|
|
|
| << | < | > | >> |IndicePremessa 1 La collana di Semley 3 Aprile a Parigi 26 I maestri 41 La scatola del buio 60 La parola dello scioglimento 71 La legge dei nomi 80 Il re d'Inverno 92 Il buon «viaggio» 116 Nove vite 126 Cose 157 Un viaggio alla testa 168 Più vasto degli imperi e più lento 175 Le stelle laggiù 211 Il campo di visione 233 La direzione della strada 256 Quelli che si allontanano da Omelas 264 La vigilia della rivoluzione 273 |
| << | < | > | >> |Pagina 71Dov'era? Il pavimento era duro e viscido, l'aria nera e fetida, e non c'era altro. Eccettuato il mal di testa. Riverso sul pavimento viscido, Festin gemette e poi disse: - Bastone! - Vedendo che il suo bastone di mago, fatto di legno d'ontano, non gli si materializzava nel pugno, comprese di essere in pericolo. Si sollevò a sedere, e non avendo il bastone per farsi adeguatamente luce fece sprizzare una scintilla tra indice e pollice, mormorando una certa Parola. Un azzurro fuoco fatuo scaturi dalla scintilla e ondeggiò fievole nell'aria, crepitando. - Su - disse Festin, e la sfera di fuoco sali ondeggiando fino a illuminare una botola, molto in alto, cosi in alto che Festin, proiettandosi temporaneamente nella sfera di fuoco, vide il proprio volto dodici braccia piú sotto, come un punto pallido nell'oscurità. La luce non traeva riflessi dalle umide pareti: erano state intessute con la sostanza della notte, per magia. Festin rientrò in sé e disse: - Spegniti. - La sfera si spense. Festin restò seduto al buio, facendo scricchiolare le nocche delle dita. Doveva essere stato sopraffatto con un incantesimo a tradimento, di sorpresa, perché l'ultima cosa che ricordava era che camminava nel suo bosco, di sera, parlando con gli alberi. Ultimamente, in quegli anni di solitudine a metà della sua vita, aveva sentito il peso di una sensazione di spreco, di forza non impiegata; perciò, dato che doveva imparare la pazienza, aveva lasciato i villaggi ed era andato a conversare con gli alberi, specialmente le querce, i castani, e gli ontani grigi le cui radici sono in comunicazione profonda con l'acqua corrente. Erano trascorsi sei mesi dall'ultima volta che aveva parlato con un essere umano. Si era occupato delle cose essenziali, senza gettare incantesimi e senza dar fastidio a nessuno. Quindi, chi l'aveva stregato e gettato in quel pozzo fetido? - Chi? - chiese alle pareti, e lentamente un nome si formò su di loro e corse verso di lui come una grossa goccia nera, trasudata dai pori della pietra e dalle spore dei funghi: «Voll». Per un momento, Festin si senti coprire da un sudore gelido. Aveva sentito parlare molto tempo addietro, per la prima volta, di Voll il Malvagio, di cui si diceva che fosse piú di un mago eppure meno che un uomo; che passava da un'isola all'altra del mare Esterno, distruggendo le opere degli Antichi, asservendo gli uomini, abbattendo le foreste e rovinando i campi, e sigillando in tombe sotterranee tutti i maghi che cercavano di combatterlo. I profughi venuti dalle isole devastate ripetevano sempre le stesse cose: lui arrivava di sera, su un vento tenebroso, sopra il mare. I suoi schiavi lo seguivano con le navi: questi, li avevano visti. Ma nessuno di loro aveva mai visto Voll... C'erano molti uomini ed esseri malevoli tra le isole, e Festin, giovane mago dedito allo studio, non aveva prestato molta attenzione a quelle storie di Voll il Malvagio. Io posso proteggere quest'isola, aveva pensato, conoscendo il proprio potere non ancora messo alla prova, ed era tornato alle sue querce e ai suoi ontani, al fruscio del vento tra le fronde, al ritmo della crescita nei loro tondi tronchi e rami e ramoscelli, al sapore della luce del sole sulle foglie o della scura acqua sotterranea intorno alle radici. Dov'erano adesso gli alberi, i suoi vecchi compagni? Voll aveva distrutto la foresta? Finalmente desto e in piedi, Festin fece due ampi movimenti con le mani rigide, gridando a voce alta un Nome che avrebbe schiantato tutte le serrature e spalancato ogni porta costruita dall'uomo. Ma quelle pareti, impregnate della notte e del nome del loro costruttore, non ascoltarono, non udirono. Il nome riecheggiò, scrosciando negli orecchi di Festin: lui cadde in ginocchio, nascondendosi la testa fra le braccia fino a quando gli echi si spensero nella volta sovrastante. Poi, ancora scosso dal contraccolpo, restò li a rimuginare. Avevano ragione: Voll era forte. Li, sul suo terreno, in quella segreta costruita con incantesimi, la sua magia avrebbe resistito a ogni attacco diretto; e la forza di Festin era dimezzata dalla perdita del bastone. Ma neppure il suo carceriere poteva togliergli i suoi poteri esclusivi di Proiezione e Trasformazione. Perciò, dopo essersi massaggiato la testa doppiamente dolorante, si trasformò. Senza rumore, il suo corpo si dissolse in una nube di nebbia finissima. | << | < | > | >> |Pagina 80Il Signor Sotterra usci da sotterra, dalla sua collina, sorridendo è respirando a fatica. Ogni respiro gli usciva dalle narici come un doppio sbuffo di vapore, niveo nel sole del mattino. Il signor Sotterra alzò gli occhi verso il luminoso cielo dicembrino e sorrise piú che mai, mostrando i nivei denti. Poi scese al villaggio. - Giorno, signor Sotterra - dicevano gli abitanti del villaggio quando li incontrava per la stretta via tra le case dai conici tetti sporgenti, simili alle rosse cappelle dei funghi velenosi. - Giorno, giorno! - rispondeva lui. (Naturalmente portava sfortuna augurare a qualcuno buon giorno: una semplice allusione al tempo della giornata bastava, in un luogo permeato di Influenze come l'isola Sattins, dove un aggettivo imprudente poteva cambiare il clima per una settimana). Tutti gli parlavano, alcuni con affetto e altri con affettuoso disdegno. Lui era l'unico mago della piccola isola, e quindi meritava rispetto: ma come si poteva rispettare un ometto grasso e cinquantenne che camminava con i piedi storti, alitando vapore e sorridendo? Non era neppure gran cosa come artigiano. I suoi fuochi d'artificio erano abbastanza complessi, ma i suoi elisir erano deboli. Le verruche da lui cancellate con i sortilegi ricomparivano spesso dopo tre giorni; i pomodori che lui incantava non diventavano piú grossi dei meloni, e le rare volte che una nave straniera si fermava nel porto di Sattins il signor Sotterra restava sempre sotto la sua collina: per paura del malocchio, spiegava lui. In altre parole, era un mago allo stesso modo in cui Gan (che aveva la cataratta) era un carpentiere: in mancanza di artigiani migliori. Gli abitanti del villaggio si accontentavano - per quella generazione - delle porte malfatte e degli incantesimi inefficienti, e per alleviare la loro irritazione trattavano il signor Sotterra con molta familiarità, come se fosse stato uno di loro. Lo invitavano addirittura a cena. Una volta fu lui a invitare a cena alcuni di loro, e offrí un pasto splendido, con argenti, cristalli, damaschi, oca arrosto, scintillante Andrades '639, e budino di prugne con salsa asprigna; ma fu cosi nervoso durante tutto il pasto da togliere ogni soddisfazione, e per giunta tutti avevano di nuovo fame mezz'ora dopo. Non gli faceva piacere che qualcuno visitasse la sua grotta, e neppure la sua anticamera, oltre la quale in effetti nessuno era mai andato. Quando vedeva visitatori avvicinarsi alla collina, usciva sempre di corsa a incontrarli. - Sediamoci qui fuori sotto i pini! - diceva, sorridendo e indicando l'abetaia; oppure, se pioveva: - Andiamo a bere qualcosa alla locanda, eh? - (sebbene tutti sapessero che non beveva mai nulla di piú forte dell'acqua del pozzo). Alcuni bambini del villaggio, attirati da quella caverna chiusa a chiave, curiosavano e compivano incursioni mentre il signor Sotterra era via; ma la porticina che dava nella camera interna era chiusa per magia, e una volta tanto sembrava che l'incantesimo fosse efficace. Una volta due ragazzini, convinti che il mago fosse sulla costa occidentale a curare l'asino malato della signora Ruuna, andarono lassú con un piede di porco e un'accetta: ma al primo colpo d'accetta sulla porta, dall'interno vennero un ruggito di rabbia e una nube di vapore purpureo. Il signor Sotterra era rientrato presto. I ragazzini scapparono. Lui non usci, e ai ragazzini non accadde nulla di male; però dissero che era impossibile credere quale orribile, immane, ululante, sibilante muggito sapesse lanciare quell'ometto grasso, se non lo si udiva con i propri orecchi. Quel giorno il signor Sotterra era venuto al villaggio per prendere tre dozzine di uova fresche e una libbra di fegato; e per fermarsi alla casetta del capitano Fogeno per rinnovare l'incantesimo della vista agli occhi del vecchio (del tutto inutile nel caso di una retina staccata, ma il signor Sotterra continuava a tentare); e infine per fare quattro chiacchiere con la vecchia comare Guld, la vedova del fabbricante di fisarmoniche. Gli amici del signor Sotterra erano quasi tutti vecchi. Lui aveva soggezione degli uomini giovani e forti del villaggio, e le ragazze avevano soggezione di lui. - Sorride tanto che mi rende nervosa - dicevano tutte, imbronciandosi e rigirandosi intorno a un dito i riccioletti di seta. «Nervosa» era una parola di nuovo conio, e tutte le madri replicavano sprezzanti: - Nervosa un corno: la parola giusta è grullaggine. Il signor Sotterra è un mago molto rispettabile! Dopo aver lasciato comare Guld il signor Sotterra passò dalla scuola, che quel giorno si teneva all'aperto sul campo demaniale. Poiché nell'isola Sattins nessuno sapeva leggere o scrivere, non c'erano libri per imparare a leggere né banchi su cui incidere le iniziali né lavagne da cancellare: anzi, non c'era neppure la scuola. Nei giorni piovosi i bambini si radunavano nel soppalco del granaio comunale e si riempivano di fieno i calzoni; nei giorni di sole la maestra, Palani, li conduceva dove le veniva il capriccio. Quel giorno, circondata da trenta bambini attenti sotto i dodici anni e quaranta pecore disattente sotto i cinque, stava insegnando un elemento importante del programma: le leggi dei nomi. Il signor Sotterra, sorridendo timidamente, si fermò a guardare e ascoltare. Palani, una graziosa ragazza rotondetta di vent'anni, formava un grazioso quadretto nella luce del sole invernale: circondata dai bambini e dalle pecore, ai piedi di una quercia spoglia, e dietro di lei le dune e il mare e il cielo pallido e sereno. Parlava con slancio, e aveva la faccia arrossata dal vento e dalle parole. - Ora, bambini, voi conoscete già le leggi dei nomi. Sono due, e sono identiche su tutte le isole del mondo. Ditemene una.
- Non è educazione chiedere a uno qual è il suo nome gridò un ragazzino
|
|
Pubblicata scheda parziale con 10000 bytes di citazioni. Scheda completa con 31245 bytes di citazioni. Pubblicazione completa in attesa di autorizzazione dell'editore. | << | < | |