Autore Mario Levrero
Titolo Il discorso vuoto
EdizioneJaca Book, Milano, 2018, Calabuig , pag. 140, cop.fle., dim. 15x21x1,1 cm , Isbn 978-88-99-06630-7
OriginaleEl discurso vacío [1996]
TraduttoreMaria Nicola
LettoreGiorgio Crepe, 2019
Classe narrativa uruguayana












 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice


Il testo                                   9


Prologo                                   13


Prima parte:    Esercizi                  17

Seconda parte:  Il discorso vuoto         43

Terza parte:    Esercizi                 107

Epilogo:        Il discorso vuoto        135


 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 13

Prologo



22 dicembre 1989


Qualcosa che è in me, che non sono io e che sto cercando,
Qualcosa che è in me, che ogni tanto credo sia me, e non
sto trovando.
Qualcosa che compare senza motivo, brilla per un istante e poi
se ne va per anni
e anni.
Qualcosa che dimentico persino.
Qualcosa
che è vicino all'amore, che non è esattamente amore;
che potrebbe confondersi con la libertà,
con la verità
con l'assoluta identità dell'essere
- e che si lascia, però, contenere in parole
pensare in concetti
non si lascia nemmeno ricordare com'è.
 ciò che è, e non è mio, e a volte è in me
(molto di rado); e quando c'è,
si ricorda di sé
lo ricordo e lo penso e lo conosco.
 inutile cercarlo; più lo si cerca
più sembra distante, più si nasconde.
Occorre dimenticarsene del tutto,
arrivare quasi al suicidio
(perché senza, la vita non vale)
(perché quelli che non lo hanno conosciuto pensano che la vita non vale)
(per questo il mondo stride quando gira).


Questo è il mio male, e la mia ragion d'essere.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 15

11 marzo 1990


Ho sognato che facevo il fotografo e mi muovevo qua e là pieno di entusiasmo, con una macchina fotografica in mano. Ero in un posto ampio, una specie di magazzino o deposito, che però poteva anche essere l'atrio di un grande albergo, e cercavo l'angolazione giusta per scattare una fotografia di due lesbiche in modo che, pur trovandosi l'una a una certa distanza dall'altra nell'ampio locale, e anche ad altezze diverse (forse una era su una scala), nell'inquadratura le loro labbra potessero toccarsi per suggerire un bacio. Entrambe avevano le labbra dipinte di un rosso acceso. Quella più vicina alla macchina fotografica era girata di profilo; l'altra, quella più in alto, di fronte.

Più tardi mi trovavo su un autobus immenso, a due piani; sono sul tetto, o sulla parte scoperta dell'imperiale. Sto fotografando, o riprendendo, scene di una grande città. Di colpo c'è un grande caos, qualcosa che succede lontano, come onde che s'infrangono al di sopra dei grattacieli. Mi dicono che è la fine del mondo. Riprendo tutta quella confusione, imprecisata e ancora distante, con gioia ed eccitazione. Mi sveglio con la tachicardia.

Mi riaddormento, qualcuno sta raccontando una storia (e io la vedo mentre viene raccontata), è come vedere un film, anche se in qualche modo prendo parte all'azione, nella quale un coniglio marroncino è sepolto dalla neve e scava dei cunicoli sotto la neve, muovendosi in fretta da una parte all'altra. Comincio a preoccuparmi che possa sbattere contro qualcosa, un albero o un sasso, perché va a tentoni; ma poi capisco che ha imparato a comunicare, mediante un sistema che nel sogno viene dettagliatamente spiegato, con una colomba che vola al di sopra della sua testa, e al di sopra della neve, e lo guida nel suo percorso.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 19

10 setttembre 1990


Oggi do inizio alla mia autoterapia grafologica. Questo metodo (che mi è stato suggerito tempo fa da un amico matto) parte dall'idea - sulla quale si fonda la grafologia - che vi sia una profonda correlazione tra la scrittura e i tratti del carattere, e dal presupposto comportamentista che i cambiamenti del comportamento possano produrre cambiamenti a livello psichico. Modificando il comportamento nella scrittura, sarebbe quindi possibile arrivare a modificare altri aspetti in una persona.

I miei obiettivi in questa fase del tentativo terapeutico sono abbastanza modesti. In primo luogo intendo esercitare la scrittura a mano - senza pretendere di arrivare alla calligrafia vera e propria -; vorrei ottenere una scrittura leggibile per chiunque, perfino per me, perché sto scrivendo talmente male che spesso nemmeno io riesco a decifrare quello che scrivo.

Un altro degli obiettivi immediati è cercare di mantenere una grafia piuttosto grande, comoda, invece di quei caratteri quasi microscopici che sto usando negli ultimi anni. E un altro obiettivo, più ambizioso ancora, sarebbe uniformare il tipo di grafia, visto che ho sviluppato uno stile che combina arbitrariamente il corsivo con lo stampatello. Cercherò di ricordare la forma di ciascuna lettera in corsivo, più o meno come me l'hanno insegnata a scuola. Cercherò di arrivare a quel tipo di corsivo che si ottiene «senza staccare la penna dal foglio», in modo da ricavarne, credo, un miglioramento nella capacità di attenzione e nella continuità del pensiero, oggi come oggi abbastanza labili.




11 settembre


Secondo giorno di terapia grafologica. Ieri ho avuto una piacevole sorpresa quando ho fatto leggere ad Alicia la pagina che avevo scritto e lei l'ha letta con facilità. Ora mi sto sforzando per ottenere tre cose: 1) mantenere costanti le dimensioni del carattere; 2) ritrovare la vera grafia corsiva, senza mescolare stampatello e corsivo; 3) cercare di non staccare la penna dal foglio, e quindi mettere i puntini sulle i, gli accenti e i trattini alle t, eccetera, soltanto dopo aver finito di scrivere tutta la parola. Questa è forse la cosa che mi riesce più difficile; sebbene anche la scrittura corsiva semplice abbia i suoi inconvenienti.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 23

27 settembre


Occorre usare molta pazienza e grande attenzione; occorre sforzarsi il più possibile di disegnare una lettera dopo l'altra, senza pensare al significato delle parole che si vanno formando - è un'operazione quasi opposta a quella della letteratura (soprattutto perché si impone di tenere a freno il pensiero che - abituato alla macchina da scrivere - cerca di correre avanti, di fornire nuove idee, di stabilire nuove correlazioni tra idee e immagini, badando soprattutto - forse per deformazione professionale - alla continuità e coerenza del discorso).

Devo cominciare quindi a limitarmi a frasi semplici, anche se mi suonano vuote o inconsistenti; appena mi concentro sul contenuto perdo di vista l'essenza di questo lavoro terapeutico, il disegno di ciascuna lettera.

In questo momento Juan Ignacio sta disturbando, cerca di attirare l'attenzione di sua madre, che eccezionalmente si è concessa un momento di pausa per guardare la videocassetta di un film che le ho consigliato. incredibile come Ignacio sia stato educato a non tollerare il riposo o il divertimento e nemmeno la malattia di sua madre; in ciascuna di queste circostanze diventa più esigente del solito, e mette su un malumore e un'aria di fastidio insopportabili. In casa, nel funzionamento di questa casa, c'è un equilibrio malefico, determinato da una serie di abitudini o schemi comportamentali assolutamente sbagliati, che si sono imposti per «caso e necessità»; e la sola idea di modificare uno di questi schemi produce un'inquietudine, un malessere o addirittura una crisi nell'uno o nell'altro dei componenti originari del gruppo familiare.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 28

6 ottobre.


utile e positivo avere un rito come questo che mi impone di scrivere tutti i giorni come prima attività. Ha qualcosa dello spirito religioso che è tanto necessario per la vita e che, per diversi motivi, con gli anni ho perso sempre di più, accompagnato in questo dall'intera Umanità. Mi secca essere tanto influenzabile e dipendente da una società della quale non condivido la maggior parte delle opinioni, motivazioni, aspirazioni e convinzioni. Ma nessuno di noi ha molto senso come essere isolato, per quanto si sia rafforzato come individuo e per quanto professi un accentuato individualismo. La verità è che non siamo altro che un punto d'incrocio tra fili che ci trascendono, che vengono da non si sa dove e vanno non si sa dove, e che includono tutti gli altri individui. Questo stesso linguaggio che sto usando non mi appartiene; non l'ho inventato io, e se lo avessi inventato non mi servirebbe per comunicare.

Queste casuali divagazioni sono state interrotte da Juan Ignacio (che adesso si sporge al di sopra della mia spalla e vede il suo nome scritto sul foglio e vuole sapere di che cosa si tratta). (Scrivo, allora: «Juan Ignacio è scemo».)

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 58

3 dicembre


Ho letto tutto di seguito quello che ho scritto finora, e la lettura mi ha scatenato una tale quantità di associazioni ed emozioni che mi sento di nuovo paralizzato, come a un incrocio di strade senza sapere da che parte andare - pur sapendo che qualunque direzione varrà più o meno quanto le altre, dato che il mio scopo iniziale rimane sempre lo stesso: catturare i contenuti nascosti dietro il vuoto apparente del discorso, e non ho fretta di arrivarci, o non dovrei averne. Ma ogni giorno che passa sento crescere l'ansia, e potrei perfino rappresentare graficamente quest'ansia attraverso la curva del numero di sigarette che fumo. L'ansia si deve probabilmente al fatto che il tempo non basta mai; e se mi domando perché in questo periodo della mia vita il tempo non mi basti, devo rispondermi che le ragioni sono due: una, che mi sono assunto troppe responsabilità (a ciò bisogna aggiungere che ho acquisito un maggior numero di fattori di dispersione); l'altra, che con la vecchiaia il mio corpo si è fatto molto più esigente (e in buona misura sono state queste esigenze del corpo invecchiato a spingermi ad accettare, paradossalmente, un carico maggiore di responsabilità).

Perché il corpo mi richiede più attenzioni di prima, quando era meno vulnerabile e potevo sottoporlo a maggiori privazioni e sforzi; queste attenzioni al corpo costano, e per guadagnare è necessario accettare determinati impegni; e questi impegni consumano tempo. Ma mi sono assunto nuove responsabilità anche per altri motivi, per esempio l'amore.

D'altra parte, quello che più mi sforzo di fare da tempo è liquidare il prima possibile il lavoro accumulato per poter accumulare un po' di felice ozio, e ho scoperto in questi giorni che è una strategia sbagliata, frutto di un'illusione. Ho messo il carro davanti ai buoi. Non si può arrivare all'ozio attraverso l'aumento di attività, perché ogni azione determina la necessità di nuove azioni e uno finisce per ritrovarsi avvolto in un groviglio interminabile di piccole oppressioni quotidiane. Quello che dovrei fare è tracciare una linea semplificatrice, che separi le azioni indispensabili da quelle che non lo sono, e limitarmi a realizzare il minimo assoluto dell'indispensabile.

Tuttavia, non capisco bene come mai, anche questo mi mette ansia; forse perché temo, mi viene in mente ora, che quello che colloco al di Ià della linea come «non indispensabile», possa essermi anch'esso indispensabile, in modo forse non razionale, ma vitale. Ed ecco che il discorso mi si è ingarbugliato, e come se non bastasse proprio adesso sta rientrando mia moglie, che era uscita per commissioni e che ha da dirmi delle cose che non posso non stare a sentire. Forse è meglio così, che questa interruzione mi liberi dal groviglio del discorso.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 65

Esercizi


6 dicembre


Chi scrive queste righe è il germe del mio nuovo io. Ieri sera, quando mi sono svestito per lavarmi, ho visto nel piccolo specchio del bagno un'immagine di me che non mi è piaciuta. Ho pensato: «Odio questo corpo». Poi mi sono reso conto che non lo odiavo in quanto grasso e deforme, ma in quanto è diventato così proprio perché io, già da prima, lo odiavo. Mi sono reso conto che per la via dell'odio non riuscirò mai a modellarlo come vorrei, e ho pensato che questa mostruosità fisica può essere l'esatta espressione di una mostruosità psichica. «Devo modificare corpo e anima» mi sono detto allora.

Stamattina mi sono svegliato senza che ci fosse stata la minima dimenticanza o interruzione di questa linea di pensiero. E sono sceso dal letto con una decisione, non molto chiara, anche se chiara nell'atteggiamento che la accompagna.

La linea generale di pensiero è questa; 1) Sono troppo proiettato verso le cose esteriori; ho perso ogni contatto con me stesso; 2) Da molto tempo, da troppo tempo ormai, sto esercitando una reiterata violenza sul mio corpo e sulla mia mente (la prima sigaretta della giornata, senza averne voglia, «per svegliarmi»; il primo pasto della giornata, senza aver fame, per abitudine; e via dicendo. Devo «mangiare quando ho fame e dormire quando ho sonno»); 3) Tutto quello che devo fare è indefinitamente rimandabile; quello che non posso più rimandare di un solo istante è trattare bene me stesso.

Questa è la linea generale, che spero di poter sviluppare. Una linea un po' Zen, antiansia. Sarà difficile, perché il diavolo a volte si allea con qualcuno che amo. Spero di saper resistere.




7 dicembre


La questione della percezione del mio corpo è molto antica; viene dall'immobilità cui sono stato costretto dai tre agli otto o nove anni, a quei tempi avevo imparato a separarmi dal corpo e a vivere nella mente. Questa condizione si complicò più tardi con altri incidenti, e diverse volte mi è capitato di passare lunghi periodi di «vita nella mente». In quei periodi il corpo sembra esistere solo quando prova dolore, e anche in quel caso conosco molti trucchi per eludere il dolore. Se per esempio rimango a leggere fino a tardi come ieri notte, dopo aver finito il libro comincio ad avvertire dolori e contratture dovuti alla posizione sbagliata. Quindi mi sento in colpa - per l'ora che si è fatta, perché il giorno dopo sarò pieno di sonno e di dolori, perché ci vedo sempre meno e ho gli occhi che mi lacrimano per la stanchezza, e soprattutto per la consapevolezza di essere caduto in quella specie di trance, di non avere forza di volontà necessaria per cambiare le mie abitudini. Sarà davvero troppo tardi per migliorare? Penso di avere scarse risorse in questo momento; mi farebbero bene le famose «motivazioni», ma disgraziatamente dentro di me non ne trovo - e da fuori non è più il caso di aspettarsene.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 97

Il discorso


6 gennaio


Ci sono una quantità di cose inutili che sono indispensabili per l'anima. Direi di più: solo le cose inutili sono indispensabili per l'anima (anche se non tutte). Ma non lo dico per non cadere in un estremismo del quale presto dovrò pentirmi. Questi estremismi sono un effetto delle circostanze, della mia ribellione alle circostanze. Poiché mi sento determinato dallo spirito utilitario, la mia difesa delle cose inutili si fa veemente. Perdo l'equilibrio e il giudizio.

Queste riflessioni nascono senza dubbio dal fatto che sono di nuovo solo in casa (ed è domenica). Amo questi fine settimana in cui posso starmene per conto mio, anche se deploro la brevità di questa solitudine. Non voglio dire che vorrei vivere da solo; in realtà, vorrei vivere in mezzo a gente capace di rispettare la mia solitudine, il mio bisogno di silenzio, di divagazione. Mia moglie sta imparando, ma in misura per me non ancora sufficiente; vorrei che lei stessa aderisse a questo mondo, concettualmente, si può dire, e che riuscisse qualche volta ad amare la pace e il silenzio come li amo io.

Stamattina, svegliandomi solo in casa, in un grande silenzio, in una gran pace, mi sono concesso una serie di attività inutili, di quelle che sono gradite all'anima. Mentre facevo colazione ho letto alcune lettere di Dylan Thomas; in una di queste, scritta in gioventù, diceva che non poteva considerare bella nessuna cosa effimera; che la bellezza è questione di eternità. Io non sono d'accordo perché non riesco a pensare a nulla che non sia effimero. Perfino le forme pure hanno bisogno di una mente effimera per esistere. La bellezza è nella mente, non nelle cose; e le forme pure esistono solo nella mente.

| << |  <  |