Copertina
Autore Ursula K. Le Guin
Titolo I dodici punti cardinali
EdizioneNord, Milano, 2004 [1979], Narrativa 183 , pag. 294, cop.ril.sov., dim. 140x212x30 mm , Isbn 978-88-429-1298-9
OriginaleThe Wind Twelve Quarters [1975]
TraduttoreRoberta Rambelli
LettoreLuca Vita, 2004
Classe fantasy , fantascienza
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice

Premessa                              1
La collana di Semley                  3
Aprile a Parigi                      26
I maestri                            41
La scatola del buio                  60
La parola dello scioglimento         71
La legge dei nomi                    80
Il re d'Inverno                      92
Il buon «viaggio»                   116
Nove vite                           126
Cose                                157
Un viaggio alla testa               168
Più vasto degli imperi e più lento  175
Le stelle laggiù                    211
Il campo di visione                 233
La direzione della strada           256
Quelli che si allontanano da Omelas 264
La vigilia della rivoluzione        273

 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 71

LA PAROLA DELLO SCIOGLIMENTO



Dov'era? Il pavimento era duro e viscido, l'aria nera e fetida, e non c'era altro. Eccettuato il mal di testa. Riverso sul pavimento viscido, Festin gemette e poi disse: - Bastone! - Vedendo che il suo bastone di mago, fatto di legno d'ontano, non gli si materializzava nel pugno, comprese di essere in pericolo. Si sollevò a sedere, e non avendo il bastone per farsi adeguatamente luce fece sprizzare una scintilla tra indice e pollice, mormorando una certa Parola. Un azzurro fuoco fatuo scaturi dalla scintilla e ondeggiò fievole nell'aria, crepitando. - Su - disse Festin, e la sfera di fuoco sali ondeggiando fino a illuminare una botola, molto in alto, cosi in alto che Festin, proiettandosi temporaneamente nella sfera di fuoco, vide il proprio volto dodici braccia piú sotto, come un punto pallido nell'oscurità. La luce non traeva riflessi dalle umide pareti: erano state intessute con la sostanza della notte, per magia. Festin rientrò in sé e disse: - Spegniti. - La sfera si spense. Festin restò seduto al buio, facendo scricchiolare le nocche delle dita.

Doveva essere stato sopraffatto con un incantesimo a tradimento, di sorpresa, perché l'ultima cosa che ricordava era che camminava nel suo bosco, di sera, parlando con gli alberi. Ultimamente, in quegli anni di solitudine a metà della sua vita, aveva sentito il peso di una sensazione di spreco, di forza non impiegata; perciò, dato che doveva imparare la pazienza, aveva lasciato i villaggi ed era andato a conversare con gli alberi, specialmente le querce, i castani, e gli ontani grigi le cui radici sono in comunicazione profonda con l'acqua corrente. Erano trascorsi sei mesi dall'ultima volta che aveva parlato con un essere umano. Si era occupato delle cose essenziali, senza gettare incantesimi e senza dar fastidio a nessuno. Quindi, chi l'aveva stregato e gettato in quel pozzo fetido? - Chi? - chiese alle pareti, e lentamente un nome si formò su di loro e corse verso di lui come una grossa goccia nera, trasudata dai pori della pietra e dalle spore dei funghi: «Voll».

Per un momento, Festin si senti coprire da un sudore gelido.

Aveva sentito parlare molto tempo addietro, per la prima volta, di Voll il Malvagio, di cui si diceva che fosse piú di un mago eppure meno che un uomo; che passava da un'isola all'altra del mare Esterno, distruggendo le opere degli Antichi, asservendo gli uomini, abbattendo le foreste e rovinando i campi, e sigillando in tombe sotterranee tutti i maghi che cercavano di combatterlo. I profughi venuti dalle isole devastate ripetevano sempre le stesse cose: lui arrivava di sera, su un vento tenebroso, sopra il mare. I suoi schiavi lo seguivano con le navi: questi, li avevano visti. Ma nessuno di loro aveva mai visto Voll... C'erano molti uomini ed esseri malevoli tra le isole, e Festin, giovane mago dedito allo studio, non aveva prestato molta attenzione a quelle storie di Voll il Malvagio. Io posso proteggere quest'isola, aveva pensato, conoscendo il proprio potere non ancora messo alla prova, ed era tornato alle sue querce e ai suoi ontani, al fruscio del vento tra le fronde, al ritmo della crescita nei loro tondi tronchi e rami e ramoscelli, al sapore della luce del sole sulle foglie o della scura acqua sotterranea intorno alle radici. Dov'erano adesso gli alberi, i suoi vecchi compagni? Voll aveva distrutto la foresta?

Finalmente desto e in piedi, Festin fece due ampi movimenti con le mani rigide, gridando a voce alta un Nome che avrebbe schiantato tutte le serrature e spalancato ogni porta costruita dall'uomo. Ma quelle pareti, impregnate della notte e del nome del loro costruttore, non ascoltarono, non udirono. Il nome riecheggiò, scrosciando negli orecchi di Festin: lui cadde in ginocchio, nascondendosi la testa fra le braccia fino a quando gli echi si spensero nella volta sovrastante. Poi, ancora scosso dal contraccolpo, restò li a rimuginare.

Avevano ragione: Voll era forte. Li, sul suo terreno, in quella segreta costruita con incantesimi, la sua magia avrebbe resistito a ogni attacco diretto; e la forza di Festin era dimezzata dalla perdita del bastone. Ma neppure il suo carceriere poteva togliergli i suoi poteri esclusivi di Proiezione e Trasformazione. Perciò, dopo essersi massaggiato la testa doppiamente dolorante, si trasformò. Senza rumore, il suo corpo si dissolse in una nube di nebbia finissima.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 80

LA LEGGE DEI NOMI



Il Signor Sotterra usci da sotterra, dalla sua collina, sorridendo è respirando a fatica. Ogni respiro gli usciva dalle narici come un doppio sbuffo di vapore, niveo nel sole del mattino. Il signor Sotterra alzò gli occhi verso il luminoso cielo dicembrino e sorrise piú che mai, mostrando i nivei denti. Poi scese al villaggio.

- Giorno, signor Sotterra - dicevano gli abitanti del villaggio quando li incontrava per la stretta via tra le case dai conici tetti sporgenti, simili alle rosse cappelle dei funghi velenosi. - Giorno, giorno! - rispondeva lui. (Naturalmente portava sfortuna augurare a qualcuno buon giorno: una semplice allusione al tempo della giornata bastava, in un luogo permeato di Influenze come l'isola Sattins, dove un aggettivo imprudente poteva cambiare il clima per una settimana). Tutti gli parlavano, alcuni con affetto e altri con affettuoso disdegno. Lui era l'unico mago della piccola isola, e quindi meritava rispetto: ma come si poteva rispettare un ometto grasso e cinquantenne che camminava con i piedi storti, alitando vapore e sorridendo? Non era neppure gran cosa come artigiano. I suoi fuochi d'artificio erano abbastanza complessi, ma i suoi elisir erano deboli. Le verruche da lui cancellate con i sortilegi ricomparivano spesso dopo tre giorni; i pomodori che lui incantava non diventavano piú grossi dei meloni, e le rare volte che una nave straniera si fermava nel porto di Sattins il signor Sotterra restava sempre sotto la sua collina: per paura del malocchio, spiegava lui. In altre parole, era un mago allo stesso modo in cui Gan (che aveva la cataratta) era un carpentiere: in mancanza di artigiani migliori. Gli abitanti del villaggio si accontentavano - per quella generazione - delle porte malfatte e degli incantesimi inefficienti, e per alleviare la loro irritazione trattavano il signor Sotterra con molta familiarità, come se fosse stato uno di loro. Lo invitavano addirittura a cena. Una volta fu lui a invitare a cena alcuni di loro, e offrí un pasto splendido, con argenti, cristalli, damaschi, oca arrosto, scintillante Andrades '639, e budino di prugne con salsa asprigna; ma fu cosi nervoso durante tutto il pasto da togliere ogni soddisfazione, e per giunta tutti avevano di nuovo fame mezz'ora dopo. Non gli faceva piacere che qualcuno visitasse la sua grotta, e neppure la sua anticamera, oltre la quale in effetti nessuno era mai andato. Quando vedeva visitatori avvicinarsi alla collina, usciva sempre di corsa a incontrarli. - Sediamoci qui fuori sotto i pini! - diceva, sorridendo e indicando l'abetaia; oppure, se pioveva: - Andiamo a bere qualcosa alla locanda, eh? - (sebbene tutti sapessero che non beveva mai nulla di piú forte dell'acqua del pozzo).

Alcuni bambini del villaggio, attirati da quella caverna chiusa a chiave, curiosavano e compivano incursioni mentre il signor Sotterra era via; ma la porticina che dava nella camera interna era chiusa per magia, e una volta tanto sembrava che l'incantesimo fosse efficace. Una volta due ragazzini, convinti che il mago fosse sulla costa occidentale a curare l'asino malato della signora Ruuna, andarono lassú con un piede di porco e un'accetta: ma al primo colpo d'accetta sulla porta, dall'interno vennero un ruggito di rabbia e una nube di vapore purpureo. Il signor Sotterra era rientrato presto. I ragazzini scapparono. Lui non usci, e ai ragazzini non accadde nulla di male; però dissero che era impossibile credere quale orribile, immane, ululante, sibilante muggito sapesse lanciare quell'ometto grasso, se non lo si udiva con i propri orecchi.

Quel giorno il signor Sotterra era venuto al villaggio per prendere tre dozzine di uova fresche e una libbra di fegato; e per fermarsi alla casetta del capitano Fogeno per rinnovare l'incantesimo della vista agli occhi del vecchio (del tutto inutile nel caso di una retina staccata, ma il signor Sotterra continuava a tentare); e infine per fare quattro chiacchiere con la vecchia comare Guld, la vedova del fabbricante di fisarmoniche. Gli amici del signor Sotterra erano quasi tutti vecchi. Lui aveva soggezione degli uomini giovani e forti del villaggio, e le ragazze avevano soggezione di lui. - Sorride tanto che mi rende nervosa - dicevano tutte, imbronciandosi e rigirandosi intorno a un dito i riccioletti di seta. «Nervosa» era una parola di nuovo conio, e tutte le madri replicavano sprezzanti: - Nervosa un corno: la parola giusta è grullaggine. Il signor Sotterra è un mago molto rispettabile!

Dopo aver lasciato comare Guld il signor Sotterra passò dalla scuola, che quel giorno si teneva all'aperto sul campo demaniale. Poiché nell'isola Sattins nessuno sapeva leggere o scrivere, non c'erano libri per imparare a leggere né banchi su cui incidere le iniziali né lavagne da cancellare: anzi, non c'era neppure la scuola. Nei giorni piovosi i bambini si radunavano nel soppalco del granaio comunale e si riempivano di fieno i calzoni; nei giorni di sole la maestra, Palani, li conduceva dove le veniva il capriccio. Quel giorno, circondata da trenta bambini attenti sotto i dodici anni e quaranta pecore disattente sotto i cinque, stava insegnando un elemento importante del programma: le leggi dei nomi. Il signor Sotterra, sorridendo timidamente, si fermò a guardare e ascoltare. Palani, una graziosa ragazza rotondetta di vent'anni, formava un grazioso quadretto nella luce del sole invernale: circondata dai bambini e dalle pecore, ai piedi di una quercia spoglia, e dietro di lei le dune e il mare e il cielo pallido e sereno. Parlava con slancio, e aveva la faccia arrossata dal vento e dalle parole. - Ora, bambini, voi conoscete già le leggi dei nomi. Sono due, e sono identiche su tutte le isole del mondo. Ditemene una.

- Non è educazione chiedere a uno qual è il suo nome gridò un ragazzino grasso e sveglio, e fu interrotto da una bambinetta che strillò: - Non devi mai dire a nessuno il tuo nome, dice la mia mamma!

- Si, Suba. Si, Popi cara, non strillare. giusto. Non si chiede mai a nessuno il suo nome. Non si dice mai il proprio. Ora pensateci un momento e poi ditemi perché noi chiamiamo il nostro mago «signor Sotterra» - Sorrise al disopra delle testoline ricciute e delle schiene lanose al signor Sotterra, il quale si fece raggiante e strinse nervosamente il suo sacco di uova.

- Perché vive sottoterra! - esclamarono in coro parecchi bambini.

- Ma è il suo vero nome?

- No! - rispose il ragazzino grasso, e la piccola Popi gli fece eco strillando: - No!

- Come fate a sapere che non lo è?

- Perché è venuto qui tutto solo e quindi non c'era nessuno che sapeva il suo vero nome e cosí nessuno poteva dircelo e neanche lui...

- Molto bene, Suba. Popi, non gridare. giusto. Neppure un mago può dire il suo vero nome. Quando voi avrete finito la scuola e compirete il rito del Passaggio, abbandonerete i vostri nomi di bambini e terrete solo i vostri veri nomi, che non dovete mai chiedere né rivelare. Perché c'è questa legge?

I bambini tacquero. Le pecore belarono dolcemente. Alla domanda rispose il signor Sotterra. - Perché il nome è la cosa - disse con la sua voce timida, rauca, sommessa, - e il vero nome è la cosa vera. Pronunciare il nome equivale a dominare la cosa. Ho ragione, signora maestra?

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 116

IL BUON «VIAGGIO»



Mentre inghiottiva la roba sapeva che non doveva inghiottirla, lo sapeva con certezza, lo sapeva come un automobilista conosce il camion che gli piomba addosso a cento all'ora: improvvisamente, intimamente, definitivamente. La sua gola si chiuse, il suo plesso solare si aggrovigliò come un anemone di mare, ma troppo tardi. Andò giú, il pezzetto di zucchero amaro, la goccia d'acido, la pillola acre, il grumo di potere, incidendo una piccola e corrosa traccia di terrore giú giú per l'esofago, come una lumaca velenosa inghiottita intera. Era il terrore, a essere sbagliato. Lui aveva paura e non l'aveva saputo, e adesso era troppo tardi. Non puoi permetterti di aver paura. La paura insozza tutto, e spedisce quei pochi (quei pochi sfortunati, una percentuale ridottissima) in manicomio, a raggomitolarsi negli angoli senza dire niente...

Non avete nulla da temere tranne la paura.

Sissignore. Sissignore, signor Roosevelt.

La cosa migliore è rilassarsi. Formulare pensieri sereni. Se la violenza è inevitabile...

Guardò Rich Harringer aprire il suo pacchettino (accuratamente dosato e igienicamente incartato da un paio di individui che si pagavano gli studi universitari di chimica secondo il tipico metodo americano della libera iniziativa, certamente illecita ma in questo caso non eccezionale in America, dove c'è cosí poco di legittimo che perfino un figlio può essere illegittimo) e inghiottire la piccola lumaca acida con godimento formale e voluto. Se la violenza è inevitabile, rilassati e godi. Una volta la settimana.

Ma c'è qualcosa d'inevitabile, oltre alla morte? Perché rilassarsi, perché godere? Avrebbe lottato. Non sarebbe partito per un brutto «viaggio». Avrebbe resistito alla droga consciamente e decisamente, senza panico ma con fermezza, e avrebbe visto chi avrebbe vinto. In quest'angolo LSD/alfa, 100 microgrammi, incarto senza diciture, il Ciclone Tibetano; e in quest'angolo, signore e giunglauomini, L.S.D./Diplomato e Laureato, 75 chili, il Moccioso di Sonoma, con calzoncini bianchi, e valige rosse, e borse blu sotto gli occhi. Fatemi uscire da qui, fatemi uscire! Clang.

Non accadde nulla.

Lewis Sidney David, l'uomo senza cognome, il Celtico Ebreo, cacciato in quell'angolo, si guardò intorno cautamente. Tutti e tre i suoi compagni sembravano normali, perfettamente a fuoco, anche se non a contatto. Non avevano aura. Jim era sdraiato sul verminoso divano-letto e leggeva Ramparts, e magari voleva un viaggio nel Vietnam, o a Sacramento. Rich sembrava torpido, sembrava sempre torpido perfino quando serviva un pranzo gratis nel parco; e Alex strimpellava la chitarra. L'infinita soddisfazione dell'accordo. La corda d'argento. Sursum corda. Se quello si porta in giro una chitarra, perché non sa suonare? No. L'irritabilità è un sintomo della perdita dell'autocontrollo: sopprimila. Sopprimi tutto. Censore, censore. Combatti, squadra, combatti!

Lewis si alzò, osservando con piacere la pronta scioltezza delle sue reazioni e la perfezione del suo senso dell'equilibrio, e riempí un bicchiere con l'acqua del lercio lavello. Peli di barba, Colgate risputato, ruggine e scarti di rapanelli, una sentina d'iniquità. Una piccola sentina, ma mia. Perché viveva in quel tugurio? Perché aveva chiesto a Jim e Rich e Alex di venire a condividere con lui le loro zollette di zucchero? Era un posto già abbastanza schifoso anche senza essere una fumeria d'oppio. Tra poco sarebbe stato pieno di corpi inerti, con gli occhi che ruzzolavano via come biglie e rotolavano sotto il letto a raggiungere la polvere e i rifiuti. Lewis portò il bicchier d'acqua alla finestra, ne bevve la metà, e cominciò a versare dolcemente il resto intorno alle radici di una pianticella d'ulivo in un vaso da dieci centesimi, rotto e riparato. - Bevi, offro io - disse, guardando attentamente l'alberello.

Era alto dodici centimetri ma sembrava un vero albero d'ulivo, nodoso e resistente. Un bonsai. Banzai! Ma dov'è il satori? Dov'è il significato, l'intensificazione, dove sono tutte le forme e i colori e i significati, l'esaltazione della percezione della realtà? Quanto tempo impiega per fare effetto, quella stramaledetta roba? Il suo ulivo era lí. Né più né meno. Per nulla esaltato; insignificante. Gli uomini gridano «pace, pace», ma non c'è pace. Non ci sono abbastanza ulivi per tutti, data l'esplosione demografica del genere umano. Era una percezione, questa? No, qualunque cretino non drogato avrebbe potuto arrivarci da solo. Vieni avanti, veleno, avvelenami. Vieni, allucinazione, vieni, affinché io possa combatterti, respingerti, rifiutarti, perdere la lotta e impazzire, in silenzio.

Come Isobel.

Era per questo che viveva in quel tugurio, ed era per questo che aveva invitato Jim e Rich e Alex, ed era per questo che era in «viaggio» con loro, una crociera di piacere, una vacanza nel caro e pittoresco Erewhon. Stava cercando di raggiungere sua moglie. La cosa più dolorosa, quando guardi tua moglie impazzire, è che non puoi andare con lei. Lei si allontana sempre di più, senza voltarsi indietro: un lungo viaggio, una discesa nel silenzio. La lira ammutolisce, e gli psichiatri mentono. Tu te ne stai dietro la vetrata della ragione, come qualcuno che all'aeroporto assiste a un incidente. Gridi: - Isobel! - Lei non udiva mai. L'aereo precipitava in silenzio. Lei non poteva udirlo mentre la chiamava per nome. Non poteva parlargli. Adesso le pareti che lo dividevano da lei erano di mattoni, solidissime, e lui poteva fare ciò che voleva, con la sua casa di vetro della ragione. Gettare pietre. Gettare alfa. Pin, crash.

L'LSD/alfa non ti faceva impazzire, naturalmente. Non dipanava neppure i tuoi cromosomi. Apriva semplicemente la porta della realtà superiore. Anche la schizofrenia faceva altrettanto, a quanto lui ne sapeva, ma il guaio era che non potevi parlare, non potevi comunicare, non potevi dir niente.

Jim aveva abbassato Ramparts. Stava seduto in un modo che si notava, inalando. Avrebbe trovato la realtà nel modo giusto, come un lama. Era un vero credente, e ormai la sua vita era incentrata sull'esperienza dell'LSD/alfa come la vita di un mistico religioso è incentrata sulla disciplina mistica. Ma potevi continuare una volta la settimana per anni? A trenta? A quarantadue? A sessantatré? Nella vita c'è una terribile monotonia e avversità: hai bisogno di un monastero. Mattutini, none, vespri, silenzio, e intorno i muri, grandi solidi muri di mattoni. Per tener fuori la realtà inferiore.

Avanti, allucinogeno, compi la tua opera. Allucinogena, allucinogenizza. Frantuma la vetrata. Portami in viaggio dov'è andata mia moglie. Persona scomparsa, età 22 anni, statura m 1,60, peso kg 48, capelli bruni, razza umana, sesso femminile. Non ha mai camminato molto svelta. Potrei raggiungerla anche con un piede legato. Conducimi dov'è andata... No.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 127

NOVE VITE



Era vivo dentro, ma esteriormente morto, e il suo volto era una rete nera e brunogrigiastra di pieghe, protuberanze, crepe. Era calvo e cieco. I tremori che scuotevano la faccia di Libra erano soltanto fremiti di corruzione. Sotto, nei neri corridoi, nelle gallerie sotto la pelle, c'erano crepitii nell'oscurità, fermenti, incubi chimici che si protraevano da secoli. - Oh, maledetto pianeta flatulento - mormorò Pugh, mentre la cupola vibrava e una bolla scoppiava un chilometro a sudovest, spruzzando pus argenteo sul tramonto. Il sole stava tramontando da due giorni. - Sarei felice di vedere una faccia umana.

- Grazie - disse Martin.

- La tua è umana, certo - replicò Pugh. - Ma la vedo da tanto tempo che non la vedo neppure piú.

I segnali del radiovisore intasarono il comunicatore che Martin stava azionando, si persero, ritornarono con un volto e una voce. Il volto riempi lo schermo: il naso di un re assiro, gli occhi di un samurai, la carnagione bronzea, gli occhi color ferro. Giovane, magnifico. - questo l'aspetto degli esseri umani? - chiese Pugh, pieno di soggezione. L'avevo dimenticato.

- Zitto, Owen, siamo in comunicazione.

- Base Missione Esplorativa Libra, parlate, prego. Qui è la lancia della Passeracea.

- Qui Libra. Raggio fissato. Scendete, lancia.

- Espulsione tra sette secondi-T. Attendete. - Lo schermo si schiarí e scintillò.

- Sono tutti cosi? Martin, io e te siamo molto piú brutti di quanto pensassi.

- Zitto, Owen...

Per ventidue minuti Martin segui per mezzo dei segnali l'apparecchio che atterrava; poi lo videro attraverso la cupola resa trasparente: una piccola stella che scendeva nell'oriente color sangue. Scese con precisione e in silenzio, poiché la rarefatta atmosfera di Libra non trasmetteva bene i suoni. Pugh e Martin chiusero la cuffia della tuta, uscirono dalle camere stagne della cupola, e corsero a grandi balzi volanti, come Nijinsky e Nureyev, verso la scialuppa. Tre moduli dell'equipaggiamento scesero fluttuando a intervalli di quattro minuti e di cento metri, a est della scialuppa. Uscite - disse Martin, per mezzo della radio della tuta. - Vi stiamo aspettando al portello.

- Venite pure, il metano è delizioso - disse Pugh.

Il portello si aprí. Il giovane che avevano visto sullo schermo saltò fuori con un guizzo atletico e balzò giú sulla polvere e sui tremebondi sassi di Libra. Martin gli strinse la mano, ma Pugh stava fissando il portello, dal quale usci un altro giovane con la stessa torsione e lo stesso balzo, seguito da una donna giovane che emerse con la stessa torsione perfetta - ornata da un ancheggiamento - e lo stesso balzo. Erano tutti alti, con carnagione bronzea, capelli neri, naso aquilino, piega epicantica, volti identici. Avevano tutti lo stesso volto. Il quarto stava sbucando dal portello con torsione e balzo. - Martin - disse Pugh, - abbiamo un clone.

- Esatto - osservò uno dei nuovi arrivati. - Siamo un decaclone. Il nome è John Chow. Lei è il tenente Martin?

- Io sono Owen Pugh.

- Alvaro Guillen Martin - disse Martin, molto formale, inchinandosi leggermente. Uscí un'altra ragazza, con la stessa bella faccia: Martin la fissò e roteò gli occhi come un cavallino nervoso. Evidentemente non aveva mai pensato alla clonazione, e stava subendo un trauma tecnologico. Calma - disse Pugh, in dialetto argentino. - Sono soltanto gemelli in sovrabbondanza. - Stava vicinissimo a Martin, a contatto di gomito, ed era lieto di quel contatto.

difficile incontrare uno sconosciuto. Anche l'estroverso piú scatenato, incontrando anche lo sconosciuto piú mite, prova un certo timore, anche se forse non sa di saperlo. Mi farà fare la figura dello stupido, distruggerà l'immagine che ho di me stesso, m'invaderà, mi distruggerà, mi cambierà? Sarà diverso da me? Si, questo si. la cosa piú terribile: l'estrarieità dell'estraneo.

Dopo due anni su un pianeta morto, e l'ultimo mezzo anno trascorso isolati, in due soli, è ancora piú difficile incontrare un estraneo, per quanto sia benvenuto. Hai perso l'abitudine alla diversità, hai perso il contatto: e cosí rinascono la paura, l'ansietà primitiva, il vecchio timore.

I cloni, cinque maschi e cinque femmine, avevano fatto in un paio di minuti ciò che un uomo solo avrebbe fatto in venti: salutarono Pugh e Martin, diedero un'occhiata a Libra, scaricarono la scialuppa, si prepararono a muoversi. Andarono, e la cupola si riempí della loro presenza, un alveare di api d'oro. Ronzavano quietamente, riempivano tutti i silenzi e tutti gli spazi con uno sciame bruno-miele di presenza umana. Martin guardava sbalordito le ragazze dalle lunghe gambe, e quelle gli sorridevano, tre alla volta. Il loro sorriso era piú dolce di quello dei giovani, ma non meno radioso e padrone di sé.

- Padrone di sé - mormorò Owen Pugh all'amico. Ecco. Pensaci: essere se stessi moltiplicati per dieci. Nove secondi per ogni movimento, nove sí per ogni votazione. Sarebbe magnifico. - Martin, però, si era addormentato. E tutti i John Chow si erano addormentati contemporaneamente. La cupola era piena del loro tranquillo respiro. Erano giovani, non russavano. Martin sospirava e russava e la sua faccia color cioccolata era rilassata nel fioco crepuscolo del primario di Libra, finalmente tramontato. Pugh aveva reso trasparente la cupola, e le stelle guardavano dentro, compreso Sol: una grande schiera di luci, un clone di splendore. Pugh si addormentò e sognò un gigante monocolo che l'inseguiva per le tremanti gallerie dell'inferno.


Dal suo sacco a pelo, Pugh assistette al risveglio dei cloni. Si alzarono tutti in un minuto, eccettuati due, un ragazzo e una ragazza, che stavano comodamente raggomitolati, ancora addormentati, in un unico sacco a pelo. Quando Pugh vide quella scena provò una scossa, come uno dei terremoti di Libra, un tremore profondo. Non se ne accorse, e anzi credette di essere lieto di quello spettacolo; non c'erano consolazioni simili in quel mondo morto e cavo. Maggior potere a loro, che facevano l'amore. Uno degli altri calpestò la coppia. Si svegliarono, e la ragazza si sollevò a sedere, rossa in faccia e insonnolita, con gli aurei seni nudi. Una delle sue sorelle le mormorò qualcosa; lei lanciò un'occhiata a Pugh e sparí dentro il sacco a pelo; da un'altra direzione giunse un'occhiataccia, da un'altra direzione ancora una voce: - Cristo, siamo abituati ad avere una stanza tutta per noi. Spero che non le dispiaccia, capitano Pugh.

- un piacere - disse Pugh, sincero a metà. Poi dovette alzarsi, con addosso solo i calzoncini con cui aveva dormito, e si senti come un pollo spennato, tutto bianco, scarno e con la pelle accapponata. Raramente aveva invidiato tanto Martin, cosí bruno e compatto. Il Regno Unito era uscito bene dalle grandi carestie, perdendo meno della metà della popolazione: un primato ottenuto mediante un rigoroso controllo dei generi alimentari. Gli accaparratori e i borsaneristi erano stati giustiziati. Erano state divise anche le briciole. Mentre nelle terre più ricche moltissimi erano morti e alcuni avevano prosperato, in Gran Bretagna erano morti meno, e non aveva prosperato nessuno. Erano diventati tutti magri. I loro figli erano magri, i nipoti magri, piccoli, con le ossa fragili, facili prede delle infezioni. Quando la civiltà era diventata questione di mettersi in fila, la Gran Bretagna aveva rispettato la coda, e cosí aveva sostituito alla sopravvivenza del più adatto la sopravvivenza dei benpensanti. Owen Pugh era un ometto gracile. Ma comunque era lí.

In quel momento avrebbe voluto non esserci.

A colazione, un John disse: - Ora, se ci vuole informare, capitano Pugh...

- Owen.

- Owen, potremmo preparare il nostro programma. Niente di nuovo sulla miniera, dopo il vostro ultimo rapporto alla vostra Missione? Noi abbiamo visto i vostri rapporti quando la Passeracea era in orbita intorno al pianeta V, dove si trova adesso.

Martin non rispose, sebbene la miniera rappresentasse la sua scoperta e il suo progetto, e Pugh dovette fare del proprio meglio. Era difficile parlare con loro. Le stesse facce, ognuna con la stessa espressione d'interesse intelligente, tutte protese verso di lui intorno al tavolo, quasi alla stessa angolazione. Annuirono tutte insieme.

Sopra lo stemma del Corpo di Sfruttamento, sulla tunica, avevano ognuno un adesivo con il nome: nome John e cognome Chow, naturalmente, ma il secondo nome era diverso. Gli uomini erano Aleph, Kaph, Yod, Gimel e Samedh; le donne Sadhe, Daleth, Zayin, Beth e Resh. Pugh tentò di usare quei nomi, ma vi rinunciò subito: talvolta non riusciva neppure a capire quale aveva parlato, perché tutte le voci erano uguali.

Martin imburrò il suo toast e lo masticò, e finalmente intervenne: - Voi siete una squadra. Esatto?

- Esatto - dissero due John.

- Dio, che squadra! Non avevo capito. Fino a che punto ognuno di voi sa quello che pensano gli altri?

- Non sappiamo niente, per essere precisi - rispose una delle ragazze, Zayin. Gli altri la guardavano con quell'espressione approvante e padronale che li caratterizzava. - Niente esp, niente di eccezionale. Ma pensiamo in modo simile. Abbiamo esattamente lo stesso equipaggiamento. Dato lo stesso stimolo, lo stesso problema, è estremamente probabile che abbiamo le stesse reazioni e soluzioni nello stesso tempo. Le spiegazioni sono facili: di solito non abbiamo neppure bisogno di darle. Raramente ci fraintendiamo. E questo facilita il nostro lavoro di squadra.

- Cristo, sí - disse Martin. - Per sei mesi, io e Pugh abbiamo impiegato sette ore su dieci a fraintenderci. Come la maggior parte della gente. E nei casi d'emergenza? Riuscite ad affrontare un problema inaspettato come una squadra nor... una squadra priva di analoghi legami?

- Le statistiche, finora, indicano che ci riusciamo - rispose prontamente Zayin. I cloni, pensò Pugh, devono essere addestrati ad affrontare le domande, a rassicurare e a ragionare. Tutto ciò che dicevano aveva la caratteristica blanda e un po' rigida delle risposte fornite al pubblico. Non possiamo tenere tavole rotonde, come gli individui singoli; come squadra non possiamo trarre profitto dal gioco reciproco di mentalità diverse; ma abbiamo un vantaggio compensativo. I cloni sono tratti dal migliore materiale umano: individui con percentuali di IIQ del novantanove per cento, costituzione genetica alfa doppia A, e cosí via. Rispetto alla maggior parte della gente abbiamo qualcosa di più da cui attingere.

- E tutto questo moltiplicato per dieci. Chi è... chi era John Chow?

- Senza dubbio un genio - osservò cortesemente Pugh. Il suo interesse per la clonazione non era nuovo né intenso come quello di Martin.

- Tipo complesso di Leonardo - disse Yod. - Biomatematico, violoncellista e cacciatore subacqueo, interessato ai problemi d'ingegneria strutturale e cosi via. morto prima di aver potuto elaborare le sue teorie principali.

- Allora ognuno di voi rappresenta una sfaccettatura diversa della sua mente, delle sue doti?

- No - disse Zayin, scuotendo la testa, a tempo con alcuni altri. - Abbiamo in comune il bagaglio fondamentale e le tendenze, naturalmente, ma siamo tutti ingegneri specializzati in sfruttamento planetario. Un clone piú tardo può essere addestrato a sviluppare altri aspetti del bagaglio di base. tutta questione di addestramento: il materiale genetico è identico. Noi siamo John Chow. Ma siamo addestrati in modo diverso.

Martin sembrava stordito. - Quanti anni avete?

- Ventitré.

- Avete detto che è morto giovane: avevano estratto le sue cellule germinali prima, o qualcosa di simile?

Questa volta fu Gimel a rispondere: - morto a ventiquattro anni in un incidente aereo. Non hanno potuto salvare il cervello, perciò hanno preso alcune cellule dell'intestino e le hanno coltivate per la clonazione. Le cellule riproduttive non vengono usate per la clonazione, perché contengono solo metà cromosomi. Si dà il caso che sia facile despecializzare le cellule intestinali e riprogrammarle per la crescita totale.

- Tutte schegge del vecchio ceppo - disse disinvolto Martin. - Ma com'è possibile... che alcuni di voi siano donne?

Fu Beth a proseguire: - facile programmare metà della massa clonica al femminile. Basta eliminare il gene maschile da metà delle cellule e queste ritornano alla base fondamentale, cioè femminile. piú complicato ottenere il risultato contrario: bisogna inserire cromosomi Y artificiali. Per questo effettuano quasi sempre la clonazione partendo da maschi, perché i cloni funzionano meglio bisessualmente.

Di nuovo Gimel: - Hanno risolto con molto scrupolo questi problemi di tecnica e di funzionalità. I contribuenti pretendono il meglio per il loro denaro, e naturalmente i cloni sono costosi. Con le manipolazioni delle cellule, e l'incubazione nelle placente Ngama, e il mantenimento e l'addestramento dei gruppi di genitori adottivi, finiamo col costare circa tre milioni ciascuno.

- Quanto alla prossima generazione - disse Martin, ancora scosso, - immagino che possiate... riprodurvi.

- Noi femmine siamo sterili - disse Beth, con perfetta calma. - Non dimenticare che il cromosoma Y è stato eliminato dalla nostra cellula originaria. I maschi possono riprodursi con donne singole approvate, se vogliono. Ma per ottenere altri John Chow col ritmo voluto, si limitano a riclonare una cellula di questo clone.

| << |  <  |