Copertina
Autore Stieg Larsson
Titolo La ragazza che giocava col fuoco
EdizioneMarsilio, Venezia, 2008, Farfalle , pag. 756, cop.fle., dim. 13,3x20,5x5 cm , Isbn 978-88-317-9498-5
OriginaleFlickan som lekte med elden [2006]
TraduttoreCarmen Giorgetti Cima
LettoreElisabetta Cavalli, 2008
Classe narrativa svedese , gialli
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Pagina 7

Prologo



Era legata con cinghie di cuoio a una stretta branda con il telaio in acciaio. Le cinghie tese sopra il torace premevano. Era stesa sulla schiena. Le mani bloccate all'altezza dei fianchi.

Ormai aveva rinunciato da tempo a qualsiasi tentativo di liberarsi. Era sveglia ma teneva gli occhi chiusi. Se li avesse aperti si sarebbe ritrovata al buio, l'unica fonte di luce era una debole striscia che filtrava da sopra la porta. Si sentiva in bocca un sapore cattivo e non vedeva l'ora di potersi lavare i denti.

Una parte della sua coscienza tendeva l'orecchio per cogliere il rumore di passi che avrebbe indicato che lui stava arrivando. Non aveva la minima idea di che ora della sera fosse, al di là del fatto che aveva l'impressione che cominciasse a essere troppo tardi perché venisse a trovarla. Un'improvvisa vibrazione della branda la indusse ad aprire gli occhi. Era come se un macchinario di qualche genere si fosse avviato da qualche parte all'interno dell'edificio. Ma dopo un paio di secondi non sapeva se fosse stata solo un'illusione oppure se il rumore fosse stato reale.

Mentalmente spuntò un altro giorno sul calendario.

Era il suo quarantatreesimo giorno di prigionia.

Avvertì un prurito nel naso e girò la testa in modo da poterlo sfregare contro il cuscino. Sudava. Nella stanza l'aria era calda e soffocante. Indossava una semplice camicia da notte che le si era arrotolata sotto il corpo. Spostando l'anca riusciva ad afferrare l'indumento fra l'indice e il medio e a tirarlo giù da una parte un poco alla volta. Ripeté il procedimento con l'altra mano. Ma la camicia faceva ancora una piega sotto l'osso sacro. Il materasso era sformato e scomodo. Il totale isolamento faceva sì che ogni piccola impressione, che altrimenti sarebbe passata del tutto inosservata, si ingigantisse pesantemente. Le cinghie erano abbastanza lasche da permetterle di cambiare posizione e mettersi sul fianco, ma anche così era scomoda perché doveva stare con una mano dietro la schiena e questo le faceva intorpidire il braccio.

Non era spaventata. Al contrario sentiva accumularsi dentro di sé una rabbia violenta.

Ma era anche tormentata dai suoi stessi pensieri che si trasformavano costantemente in sgradevoli fantasie su ciò che le sarebbe successo. Odiava la sua impotenza coatta. Per quanto cercasse di concentrarsi su qualcos'altro per far passare il tempo e reprimere il pensiero della sua situazione, l'angoscia riusciva comunque a filtrare. Ristagnava intorno a lei come una nube di gas minacciando di infiltrarsi nei suoi pori e avvelenarle l'esistenza. Aveva scoperto che il modo migliore per tenere lontana l'angoscia era fantasticare di qualcosa che le desse una sensazione di forza. Chiuse gli occhi e richiamò l'odore della benzina.

Lui era in macchina con il finestrino aperto. Lei gli si avventava contro, versava la benzina e accendeva un fiammifero. Questione di un attimo. Le fiamme si alzavano subito. Lui si contorceva dal dolore e lei sentiva le sue urla di terrore e sofferenza. Poteva percepire l'odore della carne bruciata e quello più aspro del rivestimento e dell'imbottitura dei sedili che si incenerivano.

Probabilmente si era assopita, dal momento che non aveva sentito i passi, ma di colpo fu perfettamente sveglia quando la porta si aprì. La luce dal rettangolo illuminato l'accecò.

Alla fine lui era venuto.

Non sapeva quanti anni potesse avere, ma era grande. Aveva i capelli arruffati castano scuro, occhiali cerchiati di nero e una rada barbetta. Profumava di dopobarba.

Odiava il suo odore.

Rimase ritto in silenzio ai piedi della branda e la osservò a lungo.

Odiava il suo silenzio.

Il suo viso era in ombra nel controluce della porta aperta e lei vedeva solo la sua sagoma. D'un tratto le rivolse la parola. Aveva una voce nitida e profonda che sottolineava in maniera pedante ogni parola.

Odiava la sua voce.

Le disse che era il suo compleanno e che voleva farle gli auguri. La voce non era sgarbata o ironica. Era semplicemente neutra. Lei indovinò che stava sorridendo.

Lo odiava.

Lui si avvicinò e girò intorno alla branda. Poggiò il dorso di una mano umidiccia sulla sua fronte e le passò le dita fra i capelli in un gesto che probabilmente voleva essere gentile. Era il suo regalo di compleanno per lei.

Odiava il suo contatto.


Lui cominciò a parlare. Lei vedeva la bocca muoversi ma si sforzava di escludere il suono della sua voce. Non voleva ascoltare. Non voleva rispondere. Lo sentì alzare il tono. Un tocco di irritazione per la sua mancanza di reazione si era insinuato nella voce dell'uomo. Stava parlando di reciproca fiducia. Dopo parecchi minuti tacque. Lei ignorò il suo sguardo. Poi lui alzò le spalle e cominciò a sistemare le cinghie. Le strinse un po' sul torace e si chinò su di lei.

Lei si voltò di scatto verso sinistra, più bruscamente che poté. Raccolse le ginocchia fin sotto il mento e poi scalciò forte contro la sua testa. Mirava al pomo d'Adamo e lo colpì in un punto sotto il mento, ma lui era preparato e si scostò, e il risultato fu solo un colpo leggero, appena percettibile. Cercò di scalciare di nuovo ma lui era già fuori portata.

Le sue gambe sprofondarono di nuovo nella branda.

Il lenzuolo pendeva sul pavimento. La camicia da notte era finita molto al di sopra dei fianchi.

Lui rimase immobile senza dire nulla. Poi le girò intorno e cominciò a legarle i piedi. Lei cercò di tirare le gambe verso di sé ma lui le afferrò una caviglia e le abbassò di forza il ginocchio con l'altra mano, bloccandole il piede con una cinghia. Poi fece il giro della branda e le legò anche l'altro piede.

Adesso era ridotta alla totale impotenza.

Raccolse il lenzuolo e la coprì. La guardò in silenzio per due minuti. Lei poteva sentire la sua eccitazione nella penombra benché lui non ne facesse mostra in alcun modo. Di sicuro aveva un'erezione. Sapeva che avrebbe voluto allungare una mano e toccarla.

Poi lui si voltò e uscì chiudendosi la porta alle spalle. Sentì che chiudeva col catenaccio, cosa perfettamente inutile dal momento che non aveva nessuna possibilità di slegarsi dalla branda.

Rimase diversi minuti con lo sguardo fisso sulla sottile striscia di luce sopra la porta. Poi cominciò a muoversi per cercare di capire quanto fossero strette le cinghie. Riuscì a piegare un po' le ginocchia ma quelle che le bloccavano i piedi opposero immediatamente resistenza. Si rilassò. Restò stesa assolutamente immobile, fissando nel nulla.

Aspettava. Intanto fantasticava di una tanica di benzina e di un fiammifero.

Lo vide imbevuto di benzina. Poteva percepire fisicamente la scatola dei fiammiferi nella propria mano. La scosse. Ne udì il tipico rumore. La aprì e scelse un fiammifero. Lo udì dire qualcosa ma non lo ascoltò. Però vide l'espressione del suo viso, quando strusciò il fiammifero contro la superficie ruvida. Udì il rumore raspante della capocchia di zolfo. Suonava come un protratto rombo di tuono. Vide la fiamma scoccare.

Fece un sorriso duro e si rinfrancò.

In quella notte compiva tredici anni.

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Pagina 108

«Trafficking» disse Mikael Blomkvist. «Racconta.»

«È da quattro anni che me ne occupo. Ho cominciato a interessarmi della materia grazie alla ragazza con cui vivo, si chiama Mia Bergman ed è criminologa. Ha lavorato per il Consiglio per la prevenzione del crimine, ha fatto un'analisi della legge sul mercato del sesso.»

«Io la conosco» disse Malin Eriksson. «L'ho intervistata due anni fa quando ha pubblicato una relazione in cui metteva a confronto il trattamento riservato a uomini e donne nei tribunali.»

Dag Svensson annuì e sorrise.

«Suscitò un certo scalpore» disse. «Studia il trafficking da cinque o sei anni. È stato così che ci siamo conosciuti. Io stavo lavorando a un'inchiesta sul mercato del sesso in Internet e mi era stato detto che lei ne sapeva qualcosa. E altroché se era vero. Per farla breve, cominciammo anche a lavorare insieme, io come giornalista e lei come ricercatrice, e cominciammo anche a uscire insieme e un anno fa abbiamo messo su casa. Lei sta per prendere un dottorato e discuterà la tesi in primavera.»

«Perciò lei scrive una tesi di dottorato e tu...?»

«Io scrivo una versione popolare della tesi, corredata dalle mie ricerche personali. Oltre a una versione abbreviata in forma di articolo che ho già dato a Erika.»

«Okay, lavorate in squadra. E l'inchiesta?»

«Nel nostro paese abbiamo un governo che ha introdotto una legge coraggiosa sul mercato del sesso, abbiamo poliziotti che dovrebbero far osservare la legge e tribunali che dovrebbero condannare i trasgressori, chiamiamo quelli che vanno a puttane criminali del sesso perché comperare servizi sessuali è diventato un reato e abbiamo mezzi d'informazione che scrivono testi grondanti di indignazione morale sull'argomento e via dicendo. Ma al tempo stesso la Svezia è uno dei paesi che comperano il maggior numero pro capite di prostitute dalla Russia e dai paesi baltici.»

«E questo lo puoi dimostrare?»

«Non è certo un segreto. Non è nemmeno una notizia. La novità sta nel fatto che noi abbiamo parlato con una dozzina di ragazze che hanno avuto esperienze drammatiche. Per la maggior parte ragazze fra i quindici e i vent'anni, che vengono dalla miseria sociale degli stati dell'Est e sono attirate in Svezia dalla promessa di un lavoro di qualche genere ma finiscono nelle grinfie di una mafia del sesso assolutamente senza scrupoli. Le loro esperienze non si potrebbero descrivere nemmeno in un film.»

«Okay.»

«Questo è, per così dire, il punto focale della tesi di Mia. Ma non del libro.»

Tutti ascoltavano attentamente.

«Mia ha intervistato le ragazze. Io ho tracciato una mappa dei fornitori e della clientela.»

Mikael sorrise. Non aveva mai incontrato Dag Svensson prima, ma d'improvviso si rendeva conto che era proprio il tipo di giornalista che gli piaceva, uno che andava dritto all'essenziale di un'inchiesta. Per Mikael la regola d'oro del giornalismo era che ci fosse sempre qualcuno che ne fosse responsabile. Bad guys.

«E hai trovato dei dati interessanti?»

«Ad esempio sono in grado di documentare che un funzionario del ministero della Giustizia collegato all'elaborazione della legge sul mercato del sesso si è servito di almeno due ragazze arrivate qui in questo modo. Una aveva quindici anni.»

«Accidenti.»

«Sono anni che lavoro a questa inchiesta. Il libro conterrà informazioni sui clienti delle prostitute. Ci sono tre poliziotti, uno dei quali lavora alla buoncostume. Ci sono cinque avvocati, un pubblico ministero e un giudice. Ci sono anche un paio di giornalisti, uno dei quali ha scritto diversi articoli sull'industria del sesso. Nella vita privata si dedica a fantasie di stupro con una prostituta adolescente di Tallinn... e in questo caso non si tratta certo di un gioco erotico reciproco. Ho intenzione di fare nomi e cognomi. Ho una documentazione a prova di bomba.»

Mikael Blomkvist fischiò. Quindi smise di sorridere.

«Siccome sono di nuovo il direttore responsabile, credo che vorrò esaminare la documentazione con la lente d'ingrandimento» disse. «L'ultima volta che ho trascurato di controllare bene le fonti mi sono beccato tre mesi di galera.»

«Se siete interessati a pubblicare l'inchiesta, avrai tutta la documentazione che vorrai. Ma ho una condizione per venderla a Millennium.»

«Dag vuole che pubblichiamo anche il libro» intervenne Erika.

«Esatto. Voglio che faccia l'effetto di una bomba, e in questo momento Millennium è il giornale più attendibile e spregiudicato del paese. Mi è difficile credere che altri editori avrebbero il coraggio di pubblicare un libro di questo genere.»

«Quindi, niente libro, niente articolo» riassunse Mikael.

«A me suona come un'ottima idea» disse Malin Eriksson. Henry Cortez le fece eco con un mormorio di supporto.

«L'articolo e il libro sono due cose separate» disse Erika. «Per il primo, il responsabile è Mikael. Per il libro, la responsabilità è dell'autore.»

«Lo so» disse Dag. «La cosa non mi preoccupa. Nell'attimo stesso in cui il libro sarà pubblicato, Mia denuncerà alla polizia tutte le persone delle quali avrò fatto il nome.»

«Scoppierà un bel pandemonio» disse Henry Cortez.

«Questa è solo metà della storia» continuò Dag. «Ho analizzato anche alcune delle reti che guadagnano denaro con l'industria del sesso. Si tratta di criminalità organizzata.»

«E lì chi hai trovato?»

«È questo che è tragico. La mafia del sesso è un'accozzaglia scalcagnata di nullità. Non so esattamente cosa mi aspettassi quando ho cominciato questa ricerca, ma in qualche modo noi, o almeno io, siamo stati indotti a credere che la "mafia" sia una banda glamour che se ne va in giro su automobili di lusso. Suppongo che un certo numero di film americani sull'argomento abbia contribuito a questa immagine. La tua inchiesta su Wennerström» lanciò uno sguardo con la coda dell'occhio a Mikael «dimostrava che in effetti era proprio così. Ma Wennerström in qualche modo faceva parte delle eccezioni. Quello che ho trovato io è una banda di inetti brutali e sadici che quasi non sanno leggere e scrivere e sono dei perfetti idioti quando si tratta di pianificazione ed elaborazione di strategie. Ci sono collegamenti a biker e a cerchie un po' meglio organizzate, ma nel complesso è una manica di somari quella che manda avanti l'industria del sesso.»

«Questo risulta molto chiaramente dal tuo articolo» disse Erika. «Abbiamo una legislazione, forze di polizia e un apparato giudiziario che finanziamo con milioni di corone di tasse ogni anno per contrastare questo mercato del sesso... e non riescono ad avere ragione di un branco di perfetti idioti.»

«È un unico lungo oltraggio ai diritti umani, le ragazze coinvolte occupano una posizione così bassa nella scala sociale da risultare prive di interesse giuridico. Non votano. Non sanno quasi lo svedese, a eccezione delle poche parole che servono per concludere una trattativa. Il novantanove virgola novantanove per cento di tutti i reati relativi al mercato del sesso non viene mai denunciato e ancora più raramente porta a una citazione in giudizio. È il più grosso iceberg nell'ambito della criminalità svedese. Provate a pensare che le rapine in banca venissero trattate con la stessa noncuranza: è semplicemente inimmaginabile. La mia conclusione è che questo losco affare non potrebbe andare avanti un solo giorno se non fosse che la giustizia molto semplicemente non lo vuole fermare. Le sevizie ai danni di teenager che vengono da Tallinn o Riga non sono una questione prioritaria. Una puttana è una puttana. Fa parte del sistema.»

«E questo non c'è bastardo che non lo sappia» disse Monika Nilsson.

«Perciò voi cosa dite?» domandò Erika.

«A me l'idea piace» disse Mikael Blomkvist. «Ci esporremo, con questa inchiesta, ed è esattamente questo lo scopo con cui abbiamo dato vita a Millennium.»

«Ed è per questo che io lavoro ancora al giornale. Il direttore responsabile deve fare un salto mortale di tanto in tanto» disse Monika.

Tutti risero, tranne Mikael.

«Lui era l'unico abbastanza pazzo da assumere l'incarico di direttore responsabile» disse Erika. «Faremo questa cosa a maggio. E contemporaneamente uscirà il tuo libro.»

«È già pronto?» volle sapere Mikael.

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Pagina 226

Il gigante biondo era di malumore e si sentiva insoddisfatto. Aveva appena ritirato duecentotremila corone in contanti, una somma cospicua per i tre chili di metamfetamina che aveva fornito a Magge Lundin alla fine di gennaio. Era un buon guadagno per qualche ora di lavoro – andare a ritirare la merce dal corriere, conservarla per un po' e consegnarla a Lundin, e poi incassare il cinquanta per cento del profitto. Non c'era nessun dubbio che il Motoclub Svavelsjö fosse in grado di procurargli quella somma ogni mese, e la banda di Magge Lundin era soltanto una di tre operazioni equivalenti – le altre due erano nelle mani di bande della zona di Göteborg e di Malmö. Insieme le tre bande riuscivano a fargli incassare più di mezzo milione di corone al mese.

Eppure provava un tale senso di insoddisfazione che si fermò e spense il motore. Non dormiva da quasi trenta ore e si sentiva confuso. Aprì la portiera, si sgranchì le gambe e urinò sul bordo della strada. Il freddo era intenso, il cielo limpido e stellato. Era in piedi lungo un campo non lontano da Järna.

La richiesta sul mercato svedese era indiscutibilmente grande. Era questione di logistica – come trasportare il prodotto dal punto A al punto B, o per essere più precisi, da un ufficio in un seminterrato di Tallinn a Frihamnen a Stoccolma.

Questo problema ricorrente - come destreggiarsi per garantire un trasporto regolare dall'Estonia alla Svezia – era il punto cruciale, il vero anello debole, dal momento che dopo molti anni di sforzi doveva ancora improvvisare.

Negli ultimi tempi erano sorte davvero troppe frizioni. Anche se il gigante biondo era orgoglioso delle proprie capacità organizzative. Nell'arco di qualche anno aveva creato una macchina ben oliata di contatti che erano stati coltivati con dosi ben calibrate di bastone e di carota. Era lui che aveva avviato il lavoro, identificato i partner, condotto le trattative e provveduto affinché le consegne arrivassero dove dovevano.

La carota era l'incitamento che ricevevano i subfornitori come Magge Lundin - un profitto ragionevolmente buono e senza rischi. Il sistema era impeccabile. Lundin non aveva bisogno di alzare un dito per ricevere la merce – niente viaggi complicati né trattative con persone che avrebbero potuto essere di tutto, da poliziotti della narcotici a scagnozzi della mafia russa più che in grado di fregarlo. Lundin sapeva che il gigante biondo avrebbe consegnato, lui sapeva che avrebbe incassato il suo cinquanta per cento.

Il bastone serviva quando sorgevano delle complicazioni, come negli ultimi tempi era accaduto sempre più spesso. Uno spacciatore di strada chiacchierone che sapeva davvero troppo era stato lì lì per coinvolgere il Motoclub Svavelsjö. Il gigante era stato costretto a intervenire e punire.

Il gigante biondo era bravo a punire.

Sospirò.

Intuiva che l'intera attività stava per diventare troppo difficile da controllare. Molto semplicemente, era troppo sfaccettata.

Accese una sigaretta e si sgranchì le gambe lungo la strada.

La metamfetamina era un'ottima, discreta e gestibile fonte di guadagni – grandi profitti contro piccoli rischi. Gli affari con le armi erano in certa misura accettabili se si potevano evitare le deviazioni imprudenti. Ma pensando ai rischi non era difendibile sotto il profilo economico fornire due armi da fuoco per qualche biglietto da mille a un paio di mocciosi svitati che intendevano rapinare il chiosco dietro l'angolo.

Singoli casi di spionaggio industriale o di contrabbando di componenti elettronici verso l'Est – anche se il mercato si era molto ridotto negli ultimi anni – avevano ancora un certo senso.

Invece le puttane dai paesi baltici erano un affare del tutto insostenibile dal punto di vista economico. Rendevano poco e in realtà erano solo una complicazione che in qualsiasi momento poteva dare origine a polemiche ipocrite sui mass-media e a dibattiti in quella bizzarra entità politica che andava sotto il nome di Parlamento svedese, le cui regole del gioco agli occhi del gigante biondo erano nel migliore dei casi oscure. Il vantaggio con le puttane era che sotto l'aspetto giudiziario erano potenzialmente prive di rischi. A tutti piacciono le puttane – pubblici ministeri, giudici, sbirri e anche qualche parlamentare. Nessuno avrebbe scavato troppo a fondo per far cessare l'attività.

Nemmeno una puttana morta avrebbe provocato complicazioni politiche. O la polizia riusciva a beccare nel giro di poche ore un sospetto con i vestiti macchiati di sangue, e il tutto si concludeva con una condanna e qualche anno di galera o di recupero in qualche istituto, o l'esperienza insegnava che avrebbe trovato ben presto qualcosa di più importante di cui occuparsi.

Però a lui il commercio delle puttane non piaceva. Non gli piacevano le puttane con le facce impiastricciate e le risate stridule da ubriache. Erano sudicie. Erano un capitale umano del genere che costava tanto quanto faceva incassare. E siccome si trattava di capitale umano esisteva sempre il rischio che qualcuna andasse fuori di testa e si mettesse in mente di disertare o andare a spettegolare con la polizia o i giornalisti o altri estranei. Allora sarebbe stato costretto a intervenire e punire. E rivelazioni sufficientemente chiare avrebbero potuto mettere in moto il meccanismo della pubblica accusa e della polizia – altrimenti sarebbe montato un gran casino in quel dannato Parlamento. Il commercio delle puttane era solo un gran pasticcio.

I fratelli Atho e Harry Ranta erano un buon esempio di pasticcio. Due inutili parassiti che avevano avuto accesso a un numero davvero esagerato di informazioni riguardanti l'attività. Avrebbe preferito avvolgerli in una catena e buttarli nelle acque del porto. Invece li aveva portati al traghetto per l'Estonia e aveva aspettato pazientemente che salissero a bordo. La forzata vacanza era motivata dal fatto che un dannato giornalista aveva cominciato a ficcare il naso nei loro affari e perciò era stato deciso che dovessero diventare invisibili finché le acque non si fossero calmate.

Sospirò nuovamente.

Soprattutto, al gigante biondo non andavano a genio i binari morti come Lisbeth Salander. Ai suoi occhi quella tizia era assolutamente priva di interesse. Non costituiva nessun vantaggio.

Non gli piaceva l'avvocato Nils Bjurman e non riusciva a capire perché mai si fosse deciso ad accontentarlo. Ma ormai la ruota aveva cominciato a girare. L'ordine era partito, il compito era stato appaltato al Motoclub Svavelsjö.

Ma la faccenda non gli piaceva per niente. Aveva dei brutti presentimenti.

Alzò gli occhi e lasciò correre lo sguardo sul campo immerso nel buio, poi gettò il mozzicone nel fossato. Tutto d'un tratto colse un movimento con la coda dell'occhio e rabbrividì. Mise a fuoco lo sguardo. Non c'era illuminazione a parte una debole falce di luna, ma riuscì comunque a distinguere una sagoma nera che avanzava strisciando verso di lui a circa trenta metri dalla strada. La creatura si muoveva lenta e faceva piccole pause.

Il gigante biondo sentì d'improvviso la fronte imperlata di sudore freddo.

Odiava la creatura sul campo.

Per più di un minuto restò quasi paralizzato a fissare stregato l'avanzata lenta ma determinata della creatura. Quando fu così vicina da poterne vedere gli occhi scintillanti nell'oscurità, fece un brusco dietrofront e raggiunse di corsa la macchina. Spalancò la portiera e armeggiò con le chiavi. Sentì crescere il panico fino a quando finalmente riuscì ad avviare il motore e ad accendere gli abbaglianti. La creatura era sulla strada e il gigante biondo poté distinguerne i dettagli. Sembrava un enorme tritone che si trascinava in avanti. Aveva un pungiglione simile a quello degli scorpioni.

Una cosa era chiara. Non era di questo mondo. Era un mostro salito dagli inferi.

Il gigante biondo riuscì a ingranare una marcia e partì sgommando. Quando le passò vicino, vide la creatura tentare un attacco senza però arrivare alla macchina. Solo parecchi chilometri dopo smise di tremare.

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21.
24 marzo, Giovedì Santo - lunedì 4 aprile



Lisbeth Salander trascorse la settimana iniziale della battuta di caccia messa in atto dalla polizia lontana da ogni clamore. Si trovava nella serena tranquillità del suo appartamento a Mosebacke. Il suo cellulare era spento e la sim card rimossa. Non avrebbe più usato quel telefono. Con occhi sempre più sgranati, seguiva i titoli delle edizioni in rete dei quotidiani e i telegiornali.

Osservava irritata la foto del suo passaporto che inizialmente era stata diffusa in Internet e quindi aveva campeggiato nei titoli di testa di tutti i telegiornali. La faceva sembrare una mezza matta.

Nonostante avesse cercato per anni l'anonimato, era stata trasformata in una delle persone più famigerate e citate di tutto il paese. Con blando stupore cominciò a rendersi conto che un avviso di ricerca su tutto il territorio nazionale riguardante una ragazza minuta sospettata di triplice omicidio era una delle notizie più importanti dell'anno, più o meno al livello di quelle sulla setta di Knutby. Seguì perplessa i commenti e le spiegazioni dei media, i documenti riservati sulle sue condizioni mentali all'apparenza erano a disposizione di qualsiasi redazione. Un titolo risvegliò in lei ricordi sepolti.

FERMATA A GAMLA STAN PER LESIONI PERSONALI

Un reporter giudiziario dell'agenzia nazionale di stampa Tt aveva sbaragliato la concorrenza mettendo le mani su una copia della perizia psichiatrica fatta quando Lisbeth era stata fermata per avere preso a calci in faccia un altro passeggero alla stazione della metropolitana di Gamla Stan.

Lisbeth ricordava molto bene quella vicenda. Era stata a Odenplan e stava ritornando alla sua provvisoria abitazione presso i genitori affidatari a Hägersten. Alla fermata di Rådmansgatan era salito uno sconosciuto, apparentemente sobrio, che le aveva subito messo gli occhi addosso. Più tardi era venuta a sapere che si chiamava Karl Evert Blomgren e che era un disoccupato di cinquantadue anni, un ex giocatore di bandy di Gävle. Nonostante il vagone fosse mezzo vuoto, era andato a sedersi accanto a lei e aveva cominciato a molestarla. Le aveva messo la mano sul ginocchio e aveva cercato di avviare una conversazione del tipo "ti do duecento corone se vieni a casa con me". Sentendosi ignorato era diventato insistente e l'aveva chiamata frigida befana. Il fatto che lei non gli avesse dato risposta e addirittura avesse cambiato posto alla fermata di T-Centralen non l'aveva scoraggiato.

Mentre si avvicinavano alla fermata di Gam1a Stan l'aveva circondata con le braccia da dietro infilandole le mani sotto la felpa e sussurrandole all'orecchio che era una troia. A Lisbeth non garbava essere chiamata così da un perfetto sconosciuto in metropolitana. Gli aveva risposto con una gomitata nell'occhio, dopo di che si era aggrappata a un sostegno e sollevandosi l'aveva colpito sul naso con entrambi i tacchi. Ovviamente c'era stato un certo spargimento di sangue.

Era riuscita a svignarsela quando il treno si era fermato ma, siccome era in perfetta tenuta da punk e aveva i capelli tinti di blu, un amico dell'ordine pubblico le si era gettato addosso e l'aveva tenuta schiacciata a terra fino a quando era arrivato un agente.

Lisbeth aveva maledetto il proprio sesso e la propria taglia. Se fosse stata un ragazzo, nessuno avrebbe osato bloccarla.

Non aveva fatto nessun tentativo di spiegare perché aveva preso a calci in faccia Karl Evert Blomgren. Non riteneva che valesse la pena cercare di spiegare alcunché a un'autorità in divisa. Per ragioni di principio rifiutava di rispondere perfino quando gli psicologi cercavano di valutare le sue condizioni di salute mentale. Per sua fortuna, diversi altri passeggeri avevano notato come si erano svolti i fatti, e fra questi una battagliera signora di Härnäsand che era anche membro del Parlamento nelle file del partito di centro. La donna aveva testimoniato sul posto che Blomgren aveva molestato Lisbeth prima della sua reazione violenta. Quando più tardi era risultato che Blomgren aveva già due condanne per atti osceni alle spalle, il procuratore aveva deciso di archiviare il caso. Questo tuttavia non aveva comportato anche l'interruzione dell'indagine dei servizi sociali su di lei. Poco tempo dopo il tribunale aveva deciso di dichiarare Lisbeth Salander incapace. Di conseguenza le era stata imposta la tutela, prima nella persona di Holger Palmgren, poi in quella di Nils Bjurman. Adesso tutti questi dettagli estremamente riservati erano finiti in rete, alla portata di tutti. Il suo profilo era completato con descrizioni a tinte forti di come fosse stata in conflitto con l'ambiente circostante fin dalle elementari e avesse trascorso i primi anni dell'adolescenza in una clinica psichiatrica infantile.


La diagnosi mediatica su Lisbeth Salander variava a seconda dell'edizione e della testata. Talvolta veniva descritta come psicotica, altre volte come schizofrenica con manie di persecuzione. Tutti i giornali la descrivevano come mentalmente ritardata — in fondo non aveva nemmeno completato la scuola dell'obbligo. Che fosse squilibrata e incline a un comportamento violento nessuno poteva metterlo in dubbio.

Quando scoprirono che Lisbeth Salander frequentava la ben nota lesbica Miriam Wu, i giornali si scatenarono. Miriam Wu si era esibita nello show di Benita Costa al Pride Festival, una performance assai provocatoria in cui Mimmi era stata fotografata a seno nudo con addosso un pantaloni di pelle con le bretelle e stivali di vernice col tacco alto. La ragazza aveva inoltre scritto articoli per un giornale gay che furono ampiamente citati nei media, e in alcune occasioni era stata intervistata in seguito alla sua partecipazione a qualche show. Una pluriomicida lesbica combinata con solleticanti pratiche sadomaso era uun argomento imbattibile per aumentare la tiratura.

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