne in carne e ossa, a questo mondo?»

Godzilla pensa che Gorgo stia guardando un po' troppo avidamente il sedere assistito dal deambulatore di Kong che se ne va. Vede benissimo che gli occhi di Gorgo luccicano.

Godzilla incenerisce un po' di rottami tanto per svagarsi, ma non è che gli faccia effetto piú di tanto, perché è tutto il giorno che sputa fuoco ed è riuscito appena a smussare le sue coazioni. E sputare fuoco su quei rottami è addirittura meno soddisfacente della fonderia. Se ne va a casa.


TRE: Sesso e distruzione


Quella sera c'è un film di mostri alla televisione. Il solito. Grossi bestioni che mettono a ferro e fuoco una città dopo l'altra. Schiacciano sotto i piedi i passanti.

Godzilla si esamina la pianta del piede destro, guarda la cicatrice che si è procurato calpestando le automobili. Ricorda cosa si sentiva ad avere gente schiacciata tra gli alluci. Pensa a tutte quelle cose e cambia canale. Guarda venti minuti di Mr. Ed, il cavallo parlante, poi spegne la TV, si masturba ripensando a immagini di città in fiamme e carne spiaccicata.

Piú tardi, nel cuore della notte, si sveglia fradicio di sudore freddo. Va al bagno e scolpisce rapidamente rozze figurine umane nelle saponette. Schiaccia il sapone tra gli alluci, chiude gli occhi e immagina. Cerca di ricordare.


QUATTRO: Una giornata al mare e la tartarugona


Sabato Godzilla va al mare. Un mostro ubriaco che somiglia a una grossa tartaruga passa in volo e sbatte contro Godzilla. La tartaruga insulta Godzilla, cercando di attaccare briga. Godzilla ricorda che la tartaruga si chiama Gamera.

Gamera vuol dire guai. Gamera non piace a nessuno. La tartaruga era una vera stronza.

Godzilla digrigna i denti e trattiene le fiamme. Si volta e cammina sulla spiaggia. Mormora un mantra segreto che gli è stato insegnato dal suo tutor. La tartaruga gigante lo segue, insultandolo.

Godzilla riprende l'asciugamano e le altre cose per il mare e torna a casa. Alle sue spalle sente la tartaruga che ancora lo prende a male parole, ancora lo provoca. Tutto quel che può fare è evitare di rispondere a quel grosso bastardo idiota. Tutto quel che può fare. Sa che il giorno dopo la tartaruga sarà sui giornali. Avrà distrutto qualcosa, o sarà stata distrutta.

Godzilla pensa che forse dovrebbe provare a parlare con la tartaruga, convincerla a entrare nel programma in dodici fasi. Questo, dovrebbe fare: aiutare gli altri. Forse la tartaruga potrebbe trovare la pace.

Ma in effetti si possono aiutare solo quelli che s'aiutano da sé. Godzilla si rende conto che non può salvare tutti i mostri del mondo. Devono decidere da soli. Ma si ripromette di andare in giro armato di volantini sul programma in dodici fasi, d'ora in poi.

Piú tardi chiama il suo tutor. Gli dice che ha avuto una brutta giornata. Che voleva bruciare edifici e combattere con la tartarugona. Reptilicus gli risponde che va tutto bene. Ha già avuto giornate del genere. Avrà ancora giornate del genere.

Non smetti di essere un mostro, sarai sempre un mostro. Ma la cosa migliore è essere un mostro in via di recupero. Bisogna vivere giorno per giorno. È il solo modo di essere felici, a questo mondo. Non si possono bruciare e uccidere e masticare gli esseri umani e le loro creazioni senza pagare il prezzo del senso di colpa e delle ferite multiple da artiglieria.

Godzilla ringrazia Reptilicus e riattacca. Per un po' si sente meglio, ma sotto sotto si chiede quanto senso di colpa alberghi veramente in lui. Pensa che forse quel che odia veramente sono l'artiglieria e i jet che tirano missili, non il senso di colpa.

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Pagina 109

Piccole suture sulla schiena di un morto



                                            ad Ardath Mayhar
Dal diario di Paul Marder

(Bum!)

È una battutina da scienziati, e il modo giusto di cominciare questa storia. Quanto allo scopo del quaderno, non sono sicuro; forse cosí organizzo i miei pensieri e non impazzisco.

No. Probabilmente è perché cosí posso leggerlo e sentirmi come se mi stesse parlando qualcuno. O forse per nessuno di questi motivi. Non importa. Voglio semplicemente farlo, e tanto basta.

Cosa c'è di nuovo?

Be', signor Diario, dopo tutti questi anni ho ricominciato a praticare le arti marziali - o almeno gli esercizi ginnici del Tae Kwon Do. Qui nel faro non ho uno sparring partner, per cui dovrò accontentarmi degli esercizi.

Ovviamente c'è Mary, ma lei è uno sparring partner puramente verbale. E ultimamente non è piu neanche quello. Muoio dalla voglia che lei mi chiami figlio di puttana. Qualsiasi cosa. L'odio che prova per me si è stagionato fino al cento per cento di perfezione, per cui non sente piu la necessità di parlare. Le bastano le rughe di tensione che ha attorno agli occhi e alla bocca, il calore emozionale che le irradia dal corpo come un terribile herpes in cerca di un posto dove posarsi. Vive solo per il momento in cui lei (l'herpes) può attaccarsi a me coi suoi aghi, l'inchiostro e il filo. Vive solo per il disegno che ho sulla schiena.

E anch'io vivo solo per quello. Mary aggiunge qualcosa ogni notte, e io mi godo il dolore. Il tatuaggio rappresenta un grande fungo atomico blu, e nella nube, incisa come fosse un fantasma, c'è il volto di nostra figlia Rae. Le labbra sono strette, gli occhi chiusi e ci sono suture ben tirate per simulare le ciglia. Quando mi muovo rapidamente e con forza si lacerano un po' e Rae piange lacrime di sangue.

Questo è uno dei motivi per cui pratico le arti marziali. Se mi esercito con tutte le mie forze riesco a strappare le suture, in modo che mia figlia possa piangere. Le lacrime sono la sola cosa che possa darle.

Ogni sera denudo di buon grado la schiena per Mary e i suoi aghi. Lei li pianta ben dentro e io gemo per il dolore mentre lei geme nell'estasi dell'odio. Aggiunge altro colore al disegno, lavora con precisione brutale per far si che il volto di Rae spicchi ancor di piú. Dopo dieci minuti si stanca e non lavora piú. Mette via gli attrezzi e io vado allo specchio sul muro che riflette interamente la mia figura. La lanterna sullo scaffale spande una luce tremolante, come le zucche di Halloween quando tira vento, ma ce n'è abbastanza perché possa guardarmi dietro le spalle ed esaminare il tatuaggio. Ed è bello. Migliora ogni notte, man mano che il volto di Rae si fa sempre piú definito.

Rae.

Rae. Dio, mi puoi perdonare, tesoro?

Ma il dolore degli aghi, meraviglioso e purificatore com'è, non basta. Cosí vado a danzare sulla passerella attorno al faro, tirando pugni e calci, sento le rosse lacrime di Rae che corrono giú per la mia schiena, raccogliendosi sulla cintura dei pantaloni di tela pieni di macchie.

Col fiato corto, incapace di tirare altri pugni e calci, mi sporgo sopra la ringhiera e grido nel buio, verso il basso, «Fame?»

In risposta alla mia voce s'alza a salutarmi un coro di gemiti.

Piú tardi mi stendo sul mio giaciglio, le mani dietro la testa, esamino il soffitto e cerco di pensare a qualcosa che valga la pena di scrivere su di lei, signor Diario. Ma è raro che ci sia qualcosa; niente sembra veramente degno di essere scritto.

Annoiato, mi giro sul fianco e guardo il grande proiettore che una volta era acceso per le navi, ma ora è spento per sempre. Poi mi giro dall'altra parte e guardo mia moglie che dorme sulla sua branda, il sedere nudo rivolto verso di me. Cerco di ricordare com'era fare l'amore con lei, ma è difficile. Ricordo solo che mi manca. Per un lungo istante fisso il culo di mia moglie come fosse una bocca cattiva che sta per aprirsi e mostrare i denti. Poi mi giro di nuovo sul fianco, guardo il soffitto, e continuo in questo modo fino alle prime luci dell'alba.

Al mattino saluto i fiori, i loro squillanti boccioli gialli e rossi che scaturiscono dalle teste di corpi morti da lungo tempo e destinati a non marcire. I fiori si spalancano a rivelare i loro piccoli cervelli neri e le loro antenne simili a piume, e issano i loro boccioli verso l'alto e gemono. Tutto questo mi dà un piacere pazzesco. Per un folle momento mi sento come un cantante rock che compare davanti al suo pubblico ingenuamente entusiasta.

Quando mi stanco del gioco prendo il binocolo, signor Diario, ed esamino le pianure a est, come se mi aspettassi che li si materializzi una città. La cosa piú interessante che ho visto su quelle pianure è un branco di grosse lucertole che andavano verso nord con un rumore di tuono. Per un istante ho pensato di chiamare Mary per fargliele vedere, ma poi non l'ho fatto. Il suono della mia voce, la vista della mia faccia, tutto questo la urta. Ama solo il tatuaggio e non le interessa nient'altro.

Quando finisco di guardare le pianure, vado sull'altro lato. A ovest, dove c'era l'oceano, ora non ci sono altro che miglia e miglia di neri fondali marini coperti di una rete di crepe. L'unica somiglianza di quella desolazione con una grande massa d'acqua sono le occasionali tempeste di sabbia che soffiano da ovest come scure onde di marea e anneriscono le finestre a mezzogiorno. E le creature. In prevalenza, balene mutate. Cose mostruosamente grandi, striscianti. Numerose, ora, li dove un tempo erano prossime all'estinzione. (Forse adesso le balene dovrebbero formare una specie di organizzazione tipo Greenpeace per gli esseri umani. Che ne pensa, signor Diario? Non c'è bisogno di rispondere. È solo un'altra di quelle battutine da scienziati).

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Pagina 133

La notte dei pesci



                                            a Bill Pronzini
Era un pomeriggio bianco come un osso, con un cielo privo di nuvole e un sole mostruoso. L'aria vibrava come una massa di ectoplasma gelatinoso. Non c'era un alito di vento.

In quell'afa viaggiava una Plymouth nera vecchia e scassata, che tossiva e ruttava fumo bianco dal cofano. Starnutí due volte, ebbe un sonoro ritorno di fiamma, morí sul ciglio della strada.

Il guidatore scese e andò al cofano. Era un uomo nei grami anni invernali della vita, con capelli di un castano smorto e un grosso stomaco a cavallo delle anche. La camicia era aperta fino all'ombelico, le maniche arrotolate fin sopra i gomiti. I peli sul petto e le braccia li aveva grigi.

Un uomo piú giovane scese dal lato del passeggero, e anthe lui andò a mettersi davanti all'auto. Gialle esplosioni di sudore macchiavano le ascelle della sua camicia bianca. Al collo era appesa una cravatta a strisce, sciolta, come un serpente domestico morto nel sonno.

«Be'?» chiese l'uomo piú giovane.

Il vecchio non disse niente. Aprí il cofano. Una nota sublime di vapore fischiò via dal radiatore con uno sbuffo bianco, salí al cielo, si dissolse.

«Mannaggia» disse il vecchio, e rifilò un calcio al paraurti della Plymouth come se stesse prendendo un nemico a calci nelle gengive. L'azione non gli procurò una grande soddisfazione, ma solo una brutta abrasione sulle sue scarpe all'inglese marroni e una botta alla caviglia che gli fece un male cane.

«Be'?» chiese il giovane.

«Be' cosa? Che ti credi? Morto come il mercato degli apriscatole questa settimana, e anche di piú. Il radiatore ha tanti di quei buchi che sembra ammalato di varicella.»

«Forse verrà qualcuno a darci una mano.»

«Come no!»

«Almeno un passaggio.»

«Continua a crederci, caro il mio universitario.»

«Qualcuno dovrà passare, prima o poi» disse il giovane.

«Forse. Forse no. Ma chi ci passa piú, per queste scorciatoie? La statale, quella grossa, ecco dove passano tutti. Non questa stradina dimenticata.» Finí fissando il giovane con aria ostile.

«Non te l'ho mica fatta prendere io» replicò bruscamente il giovane. «Era sulla cartina. Te l'ho fatta vedere, tutto lí. Tu l'hai scelta. Sei tu quello che ha deciso di prenderla. Non è colpa mia. Del resto, chi se lo immaginava che la macchina schiattava cosí?»

«Ti avevo detto di controllare l'acqua nel radiatore, no? Non te l'avevo già detto quando eravamo ancora a El Paso?»

«Guarda che ho controllato. E l'acqua c'era. Te l'ho detto, non è colpa mia. Sei tu che hai guidato per tutta l'Arizona, no?»

«Certo, certo» disse il vecchio, come se fosse qualcosa di cui non voleva sentir parlare. Si voltò a guardare la statale. Niente macchine. Niente camion. Si vedevano solo onde di calore e miglia d'asfalto.


Si sedettero sul terreno rovente con le schiene appoggiate alla macchina. In quel modo offriva un po' d'ombra - ma non molta. Sorseggiarono dell'acqua tiepida che tenevano nella Plymouth e chiacchierarono finché non calò il sole. A quel punto s'erano un po' ammorbiditi. Il caldo aveva abbandonato le sabbie ed era stato rimpiazzato dal freddo del deserto. Mentre la calura aveva reso la coppia litigiosa, il freddo la rappacificò.

Il vecchio s'abbottonò la camicia e si tirò giú le maniche, mentre il giovane recuperò una felpa che aveva lasciato sul sedile posteriore. Se la mise, tornò a sedersi. «Mi dispiace per tutto questo» disse improvvisamente.

«Non è colpa tua. Non è colpa di nessuno. È che ogni tanto mi metto a strillare, e do la colpa di come va il commercio degli apriscatole a tutto e tutti, tranne che agli apriscatole e a me stesso. I giorni del rappresentante porta a porta sono finiti, figlio mio.»

«Pensavo di essermi trovato un lavoretto facile facile per l'estate.»

Il vecchio rise. «Come no? Parlano tanto bene, quelli, vero?»

«Certo che sí.»

«Te li fanno sembrare soldi facili, ma non ci sono soldi facili, ragazzo mio. Non c'è niente di semplice a questo mondo. I soldi li fa solo la ditta. Noi invece diventiamo solo piú stanchi e vecchi, con piú buchi nelle scarpe. Se avessi avuto un po' di sale in zucca avrei mollato anni fa. Per te è una cosa che dura un'estate...»

«Forse nemmeno quello.»

«Be', io questo so. Nient'altro che una città dopo l'altra, un motel dopo l'altro, una casa dopo l'altra, a guardare attraverso le porte con la zanzariera la gente che fa di no con la testa. Persino gli scarafaggi nei motel da quattro soldi cominciano a sembrare dei tipetti che hai già visto prima, come fossero dei piccoli piazzisti porta a porta che devono anche loro affittarsi una stanza.»

Il giovane ridacchiò. «Eh, potrebbe esserci del vero.»

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Pagina 219

La notte che si persero il film dell'orrore



            Per Lew Shiner. Un racconto che non si tira indietro
Se fossero andati al drive-in come avevano in mente di fare, non sarebbe successo niente. Ma a Leonard non andava il drive-in quando non aveva una ragazza da portarci, e aveva sentito parlare della Notte dei morti viventi, e sapeva che il protagonista era un negro. Non voleva vedere un film con un attore negro. I negri raccoglievano il cotone, aggiustavano le gomme e proteggevano le puttane negre, ma non aveva mai sentito che ammazzassero gli zombie. E aveva sentito anche che nel film una ragazza bianca si faceva toccare dal negro, e la cosa lo infastidiva. Qualsiasi ragazza bianca che si lasciava toccare da un negro doveva essere la peggior schifezza del mondo. Probabilmente una di Hollywood, New York o Waco, uno di quei posti dimenticati da Dio.

Ora, Steve McQueen sí che sarebbe stato perfetto per accoppare gli zombie e spupazzarsi le ragazze. Lui sí che ci sarebbe stato bene. Ma un negro? Nossignore.

Ragazzi, quello Steve McQueen era veramente uno preciso. Diceva le cose cosí bene, in quei film, che non potevi fare a meno di pensare che gliele scrivesse qualcuno. Era uno che trovava le cose da dire in un lampo, su due piedi, e poi aveva quello sguardo vero, spietato, da duro.

A Leonard sarebbe piaciuto essere Steve Mc Queen, o anche Paul Newman. Uno cosí sapeva sempre cosa dire, e immaginava che rimediassero anche un sacco di fregna. Certamente non si annoiavano come lui. Era annoiato al punto che avrebbe potuto morire di pizzichi prima che venisse il mattino. Noia, noia, noia. Non c'era proprio niente di divertente a starsene nel parcheggio del Dairy Queen, appoggiato sul cofano della sua Impala del '64 a guardare la statale. Pensò che quel vecchio matto di Harry, il bidello del liceo, magari aveva anche ragione, su quella faccenda dei dischi volanti. Harry vedeva sempre qualcosa. Lo yeti, donnole con sei zampe, di tutto di piú. Ma forse sui dischi volanti aveva ragione. Diceva di averne visto uno, un paio di notti prima, che planava su Mud Creek e sparava giú certi raggi che sembravano quei bastoncini dolci bianchi e rossi alla menta piperita. Leonard pensò che se veramente Harry aveva visto i dischi volanti e i raggi, dovevano essere i raggi della noia. Per gli alieni sarebbe stato un bel sistema per togliere di torno la gente della Terra: annoiarli a morte. Farsi fondere da raggi termici sarebbe infinitamente meglio. Almeno quella era una cosa rapida; essere annoiati a morte, invece, era come farsi becchettare da un branco di papere finché morte non ne consegua.

Leonard continuò a guardare la statale, cercando di immaginare dischi volanti e raggi della noia, ma non riusciva a concentrarsi. Alla fine mise a fuoco qualcosa sulla strada. Un cane morto. Ma non un semplice cane morto, no, un CANE MORTO. Il bastardo era stato investito come minimo da un TIR, forse da diversi TIR, uno dopo l'altro. Sembrava che fossero piovuti pezzi di cane. C'erano pezzi di quel botolo su tutto l'asfalto, e una zampa era finita sulla cunetta dal lato opposto, appoggiata in modo tale che sembrava fare ciao ciao. Quel povero stronzo non sarebbe riuscito a rimetterlo insieme nemmeno il dottor Frankenstein con una borsa di studio della Johns Hopkins e l'assistenza della NASA.

Leonard s'accostò al suo fedele compagno ubriaco, Billy - noto nell'ambiente come Peto, perché era il campione di scoregge di Mud Creek - e disse, «Vedi quel cane lí?»

Peto guardò nella direzione indicata da Leonard. Non aveva ancora notato il cane, e quella visione lo colpí molto piú di quanto avesse colpito Leonard. Il cane trasformato in un puzzle fece risalire a galla dei ricordi. Gli ricordava un cane che aveva avuto a tredici anni. Un gran bel pastore tedesco che l'amava piú di sua madre.

Quel figlio di puttana d'un cane era riuscito in qualche modo a farsi impigliare la catena in una recinzione di filo spinato e s'era impiccato. Quando Peto aveva trovato il cane, aveva la lingua che sembrava un pedalino nero imbottito, e si vedeva ancora dove era riuscito a grattare la terra con le unghie, ma non ad appoggiarsi. Sembrava che avesse scritto una specie di messaggio cifrato per terra. Poi Peto l'aveva detto a suo padre, piangendo come una fontana, e il suo vecchio aveva riso e sentenziato, «Probabilmente voleva spiegare perché s'è suicidato.»

Ora, mentre guardava la statale, e la sua Coca-Cola allungata col whisky si raccoglieva tiepida nelle sue budella, sentí una lacrima che gli si formava negli occhi. L'ultima volta che s'era sentito tanto commosso era stato quando aveva vinto il campionato di accensione delle scoregge con una vampata di dieci centimetri che gli aveva bruciato i peli del culo, e la banda l'aveva premiato con un paio di boxer colorati. Erano marroni e gialli, cosí poteva metterseli senza doverli cambiare troppo spesso.

Per cui erano li, Leonard e Peto, parcheggiati davanti al Dairy Queen, appoggiati al cofano dell'Impala di Leonard, a sorseggiare Coca e whisky, annoiati e depressi e arrapati, a guardare un cane morto senza niente da fare se non andare a vedere un film dove il protagonista è un negro. Il che, a essere onesti, non sarebbe nemmeno stato tanto male se avessero rimorchiato delle ragazze. Le ragazze potevano far perdonare un sacco di peccati, oppure potevano aiutare a commetterne di nuovi, a seconda dei punti di vista.

Ma quella serata era veramente bestiale. Ragazze non ne avevano. Ancora peggio, non c'era una sola ragazza in tutto il maledetto liceo che volesse saperne di uscire con loro. Nemmeno Marylou Flowers, e dire che aveva pure una specie di malattia.

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