Copertina
Autore Doris Lessing
Titolo Ben nel mondo
EdizioneFeltrinelli, Milano, 2000, I Narratori , pag.168, dim. 140x220x15 mm , Isbn 978-88-07-01579-3
OriginaleBen, in the world [2000]
TraduttoreGrazia Gatti
LettoreAngela Razzini, 2000
Classe narrativa inglese
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 7 [ inizio libro ]

"Quanti anni ha?"

"Diciotto."

La risposta aveva esitato ad arrivare perché Ben temeva quello che sapeva sarebbe successo. E infatti il giovane dietro la lastra di vetro che lo proteggeva dal pubblico appoggiò la biro sul modulo da compilare e poi, con un'espressione fin troppo nota a Ben, si mise a studiare l'utente. L'ironia che assaporava era spazientita, ma non raggiungeva la derisione. Aveva davanti agli occhi un uomo basso, forte, o perlomeno robusto (Ben portava una giacca troppo grande) che doveva avere come minimo quarant'anni. E quella faccia! Era una faccia larga, dai lineamenti marcati, la bocca che si tendeva in un ghigno - cosa c'era di così dannatamente divertente? - il naso camuso con le narici dilatate, occhi verdastri dalle ciglia paglierine sotto folte sopracciglia dello stesso colore. La corta barba appuntita e ben regolata era fuori luogo su una faccia simile. I lunghi capelli gialli sembravano voler stupire e irritare - come il suo ghigno - con quel modo di ricadere in avanti in un ciuffo spiovente e ai lati del viso in ciocche rigide, quasi la caricatura di un taglio alla moda. Come se non bastasse, quel tizio parlava con un accento sofisticato: prendeva in giro? L'impiegato si era deciso a quell'esame minuzioso perché Ben l'aveva turbato tanto da farlo arrabbiare. In tono stizzito disse: "Non può avere diciotto anni. Su, qual è veramente la sua età?".

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 30

[...] Gli era tornata una fame terribile. Doveva stare attento: di notte la gente non era come di giorno. Meglio non rischiare di sedersi a un tavolo... entrò in un McDonald's, comprò un bell'hamburger succulento, buttò via l'insalata e il pane e mangiò in fretta, continuando a camminare. Presto fu fuori dalla cittadina e puntò verso Londra, per tornare dalla vecchia. Gli rimanevano quattro sterline ed era poco probabile che gli capitasse di nuovo la fortuna di una motocicletta. Era così triste, così solo, ma il buio gli era familiare, la notte il posto cui apparteneva, e la gente non lo guardava in quel modo così pericoloso di notte... a meno di non trovarsi nella stessa stanza. Avanzava su una strada di campagna e il cielo sopra di lui era macchiato dalla luce tenue delle stelle tra cui correvano nubi sottili. Li vicino c'era un gruppo di alberi, non un bosco ma pur sempre un rifugio sufficiente. Scelse un cespuglio, vi si nascose dentro e si addormentò. A un certo punto si svegliò sentendo un riccio che sbuffava e annusava vicino ai suoi piedi. Avrebbe potuto tirarsi su e catturarlo. A fermarlo non fu la paura di pungersi le mani, ma il ricordo delle spine sulla lingua: non poteva affondare i denti in un riccio come in un uccello. Si svegliò di nuovo al primo alito fresco dell'alba. Niente uccelli: era solo una macchia sparuta di vegetazione, poco lontano si vedevano le case e si sentiva il traffico. Ben sarebbe arrivato dalle sue parti, a Londra, verso mezzogiorno. Aveva davanti a sé ore di cammino cauto e guardingo... e il suo stomaco, oh il suo stomaco, come implorava cibo. La fame lo tormentava e lo minacciava. Non era una fame semplice: il sapore magro del pane o di un dolce non sarebbe bastato a placarla. Era un bisogno di carne, Ben sentiva l'odore crudo del sangue, ne sentiva il puzzo. Eppure quella fame rappresentava un pericolo per lui. Quando gli era capitato di entrare in una macelleria, attirato dall'odore, gli era sembrato che il suo corpo traboccasse di desiderio e le sue braccia si erano tese suo malgrado verso la carne. Una volta aveva afferrato una manciata di costolette ed era rimasto lì a rosicchiarle mentre il macellaio gli voltava le spalle, finché un rumore di ossa stritolate lo aveva fatto girare di scatto. Ma Ben era scappato via, aveva corso, corso... e da allora non era più entrato in quei negozi. Adesso, mentre camminava, pensava a come mettere le mani su un pezzo di carne senza spendere le quattro sterline.

I suoi piedi conoscevano la direzione da prendere... e si ritrovò fuori dalla recinzione di un cantiere a osservare la scena fatta di cumuli di terra bagnata, macchine, uomini con l'elmetto protettivo. Aveva lavorato lì per un po', l'avevano ingaggiato per via di quelle spalle e di quelle braccia capaci di sostenere travi che si riuscivano a spostare soltanto in due o tre. Gli altri uomini rimanevano a fissarlo mentre lui spingeva, si distribuiva il peso sulla schiena e lo sollevava. Ben avrebbe voluto unirsí a loro nelle battute, nelle chiacchiere, ma non sapeva come fare. Non aveva mai capito, per esempio, cosa ci trovassero di tanto buffo nel suo modo di parlare. Quando lo guardavano era con occhi seri, diffidenti. L'ultimo giorno della settimana era giorno di paga. Quelli che lavoravano lì per un motivo o per l'altro erano tutti in nero, pagati meno della metà del minimo sindacale. Anche così i soldi che Ben aveva portato a casa erano bastati a fare contenta la vecchia. Era rimasto altre due settimane... poi era arrivato un tipo nuovo, che fin dal primo momento l'aveva punzecchiato, l'aveva preso in giro, gli aveva fatto il verso ringhiando e grugnendo. All'inizio Ben non aveva capito che quei suoni erano intesi come un'imitazione dei suoi, né aveva subito afferrato cosa stesse succedendo quando quel tizio si era messo a spingerlo e urtarlo. Una volta però il gioco si era fatto pericoloso perché Ben si trovava in alto, in bilico nel vuoto con un piede su una trave e uno su un'altra. Il capomastro era intervenuto bruscamente e da allora lui aveva tenuto d'occhio quel giovane, un ragazzo dai capelli rossi incauto e spaccone, che rideva sempre, e aveva cercato di starsene alla larga.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 164

E continuò così, senza mai smettere, finché pensarono che da un momento all'altro sarebbe caduto a terra esausto, lì davanti a quel piccolo rifugio costruito fra rocce e dirupi le cui vette bucavano la volta celeste.

Ai tre sembrò che fossero passate ore, tremando fino a non sentire più nulla, e a un certo punto Teresa per prima e poi gli uomini si ritirarono nel bivacco in cerca di un po' di calore. Dalle fessure vedevano Ben che si muoveva nella luce delle stelle e sentivano l'inno che innalzava al cielo.

Quando tacque, uscirono a vedere e lo trovarono in piedi con le braccia tese e la testa all'indietro, muto, con lo sguardo rivolto sempre più in alto. Il fulgore crepitante che li sovrastava aveva spostato i suoi disegni e le ombre proiettate dalle stelle si erano allungate nello spiazzo spoglio fino a raggiungere il punto in cui si trovava Ben. Era in trance, o sprofondato in uno stato d'estasi, ma infine lasciò ricadere le braccia e rimase immobile, cominciando a tremare. Teresa lo portò dentro e lo avvolse nelle coperte. Ben restò seduto dove lei lo aveva messo, fissando i resti del fuoco, e riprese sottovoce il suo rozzo canto. Era a mille miglia da loro e dalla consapevolezza della loro presenza. Parlavano piano per non scuoterlo dallo stato in cui si trovava. Nessuno dormì, vegliarono insieme a lui.

La mattina, quando aprirono la porta, il bivacco era ancora in ombra mentre il cielo si stendeva dorato e rosa tra le vette.

Si riscaldarono con un tè bollente e si mossero intorno al rifugio per sgranchirsi. Non Ben, che era perso nel suo sogno, o qualsiasi cosa fosse: loro non lo sapevano. Lasciarono tutto nella baracca e si incamminarono in fila indiana su uno stretto viottolo con un'alta rupe scura da un lato e dall'altro una balza di pietra nera che scendeva verso una valle rocciosa molto più in basso. Dal cielo un condor seguiva volteggiando il loro avanzare sul sentiero scivoloso. Dopo un paio d'ore Alfredo disse: " qui. Mi ricordo". Svoltò bruscamente a destra, entrando in una spaccatura della montagna dove furono costretti a procedere lentamente, arrampicandosi con l'aiuto di ogni piccola sporgenza, finché spuntarono in un ampio spiazzo, circondato da rupi torreggíanti; davanti a loro c'era un'alta parete rocciosa. Erano più o meno le dieci del mattino. Il sole era ancora dall'altra parte della barriera di roccia attraverso cui erano arrivati, ma sopra di loro si apriva un cielo sereno e luminoso. Alfredo si aggirava lungo la parete, si avvicinava... faceva un passo indietro... tornava ad avvicinarsi, scuoteva la testa... si metteva di lato, prima da una parte e poi dall'altra, dicendo: "No, non qui, ma sì, è qui..." si allontanò, tornò indietro e a un tratto un raggio di luce fece debolmente capolino oltre un picco, ma prese subito forza e arrivò a toccare il bordo della parete.

Immediatamente una figura risaltò dai neri abissi lucidi della roccia dove, sprofondate nella lucentezza della pietra, c'erano altre figure che avevano bisogno del sole per emergere. Il raggio si allargò a inondare la parete ed eccolí tutti lì, una galleria di immagini, la gente di Ben. Lui aveva fatto un passo avanti, ne fece un altro, si fermò davanti alla roccia mentre loro tre restavano alle sue spalle, lasciando che prendesse possesso di ciò che aveva di fronte. Ora il sole splendeva in pieno, implacabile, sulla parete che era coperta di disegni, ce n'erano almeno una quarantina e parecchi raffiguravano creature simili a Ben, tranne che nei vestiti. Erano strisce di corteccia? Pelli? Eppure erano veri abiti, di un materiale arrendevole, che ricadeva in pieghe, fermato in vita da cinture e trattenuto sulle spalle da fibbie di metallo. Gli abiti erano colorati, non solo grigi e marroni, ma rossastri, azzurri e verdi. I simili di Ben avevano i capelli lunghi fino alle spalle, più lunghi dei suoi, e il torace ampio. Portavano la barba, ma non tutti, no, quelle dovevano essere le femmine, quelle senza barba; ed erano anche più piccole, di corporatura più aggraziata, anche se solidamente piantate sui loro piedi. Non avevano armi, ma parecchi di loro reggevano quelli che sembravano degli strumenti musicali. Ben li fissava. Cosa stesse pensando gli altri non lo sapevano, però a tutti e tre batteva forte il cuore, di certo non solo per l'altitudine ma anche per la paura di quello che forse Ben stava provando.

| << |  <  |