Autore Alessandro Leogrande
Titolo La frontiera
EdizioneFeltrinelli, Milano, 2015, Narratori , pag. 318, cop.fle., dim. 14x22x2,2 cm , Isbn 978-88-07-03165-6
LettoreCristina Lupo, 2016
Classe narrativa italiana , paesi: Italia: 2010 , paesi: Eritrea , paesi: Libia , storia sociale , storia criminale












 

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Indice


  7        Prologo

 11    1.  Vedere, non vedere, 1
 17    2.  Il passaggio della linea
 24    3.  Hamid
 39    4.  La frontiera
 41    5.  Lampedusa, 3 ottobre 2013

 48    6.  L'Eritrea è vicina
 62    7.  Come nasce una dittatura
 78    8.  Fantasmi coloniali
 95    9.  Le leggi del viaggio
 99   10.  Il grado zero della violenza

110   11.  In Sinai
123   12.  Ancora sangue
130   13.  Le parole del papa
134   14.  A un anno dalla strage
166   15.  I giornali di Gabriel

177   16.  Vedere, non vedere, 2
179   17.  Mare nostrum
188   18.  Gli arrivi dal mare
191   19.  I trafficanti
217   20.  Vedere, non vedere, 3

231   21.  Sangue e onore
251   22.  Afghani a Patrasso
262   23.  La rotta dei Balcani
275   24.  Vedere, non vedere, 4
279   25.  San Foca 2002

286   26.  A Tor Pignattara ci stava un pakistano
293   27.  Vedere, non vedere, 5
301   28.  Altri arrivi
309   29.  La violenza del mondo

315        Ringraziamenti


 

 

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Pagina 7

Prologo



Il sommozzatore si cala in fondo al mare, si tira giù con l'aiuto di una corda, sembra una pertica conficcata sul fondale. L'uomo pare danzare, la tuta nera è avvolta da scie di bollicine. A tratti si sente il rumore dell'aria sputata fuori.

Al primo sommozzatore se ne aggiunge un altro, poi un altro ancora. Tutti hanno scritto sul braccio destro GUARDIA COSTIERA. Dopo alcuni secondi circondano il relitto.


Adagiato a quaranta metri di profondità, al largo dell'isola di Lampedusa, il peschereccio sembra in secca, incuneato nella sabbia chiarissima del fondale. I tre sub, le bombole sulle spalle, calcano il ponte della piccola imbarcazione ed entrano da una porta laterale. Passa qualche secondo, ed estraggono il corpo di una donna.

Assomiglia a una bambola gonfiabile per la lievità con cui, sul fondo del Mediterraneo, scivola fra le loro mani. La donna è di spalle, il corpo è fasciato da pantaloni scuri e una maglietta. All'estremità spuntano le braccia e i piedi neri. I capelli lunghi e crespi sono raccolti in una coda. La donna viene spostata e adagiata pochi metri più in là, in un angolo del ponte. Poi entrano nella cabina accanto. Sui letti ci sono due corpi. Un altro è ritto, a testa in giù. La maglietta si muove, a tratti scopre la pancia snella, irrigidita.

Nella terza cabina c'è un uomo seduto, la bocca aperta e il corpo immobile, il taglio degli occhi sottile, le mani su un tavolino, come se fosse lì ad aspettare da mesi quell'incontro.

È un lavoro lentissimo. I sommozzatori tirano fuori i corpi di un ragazzo e una ragazza, poi quello di un'altra ragazza, dalle strette cabine in cui, anche se tutto è sottosopra, regna una strana calma. Il silenzio assoluto rallenta ogni gesto.


Ora i corpi sono raccolti sulla sabbia accanto al relitto. Giacciono in fila, mentre gli uomini della Guardia costiera ne aggiungono altri e altri ancora. Sono decine, centinaia. Compongono una fila lunghissima. Ci sono quelli con la faccia riversa, quelli con gli occhi sgranati, quelli con le braccia alzate, quelli con le mani raccolte sotto il capo, come se dormissero. Quelli che giacciono vicini, quasi abbracciati. Quelli che indossano ancora i giubbotti, i pantaloni, i maglioni. Quelli che hanno provato a liberarsi dei vestiti. Quelli con le scarpe e quelli scalzi. Quelli impassibili e quelli stropicciati da uno strano sorriso.

Sono tutti neri, tutti giovani.

I sommozzatori continuano la loro operazione come se l'acqua non ci fosse. Come se attraversassero un paesaggio lunare. I corpi adagiati sulla superficie piana della sabbia paiono stesi sulla nuda terra. Che siano schiacciati dalla pressione o tenuti sul fondo dall'acqua che ha fatto scoppiare i polmoni, nessuno si alza dal suolo o fluttua. Sono raccolti in gruppi. Attendono pazienti, inerti, mentre i sub continuano a danzare intorno al peschereccio. Uno alla volta, vengono imbracati e portati su.


A bordo del battello della Guardia costiera c'è un viavai di gente. Gambe che si muovono, piedi che scattano, mentre gli uomini avvolti nella tuta si alzano dal mare. Tra le onde, in uno spicchio blu scuro davanti al battello, alcuni corpi galleggiano gonfi, le gambe divaricate, in un mucchio indistinto di colori.

Nel trambusto generale, il corpo di un bambino viene adagiato sulle assi di legno del ponte. Avrà un anno, un anno e mezzo al massimo, la maglietta rossa, i capelli arruffati, le guance paffute. L'acqua defluisce dalle membra.

La testa poggia su un lato, sotto il sole. Inerme.

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Pagina 11

1.
Vedere, non vedere, 1



Si chiamava Shorsh, e l'ho conosciuto alla fine degli anni novanta. Sarà stato il 1998 o il 1999, al tempo della prima ondata di profughi curdi verso l'Italia, un fiume di uomini e donne, in gran parte giovani, in fuga dalla follia omicida di Saddam Hussein.

Una sera, nella casa di studenti dove vivevo, dalle parti di Ponte Milvio, Shorsh ci fece vedere una videocassetta. La conservava nella tasca del giaccone, tra fogli spiegazzati, fitti di appunti in varie lingue, scontrini, una piantina di Roma con alcune strade cerchiate a penna. La vhs era senza custodia. Quando la inserì nel videoregistratore, ci disse solo che riguardava i curdi. "Riguarda noi." Gliel'aveva data un amico a Termini, nel piazzale davanti alla stazione, la sera prima.

Poi le immagini partirono, e di colpo il tempo si fermò. Non avevo mai visto niente di simile. Il cameraman si aggirava tra le case basse di un villaggio di campagna, avanzando lungo strade prive di asfalto. Non una parola di commento, non un rumore di sottofondo, a parte quello cadenzato delle scarpe sulla terra. Poi all'improvviso, due corpi accasciati, immobili, il volto congestionato, davanti alla porta di legno scuro di una casa. Non erano gli unici cadaveri: una selva di corpi, ora seduti ora stesi, era riversa nelle strade, tra la polvere. Anche quando l'uomo con la telecamera in spalla entrava senza fiatare in una delle case basse, la situazione non variava. Negli spazi angusti, tra tavoli, sedie, i pochi tappeti, altri corpi erano ammucchiati a terra.

Quelle scarne immagini ritraevano il massacro di Halabja, una cittadina curda dell'Iraq fatta gasare nel marzo del 1988, ai tempi della guerra con l'Iran. Non lo sterminio nel suo compiersi, ma la quiete dopo la furia, la fine della vita dopo la furia. Ritraevano la morte nella sua oscenità.

Più tardi, nei processi contro i vertici dell'esercito iracheno sarebbe stato definito un atto di genocidio, in cui avevano perso la vita cinquemila persone. Cinquemila uomini, donne, vecchi, bambini, assieme ai loro animali, vacche, asini, cani, cavalli, che nel video apparivano numerosi, riversi per terra proprio come gli esseri umani al loro fianco. L'uomo con la telecamera sembrava indugiare soprattutto sui cavalli, i denti spalancati, le mosche intorno alle narici ormai secche, le gambe piegate come fossero di gomma.

In quel momento, dalle parti di Ponte Milvio, quelle crude immagini che ci piovevano addosso senza il minimo commento, senza una spiegazione, mi sembravano del tutto prive di pudore, infinitamente sgraziate, incomprensibili al di là del dato evidente della morte di massa, del perpetuarsi di una carneficina talmente assoluta da apparire lontana dal nostro orizzonte. Quanto meno da quello di un gruppo di studenti italiani, raccolti in una casa romana, sul finire del Novecento.

Mi accorsi, di colpo, che le stavo osservando senza essere in grado di interpretarle. Eppure quelle immagini per Shorsh erano tutto. Non erano un prodotto della Storia, erano il suo presente. Non erano una riflessione teorica, erano carne viva. Spiegavano nel dettaglio í motivi della sua fuga in Italia, svelavano un passato di violenze inenarrabili a cui aveva assistito da vicino, a cui parenti o amici avevano assistito, quando non ne erano stati vittima. La vhs che le custodiva era uno scrigno sacro; e il suo nastro, che a un certo punto Shorsh fissò come una reliquia, prima di soffiarci sopra per liberarlo di ogni minimo granello di polvere, era prezioso più dell'oro.

Dalla sera prima, non l'aveva più tirata fuori dalla tasca del giaccone. A notte inoltrata togliemmo la custodia di plastica dura a uno dei tanti film che avevamo in casa e la regalammo a Shorsh. Avrebbe potuto preservare quell'unico filo che ancora lo legava al suo mondo.


Ho impiegato molto tempo per comprendere il potere di quelle immagini. Ma questa difficoltà a parlarne non riguarda solo la violenza di quel giorno preciso, di quel momento. Riguarda anche il viaggio di Shorsh verso la placida Europa, la sua condizione di profugo negli anni successivi, e quella serata a Ponte Milvio.

Lavoravamo da un paio di mesi come volontari in una scuola d'italiano per immigrati sorta all'interno di un centro sociale lungo la Prenestina, dall'altra parte della città. In breve tempo le aule si erano riempite di decine di profughi come Shorsh, e ci era parso di soccombere di fronte alla crescente difficoltà di sciogliere le reciproche incomprensioni linguistiche. Molti di noi non avevano la minima competenza didattica, anche se ci affannavamo a riempire cartelloni con le coniugazioni verbali e le frasi base delle conversazioni più elementari. Non durò a lungo. Ma con alcuni di loro, e Shorsh era tra questi, stringemmo amicizia, facendo proseguire i nostri incontri, e le nostre chiacchierate, ben al di là delle poche ore di lezione negli stanzoni gelidi del centro sociale.

Per la prima volta, quella sera, ebbi la sensazione di quanto fosse difficile capire la vita prima del viaggio, l'ammasso di eventi che precede ogni partenza, per decine, centinaia di migliaia di migranti che si riversano ai confini della frontiera europea. Eppure nessuno inizia a vivere nel momento in cui l'imbarcazione che lo trasporta appare davanti alle nostre coste: il viaggio ha avuto inizio prima, anche anni prima, e i motivi che l'hanno determinato sono spesso complicati.

Non sono tanto le motivazioni individuali ad apparire incomprensibili. Chiunque parta lo fa per scappare da una situazione divenuta insopportabile, o per migliorare la propria vita, per dare un futuro dignitoso alla moglie o ai figli, o semplicemente perché attratto dalle luci della città, dal desiderio di cambiare aria. No, non è questo ad apparire incomprensibile. Ad apparirci spesso incomprensibili sono i frammenti di Storia, gli sconquassi sociali, le fratture globali che avvolgono le motivazioni individuali, fino a stritolarle. Incomprensibili perché provengono letteralmente "da un altro mondo".

Quella sera, la violenza sui curdi di Halabja mi appariva quasi pornografica nella lenta successione di corpi inermi di uomini e animali, perché nulla sapevo della loro storia, nulla sapevo degli omicidi di massa perpetuati dal regime di Baghdad. O meglio non ne sapevo abbastanza. Non abbastanza per poter decifrare quei fotogrammi.

Credo che sia questo uno dei principali motivi per cui ci è difficile comprendere il "popolo dei barconi" che giunge sulle coste europee. Ci è facile utilizzare la categoria di "vittima", almeno quando ci liberiamo dell'ossessione di essere invasi. Ma quella categoria, a sua volta, appare indistinta, quasi priva di carne e storia, proprio come le immagini di Halabja che scorrevano senza commento davanti ai miei occhi in una sera apparentemente simile a tante altre.


Ho frequentato Shorsh per un po'. I baffi folti e spessi, le guance scavate, la sigaretta sempre in mano, i pantaloni di una taglia più grande sulle gambe, che si intuivano essere molto magre. Ci teneva a far sapere che il suo nome, in curdo, vuol dire rivoluzione.

Era un ottimo cuoco, benché mangiasse molto poco dei piatti che preparava con tanta cura. Ricordo che una volta, al San Camillo o al San Giovanni, subì un'operazione chirurgica di cui si vergognava. Non ne parlava volentieri. Erano state riscontrate lesioni all'ano, che gli producevano costantemente delle emorroidi. Erano la conseguenza delle torture subite nelle carceri irachene: diceva di essere stato costretto a sedersi ripetutamente con le mutande abbassate su una bottiglia di vetro. All'inizio, davanti al riso degli aguzzini, aveva provato solo vergogna. Ma poi un dolore acuto si era sostituito al senso di nausea quando in due lo avevano afferrato per le spalle e lo avevano schiacciato sul collo della bottiglia. Era stato proprio per quello che, qualche mese dopo, aveva ottenuto l'asilo politico in Italia. Shorsh era a tutti gli effetti una vittima di tortura.


Sono passati molti anni, e non so che fine abbia fatto. Tempo fa ho appreso da un amico comune che, dopo la cattura di Saddam nel 2003, è voluto tornare in Kurdistan. Ha fatto a ritroso il viaggio che lo aveva portato in Europa, nella speranza di ricostruirsi una nuova vita lì.

Forse si è perso nei meandri del nuovo Iraq, tra le convulsioni di un lunghissimo dopoguerra, presto sprofondato in uno stato di feroce anarchia, dal cui pantano sono emersi i tagliagole dello Stato islamico. O forse è riuscito a rimanere a galla.

Ma sono solo ipotesi. Di Shorsh non ho saputo più niente. E ora mi sento in colpa. Non perché "occuparmi" di lui fosse un obbligo. Mi sento in colpa per il semplice fatto di non aver capito molte cose, prima che scomparisse nel nulla. Come dal nulla era venuto.


È così che ho sviluppato questa ossessione. Provare a rendere quel nulla un po' meno nulla. Provare a oltrepassare la categoria di "vittima", che non spiega niente della complessa vita degli esseri umani. Provare a dipanare i fili di eventi che a prima vista paiono incomprensibili nel loro ginepraio di violenza, lutti, oppressione, che pure determina la vita di tanti.

Sono passati più di quindici anni da quella sera a Ponte Milvio. Proprio frequentando Shorsh e alcuni curdi arrivati a Roma negli stessi mesi, ho avuto la percezione che l'attraversamento della frontiera europea stesse diventando un fatto globale. Che a bordo dei barconi che allora si riversavano sulle coste pugliesi, così come in seguito si sono riversati su Lampedusa e sulle coste siciliane, non c'erano solo i profughi dei Balcani, o gli albanesi in fuga dal crollo di una dittatura claustrofobica, ma gente che veniva da un Oriente più lontano.

C'era un Est molto più a est dei Balcani. E c'era un Sud molto più a sud del Maghreb. La lontananza di quei paesi e la scarsa conoscenza che ne avevamo spesso sconfinavano colpevolmente nell'esotismo. Il business degli scafisti si è fatto imponente proprio allora: quando le coste italiane sono diventate la porta per accedere all'Europa, e l'Europa ha provato a erigere una serie di muri davanti alle proprie frontiere.

In questi anni ho conosciuto tantissimi uomini e donne come Shorsh. Di molti ho perso le tracce. Tanti sono ripiombati nel nulla prima che potessi saperne di più. Alcuni sono morti proprio quando pensavano di avercela fatta a lasciarsi la Storia alle spalle.

Da qui la mia ossessione. Se le coste europee non possono essere che frontiera, tanto vale provare a fissare sulla sabbia alcuni dettagli, alcuni brandelli di esistenza, che altrimenti verrebbero meno col venir meno delle persone. La frontiera è un termometro del mondo. Chi accetta viaggi pericolosissimi in condizioni inumane, attraversando i confini che si frappongono lungo il suo sentiero, non lo fa perché votato al rischio o alla morte, ma perché scappa da condizioni ancora peggiori. O perché sulla sua pelle è stato edificato un mondo che gli appare inalterabile.

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Pagina 48

6.
L'Eritrea è vicina



A raccontarmi i dettagli del grande naufragio di Lampedusa è stato Syoum, un eritreo che vive in Italia fin da quando era bambino, figlio di un'altra ondata migratoria, generatasi negli anni settanta del secolo scorso.

Syoum non è il suo nome reale: non vuole che si sappia la sua vera identità. Ha paura di subire ritorsioni da parte del regime che ancora governa l'Eritrea e dei suoi emissari in Italia.

Questo è un dato difficile da capire per gli europei, per chi vive in un continente avvezzo alla democrazia e alle libertà civili. È difficile comprendere il ruolo dei servizi segreti, e della cappa di controllo da essi esercitata, nella vita di chi fugge da dittature e a un certo punto decide di alzare la voce. Molti si intimoriscono, alcuni sono minacciati direttamente. Un'ombra si allunga al di là dei confini, al di là delle frontiere, e penetra in contesti apparentemente lontanissimi. Per l'Eritrea, il conflitto sotto traccia assume una dimensione particolare, perché il gruppo oggi al potere ad Asmara, stretto intorno al presidente Isaias Afewerki, si è formato nei decenni di lotta di liberazione nazionale che hanno preceduto la conquista dell'indipendenza nei primi anni novanta. Comprendere a migliaia di chilometri di distanza le frontiere della lealtà nei confronti di quella che fu la leadership rivoluzionaria, le storie individuali e famigliari davanti alla Storia, il mito dell'indipendenza e la sua successiva degenerazione è molto complicato. Ma si tratta di contraddizioni reali.

Il grande naufragio è stato un colpo durissimo per l'immagine del dittatore Afewerki. Per la generazione di Syoum ha voluto dire la presa di coscienza di come ci sia un intero popolo, il proprio, che cerca disperatamente la fuga. Da mesi o da anni. Con ogni mezzo.

Erano quasi tutti eritrei, il 3 ottobre. Su 366 vittime ufficialmente accertate, 360 provenivano dall'Eritrea, gli altri sei erano etiopi. E sono quasi tutti eritrei i superstiti.

È per questo che Syoum, il giorno dopo il naufragio di cui parlavano ormai tutte le tv, in Italia e nel mondo, ha vinto l'indifferenza davanti a simili notizie, e si è diretto nell'ospedale della città siciliana dove è sempre vissuto. Aveva saputo da un'amica che vi erano stati portati alcuni sopravvissuti. Era impossibile assisterli tutti a Lampedusa.


"Appena sono arrivato, alcuni erano in terapia intensiva, altri puzzavano ancora di gasolio," mi ha detto Syoum quando ne abbiamo parlato la prima volta. Due cose su tutte lo hanno sconvolto: "La prima è che, mentre parlavano con noi, parlavano anche tra di loro, si scambiavano informazioni sulle persone con cui avevano viaggiato. Per esempio, non sapevano che fine avesse fatto una madre con due bambini. Contavano chi ce l'aveva fatta e chi no".

E la seconda?

"C'era un ragazzino di sedici anni con cui ho fatto amicizia, uno scricciolo. Continuava a ripetere: 'Non volevo buttarlo in acqua, non volevo buttarlo in acqua'..."

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Pagina 59

Dopo la strage, in Eritrea è stata vietata l'affissione dei manifesti funebri con i nomi delle vittime. Quando ho intercettato la notizia in rete, mi è parsa francamente eccessiva, quasi una bufala. Ma poi Syoum mi ha confermato che è andata esattamente così: "I manifesti sono stati affissi ai muri, ma subito dopo è stato ordinato di toglierli. Trecentosessanta morti sono tantissimi, chiunque in Eritrea poteva conoscerne qualcuno".

E allora torniamo alla storia nella Storia, al rapporto di Syoum e della sua generazione con la strage di Lampedusa, allo smacco insopportabile per una dittatura nata da una guerra di liberazione nazionale. Io e Syoum ne abbiamo parlato in uno dei nostri incontri, anche se il solo parlarne lo rendeva più cupo.

"L'Europa è piena di agenti del regime. Ce ne sono ovunque siano presenti degli eritrei: è impossibile fare una riunione senza essere schedati. La strage di Lampedusa è stata un'occasione per mappare chi fa cosa nella diaspora, per capire chi è contro il regime e chi è a favore."

È accaduto anche durante il funerale senza bare organizzato in tutta fretta ad Agrigento alla fine di ottobre, sospira Syoum. Mentre il governo italiano ha voluto chiudere il capitolo della strage con una cerimonia funebre raffazzonata, mostrando scarso rispetto nei confronti dei famigliari delle vittime, che invece avrebbero voluto piangere davanti alle bare dei propri cari, una sottile tensione ha attraversato il mondo eritreo accorso nella città siciliana. Quel mondo non era affatto compatto. C'era chi piangeva e chi controllava. Chi provava a denunciare la dittatura rilasciando interviste ai giornalisti e chi invece intimava ai pochi coraggiosi di restare in silenzio.

Alle spalle della strage, la diaspora è solcata da profonde fratture. Per molti la lotta per l'indipendenza nazionale rappresenta ancora un forte mito. Capita di parlare con ragazzi della terza generazione di immigrati eritrei, nati e cresciuti in Europa, che quando parlano della madrepatria si infervorano. E che, di fronte ai rapporti di Amnesty International sulla soppressione dei diritti umani nel paese d'origine, sostengono sprezzantemente che quelle cose sono solo il frutto di "un complotto degli americani". In fondo, credo di capire la tenaglia della fedeltà che scatta nelle loro teste. Credo di capirla perché la storia recente dell'Eritrea è anche la storia dell'involuzione di un governo che un tempo si è creduto rivoluzionario, e di almeno un paio di generazioni che hanno creduto fermamente nel suo percorso. Molti di quelli che hanno creduto nei vertici del Fronte, seppur a migliaia di chilometri di distanza, fanno fatica ad accettare che, salita al potere, quella forza che aveva liberato il paese dall'occupazione etiopica si sia trasformata in un regime totalitario.

Ma poi arriva il momento in cui qualcosa si spezza, e il castello di carte si affloscia improvvisamente su se stesso. Come in tutte le storie di boat people, la fuga in massa del proprio popolo è la principale fonte di delegittimazione di una dittatura. Puoi negare l'emorragia dei giovani, puoi negare il rifiuto della leva permanente da parte di un'intera generazione. Ma difficilmente riuscirai a nascondere che trecentosessanta persone sono morte in una sola notte alle porte dell'Italia, perché stavano scappando proprio da te, dal sistema che hai edificato.


"Mio zio Alan vive nel Nord Europa e va in Eritrea ogni due anni. Si rende conto della situazione: non c'è elettricità, tutti si lamentano, i giovani vogliono scappare. Comprende bene quello che sta accadendo, ma continua a sostenere il regime. Quelli come lui costituiscono lo zoccolo duro dei sostenitori del governo. Poi ci sono quelli che non ne fanno più parte, quelli che hanno aperto gli occhi, come i miei genitori: prima erano sostenitori del governo, ma adesso non più, anche se non lo manifestano apertamente. Insomma, la vecchia generazione non costituisce più un blocco compatto: c'è chi ragiona e chi vuol mantenere gli occhi chiusi di fronte alla realtà, chi vuole andare avanti e chi si accontenta di bugie pietose, come quella secondo cui i trecentosessanta morti erano migranti economici, scappati dall'Eritrea per soldi. È quello che ha sostenuto il telegiornale nazionale. All'inizio sono stati addirittura chiamati migranti africani, i media di regime hanno sostenuto che si trattava, genericamente, di africani morti al largo delle coste di Lampedusa nel tentativo di raggiungere l'Italia. Ma quando si è venuto a sapere che erano eritrei in fuga dal paese non hanno più potuto negare l'evidenza, e allora hanno iniziato a parlare di migranti economici."

Lo interrompo. Mi ricordo che una volta ho sentito dire che quelli che scappano vengono apostrofati in maniera sprezzante con il nomignolo "Libia". È questo, gli chiedo, il modo in cui gli eritrei della diaspora storica chiamano gli ultimi arrivati?

Syoum non batte ciglio. "Sì, è così. Gli eritrei che ce l'hanno fatta, in Italia o in Europa, guardano agli immigrati di nuova generazione, quelli che si affollano sulle coste libiche, con supponenza. Sembrano non capire che stanno rifacendo il loro stesso percorso, solo molti anni dopo."

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Pagina 62

7.
Come nasce una dittatura



C'è qualcosa che manca. Possiamo anche ricostruire tutte le fasi del naufragio, fare il conto dei vivi e dei morti, raccontare le loro storie. Ma c'è sempre qualcosa che manca. Manca il contesto. Più riduciamo il popolo del peschereccio affondato al rango di vittime, più allontaniamo il contesto. La domanda cruciale non è perché sia accaduta una tragedia del genere, dal momento che ne sono accadute tante altre nello stesso identico modo. La domanda cruciale è: perché erano quasi tutti eritrei?

Non si tratta di una semplice coincidenza. Ha ragione Syoum quando dice che la strage mette in discussione l'esistenza stessa del regime eritreo, il modo in cui si è sviluppato nei decenni, e il rapporto che ha intrattenuto con la diaspora.

Syoum... Lo chiamo ancora Syoum, e ho quasi dimenticato ormai che non è il suo vero nome. Quando mi ha detto che mi avrebbe raccontato tutto quello che volevo sapere, ma a patto di garantire il suo anonimato, ho pensato che fosse una precauzione eccessiva, che le sue paure fossero al limite della paranoia. Nei mesi successivi, però, mi sono accorto che me lo chiedevano tutti gli eritrei. Tutti avrebbero parlato, a patto di non segnare sul taccuino il loro nome, a patto di non annotarlo da nessuna parte. E ho capito che quella preoccupazione si fondava su un dato reale: la presenza in tutta Europa di agenti dei servizi eritrei. Non è che temano ripercussioni immediate. Hanno paura per le proprie famiglie, per chi è rimasto in Eritrea, ad Asmara o a Massaua o in altre città, e può finire in un centro di detenzione da un momento all'altro.

La minaccia è una morsa perfetta.

Così ho impiegato del tempo per conoscere Gabriel Tzeggai, uno dei pochi che mi abbia detto: il mio nome puoi scriverlo tranquillamente, non me ne frega niente di loro.

Gabriel vive in Italia da molti anni. Abita a Sassari, in Sardegna, dopo essere stato a lungo a Roma. I capelli bianchi ricci, quasi crespi, formano una criniera leonina sul volto magro, le guance scavate, la pelle liscia, i baffi appena accennati. È uno di quei volti di cui ti risulta impossibile stabilire l'età a prima vista.

Ho conosciuto Gabriel tramite l'Archivio delle memorie migranti, un'associazione con cui collabora assiduamente, promossa da un nostro comune amico: lo storico dell'Africa Alessandro Triulzi, uno dei massimi esperti dei rivolgimenti che hanno segnato l'Etiopia e l'Eritrea nell'ultimo secolo.

Mi ha colpito un suo testo uscito in un libro a più voci. Gabriel parla del "sapore della libertà", come recita il titolo del suo saggio, e della degenerazione delle condizioni sociali e civili in Eritrea. Ma, più che le cose narrate, a colpirmi è stato il suo punto di vista: non quello di un rifugiato approdato in Italia dopo lunghe peripezie in tutto e per tutto simili a quelle di decine di migliaia di altre persone, ma quello di un ex militante del Fronte popolare di liberazione eritreo, che ha attraversato in prima linea la guerra con l'Etiopia e il dopoguerra, prima che il paese ripiombasse in uno stato indecifrabile di guerra-nonguerra.

Insomma, più che un rifugiato, Gabriel Tzeggai è un esule politico, un uomo che ha vissuto sulla propria pelle la stagione del marxismo africano – quel composito impasto di ideali socialisti, anticolonialismo e lotta nazionale – e poi ha assistito alla degenerazione del gruppo politico al quale ha dedicato la propria vita. Molti anni prima, come tanti, Gabriel aveva deciso di sacrificare la propria sfera individuale, i propri studi, i propri affetti, in nome di una lotta giusta e irrinunciabile, soprattutto perché condotta insieme ad altri uomini e altre donne a cui aveva dato il nome di "compagni".

Un bel giorno percepisci la somma ingiustizia dell'oppressione militare, decidi di partecipare alla guerra di liberazione, passi degli anni al fronte, vedi tanta gente morire attorno a te. E poi – una volta liberato il paese – assisti al tradimento del Caro Leader, alla nascita di una nuova burocrazia, alla creazione dei tribunali speciali contro i nemici del popolo. In poche parole: alla nascita di un nuovo sistema oppressivo, pronto a mutuare le forme del precedente.

È una storia che mi sembra di riconoscere. Una storia dal sapore universale, simile ad altri drammi novecenteschi, che altri hanno vissuto in altre parti del globo.

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Pagina 78

8.
Fantasmi coloniali



Mi dice Yvan Sagnet, camerunense che vive in Italia da una decina d'anni: "Questi viaggi sono una conseguenza del colonialismo italiano, anche se è finito molto tempo fa".

"Perché?" gli chiedo.

"Perché a differenza dell'Africa occidentale, dove c'erano i tedeschi e i francesi, gli italiani non hanno lasciato uno stato. Alla base delle tragedie del Corno d'Africa c'è il vuoto istituzionale creato in Somalia o in Eritrea. La decolonizzazione distorta, le nuove dittature, l'integralismo, l'emigrazione di massa nascono da qui. Le colpe italiane sono pari a quelle dei belgi."

Nell'agosto del 2011, Yvan è stato tra i portavoce del primo sciopero dei braccianti stranieri impiegati nelle campagne del Sud Italia nella raccolta di pomodori e angurie in condizioni prossime alla schiavitù. Per due settimane a Nardò, nel cuore del Salento, cinquecento lavoratori hanno incrociato le braccia e sfidato le minacce dei loro caporali. Si sono rifiutati di raccogliere frutta e verdura per una paga da fame, anche se questo voleva dire rimanere senza un soldo in tasca, e rischiare di non essere più chiamati a lavorare in tutta la zona.

Sono tra i pochi bianchi che hanno seguito la lotta dei braccianti africani fin dall'inizio. Mi ha sorpreso la loro determinazione: quegli uomini provenienti da diversi paesi africani erano pienamente consapevoli di condurre una battaglia che quasi sicuramente sarebbe finita con una sconfitta. Erano consapevoli che sarebbero andati a sbattere contro il muro di gomma delle complicità e delle connivenze che da sempre regolano lo sfruttamento del lavoro nei campi. Eppure lo hanno fatto per un sussulto di dignità. Prima di ogni altra cosa, a muoverli è stato un senso innato di giustizia.

Sulla calda estate del 2011 Yvan ha scritto un libro che ho avuto la fortuna di curare. Abbiamo trascorso insieme interminabili pomeriggi, intorno al tavolo della cucina della casa in cui allora abitava, per riordinare la sua esperienza e trovare le parole per narrarla.

Lavorando sul testo, che è stato poi pubblicato con il titolo Ama il tuo sogno, ci siamo spesso interrogati sulla percezione che hanno dell'Africa gli africani che vivono in Europa. È stato proprio lui a farmi capire quanto nella recente emigrazione siano importanti le figure di Nelson Mandela, Thomas Sankara e Patrice Lumumba. Lo sono state anche per i raccoglitori di angurie e pomodori di Nardò.

Quei lavoratori provenivano da paesi africani molto diversi tra loro. Parlavano lingue diverse, professavano religioni diverse. Un nucleo consistente proveniva dalla Tunisia, un altro dal Burkina Faso, un altro ancora dal Sudan. Gruppi più piccoli da almeno altri dieci paesi, tra cui il Camerun di Yvan. Non erano venuti in Italia tutti nello stesso istante. C'erano braccianti che lavorano in quelle stesse contrade agricole da almeno vent'anni. C'erano operai licenziati dalle fabbriche del Nord aggredite dalla crisi, che avevano deciso di ricominciare dal lavoro nei campi. E c'erano anche migranti arrivati a Lampedusa qualche settimana prima, dopo essere fuggiti dalla Libia dilaniata dalla guerra.

Per un popolo così frastagliato e diviso secondo molte linee di frattura, l'unica fonte di unità era costituita proprio da quei modelli: Nelson Mandela, Thomas Sankara, Patrice Lumumba.

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Si è acceso qualcosa dentro di me quando ho scoperto che alcuni dei campi di concentramento eretti negli ultimi anni da Isaias Afewerki per reprimere gli oppositori sorgono negli stessi luoghi dove erano disposti i vecchi campi di concentramento del colonialismo italiano.

In particolare nelle isole Dahlak, cinquanta chilometri al largo di Massaua, dove le galere italiane sono state prima riutilizzate dagli occupanti etiopici e in seguito dallo stesso regime militare del Fronte.

Il penitenziario di Nocra, una delle isole dell'arcipelago, fu attivo dal 1887 (proprio l'anno dell'eccidio di Dogali) al 1941, come ricorda Angelo Del Boca in Italiani, brava gente? Vi furono rinchiusi prigionieri comuni, ascari da punire, detenuti politici, oppositori e, dopo l'inizio della campagna d'Etiopia nel 1935, ufficiali e funzionari dell'impero di Hailé Selassié, perfino preti e monaci.

Sono pochissime le testimonianze sulle condizioni di vita carceraria nelle colonie, se si eccettua quella di un capitano della Marina militare, Eugenio Finzi, che le visitò nel 1902 e redasse un accurato rapporto destinato al ministero a Roma. La sua descrizione è impietosa: "I detenuti, coperti di piaghe e di insetti, muoiono lentamente di fame, scorbuto, e di altre malattie. Non un medico per curarli, 30 centesimi pel loro sostentamento, ischeletriti, luridi, in gran parte han perduto l'uso delle gambe ridotti come sono a vivere costantemente incatenati sul tavolato alto un metro dal suolo".

Con ogni probabilità, negli anni successivi, le condizioni si sono ulteriormente aggravate. Chiunque provasse a fuggire da un tale inferno veniva immediatamente fucilato.

Quando ho letto il rapporto del capitano Finzi, ho pensato a quello a cui mi aveva accennato Syoum, nel corso di una delle nostre chiacchierate, sulla detenzione che oggi subisce nelle isole Dahlak chi si sottrae alla leva permanente e viene sorpreso a fuggire dal paese. Oltre un secolo dopo il rapporto del capitano, i detenuti sono lasciati a marcire in container sotto il sole cocente. Ischeletriti, luridi, affamati. L'idea di fare di Nocra e delle isole limitrofe una gabbia infernale si è tramandata nel tempo, da regime a regime.

Ma non è l'unica prigione del regime di Afewerki. Non ci sono solo i campi dei vecchi occupanti riutilizzati dal nuovo governo. L'Eritrea contemporanea è una sorta di arcipelago gulag. Lo diceva anche Gabriel. Una società il cui parametro è il carcere finisce presto per aver bisogno dei gulag come i canali di scolo in cui far defluire tutte le vite scomode. È accaduto in Unione Sovietica. È accaduto in molte dittature che volevano creare un nuovo ordine.

Tra i campi più frequentemente menzionati dai rifugiati ci sono Wi'a, Adi Abeto, Eiraeiro, Ala Bazit, Mai Dima, Track B, oltre alle solite isole Dahlak, alle tante prigioni di Asmara e ai grandi centri per le reclute come Sawa, un luogo di contenimento a metà strada tra una caserma e un carcere.

Tuttavia, i gulag veri e propri sono soprattutto i primi, in particolare Track B e Wi'a. Il primo sorge vicino all'aeroporto, oltre la periferia di Asmara, e può arrivare a contenere migliaia di detenuti: veterani del Fronte popolare passati all'opposizione, coscritti, militanti islamisti, gente accusata di aver voluto abbandonare il paese. La metà delle celle è costituita da container di metallo lasciati ad arroventarsi sotto il sole, le altre sono scavate sotto terra. Il gulag di Wi'a sorge invece a una trentina di chilometri a sud di Massaua, in uno dei luoghi più caldi del pianeta, e anche questo in passato era stato un campo di concentramento del colonialismo italiano. Ora vi sono rinchiusi i disertori e gli appartenenti a sette religiose non riconosciute ufficialmente dal regime. Nel giugno del 2005, centosessantuno detenuti che avevano tentato di evadere dal campo sono stati giustiziati.

Recupero queste informazioni da uno dei rarissimi libri che sono stati scritti sull'Eritrea contemporanea: The Lasting Struggle for Freedom in Eritrea del norvegese Kjetil Tronvoll.

Oltre alle condizioni di vita nei gulag, non dissimili da quelle narrate dal capitano Finzi, Tronvoll racconta nel dettaglio tutte le forme di tortura praticate dagli aguzzini di Afewerki: i vari modi di legare e appendere un detenuto fino a fargli perdere coscienza, i vari modi di percuotere con una mazza le membra e frustare con i cavi elettrici i corpi nudi. A ogni pratica corrisponde un nome.

Molti di questi nomi coincidono tristemente con quelli che mi ha elencato un ex torturato delle prigioni eritree. Non immaginavo che il sadismo dei carcerieri potesse arrivare a tanto. Non lo immaginavo fino a quando alla pratica e al nome relativo non si è aggiunto, nelle mie orecchie, il racconto sommesso di chi quelle pratiche le aveva subite. Me le ha raccontate con uno strano sorriso all'angolo della bocca, quasi provasse imbarazzo per tutto quello che erano stati capaci di infliggergli.

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Pagina 179

17.
Mare nostrum



Il 18 ottobre 2013, a due settimane dalla strage di Lampedusa, il governo italiano vara l'operazione Mare nostrum. Di fronte all'ecatombe, seguita dall'altra ecatombe dell'11 ottobre, l'unica soluzione immediata è inviare le navi della Marina militare oltre le proprie acque territoriali, in quella vasta porzione in cui il "mare di mezzo" è di tutti e di nessuno, e i barconi naufragano nell'indifferenza.

Con una scelta unilaterale l'Italia decide di mandare davanti alla Libia quelle stesse navi che solo quattro anni prima, ai tempi delle vicende raccontate da Hamid, erano destinate a intercettare i barconi per rispedirli indietro o per consegnare gli uomini e le donne a bordo alla polizia di Gheddafi.

Non so se sia stato per il peso dei morti o per le parole del papa che sono ripiombate sul dibattito italiano con tutta la loro semplicità e la loro asprezza. Sta di fatto che c'è stata una torsione netta nella gestione della frontiera.

All'improvviso non ci sono stati più arrivi di barconi direttamente a Lampedusa o nel Sud della Sicilia, né avvistamenti di carrette alla deriva a poche miglia dalla costa. La frontiera si è spostata più a sud, direttamente sulle onde del mare.

Questa torsione è durata un anno, e ha portato in un arco di tempo relativamente breve a soccorrere poco più di centocinquantaseimila persone. Grossomodo gli abitanti di una media città europea, stipata sui ponti delle fregate e delle corvette della Marina.

Centocinquantaseimila uomini, donne e bambini, per la precisione 156.362 in poco più di anno (esattamente 378 giorni), fanno più o meno 413 persone al giorno. Ciò vuol dire una serie impressionante di interventi in alto mare.

Il flusso è stato continuo e pressante. Ed è proseguito anche quando il governo ha sospeso la missione alla fine di ottobre 2014, perché ritenuta troppo dispendiosa.

[...]

Accanto a quello che dice Sacco, c'è un altro dato da considerare.

La Marina non è andata solo molto più a sud di Lampedusa per raccogliere i pescherecci che salpavano dalla costa libica. È andata anche molto più a est per intercettare i barconi, per lo più carichi di siriani, partiti dalla Turchia e dall'Egitto. Per coprire un fronte acquatico di ventiduemila miglia quadrate, più o meno ottantamila chilometri quadrati, sono state impiegate trentuno unità navali e due sommergibili. Ogni giorno, almeno quattro o cinque unità hanno battuto lo spettro di mare interessato dalle operazioni.

Su ogni nave, non solo sulla San Giorgio o sulla San Giusto, sono state imbarcate tra le duecento e le duecentocinquanta persone: ufficiali e sottufficiali, quelli del Battaglione San Marco per gli abbordaggi, i poliziotti per i riconoscimenti, i civili e i volontari della struttura ospedaliera. Appena vengono raccolti seicento, settecento profughi una nave torna indietro, mentre le altre restano a presidiare il Mediterraneo.

"Ci vogliono due giorni per raggiungere la terraferma," continua Sacco. "Quando sono così cariche non possono superare i quattordici-quindici nodi."

Ciononostante, Mare nostrum non ha evitato le morti in mare. Nel solo 2014 sono state più di 3400. A metà settembre, ad esempio, in un pugno di giorni, sono morte mille persone in tre distinti naufragi avvenuti davanti alla Libia.

"Perché?" gli chiedo.

"Il motivo è uno solo: per quanto le navi militari possano spingersi più a sud e più a est, è impossibile intercettare le carrette che naufragano appena partite."

L'ennesima strage ha riproposto il consueto scontro tra due visioni contrapposte della frontiera. C'è chi ha sostenuto, ancora una volta, che l'operato della Marina ha incentivato la pratica adottata dai trafficanti di lasciare le carrette in alto mare per poi tornarsene indietro. E chi ha sostenuto, proprio come Sacco, che quelle persone comunque sarebbero partite, comunque avrebbero preferito il rischio di una morte in mare alla certezza di una vita di inferno in casa.

In fondo, gli stessi siriani che arrivano in Europa sono solo una piccola frazione dei milioni di profughi che hanno affollato i paesi limitrofi.


L'operazione Mare nostrum viene dichiarata conclusa il 31 ottobre 2014, poche settimane dopo la prima commemorazione della strage dell'Isola dei Conigli, e pochi giorni dopo il mio incontro con chi ha coordinato il soccorso a bordo della San Giusto e della San Giorgio.

Il governo italiano non è più disposto a stanziare nove milioni di euro al mese. Così annuncia di volerla sostituire con una nuova missione, questa volta chiamata Triton, la cui filosofia di intervento è molto differente. A spiegarlo, in un'audizione al Senato, è lo stesso capo di Stato maggiore della Marina militare, l'ammiraglio Giuseppe De Giorgi.

Ho ascoltato per intero il discorso, caricato qualche giorno dopo sul sito del Senato. Con l'ausilio di molte slide, De Giorgi ha difeso fermamente la missione appena conclusa e, spingendosi un po' più in là di quanto in genere sia concesso a un alto grado militare, ha evidenziato tutti i rischi che sarebbero nati dalla sua conclusione.


Con l'introduzione di Triton, ammette l'ammiraglio, le modalità di soccorso sono cambiate radicalmente.

Tríton si limita a controllare le coste e a pattugliare le acque territoriali. Viene meno il monitoraggio in alto mare e si limita, allo stesso tempo, lo screening sanitario svolto da Sacco e dagli altri addetti imbarcati sulle navi. Con la nuova missione l'area controllata si riduce del 70 per cento: dalle 22.350 miglia quadrate di prima a sole 6900. Stiamo parlando delle sole acque territoriali collocate all'interno delle trenta miglia di mare che circondano le coste di Puglia, Calabria e Sicilia.

Il dato più interessante, sottolinea De Giorgi, è che con la chiusura di Mare nostrum gli sbarchi non sono affatto diminuiti, anzi sono aumentati. E di molto. Basta un dato a smontare le accuse mosse dai teorici dell'equazione "più soccorsi uguale più sbarchi". Nel novembre del 2013, in piena Mare nostrum, erano arrivati in Italia 1883 migranti. Nel novembre dell'anno successivo, cioè subito dopo la conclusione dell'operazione, sono stati registrati 9134 arrivi, con un aumento netto del 485 per cento.

"Di questi," continua l'ammiraglio, "3810 migranti sono stati soccorsi dalla Marina e sottoposti a controllo sanitario prima dello sbarco. I restanti 5324 sono arrivati direttamente sul territorio nazionale senza controllo sanitario. Di questi ultimi, infatti, 1534 sono stati intercettati e soccorsi dalla Capitaneria di porto e 2273 da mercantili commerciali non attrezzati per quel tipo di attività, ma obbligati dal diritto del mare a intervenire."

Insomma, gli sbarchi continuano, ma in maniera più caotica e disordinata. La frontiera è di nuovo arretrata: da acquatica è tornata a essere terrestre e a coincidere con le coste italiane.

Ascoltando De Giorgi, ho pensato che con la fine di Mare nostrum rischia di chiudersi un'ampia parentesi all'interno della quale il ruolo della Marina è parso diverso. Tanto quanto può essere diverso mandare le stesse navi dapprima impiegate nei respingimenti in alto mare, o addirittura in operazioni di harassment, cioè in "azioni cinematiche di disturbo e di interdizione", come vengono chiamate in gergo tecnico-militare quelle manovre che nel marzo del 1997 provocarono lo speronamento e l'affondamento della Katër i Radës nel Canale d'Otranto, a svolgere un'operazione di soccorso. Certo, Mare nostrum è stata anche un'operazione di polizia che ha portato all'arresto di 366 scafisti. Tuttavia, a bordo delle navi sono state imbarcate innanzitutto persone come Sacco, che per ore e ore, anche a notte fonda, hanno continuato a curare, medicare, rianimare, fasciare uomini e donne inzuppati d'acqua, sale e gasolio.

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A Bolzano li chiamano ancora "relitti fascisti". Sono tutti quei mausolei, palazzi, cimeli che ricordano il ventennio mussoliniano. Il relitto fascista per eccellenza è il monumento realizzato da Marcello Piacentini nel 1928 per celebrare la vittoria italiana nella Grande guerra e per rimarcare, com'è scritto in latino a caratteri cubitali sulla facciata, che "hic patriae fines siste signa, hinc ceteros excoluimus lingua legibus artibus". E, cioè, che non solo qui sono fissati i confini della patria, ma che proprio "da qui" educammo "gli altri" con la lingua, le leggi, le arti.

Per decenni "gli altri", cioè la comunità germanofona cui íl fascismo aveva impedito di usare la propria lingua, hanno visto nel monumento il simbolo più eclatante dell'usurpazione e dell'occupazione. Ed eclatante il monumento di Piacentini lo è davvero. Non solo perché, con grande dispendio di marmo bianco, s'alza in stile littorio fino a dominare un'ampia porzione dell'abitato, proprio nel punto in cui era stata avviata la costruzione di un altro monumento, prontamente demolito, in memoria dei caduti del reggimento austriaco Kaiserjäger. Non solo perché appare del tutto fuori luogo rispetto al territorio circostante, al paesaggio, all'architettura tradizionale, con le sue quattordici colonne a forma di fascio che reggono un'imponente architrave. Ma anche perché è stato il cardine della mutazione urbanistica della città. Una mutazione imposta dal fascismo, che culmina, al termine di una serie di strade che ricordano i "trionfi" nazionali, nella piazza del Tribunale.

Il Monumento è stato sempre percepito come la punta dell'iceberg di una frattura più ampia. D'altro canto, la destra italiana l'ha sempre difeso come un "proprio" simbolo, anche in età repubblicana. Così, benché a un certo punto la Südtiroler Volkspartei, il partito che rappresenta le minoranze tedesca e ladina e ha governato il processo di crescente autonomia della provincia, lo volesse buttare giù, è rimasto al suo posto. Ogni volta che gli attriti sono riemersi, ogni volta che il cammino verso l'autodeterminazione della provincia speciale è parso arrestarsi, ogni volta che le bombe hanno ripreso a esplodere, e sono state molte le bombe a esplodere in queste vallate tra gli anni sessanta e ottanta del Novecento, quelle funebri colonne littorie sono tornate al centro del buco nero delle reciproche incomprensioni.

Nel 1979 fu Alexander Langer , leader della nuova sinistra, da sempre sostenitore della necessità di creare gruppi interetnici, tanto da aver fondato dieci anni prima una rivista che si chiamava "Die Brücke", cioè "Il ponte", a presentare in Consiglio provinciale una mozione in cui si chiedeva che íl monumento diventasse un luogo di "memoria autocritica". Ma la mozione non passò, perché gli opposti nazionalismi vedevano entrambi come fumo negli occhi la possibilità di trasformare quelle colonne in un monito permanente. Per gli uni andavano soltanto abbattute, per gli altri dovevano rimanere tali e quali al loro posto. Dopo una serie di attentati, il Monumento venne addirittura recintato, tanto da accrescere il senso di separazione.

La trasformazione auspicata da Langer si è realizzata solo ora con la creazione di un percorso espositivo permanente intitolato BZ '18-'45. Un monumento, una città, due dittature, che si snoda nei locali sottostanti l'opera di Piacentini. Ero stato a Bolzano, poco prima di sentire Shorsh, per vederlo.


L'esposizione allestita nella cripta e nei corridoi sotterranei mi ha sorpreso. Pannello dopo pannello, video dopo video, sono ripercorsi i momenti della sua costruzione e la storia della città tra le due guerre mondiali, quando fu pesantemente condizionata dai due totalitarismi, quello fascista e quello nazista. Tuttavia il maggior intervento sul monumento non è tanto costituito dal percorso espositivo, quanto da un anello a led che cinge una delle colonne centrali. Sullo schermo nero circolare, spesso almeno mezzo metro, scorre in rosso il titolo della mostra (BZ '18-'45...), tradotto in tre lingue: italiano, tedesco e inglese.

L'opera di Piacentini non è stata rimossa, ma questa sorta di vistoso "anello al naso" ha il potere di desacralizzarla, trasformandola in altro da sé. Tra la retorica del Monumento e gli occhi di chi lo guarda si insinua subito un terzo elemento che ne ribalta il senso più profondo.

Fino a dieci anni fa una cosa del genere sarebbe stata improponibile. Vent'anni fa, quando Langer si è suicidato perché í pesi della vita gli erano divenuti insostenibili, sarebbe stata addirittura impensabile. "Ma ora il vento sta cambiando," mi ha detto Edi Rabini, che di Alex fu molto amico e che ora dirige la fondazione che ha preso il suo nome.

Sono andato a trovarlo nella loro piccola sede nel centro della città. Sugli scaffali di legno chiaro che cingono i muri sono impilate decine di scatoloni in cui sono raccolti gli scritti di Langer. Ogni scatolone racchiude uno dei temi affrontati da Alex: l'ecologia, il Tirolo, la nuova sinistra, i Balcani, l'Europa dell'Est, il Sud del mondo, il pacifismo, il dissenso, i conflitti etnico-religiosi... Aprirli è come scavare in una miniera: scritti battuti a macchina, appunti vergati con una grafia minuta; e poi fotocopie, riviste, bozze di discorsi, libri in varie lingue, e soprattutto tantissimi fogli con liste di nomi, indirizzi, numeri di telefono, da cui a ritroso è possibile ricostruire una fitta rete di scambi e relazioni.

All'interno di Bolzano è stata una rete simile a produrre il cambiamento, quanto meno per una parte dei suoi abitanti. Alla base dell'anello al naso del monumento di Piacentini c'è il lavoro sotterraneo svolto da una nuova generazione di storici, tedeschi e italiani insieme, sulle reciproche memorie. Sulla scia di Langer, hanno contribuito allo sgretolamento degli steccati. Senza la loro opera non ci sarebbe stata nessuna "storicizzazione del relitto", come dicono da queste parti.

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Pagina 279

25.
San Foca 2002



"Era umida e faceva schifo. Sentivo il sangue spandersi nella mia bocca, colare sulle mie labbra, impregnarmi, sporcarmi. Il pezzo di carne di maiale era sul manganello, e cercavano di infilarmelo in bocca. Spingevano, spingevano... mi tenevano fermo e spingevano. Erano tre, o forse quattro. Non ricordo quanti erano. L'occhio mi faceva male perché mi avevano tirato un pugno. Ricordo solo che spingevano per aprirmi la bocca, mi tenevano fermo. E poi quel sangue sporco, quel sangue di maiale... Mi colava sul collo, scendeva sotto la camicia..."

Così diceva il ragazzo. Ho in mente íl suo volto, le parole pronunciate in italiano, la lingua dei carcerieri. Non ricordo il suo nome, e me ne vergogno. Dovrei controllare delle carte, fare una piccola ricerca. Ma questo falserebbe il flusso dei ricordi. I frammenti di memoria si ricompongono convulsamente intorno a quel racconto e alle mani che si stringono nervose mentre parla.


Il fatto è accaduto di notte, nei corridoi di un Cpt, un Centro di permanenza temporanea per stranieri da rimpatriare perché sprovvisti di permesso di soggiorno. Così si chiamavano questi luoghi fino al 2008, quando hanno preso il nome di Cie, Centri di identificazione ed espulsione.

Il ragazzo di cui ricordo il volto e le mani era marocchino, o almeno così diceva. I tre o quattro che l'hanno seviziato con la carne di maiale erano invece carabinieri italiani. Il fatto è accaduto a San Foca, un paesino umido della costa salentina, poco lontano da Lecce, alla fine di novembre del 2002. Io e altri ne siamo venuti a conoscenza qualche giorno dopo, precisamente il 30.

Componevamo una delegazione di politici, giornalisti, avvocati, medici, operatori sociali in visita nel Centro di permanenza temporanea Regina Pacis. Quella mattina, sotto la pioggia battente, un corteo di associazioni antirazziste era giunto davanti al suo cancello d'ingresso. In passato, la struttura aveva ospitato un centro di prima accoglienza per gli immigrati albanesi sbarcati lungo le coste pugliesi. In seguito, negli anni dell'"emergenza Puglia", quelli in cui è stata formulata una gran parte delle norme che regolano la gestione della frontiera, era stata adibita a Centro di permanenza temporanea. Con la legge Bossi-Fini, poi, i tempi di reclusione nei Cpt erano stati raddoppiati (da trenta a sessanta giorni) e il loro carattere paracarcerario si era intensificato. Nei quattro anni precedenti alla nostra visita, dal Regina Pacis di San Foca erano passati trentacinquemila migranti, un numero superiore alla metà della popolazione carceraria italiana.

La peculiarità del Regina Pacis consisteva però nella sua gestione. Nonostante i cambiamenti tumultuosi dell'Italia e del mondo, la trasformazione dei flussi migratori e delle leggi che provavano a imbrigliarli, la direzione del centro, anche dopo la sua trasformazione in Cpt, era ancora affidata a don Cesare Lodeserto, presidente della Fondazione Regina Pacis, ex direttore della Caritas diocesana e segretario particolare dell'allora arcivescovo di Lecce Cosmo Francesco Ruppi. San Foca, cioè, da luogo di accoglienza si era tramutato in campo di raccolta per migranti da espellere, ma a dirigerlo era rimasta la stessa persona, creando più di un fraintendimento. Mentre i carabinieri avevano il compito di sorvegliare il perimetro del centro e non far evadere nessuno, lui, don Cesare, era rimasto il sovrano assoluto all'interno delle mura di cinta.


Quando la delegazione di cui facevo parte varcò il cancello sotto la pioggia, i suoi membri non avevano altra intenzione che descrivere le condizioni di vita quotidiana in questo anomalo Cpt, in cui un prete, i carabinieri e numerosi operatori tenevano sotto chiave quasi duecento immigrati pronti per il rimpatrio o, quanto meno, in attesa di essere etichettati a vita come "clandestini" una volta che si fosse capito che non potevano essere rimpatriati da nessuna parte. Non potevamo sapere che avremmo scoperto una realtà molto peggiore.

Ricordo due ragazzi con le gambe ingessate, il ragazzo che parlava della carne di maiale, e un altro, con cui poi tutti noi avremmo stretto amicizia, Montassar Souiden, che si abbassò i pantaloni della tuta lasciandoci intravedere due larghe strisce viola che gli segnavano le gambe.

Parlavano ossessivamente di un pestaggio. Un pestaggio consumato lì, nei corridoi del centro, pochi giorni prima.

In pochi minuti ricostruimmo i fatti salienti. La notte tra il 21 e il 22 novembre un gruppo di marocchini, in tutto diciassette persone, aveva tentato di fuggire. Avevano saltato il muro di cinta ingannando i sorveglianti e si erano dispersi nella campagna circostante, tra gli arbusti che arrivano fin sulla strada. A quel punto era cominciata la caccia all'uomo. A uno a uno, chi prima chi dopo, erano stati riacciuffati e riportati al Regina Pacis, dove aveva avuto luogo la "punizione". Condotti a piccoli gruppi nel corridoio, in un punto che poi è stato identificato essere più o meno a metà strada tra le cucine e l'ufficio di don Cesare, erano stati picchiati. Calci, pugni, manganellate.

Un marocchino, spogliato e ammanettato a una grata, era stato lasciato in cortile tutta la notte. Altri erano stati seviziati con la carne di maiale. Almeno in quattro – quelli nelle condizioni peggiori, dicevano i reclusi – erano stati rimpatriati immediatamente in Marocco per nascondere le prove. Venimmo poi a sapere che gli aggressori avevano costretto i medici del centro a falsificare i referti e cercato di impedire che i feriti fossero portati nel vicino ospedale leccese.

I segni sui corpi erano evidenti, le testimonianze lapidarie. Ma ancora più incredibile fu sentire che a prendere parte al pestaggio dei marocchini non erano stati solo i carabinieri, ma anche alcuni operatori che prestavano servizio nel centro e lo stesso don Cesare Lodeserto.

Ho ancora viva nella mente la voce dei ragazzi che dicevano: "Don Cesar, don Cesar... pure lui".


Le ore quel giorno passarono in fretta. Anche perché, oltre al pestaggio, le irregolarità da accertare nella gestione del centro erano innumerevoli. Avevamo visto stanze di pochi metri quadrati con letti a castello per dodici, quattordici persone. Avevamo sentito la puzza di cessi, sudore e sigarette tipica di ogni sovraffollamento. Ci eravamo imbattuti in un'altra situazione che aveva dell'incredibile: cinquantotto contadini scappati dalla Guerra del Kashmir, che avevano tutti i requisiti per avanzare la domanda d'asilo politico, erano invece finiti lì dentro, per il semplice fatto che nessuno li aveva interpellati. Eppure, in molti parlavano inglese. Alcuni di noi avevano visto uno di loro piangere in silenzio perché gli avevano ammazzato il figlio di due anni.


Le denunce raccolte quel giorno hanno portato al rinvio a giudizio dei responsabili del pestaggio, don Cesare Lodeserto, sei collaboratori del suo staff e nove carabinieri, e alla successiva trasformazione del Regina Pacis in un centro per soli richiedenti asilo. Anni dopo sarebbe stato chiuso definitivamente, e il suo padre-padrone, coinvolto anche in altre vicende giudiziarie, si sarebbe trasferito in Moldavia.

La sentenza di primo grado è stata emessa il 22 luglio 2005 dal tribunale di Lecce, e in seguito è divenuta definitiva. Don Cesare Lodeserto è stato condannato a un anno e quattro mesi di reclusione per violenza privata e abuso dei mezzi di correzione. I sei collaboratori e sette dei nove carabinieri sono stati condannati a pene di poco inferiori.


Ecco alcuni passi della deposizione di Montassar Souiden davanti al magistrato: "I carabinieri ci hanno bloccato e poi ci hanno portato nel corridoio vicino alla direzione. Dopodiché è arrivato il direttore, don Cesare Lodeserto. Mi ha preso dal ciuffo dei capelli davanti e mi ha sbattuto la testa due volte al muro; dopo mi ha girato e mi ha preso da dietro e mi ha sbattuto di nuovo la faccia al muro. Dalla parte delle sopracciglia mi ha fatto una ferita, una grossa ferita qui alle sopracciglia. Allora ha preso il manganello dei carabinieri, mi ha preso dal ciuffo dei capelli davanti e mi ha colpito col manganello sulle labbra, alla bocca, dove mi ha procurato una ferita che è ancora visibile".

Il pestaggio continua. Poi viene trascinato altrove: "Appena entrato, ho visto Mohamed Abedhadi. Paolo e Natasha lo picchiavano, mentre gli altri erano stesi a terra. C'erano dei carabinieri, e i carabinieri, quando passavano, tiravano calci a tutti gli altri. Davano botte, era un gioco".


Paolo e Natasha, che Montassar chiama per nome, sono i collaboratori di Lodeserto. Paolo è Paulin Dokaj. Natasha è Natalia Vieru. Uno degli aspetti più inquietanti della vicenda è costituito dal fatto che la metà degli operatori condannati sono mediatori culturali trasformati in aguzzini. Sono stati loro ad aver commesso le violenze più efferate.

Quella mattina, nel centro, incrociai lo sguardo gelido di Natalia Vieru. Una donna alta, piuttosto giovane, dai capelli lunghi e biondi raccolti con un fermaglio. Anche a distanza di molto tempo, le sue sevizie erano raccontate con un misto di stupore e paura.

Dalle dichiarazioni rese da uno dei ragazzi pestati si evince che Natasha, mentre lui era steso a terra sanguinante, gli ripeteva insistentemente la frase: "Dove sta Allah che ti salva e ti protegge, adesso?".


Se rievoco questo fatto proprio ora, a tanti anni di distanza, è perché i centri sono sempre stati l'altra faccia della gestione della frontiera. Come rivela il racconto di Aamir, che si snoda di paese in paese, non c'è viaggio che possa davvero restarne alla larga.

I centri sono sempre lì. L'evoluzione della loro natura e delle loro strutture corre di pari passo con quella delle rotte e dell'idea di frontiera che ci siamo fatti.

Sono sempre lì. Non solo i centri di primissima accoglienza, destinati ai profughi appena sbarcati lungo la costa. Non solo i centri per i richiedenti asilo, all'interno dei quali gli ospiti attendono per mesi di essere convocati dalla commissione territoriale che vaglierà le loro dichiarazioni e la possibilità di conferire l'agognato status.

Una volta che si è separato il grano dal loglio, ci sono anche i centri di espulsione, dove finiscono i reietti da bandire, gli irregolari identificati come tali su tutto il territorio nazionale, gli ex detenuti che non sono stati già rimandati nel loro paese d'origine.

Ho sempre pensato che fosse sbagliato definire i Cpt e i Cie "lager". Laddove non c'è il fine dell'eliminazione fisica dei detenuti, evocarla, anche in chiave critica, è un errore. È una banalizzazione linguistica del male. La verità incontrovertibile è un'altra: i Cpt, e in seguito i Cie, sono forme paracarcerarie che rispondono con la detenzione a un illecito amministrativo dai contorni sostanzialmente indefiniti, i viaggi dei migranti che non possono accedere alle richieste d'asilo.

L'universo paracarcerario è spesso peggiore di quello carcerario: per l'impreparazione di chi lo gestisce, per la mancanza di fondi, per le incertezze legislative e giuridiche sulla propria funzione. I centri abbrutiscono sia chi vi è recluso, sia chi riveste il compito di controllore o carceriere.

Dal 2008 al 2014 il tempo di permanenza massimo al loro interno è stato aumentato fino a diciotto mesi, dilatandone tutti gli aspetti negativi: sovraffollamento, alienazione, violenze, rivolte. Poi è stato nuovamente ridotto a novanta giorni; questo è ora il tempo massimo consentito per accertare il paese da cui il migrante irregolare proviene, e nel caso rimandarlo indietro.

Tuttavia, oltre la metà dei reclusi nei centri di espulsione non viene rimpatriata nei paesi d'origine. Spesso perché la loro provenienza è incerta o difficile da provare; altre volte perché provengono da paesi con cui l'Italia non ha stipulato accordi bilaterali di rimpatrio. Così, una volta usciti, gli ex confinati rimangono qui e vivono come "clandestini". Non potendo lavorare altrimenti che in nero, finiscono nelle maglie della marginalità sociale fino all'ennesimo fermo di polizia.

Oggi i Cie in funzione sono solo cinque: a Torino, Roma, Bari, Trapani e Caltanissetta, ma almeno altrettanti sono temporaneamente destinati ad altre funzioni o in attesa di ristrutturazione.

Benché un vasto movimento d'opinione abbia sempre chiesto la loro chiusura, o quanto meno il loro superamento, l'unico centro finora chiuso a seguito di una battaglia civile è stato proprio il Regina Pacis di San Foca. Tutto ebbe inizio quella piovosa mattina di novembre, mentre la pioggia ticchettava sull'asfalto, gli striscioni, gli ombrelli, le inferriate del centro e i caschi azzurri dei poliziotti.

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A sera, dopo aver fatto una doccia, riprendo in mano uno dei tanti libri di Alex Langer che affollano uno scaffale della mia libreria. Rileggo un pezzo che ho letto e meditato più volte, quello in cui dice che in un contesto interetnico, in uno di quei contesti, cioè, che il mondo contemporaneo tende a riprodurre costantemente, è di fondamentale importanza che qualcuno "si dedichi all'esplorazione e al superamento dei confini: attività che magari in situazioni di tensione e conflitto assomiglierà al contrabbando, ma è decisiva per ammorbidire le rigidità, relativizzare le frontiere, favorire l'interazione".

È un elogio dell'autocritica e del tradimento, quello di Langer. Un invito a tradire non questa o quella persona, ma semplicemente l'idea stessa che i gruppi etnici e linguistici debbano rimanere compatti.

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