Copertina
Autore Doris Lessing
Titolo Il sogno piú dolce
EdizioneFeltrinelli, Milano, 2003 [2002], UE 1749 , pag. 456, cop.fle., dim. 125x195x25 mm , Isbn 978-88-07-81749-6
OriginaleThe Sweetest Dream [2001]
TraduttoreMonica Pareschi
LettoreGiovanna Bacci, 2003
Classe narrativa inglese
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 13

Una sera d'autunno, presto: la strada sottostante era uno scenario di piccole luci gialle che trasmettevano un senso di intimità, e la gente era già infagottata per l'inverno. Alle sue spalle un buio gelido stava invadendo la stanza, ma in quel momento niente poteva sgomentarla: fluttuava, alta come una nube estiva, felice come una bambina che avesse appena imparato a camminare. La ragione di questa insolita gaiezza era un telegramma del suo ex marito, Johnny Lennox - il compagno Johnny -, ricevuto tre giorni prima. FIRMATO CONTRATTO FILMATO FIDEL ARRETRATI TUTTI E PAGAMENTO CORRENTE DOMENICA. Oggi era domenica. Quell'"arretrati tutti" era dovuto, lo sapeva, a qualcosa di simile all'euforia febbrile che pervadeva lei in quel momento: non era certo il caso di illudersi che li avrebbe pagati "tutti", il che a questo punto ammontava a una cifra così grossa che lei non si preoccupava nemmeno più di tenere il conto. Ma era chiaro che doveva aspettarsi una somma davvero considerevole per assumere un tono così sicuro. E qui un fremito - di inquietudine? - la percorse per un attimo. La fiducia in se stesso era sempre stata la sua... no, non poteva certo dire la sua qualità essenziale, anche se lei aveva avuto spesso questa impressione, ma ricordava forse una sola volta in cui lui si era fatto mettere in difficoltà, o persino turbare, dalle circostanze?

Sulla scrivania alle sue spalle c'erano due lettere, una accanto all'altra, un esempio di una di quelle giustapposizioni drammatiche della vita, tanto improbabili quanto frequenti. Una le offriva una parte in un lavoro teatrale. Frances Lennox era un l'attrice minore, seria e affidabile, e nessuno le aveva mai chiesto di essere qualcosa di più. Questa volta, invece, si trattava di una parte in una nuova commedia, un lavoro eccellente con due protagonisti, e il ruolo maschile sarebbe stato interpretato da Tony Wilde, che fino a quel momento le era sembrato così irraggiungibile che non avrebbe mai avuto l'ambizione di pensare ai loro due nomi in cartellone, uno di fianco all'altro. Ed era stato proprio lui a chiedere che offrissero a lei la parte. Due anni prima avevano lavorato insieme, e lei come al solito aveva interpretato un ruolo secondario. Alla fine della breve serie di repliche - non si può dire che la pièce fosse stata un successo - l'ultima sera, mentre saltellavano avanti e indietro inchinandosi e ringraziando il pubblico, aveva sentito: "Brava, ottima interpretazione". Sorrisi dall'Olimpo, aveva pensato, mentre prendeva atto che lui aveva mostrato segni di interesse nei suoi confronti. E si era lasciata andare per un po' a un'esplosione di sogni eccitati, senza però farsi mai prendere alla sprovvista, perché sapeva troppo bene fino a che punto fosse bloccata, quanto la sua dimensione erotica fosse sotto controllo, e tuttavia non poteva impedirsi di immaginare la sua predisposizione al divertimento (supponeva che quella almeno fosse rimasta intatta), perfino per il godimento più sfrenato, se solo avesse avuto spazio; e nel contempo le sarebbe piaciuto mostrare che cosa era in grado di fare sul palcoscenico, se gliene avessero dato la possibilità. Ma certo non avrebbe guadagnato molto, in un piccolo teatro, con un lavoro che era una scommessa. Senza il telegramma di Johnny non avrebbe potuto permettersi di accettare.

L'altra lettera le offriva un'occupazione poco impegnativa, una piccola rubrica di consulenza ai lettori (ancora non si sapeva come sarebbe stata chiamata) sul "Defender", ben pagata, e sicura. Questo l'avrebbe riportata all'altro filone della sua vita professionale, quello di giornalista free-lance, il mestiere con cui si guadagnava da vivere.

Da anni scriveva su argomenti di ogni genere. Si era fatta le ossa lavorando per i giornali locali e i tabloid, qualsiasi cosa, purché la pagassero. A un certo punto si era ritrovata a compiere ricerche per articoli seri, articoli che apparivano sui quotidiani nazionali. Si era fatta un'ottima reputazione per questi interventi scrupolosi e ponderati, che spesso gettavano una luce originale e inattesa sulla scena attuale.

Era proprio il lavoro adatto a lei. A cos'altro le era servita la sua esperienza, se non a lanciare uno sguardo distaccato sui problemi degli altri? Ma accettare quel lavoro non le avrebbe dato nessun piacere, nessuna sensazione di lanciarsi di nuovo a capofitto in qualcosa. Al contrario, avrebbe dovuto mostrare di avere la testa ben salda sul collo, con quell'irrigidimento interiore della determinazione che è come uno sbadiglio represso.

Com'era stanca di tutti i problemi, delle anime ferite, dei figli di nessuno, come sarebbe stato bello dire: "Bene, adesso dovrete cavarvela da soli per un po', io sarò a teatro ogni sera, e anche per la maggior parte della giornata". (E qui un altro piccolo richiamo all'ordine, da gelarla: hai forse perso la testa? Sì, e se la stava proprio godendo.)

La cima di un albero ancora con la sua chioma estiva, ormai un po' rada scintillava. La luce proveniente dalle stanze della vecchia, due piani più sopra, l'aveva strappato al buio, attirandolo in un moto vivo, quasi verde: rimaneva un'eco di colore. Julia era in casa, dunque. Aver riammesso sua suocera - la sua ex suocera nella sua mente le procurò un'inquietudine familiare, per il peso della disapprovazione che filtrava attraverso la casa fino a raggiungerla, ma c'era qualcos'altro, anche se solo di recente ne aveva preso coscienza. Julia era stata all'ospedale per un po', avrebbe potuto morire, e Frances era stata finalmente costretta ad ammettere quanto dipendesse da lei. Se non ci fosse stata Julia, che cosa avrebbe fatto, che cosa avrebbero fatto tutti quanti?

Eppure, tutti si riferivano a lei chiamandola la vecchia, compresa Frances, almeno fino a poco tempo prima. Andrew no, però. E aveva notato che Colin aveva cominciato a chiamarla Julia. Le tre stanze sopra le sue, nello stesso punto dov'era in piedi lei adesso, sotto quelle di Julia, erano occupate da Andrew, il figlio maggiore, e Colin, il minore, i figli suoi e di Johnny Lennox.

Lei aveva tre stanze, camera da letto, studio e un altro locale, che tornava sempre utile quando qualcuno si fermava a dormire, e aveva sentito dire a Rose Trimble: "A cosa le servono tre stanze, è un'egoista e basta".

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 69

Le ondate di profughi che travolsero Londra per sfuggire a Hitler, e poi a Stalin, erano costituite da nullatenenti, spesso malridotti, che vivevano come potevano, una traduzione qua, una recensione letteraria là, lezioni di lingue. Lavoravano come inservienti d'ospedale, nei cantieri edili, facevano le domestiche. Per quanto misero, c'era lo stesso qualche caffè e qualche ristorante che provvedeva al loro bisogno nostalgico di sedersi e bere una tazza di caffè parlando di politica e di letteratura. Venivano dalle università di tutta Europa, ed erano intellettuali, una parola che non mancava di suscitare rigurgiti di sospetto in quegli xenofobi e filistei di inglesi, che non ritenevano necessariamente una garanzia il fatto che questi nuovi venuti fossero molto più istruiti di loro. C'era un caffè in particolare, che serviva gulash e gnocchi, zuppe dense e altri piatti sostanziosi a questi immigrati sballottati qua e là che presto per tanti versi avrebbero aggiunto valore e lustro alla cultura locale. Entro la fine degli anni cinquanta, dei primi anni sessanta, erano diventati editori, scrittori, giornalisti, artisti - tra loro ci fu addirittura un premio Nobel - e uno straniero che fosse entrato al Cosmo avrebbe concluso che questo doveva essere il locale più alla moda della zona nord di Londra, perché tutti indossavano la divisa in voga allora tra gli anticonformisti, dolcevita e jeans costosi, giacche alla Mao Zedong e giubbotti di pelle, capelli arruffati o il sempre attuale taglio da imperatore romano. C'erano anche alcune donne, poche, in minigonna, fidanzate per lo più, che assimilavano le sofisticate abitudini continentali mentre bevevano il miglior caffè di Londra e mangiavano pasticcini alla crema ispirati alla vecchia Vienna.

Frances aveva preso l'abitudine di fare ogni tanto un salto al Cosmo, per lavorare. Al piano della casa che aveva sempre considerato suo, protetto da qualsiasi invasione, ormai si aspettava sempre di sentire i passi di Julia, o di Andrew, perché entrambi andavano a trovare Sylvia, offrendole tazze di questo o di quest'altro, e insistendo che la porta rimanesse aperta perché la ragazza aveva paura di stare chiusa in una stanza. E poi c'era Rose, che si intrufolava dappertutto. Una volta Frances l'aveva trovata a ficcare il naso tra le carte sulla sua scrivania, e lei si era messa a ridacchiare dicendo tutta su di giri: "Oh, Frances" e poi era corsa via. Era stata sorpresa anche nell'appartamento di Julia, da Julia stessa. Non rubava, non molto almeno, ma per natura era una spia. Julia disse ad Andrew che era opportuno chiederle di andarsene; Andrew informò Frances della richiesta di Julia; e Frances, sollevata, perché non sopportava quella ragazza, disse a Rose che a questo punto avrebbe fatto meglio a tornarsene dai suoi. Crollo di Rose. Dal seminterrato dove si era insediata ("E la mia tana") erano giunte voci che Rose era a letto piangente, e pareva fosse malata. Poi le era passato tutto, ed era ricomparsa a tavola per cena, provocatoria, rabbiosa, e tutto sommato conciliante.

Si potrebbe obiettare che lamentarsi di questi piccoli incidenti a casa, e poi scegliere di andarsi a sedere in un angolo del Cosmo, che risuonava sempre di discussioni e polemiche, era, senza dubbio, un po' perverso. Soprattutto perché i discorsi che si sentivano erano immancabilmente discorsi rivoluzionari. Tutte queste persone erano tipici esemplari di rivoluzionari, anche se gli esiti della rivoluzione erano quello da cui erano fuggiti. Per lo più erano rappresentanti di qualche fase del Sogno, e potevano passare ore a discutere di quello che era accaduto durante questa o quella riunione nel 1905 o nel 1917 in Russia, o a Berchtesgaden, o quando le truppe tedesche avevano invaso l'Unione Sovietica, o della situazione dei giacimenti petroliferi romeni nel 1940. Discutevano di Freud e Jung, di Trockij, Bucharin, di Arthur Koestler e della guerra civile spagnola. E Frances, che quando Johnny si imbarcava in una delle sue arringhe chiudeva le orecchie a doppia mandata, trovava tutto questo molto rilassante, anche se non ascoltava attivamente. E vero che un caffè rumoroso e pieno di fumo di sigaretta (a quel tempo un accompagnamento indispensabile a qualsiasi tipo di attività intellettuale) offre più privacy di una casa dove la gente entra ogni tanto a fare quattro chiacchiere. Ad Andrew questo posto piaceva. E anche a Colin: dicevano che emanava un'energia benefica, per non parlare delle vibrazioni positive.

Johnny ci andava spesso, ma in quel momento era a Cuba, perciò lei era al sicuro.

Frances non era l'unica cliente che lavorasse al "Defender". C'era anche un tale che scriveva articoli di politica. Julie Hackett glielo aveva presentato così: "Questo è il nostro politicante principale, Rupert Boland. una testa d'uovo, ma non è una cattiva persona, anche se è un uomo".

Non era un tipo che si notasse subito, in genere, ma qui si distingueva perché indossava un abito marrone piuttosto anonimo e la cravatta. Di viso era piacevole. Stava scrivendo, o prendendo appunti, con una biro, come lei. Si sorrisero con un cenno del capo, e in quel momento lei vide un uomo alto con una giacca alla Mao Zedong che si alzava per andarsene. Oddio, era Johnny. Con un movimento delle spalle si infilò un lungo soprabito afghano, tinto di blu, l'ultima moda di Carnaby Street, e uscì.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 203

Julia sedeva nella sua poltrona, circondata dai giornali, finché i suoi pensieri la spingevano ad alzarsi e aggirarsi per le stanze del suo appartamento, schioccando la lingua contrariata quando trovava un soprammobile fuori posto, o un vestito buttato a casaccio sullo schienale di una sedia. (Ma cosa aveva in testa Mrs Philby?) Tutti i suoi dispiaceri stavano convergendo sulla guerra nel Vietnam. Non riusciva a sopportare nemmeno l'idea di un altro conflitto. Non bastava quella vecchia guerra terribile, la prima, e poi la seconda, cos'altro volevano, uccidere, uccidere, e anche questa guerra adesso. E gli americani, erano pazzi a mandare i loro ragazzi, possibile che non importasse a nessuno di quei ragazzi, ogni volta che c'era una guerra i ragazzi venivano intruppati e portati via, mandati a morire. Come se non servissero ad altro che a quello. Ogni volta da capo. Nessuno imparava niente, era una menzogna dire che la storia ci insegna qualcosa, se avessimo imparato la lezione le bombe non starebbero cadendo sul Vietnam, e i ragazzi... per la prima volta in tutti quegli anni, Julia sognò i suoi fratelli. Faceva incubi su questa nuova guerra. Alla televisione guardava gli americani che si scontravano con la polizia. Americani che erano contro la guerra, e anche lei era contro, era dalla parte degli americani che erano insorti a Chicago o nelle università, eppure quando aveva lasciato la Germania per sposare Philip aveva scelto l'America, era da quella parte anche lei. Philip avrebbe voluto che Andrew andasse a scuola negli Stati Uniti, e se ci fosse andato adesso probabilmente avrebbe fatto parte di quell'America che puntava gli idranti e i gas lacrimogeni verso gli americani che protestavano. (Julia sapeva che Andrew era conservatore per natura, o forse sarebbe stato meglio dire dalla parte dell'autorità.) La nuova compagna di Johnny, che apparentemente l'aveva lasciato, era scesa anche lei in piazza contro la guerra. Julia odiava gli scontri di piazza, ne era terrorizzata, ancora oggi faceva incubi su quello che aveva visto negli anni trenta quando tornava in Germania a trovare i suoi, e il paese era dilaniato dai disordini, in preda alle squadre che di notte correvano per le strade urlando e spaccando tutto. Nella testa e nella mente di Julia era tutto un turbinio di immagini, pensieri, emozioni violente e contrastanti.

E suo figlio Johnny era continuamente sui giornali, dove protestava contro la guerra, e lei sentiva che aveva ragione. Eppure Johnny non aveva mai avuto ragione, di questo era sicura... ma se avesse avuto ragione adesso?

Senza dire nulla a Wilhelm, Julia si infilò il cappello, quello con la veletta fitta, che le nascondeva meglio la faccia, scelse guanti che non si sporcassero facilmente - non poteva fare a meno di associare la politica alla sporcizia - e sgusciò fuori per andare a sentire Johnny che parlava a un'assemblea contro la guerra nel Vietnam.

Trovò che persino la sala dove si svolgeva l'incontro avesse un che di comunista. Le strade intorno brulicavano di giovani. Il taxi la lasciò davanti all'entrata principale, e quando entrò alcuni giovani vestiti come zingari o teppisti la fissarono. Quelli che l'avevano vista arrivare in taxi parlottavano tra loro dicendo che doveva essere una spia della CIA, mentre altri, alla vista di quella vecchia signora - lì dentro non c'era nessuno oltre i cinquant'anni - pensarono che fosse finita lì per sbaglio. Altri ritenevano che con quel cappello potesse essere solo la donna delle pulizie.

La sala era piena zeppa. Sembrava lievitare, gonfiarsi, oscillare. L'odore era asfissiante. Proprio davanti a Julia c'erano due teste di capelli biondi sporchi, unti... che genere di ragazze erano quelle, senza un minimo di rispetto per se stesse? Poi si accorse che in realtà erano due ragazzi. E puzzavano. Il rumore era assordante, e dapprima non si accorse che avevano già cominciato a parlare. Ecco lassù Johnny, e Geoffrey, con la sua faccia pulita e in ordine che conosceva così bene; ma aveva una capigliatura da vichingo e se ne stava in piedi a gambe larghe fendendo l'aria con la mano destra, come se stesse pugnalando qualcosa, con un ghigno di assenso per quello che stava dicendo Johnny, tutte variazioni di quello che lei aveva sentito tante volte: l'imperialismo americano... boati di approvazione; il complotto industrial-militare... brusii, mormorii di disapprovazione; lacchè, sciacalli, sfruttatori, capitalisti, venduti, fascisti. Si sentiva a malapena, tanto erano alti i boati. E c'era anche James, perfettamente calato nella sua parte di uomo pubblico, robusto e cordiale, un autentico cockney ormai, e di fianco a Johnny un uomo di colore che era sicura di conoscere. Il palco era affollato di gente. Ogni faccia era viva, esaltata, arrogante, sicura di sé, trionfante. Come conosceva bene tutto questo, come la spaventava. Si muovevano qua e là, pieni di boria, sotto le luci forti, vomitando frasi che lei era in grado di anticipare una per una, prima che le pronunciassero. E il pubblico era un tutt'uno, un corpo unico, una massa, poteva uccidere o insorgere, ed era tutto infiammato di... odio, sì, ecco che cos'era. Eppure, tolti gli stupidi cliché, lei era d'accordo con loro, era dalla loro parte; com'era possibile, dal momento che erano così sporchi, così spaventosi; e tuttavia la violenza della guerra era quanto odiava di più al mondo.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 351

Certo lei, una "religiosa", come la definiva Rebecca - "l'ho detto, a quelli del villaggio, che lei è una religiosa" - avrebbe dovuto contemplare ammirata questo spettacolo di povertà materiale, e probabilmente anche spirituale, e tuttavia non riteneva di avere gli strumenti per esprimere un giudizio in merito. Quel grande ammasso di città, che si estendeva per tanti chilometri quadrati, così ricco, ricco... e poi questo gruppo di misere baracche e capanne: l'Africa, quell'Africa meravigliosa che la opprimeva con le sue necessità, che aveva bisogno di tutto, dove mancava tutto, e ovunque bianchi e neri che lavoravano tanto per... ma per cosa? Per mettere un piccolo cerotto su una vecchia ferita che non smetteva di sanguinare. Dopo tutto era questo che stava facendo anche lei, come tutti gli altri.

Sylvia aveva la sensazione che la parte più autentica di lei, la sua essenza, i fondamenti della sua fede, stessero scorrendo via in quel preciso momento. Un tramonto, il sole che calava come fa durante la stagione delle piogge... all'orizzonte infuocato, da una nuvola bassa e nera, esplodevano raggi densi, compatti, come le aste dorate che si irradiano intorno alla testa dei santi. Si sentiva sbeffeggiata, come se un ladro intelligente la stesse derubando di qualcosa, deridendola mentre lo faceva. Che cosa ci faceva lì? Stava davvero facendo del bene a quella gente? E soprattutto, dov'era quella fede innocente che l'aveva sostenuta quando era arrivata qui per la prima volta? In che cosa credeva davvero? In Dio, sì, avrebbe potuto rispondere così, a patto che nessuno si aspettasse da lei definizioni precise. Aveva subito una conversione con tutti i sintomi classici, come un attacco di malaria, e si era convertita alla fede: così la chiamava padre McGuire, ma lei sapeva che tutto era cominciato a causa dell'ascetico padre Jack, quando si era innamorata di lui, anche se a quel tempo avrebbe giurato di amare solo Dio. Di tutta quella impavida certezza non era rimasto nulla, e lei ormai sapeva solo che doveva fare il suo dovere qui, in questo ospedale, perché il destino l'aveva condotta quaggiù.

Il suo stato mentale si poteva anche descrivere in termini clinici: ed era così che veniva descritto in centinaia di testi di carattere religioso. I medici della fede le avrebbero detto: non preoccuparti, non è niente, la stagione arida arriva per tutti.

Ma lei non aveva bisogno di specialisti dell'anima, non aveva bisogno di padre McGuire, poteva giungere da sola a una diagnosi. E allora a che cosa le serviva una guida spirituale, visto che non aveva intenzione di interpellarla, conoscendo già la risposta?

Ma la vera domanda era questa: perché per padre McGuire sarebbe stato così semplice parlare di "stagione arida", ma per lei equivaleva a una sentenza di autoscomunica? Quello che l'aveva portata alla conversione era un cuore affamato e bisognoso, e anche la rabbia, anche se fino a poco tempo prima non l'aveva mai ammesso. Guardando Joshua, con quella sua rabbia che bruciava come una fiamma perpetua, per esplodere di tanto in tanto in una serie di pretese e di accuse cocenti, rivedeva se stessa allora. Chi era dunque lei per criticare Joshua? Sapeva bene che cosa significava provare rabbia al punto da esserne avvelenati, anche se a quel tempo era convinta di aver solo bisogno degli abbracci consolatori di Julia. E adesso se la stava forse prendendo con Julia, perché il suo amore non era bastato a calmare quel bisogno, e così lei si era rivolta a padre Jack? Che cosa era stato a calmarlo allora? Il lavoro, sempre e solo il lavoro. Ed eccola qui infine, su quell'arida collina in Africa, con la sensazione che tutto quello che aveva fatto, tutto quello che avrebbe potuto fare in futuro fosse efficace quanto versare una tazza d'acqua nella polvere in una giornata rovente.

Pensò: non c'è una sola persona in Europa (a meno che sia stata qui e abbia visto coi suoi occhi) in grado di comprendere questo livello di bisogno estremo, questa mancanza di tutto, in un popolo che aveva ricevuto tali promesse dai suoi governanti; e a questo punto si sentì penetrare da una sorta di quieto orrore. Era come l'orrore dell'Aids, quella malattia silenziosa e segreta che era arrivata dal nulla... dalle scimmie, diceva qualcuno, forse persino da quelle che saltavano tra i rami a pochi passi da lì. Un ladro che arriva durante la notte... era questa l'immagine che le veniva in mente quando pensava all'Aids.

| << |  <  |