Autore Stefano Liberti
Titolo Terra bruciata
SottotitoloCome la crisi ambientale sta cambiando l'Italia e la nostra vita
EdizioneRizzoli, Milano, 2020 , pag. 288, cop.rig.sov., dim. 14x22x1,6 cm , Isbn 978-88-17-14595-4
LettoreElisabetta Cavalli, 2021
Classe ecologia , paesi: Italia: 2020












 

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Indice


Introduzione                                         11


Il ghiacciaio che scompare                           17

Istantanee di estinzione                             31

Il Po, il gigante abbandonato                        49

Il Delta, ai margini del margine                     73

Il mare che invade la terra                          91

Venezia che muore                                   113

Il Mose, il fantasma della Laguna                   131

Vaia, il vento che ha distrutto i boschi            149

Gli anni più caldi di sempre                        171

La scomparsa delle api                              185

La cimice asiatica e gli altri invasori             201

Il vino in pericolo                                 219

La Sicilia, terra di manghi e di deserti            239

Dalle città insostenibili alle città resilienti     259


Ringraziamenti                                      279
Note                                                281


 

 

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Introduzione



Nel pieno dell'emergenza globale del Covid-19, una notizia è passata del tutto inosservata: quello del 2020 è stato in Europa l'aprile più caldo da quando si fanno rilevazioni. Questo era seguito all'inverno più caldo di sempre - con una media di +3,4 gradi rispetto al trentennio di riferimento 1981-2010.

Una primavera quasi estiva ci ha sorpresi all'interno delle nostre case, dove siamo stati costretti a rimanere blindati dalle misure di lockdown. Dai balconi e dalle finestre abbiamo guardato con occhio disattento la fauna e la flora prendere possesso delle nostre città spopolate - gli animali selvatici avventurarsi in spazi normalmente a loro preclusi, l'erba crescere rigogliosa sulle strade, gli alberi fiorire anzitempo. Il risveglio della natura sembrava stridere con il fluire lento delle nostre esistenze sospese. Esterrefatti dal trovarci nel mezzo di una crisi che ci ha travolti in modo inatteso, abbiamo più o meno ignorato i segnali con cui ci si confermava l'ampiezza dell'emergenza climatica - le temperature fuori norma, le fioriture anticipate, l'assenza di precipitazioni (-43 per cento di pioggia e neve rispetto alla media in Italia nell'inverno 2019-2020). Ci siamo concentrati su un presente angoscioso derubricando i sintomi del dissesto climatico a preoccupazione remota.

Eppure, le due crisi sono simili e strettamente correlate tra loro. Entrambe hanno carattere globale, perché minacciano il genere umano nella sua interezza. Entrambe interpellano il nostro modello di sviluppo: se il salto di specie (la cosiddetta «zoonosi») compiuto dal virus Sars-CoV-2 è figlio della deforestazione, della marcata urbanizzazione, dell'assottigliarsi del confine tra spazi selvatici e spazi abitati dagli esseri umani, il surriscaldamento globale è l'effetto di quello stesso approccio estrattivo che nell'ultimo secolo ha portato a disboscare aree enormi del pianeta, travolto gli eco-sistemi e moltiplicato in modo esponenziale le emissioni di gas climalteranti.

Tutte e due queste crisi mettono a nudo la fragilità dei nostri sistemi: tanto il Covid-19 ha mostrato i limiti delle politiche di smantellamento della sanità pubblica, quanto i mutamenti del clima hanno effetti più virulenti là dove i territori più aggrediti da noi esseri umani sono diventati più vulnerabili, meno preparati ad affrontare shock.

C'è poi una similitudine che ci riguarda ancora più da vicino: così come il virus ha colpito in modo particolarmente tragico il nostro Paese, lo stesso rischia di avvenire con la crisi climatica. Perché l'Italia è un hotspot. Per le caratteristiche morfologiche del nostro territorio e per la sua particolare posizione geografica, siamo più esposti dei nostri vicini europei agli effetti del surriscaldamento globale.

Terra bruciata si propone di raccontare proprio questo: quanto l'Italia sia al centro dell'emergenza climatica. In un lungo viaggio da Nord a Sud, dai ghiacciai alpini che si stanno ritirando alle coste erose dall'innalzamento del livello marino, dai campi agricoli squassati dall'avanzare delle specie aliene alle città sempre più arroventate, da Venezia funestata dalle acque alte alla Sicilia in via di desertificazione, la crisi sta colpendo duramente i nostri territori, con un andamento che non è lineare ma geometrico, ossia ha impatti socio-economici che crescono in modo sproporzionato e catastrofico una volta che alcune soglie vengono oltrepassate. Queste soglie sono vicine e gli effetti della crisi climatica non colpiranno le prossime generazioni in un futuro più o meno lontano, ma si stanno già ampiamente misurando, qui e ora.

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Il ghiacciaio che scompare



Se la crisi climatica fosse una rappresentazione teatrale, Giorgio Elter sarebbe seduto ai posti del palchetto centrale. Dai suoi campi scoscesi, questo coltivatore dai tratti squadrati fissa la vetta del Gran Paradiso, che si staglia imponente di fronte a lui. Il panorama è di una bellezza inaudita: un cerchio di monti rocciosi che stringe la vallata come in un cuneo. Un bosco che si arrampica verso l'alto. Un borgo di vie acciottolate che pare uscito da una cartolina. Ma lui non è estasiato dal paesaggio, anzi. Indicando il ghiacciaio, indurisce gli zigomi. E, con la rudezza legnosa del montanaro, descrive il dramma che si consuma davanti al suo sguardo. «Lo sto vedendo scomparire in tempo reale. Si è ritirato di 400 metri in dieci anni.»

L'azienda agricola di Elter è una finestra naturale sul fronte del riscaldamento globale. Ai margini di Gimillan, 2 chilometri da Cogne e 1800 metri sopra il livello del mare, si estende su terreni declinanti che affacciano direttamente sulla vetta, all'altro lato della vallata. In linea d'aria saranno un paio di chilometri. Ma in altura queste distanze si annullano. Pare quasi di toccarlo, quel ghiacciaio, allungando la mano.

Siamo in piena estate, a ridosso di Ferragosto. Non c'è folla in questo paesino di case di pietra avvinghiato alla montagna. Qualche isolato escursionista che si ferma a riempire la borraccia alla fonte; un pugno di clienti nel rifugio-ristorante, che aspetta il pranzo crogiolandosi al sole sulle sdraio. Tutti sono rapiti dalla vista inebriante, pochi vivono il tormento che leggo negli occhi di Elter.

Per chi è cresciuto in questa valle come in tutte le valli alpine, il ritiro della fronte del ghiacciaio è la manifestazione più evidente di una perdita irreparabile, che chi vive in pianura fa fatica a cogliere nella sua interezza. Giorgio indica un punto lontano, ormai coperto da rocce scure. «Soltanto due anni fa, lì c'era il corpo glaciale. Oggi ci sono pietre, domani ci sarà il bosco.» Mostrando il torrente straripante che scende verso valle, rovescia l'immagine opulenta del presente in un futuro di penuria e di angoscia. «In questa stagione non dovrebbe essere in piena. Fa troppo caldo, lo zero termico è sopra i 5000 metri e il ghiaccio si fonde a una velocità inconsueta. Quella è tutta acqua che se ne va per sempre.»

L'agricoltore parla senza enfasi, con un tono monocorde, brutalmente dissonante rispetto a ciò che racconta. Fa pause lunghissime, che io tento di riempire con osservazioni goffe, domande ripetitive, elucubrazioni fuori luogo. Sono in realtà le nostre percezioni a essere dissonanti: è la differenza tra l'uomo di montagna e quello di pianura, tra chi vive in trincea e chi si avventura in prima linea per una visita puramente occasionale. L'apparente tiepidezza è il frutto della consuetudine, di un'assuefazione che ricorda quella del medico legale troppo abituato a frequentare la scena del delitto. Ed è con la stessa imperturbabilità di un coroner esperto che Elter mi descrive la dinamica di quanto sta accadendo. «Quei ghiacciai non sono solo paesaggio. Sono sorgenti di acqua fossile che non saranno più a disposizione di chi vive in pianura. In un futuro prossimo, i fiumi saranno sempre più secchi.»

Il fenomeno va avanti da anni. Ma non da secoli. Dal suo palchetto privato, Giorgio ha visto e continuerà a vedere il ghiaccio ritrarsi, il bosco alzarsi di quota, le fioriture anticipare, le specie cambiare. Sta insomma assistendo a uno spettacolo che normalmente richiederebbe millenni, e che invece si sta svolgendo di fronte a lui nell'effimero intervallo temporale della sua umanissima esistenza sulla Terra. Dai campi di questa azienda agricola poco sotto i 2000 metri di altezza, la crisi climatica si mostra quasi violenta, con una chiarezza plastica che lascia sgomenti.

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Istantanee di estinzione



L'arretramento dei ghiacciai è la manifestazione più evidente del surriscaldamento del pianeta: non per niente il direttore esecutivo del Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente (Unep) Achim Steiner lo ha definito «il canarino nella miniera di carbone del cambiamento climatico».

Il fenomeno è globale e si misura in tutta la sua ampiezza anche nell'arco alpino. In Italia, negli ultimi cinquant'anni i ghiacciai hanno perso circa un terzo della loro estensione. Si è passati dai 527 chilometri quadrati degli anni Settanta ai 370 di oggi, con una riduzione pari alla superficie del lago di Como. In totale si sono persi 478 ghiacciai. Molti sono scomparsi del tutto, altri sono stati declassificati a glacionevati, ossia accumuli di neve e ghiaccio residuali e immobili. il caso di una miriade di complessi glaciali delle Alpi e di quello che sugli Appennini era una volta il «ghiacciaio più meridionale d'Europa»: il Calderone, nel massiccio del Gran Sasso, ridotto oggi a un ammasso detritico in cui si scorgono poche tracce sparse di ghiaccio.

Tutti questi dati si possono leggere nel Nuovo catasto dei ghiacciai italiani, una pubblicazione uscita nel 2015 a cura del Comitato glaciologico italiano e dell'Università Statale di Milano. Il catasto attualizza quello del 1989, in cui già si registravano le prime regressioni, ma non in modo così evidente. Perché la grande scomparsa è cominciata proprio negli anni Ottanta, con una tendenza che appare ormai irreversibile, trainata da incrementi di temperatura più marcati che altrove. Rispetto al periodo preindustriale, sulle Alpi si è registrato un aumento medio di quasi 2 gradi centigradi, ossia il doppio della media globale. L'ulteriore crescita prevista per i prossimi anni - da 1,5 a 3 gradi entro la fine del secolo - porterà a una modifica sostanziale di tutto il paesaggio montano. Anche nello scenario climatico meno pessimista, con variazioni di temperatura più contenute, si prevede da qui al 2100 una riduzione di altri due terzi di estensione; in quello più drammatico, si perderebbe invece il 90 per cento della superficie totale, con un mantenimento delle nevi eterne soltanto ad altitudini superiori ai 4000 metri. Un futuro di cime prive di quel caratteristico cappuccio bianco, tratto distintivo ed elemento identitario dell'ambiente alpino, sembra un'eventualità più che concreta.

Le implicazioni di questa grande fusione non riguardano solo il paesaggio. Come sottolineato da Giorgio Elter, i ghiacciai sono riserve di acqua fossile che scompaiono per sempre, riducendo la disponibilità idrica per gli usi agricoli e per la produzione di energia nelle centrali idroelettriche. La regressione della superficie glaciale complessiva in Italia ha già comportato la perdita netta di 2000 miliardi di litri d'acqua fossile, l'equivalente di ottocentomila piscine olimpioniche o di quattro volte il lago Trasimeno. Questo produrrà effetti rilevanti per varie attività tanto in pianura quanto in montagna: un anticipo di ciò che potrà avvenire in futuro si è avuto nell'estate del 2018 in Svizzera quando, per abbeverare le mucche negli alpeggi del Canton Vaud colpito dalla siccità, si è portata l'acqua in quota con gli elicotteri.

I ghiacciai sono sempre stati soggetti ad andamenti ciclici. Durante la cosiddetta «piccola era glaciale» tra il 1450 e il 1850, quando l'Europa intera finì sotto la morsa del freddo, raggiunsero superfici molto estese. All'epoca avanzavano con una certa irruenza ed erano osservati con terrore dagli abitanti dei paesi di montagna, che vivevano sotto la minaccia costante di vedere inghiottire le proprie case. Basti pensare che nel 1601 i contadini di Chamonix si rivolsero terrorizzati al governo della Savoia perché la mer de glace - quello stesso ghiacciaio agonizzante e in fuga che le scalinate di ferro di oggi cercano disperatamente di agguantare - aveva travolto due villaggi e stava per seppellirne un terzo.

Il clima generale dell'Europa in quei secoli fu particolarmente rigido, come mostrano racconti e stampe che oggi sembrano copertine di romanzi di fantascienza: il Tamigi ghiacciato su cui si tenevano fiere e mercatini (e sul quale una volta venne fatto camminare persino un elefante); la Laguna di Venezia trasformata in pista da pattinaggio in una stampa di Gabriele Bella, pittore-cronista della Serenissima; i numerosi quadri di Pieter Bruegel, con fiumi e laghi coperti di ghiaccio in Olanda. Gli uomini pronunciavano preghiere e facevano riti propiziatori per tentare di scacciare gli effetti del freddo estremo, che devastava i raccolti e decimava il bestiame. Secondo una vulgata storiografica, la stessa caccia alle streghe della prima età moderna fu causata dalla necessità di trovare capri espiatori cui addossare la responsabilità dei danni prodotti dal gelo

Poi, a partire dalla metà dell'Ottocento, iniziò un nuovo ciclo climatico mite e i ghiacciai cominciarono a retrocedere. II ritiro è stato graduale ed è andato avanti fino agli anni Settanta del Novecento, quando un leggero abbassamento delle temperature medie è coinciso con un piccolo avanzamento delle nevi perenni. Dalla metà degli anni Ottanta è iniziata la nuova tendenza, quella che è sotto i nostri occhi. La tendenza raccontata dalla gradinata di Chamonix, la stessa che Elter osserva ogni giorno dai suoi campi di Gimillan e che il Nuovo catasto dei ghiacciai italiani cataloga in modo sistematico.


I termometri del riscaldamento globale

«La differenza con il passato è la velocità con cui ciò sta avvenendo. Si tratta di un fenomeno che non ha precedenti storici.»

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Il Po, il gigante abbandonato



[...]

Il fiume che qui nasce è il simbolo dell'Italia: lungo 652 chilometri, ha un bacino idrico che si compone di centoquarantuno affluenti, attraversa sette regioni e copre un'area di 71.000 chilometri quadrati. Intorno al Po - alle sue diverse ramificazioni, al suo andamento sinuoso, al suo gorgheggiante e imprevedibile carattere - si sono costruite storie, leggende, identità. Il Po di montagna non è lo stesso che si allarga nel mezzo della Pianura Padana, plasmandola. Quello piemontese, che attraversa Torino in pompa magna, non è lo stesso che scorre nel segmento lombardo-emiliano, confine di regioni e di culture spesso discordanti. Nessuno di questi tratti ha nulla a che vedere con l'immenso fronte del Delta, che da Pontelagoscuro si allunga incerto verso il mare tra le province rivali di Rovigo e di Ferrara. Specchio dell'Italia dei mille comuni e delle mille tradizioni non sempre assimilabili, nessuno conosce veramente questo fiume nella sua interezza. Ognuno ne sa un pezzo, quello lungo il quale vive o che frequenta, relegando il resto a nozioni orecchiate, letture distratte, racconti di terza mano.

Da Pian del Re comincio una ricognizione, necessariamente parziale, dell'immenso corso d'acqua, facendomi aiutare nei vari punti da coloro che a vario titolo lo monitorano, lo osservano, lo vivono. Qui, alle falde del Monviso, non c'è persona più indicata di Stefano Fenoglio, che ne segue con costanza l'andamento, i capricci, le evoluzioni. E che ne ripercorre la storia anno per anno.

Il professore ricorda la grande siccità del 2017, quando la falda si era quasi prosciugata e a valle il fiume si era ridotto a un rivolo, con effetti devastanti sull'agricoltura e sul paesaggio. «Sono stato io a diffondere quella foto della sorgente secca di Pian del Re che ha fatto tanto scalpore.» In quell'immagine, pubblicata in prima pagina dalla «Stampa» e ripresa da diversi media, il rigagnolo era scomparso. Il masso che indica la sorgente troneggiava asciutto sul pianoro riarso dal sole. «Quell'anno tutto un sistema è entrato in crisi. All'epoca stavo facendo uno studio su diciassette corsi d'acqua alpini. Di questi, tredici erano in secca. Poi ovviamente è il Po che ha fatto notizia.» Con la fusione dei ghiacciai e la diminuzione dell'apporto di neve in inverno, la sorgente è sempre meno rigogliosa. Il fiume si alimenta soprattutto di acqua piovana, che viene portata nel letto principale dai suoi numerosi affluenti. Ma se non piove, si prosciuga. E dal momento che c'è meno neve in alta quota, la falda rimane vuota. Qui alle pendici del Monviso misuro in tutta la sua evidenza quello che mi hanno detto Scotti e i suoi colleghi glaciologi in Valtellina: con la scomparsa dei ghiacciai, si registrerà una riduzione di un'importante fonte di acqua fossile più in basso.

Fenoglio e i suoi collaboratori studiano l'andamento dei corsi d'acqua mediante degli apparecchi chiamati piezometri, una sorta di tubi che conficcano nell'alveo fluviale. Il professore mi porta a vederne uno in una zona più a valle: la sonda sporge dal terreno e scende in profondità fino a 3 metri. Anche se la portata non è calata come nel 2017, il Po è comunque in magra. Il piezometro emerge da un letto di pietre, che raggiungiamo agevolmente a piedi. «Questo strumento ci consente di studiare l'andamento del fiume quando non lo si vede. E di seguire la sua evoluzione biologica e chimica: come cambia la composizione delle acque, quante specie resistono.» L'apparecchio si basa su un principio semplice: anche quando il fiume scompare dalla vista, continua a scorrere sottoterra, e con lui tutta una serie di organismi che vivono nell'acqua. «Nel 2017 lo strumento non ha pescato, il che vuol dire che il fiume è sceso sotto i 3 metri. stata un'esperienza catastrofica e unica nel suo genere.» Quello fu un anno terribile: le precipitazioni diminuirono del 27 per cento rispetto alla media e le temperature furono più alte di 1,2 gradi. La grande sete colpì i raccolti, devastò l'agricoltura e ridusse il regale Po all'ombra di se stesso. «La portata ha raggiunto i minimi da quando si fanno rilevazioni.» Purtroppo, aggiunge, «è una tendenza alla quale dovremo abituarci».

A leggere i dati degli ultimi anni, c'è da preoccuparsi davvero: il regime delle portate nel bacino del Po è una linea discendente, in particolare in estate. Gli eventi di magra sono sempre più frequenti e hanno tempi di ritorno più ravvicinati. Negli ultimi vent'anni, oltre al periodo eccezionale del 2017, ci sono state crisi idriche nel 2003, 2006, 2007, 2011, 2012 e 2015. Non è che piova meno in termini assoluti: la quantità d'acqua annuale è più o meno la stessa, solo che è distribuita in modo diverso: le precipitazioni sono meno frequenti ma molto più intense. Questo vuol dire che le magre e le piene saranno sempre più all'ordine del giorno e sempre meno gestibili. In particolare, da gennaio ad agosto, quando l'acqua serve all'agricoltura, alla chiusura del bacino a Pontelagoscuro, vicino a Ferrara, è stato registrato un calo di portata medio negli ultimi anni del 45 per cento. Se lì il dato è addebitabile anche alla maggiore cattura per uso idrico (irrigazione, industria, utenze domestiche), qui a Pian del Re risponde a un più semplice rapporto di causa-effetto: il fiume si secca perché ci sono meno acqua e meno neve.

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Il magistrato per il Po


In un grande edificio non lontano dal centro di Parma, a due passi dalla stazione ferroviaria, c'è l'ex magistrato per il Po, ribattezzato oggi in termini più burocratici «Autorità di bacino distrettuale del fiume Po». Il suo segretario generale è il geologo Meuccio Berselli. lui che deve pianificare la gestione del fiume, mediando i conflitti che sorgono tra quelli che in gergo sono chiamati «portatori di interessi»: i consorzi di bonifica, le rappresentanze agricole, i produttori di energia elettrica, le province, le agenzie regionali. Ed è lui che, da tecnico, deve dare indicazioni per il futuro. Berselli il fiume lo conosce bene, sia perché è un figlio della Bassa (è nato a Sorbolo, a pochi chilometri da Boretto) sia perché è stato per dieci anni sindaco di Mezzani, un comune diffuso che si sviluppa a qualche chilometro da lì, tra il Po e i due torrenti Enza e Parma.

Mi accoglie nel suo ufficio sparandomi una serie di cifre: «Oggi nel bacino del Po vive un terzo degli abitanti del nostro Paese, si genera il 40 per cento del Pil nazionale, il 35 per cento della produzione agricola e il 55 per cento di quella idroelettrica».

Sono numeri che stridono con la situazione di abbandono in cui ho visto il fiume.

«Come mai una grande risorsa è così poco valorizzata?» gli chiedo.

«Fino a trent'anni fa, il Po era una discarica. Oggi è in migliori condizioni a livello ambientale. Ma non è vissuto: perché è figlio di un modello di sviluppo che lo ha ignorato per decenni e ha difficoltà a riconsiderarlo.»

Berselli ricostruisce il passato e analizza il presente: «Abbiamo perso un'occasione storica. Poteva essere una via commerciale, una via turistica. Invece oggi non è niente». Ripenso al giro solitario che mi ha regalato Landini. Al Tec, il terminale portuale che si va sfibrando come una cattedrale abbandonata nel deserto. Alle autostrade gonfie di tir che corrono sulla dorsale padana, parallele al fiume vuoto e silenzioso. Alla scelta di costruire infrastrutture su un territorio che ne offriva una già pronta, servita su un piatto d'argento.

Berselli mi conferma il paradosso che ho constatato viaggiando lungo le sue rive: il grande fiume non è il fulcro di uno spazio produttivo, centro nevralgico di un'area che produce ricchezza e valore, e che come tale andrebbe salvaguardata. invece una periferia sfruttata e marginalizzata. Periferia persino doppia da queste parti, perché delimita il confine tra Lombardia ed Emilia-Romagna, due regioni che si parlano poco e, dalle due sponde opposte, semplicemente si ignorano.

Così il Po diventa cortina di ferro, una no man's land dove tutti vanno ad attingere a proprio piacimento, perché nessuno lo considera terra propria o più semplicemente bene comune: gli agricoltori usano la sua acqua per irrigare i campi. Gli allevatori, per abbeverare le bestie. Le imprese edili, per rifornirsi di sabbia e ghiaia. A monte del bacino, i produttori di energia elettrica bloccano gli affluenti. I gestori dei laghi non fanno defluire le acque per mantenerne alto il livello a scopi turistici. Berselli ha il compito non facile di mettere ordine in questo caos in cui tutti usano il Po ma nessuno se ne cura. Un compito tanto più urgente in un momento in cui gli effetti dei cambiamenti climatici si fanno sentire in modo particolarmente vistoso in queste zone.

Il segretario generale non elude il problema. Sottolinea che nel bacino padano le temperature si stanno alzando più che altrove. Moltiplica gli interventi pubblici durante i quali elenca gli effetti «del tutto evidenti» del nuovo corso climatico, dalla riduzione delle portate all'aumento delle piene, fino alla risalita del cuneo salino quando c'è poca acqua, con il mare che entra e desertifica i terreni nella zona del Delta.

Sa che questa è la sfida del futuro, che deve essere colta il più velocemente possibile. La sua è una visione proattiva: «Il cambiamento climatico ci fornisce la possibilità di rivedere il modello e di cambiare direzione perché richiede una gestione diversa delle risorse». Gli chiedo se non sia tardi per cambiare rotta. «Puntare sul Po in un periodo storico in cui diminuiscono le portate, risale il cuneo salino, calano gli apporti nevosi può sembrare controintuitivo. Ma è la scelta giusta. Perché un territorio abbandonato o poco mantenuto è più vulnerabile ai cambiamenti climatici. Un territorio vissuto, con un'economia integrata, ha più capacità di intraprendere azioni di adattamento e di diventare automaticamente più resiliente.»

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Il mare che invade la terra



Il cuneo salino che risale il Po e divora le terre è solo uno degli effetti di quello che ormai è un fenomeno più che evidente: l'innalzamento del livello del mare. Lo si può osservare in tutta Italia, in lidi che appaiono sempre più ristretti, erosi dall'avanzata impetuosa dell'acqua, quasi costipati tra battigie microscopiche e edifici pericolosamente a bordo spiaggia.

Lo vedo in modo cristallino al Lido di Spina, in provincia di Ferrara. «Quando ero bambino la sabbia arrivava fin lì, dove si intravede quella secca» dice indicandomi un punto lontanissimo Marino Rizzati, presidente del circolo locale di Legambiente. ottobre. Una brezza leggera soffia sugli stabilimenti, chiusi e dismessi fino alla prossima estate. La spiaggia sembra una trincea: enormi sacchi di sabbia innalzati sulla battigia, a proteggere una duna sbreccata dall'azione corrosiva del mare. Al largo, una barriera di pali di legno tenta di opporsi alla spinta delle onde. Un po' più indietro, sulla duna che sovrasta il litorale, una fila di ceppi piantati al suolo aspetta di essere ricoperta di terra per costituire un ulteriore argine rialzato.

Marino è un uomo affabile, di una cortesia soave, che quando parla sa trasmetterti una saggezza antica fatta di studi e conoscenze. Ha passato tutta la vita qui, gestendo una libreria e conducendo alcune battaglie ambientaliste di nicchia e di sostanza, come quelle contro la cementificazione dei litorali o contro l'invasione della plastica in mare. Andato in pensione, l'ex libraio fa oggi opera di sensibilizzazione ambientale nelle scuole sugli effetti dei cambiamenti climatici.

E dei cambiamenti climatici questi lidi ferraresi sono un'avanguardia. Stretti su una striscia di terra tra il mare e le valli di Comacchio, si situano decisamente in prima linea. Il mare avanza e li risucchia piano piano. La spiaggia scompare. Le villette a schiera costruite non lontano dal bagnasciuga sembrano destinate a finire sotto l'acqua. Si alzano barriere. Si edificano sponde. Si impilano sacchi di sabbia. Ma la guerra sembra persa in partenza: nulla riesce a opporsi all'ascesa travolgente del mare.

Il Lido di Spina, insieme agli altri lidi ferraresi, è una delle decine di territori che finiranno probabilmente sommersi nei prossimi decenni. L'innalzamento del livello del mare, dovuto alla fusione dei ghiacciai ai circoli polari e all'espansione termica dell'acqua, sta condannando senz'appello diverse aree italiane. Se la situazione di Venezia è sulla bocca di tutti, meno si parla di chilometri e chilometri di coste, stabilimenti, ma anche paesi, strade, linee ferroviarie, che nel giro di un tempo abbastanza breve potrebbero essere inondati. Dal Gargano al litorale laziale, dal Poetto di Cagliari alle riviere della Versilia, il profilo costiero del nostro Paese sembra destinato a cambiare e le grandi spiagge che conosciamo a ridursi o a scomparire. In queste aree del ferrarese il fenomeno è particolarmente critico: gran parte della zona è già per sua natura sotto il livello del mare. L'acqua che avanza non divorerà solo le spiagge, ma sommergerà aree molto più vaste, vanificando l'opera di bonifica portata avanti e mantenuta negli ultimi centocinquant'anni.

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Il Mediterraneo nel 2100, un'apocalisse annunciata


Per avere una visione più dettagliata di quello che sta avvenendo, e soprattutto avverrà, sulle nostre coste vado al Centro ricerche dell'Enea. Posta alla Casaccia, nella zona nord del comune di Roma a circa 30 chilometri dalla capitale, la sede dell'ente è una vera e propria cittadina, fatta di decine di edifici che si estendono su 90 ettari, una mensa, un servizio di navette interne per spostarsi tra i suoi viali alberati e una flotta di pullman aziendali che ogni mattina raccolgono i più di mille dipendenti in varie zone di Roma per portarli in sede e ricondurli a casa a fine giornata. Nato all'epoca della grande febbre nucleare come centro di ricerca per l'energia atomica, dopo il referendum del 1987 che ha sancito la chiusura definitiva delle centrali è stato riconvertito in Ente nazionale per le nuove tecnologie e per l'ambiente. Del suo passato conserva ancora alcuni edifici off limits e migliaia di scorie radioattive stoccate in capannoni.

Il laboratorio di modellistica climatica è uno dei più all'avanguardia in Italia. Di fatto, è il sancta sanctorum degli studi sul futuro del Mediterraneo. In collaborazione con il Massachusetts Institute of Technology (Mit) di Boston, i ricercatori dell'Enea hanno sviluppato un modello che incrocia dati oceanografici, geologici e geofisici per fornire una previsione del comportamento del nostro mare.

Una mappa fisica dell'Italia mi accoglie all'ingresso, sbattendomi in faccia i risultati delle loro ricerche. Lungo le coste ci sono vari cerchi rossi. Sono le zone che finiranno sotto l'acqua entro la fine del secolo: tutta la penisola ne è punteggiata, insieme a diverse aree della Sicilia e della Sardegna. Rimango come ipnotizzato per alcuni minuti a fissare quei cerchi rossi. In totale, considerando un innalzamento del mar Mediterraneo tra 95 centimetri e 1,30 metri nei prossimi ottant'anni, 5686 chilometri quadrati di terreno saranno sommersi, un'area pari all'estensione della Liguria. Spiagge, campi agricoli, cittadine costiere, ma anche porti rilevanti come Venezia, Napoli, Cagliari e Palermo saranno costretti a modificare del tutto le proprie infrastrutture. La maggiore incidenza è proprio nella zona tra Veneto ed Emilia-Romagna, in quelle terre della Bonifica da cui sono appena tornato. qui che si concentra più del 90 per cento degli allagamenti. Ma il fenomeno riguarda gran parte di noi, perché più della metà della popolazione italiana vive nei pressi delle coste. L'innalzamento del livello del mare ci costringe a un ripensamento generale di tutto un modello di gestione del territorio, che dal mare è circondato e che intorno al mare si è definito.

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Mettetevi nei panni di un'ape


La pessima annata del 2019 non è stata un'eccezione, ma solo l'ultima di una serie: nel 2017 la prolungata siccità ha seccato i fiori, che non hanno prodotto nettare e polline, affamando le api. Prima ancora, il 2016 è stato definito l' annus horribilis dell'apicoltura italiana, con cali di produzione fino al 70 per cento. «I problemi si susseguono. Le api sono sempre più fragili.» Questa debolezza, che secondo Guido stiamo prendendo troppo sottogamba, non è una particolarità del nostro Paese. un fenomeno di ampiezza planetaria. In tutto il mondo, questi insetti stanno scomparendo. Muoiono a grappoli, vittime degli effetti dei cambiamenti climatici e dei pesticidi usati in agricoltura. Solamente negli ultimi cinque anni sono scomparsi 10 milioni di alveari, quasi 2 milioni l'anno, oltre 200.000 solo in Italia. l'effetto combinato di condizioni climatiche non più adeguate e di sfruttamento intensivo del terreno. Due fenomeni che finiscono per essere legati tra loro: perché un terreno troppo sfruttato ha meno capacità di reagire agli shock di un clima che cambia.

una specie di circolo vizioso: più l'ambiente si degrada, più le api diventano deboli; più queste sono deboli, più l'ambiente si degrada ulteriormente. Ma non è una fatalità: in questo calo di presenze, l'essere umano ha una precisa responsabilità. Lo stato precario in cui si trovano le api è anche e soprattutto la conseguenza di un modello di produzione che ha trasformato le campagne in fabbriche di alimenti, riducendo la biodiversità e compromettendo l'habitat degli insetti impollinatori. E facendo in definitiva saltare quella mutua corrispondenza di interessi stabilita da tempi immemori con il mondo vegetale. Perché le api con il loro lavoro sono fondamentali per la rigenerazione degli ecosistemi: nutrendosi di polline, lo trasferiscono da un fiore all'altro e permettono la riproduzione delle piante. Nulla si distrugge, tutto si trasforma. Non ci sono scarti nel grande gioco della natura. Ma oggi questo dispositivo si sta inceppando: l'intromissione dell'essere umano sta mettendo a serio rischio lo svolgersi di un sistema di interconnessione creato dall'evoluzione nel corso di milioni di anni. In definitiva, la scomparsa delle api ci sta dicendo proprio questo: nell'attuale contesto dei cambiamenti climatici, è più che mai necessario rivedere il nostro modello di produzione e di sfruttamento dell'ambiente.

Questo meccanismo lo spiega benissimo l'entomologa Maria Spivak in un Ted Talk diventato virale per la sua chiarezza e forza espositiva. La studiosa statunitense ripercorre le tappe della moria delle api, particolarmente acuta negli Stati Uniti, dove dal 1945 a oggi si è persa la metà degli alveari. Lo sviluppo delle monocolture ha privato le api di fiori da cui attingere il polline, limitando il loro areale di azione. A questo si è aggiunta la diffusione sempre più massiccia di pesticidi, che le ha intossicate, riducendo la capacità di difesa del loro sistema immunitario e favorendo anche la diffusione di parassiti che li attaccano, come la Varroa destructor, un acaro che si insinua nelle covate e si nutre della linfa delle larve trasmettendo loro dei virus.

Per rendere l'idea di cosa sta accadendo, Spivak propone un parallelo tra l'esperienza che stanno vivendo oggi le api e quella che potremmo vivere noi esseri umani. «Non so come si senta un'ape quando un parassita le gira intorno, né come si senta quando è colpita da un virus. Ma so come mi sento io quando ho un virus come l'influenza. E so quanto sia difficile per me andare in un negozio per comprarmi da mangiare.» Nonostante la debolezza, l'alter ego del racconto di Spivak esce per andare a procacciarsi il cibo necessario alla sua sopravvivenza. «Ma cosa succederebbe se vivessi in un deserto alimentare? E se dovessi percorrere una lunga distanza per raggiungere un negozio e alla fine, dopo aver portato il mio debole corpo lì fuori, assumessi nel mio cibo una quantità tale di neurotossine da non riuscire più a riconoscere la strada di casa?»

Ecco, questo è quello che sta succedendo alle api: che trovano sempre meno nutrimento a causa del clima che muta e per colpa di un modello agricolo che le ha messe all'angolo. E per questo hanno un sistema immunitario sempre meno efficiente, sono più esposte ai parassiti. Si indeboliscono e muoiono.

La loro morte mette in pericolo l'ecosistema nel suo complesso e migliaia di altre specie, fra cui la nostra. Essendo le principali responsabili dell'impollinazione di fiori, frutta e verdura, oltre a colture utilizzate per il foraggio, la scomparsa delle api compromette la nostra stessa sicurezza alimentare. In un altro punto del suo discorso, Spivak mostra due immagini: nella prima si vede il reparto ortofrutta di un supermercato che abbonda di prodotti; nella seconda lo stesso reparto è sguarnito, con i banchi quasi vuoti. Le due didascalie recitano rispettivamente: la tua scelta di prodotti con o senza le api.

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Nessuna strategia operativa è stata messa in moto, nessuna pianificazione è stata avviata. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), un documento di quattrocento pagine elaborato nel 2017, giace per ora sepolto in qualche cassetto al ministero dell'Ambiente. Tra i diciassette Stati europei che hanno già messo in campo un'azione coordinata contro l'emergenza non c'è il nostro, che pure è uno di quelli più toccati dal fenomeno. Se non, come abbiamo visto, il più toccato: perché è più esposto agli eventi estremi che aumentano. Perché conosce incrementi di temperatura più marcati che altrove. Perché le nostre città sembrano destinate a diventare fornaci: secondo una ricerca di un team internazionale, fra soli trent'anni Milano e Torino avranno lo stesso clima di Dallas.

Sembra una reazione controintuitiva: tutti gli studi indicano che bisogna intervenire con tempestività se si vuole evitare il peggio. Eppure nel nostro hotspot nazionale si fa poco o nulla per invertire la tendenza e adattarsi alla nuova situazione. Gli effetti degli eventi estremi rischiano di esacerbare processi erosivi e mettere ancora di più in ginocchio il nostro territorio già fragile. A oggi, l'Italia è lo Stato europeo più colpito dal dissesto idrogeologico: secondo l'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), oltre 620.000 delle quasi 900.000 frane censite negli anni in Europa sono avvenute nel nostro Paese. il portato di una morfologia complicata, delle nostre mille colline e montagne frastagliate. Ma è anche il risultato di un'urbanizzazione spesso condotta senza criterio, di un consumo di suolo ipertrofico, di anni di incuria e cementificazione selvaggia. Tutti elementi che saranno inevitabilmente inaspriti dalla variante climatica.

Gli studiosi che ho incontrato concordano: il rischio è altissimo; i costi economici, sociali, umani sono potenzialmente devastanti. Secondo stime contenute nello stesso Pnacc, nel 2050 solo gli eventi alluvionali potrebbero causare perdite annue comprese tra 4,5 e 11 miliardi di euro, per arrivare nel 2080 a una cifra compresa tra i 14 e i 72 miliardi. In un altro recente studio d'impatto, la Fondazione per lo sviluppo sostenibile ha paventato per la seconda metà del secolo una diminuzione dell'8 per cento del Pil italiano, indicatore che peraltro non computa i danni ambientali e sociali associati al fenomeno.

Su chi ricadranno questi costi? Non soltanto sulle prossime generazioni, come spesso si dice. Ma su noi tutti: perché gli effetti dei cambiamenti climatici si stanno già abbattendo sul nostro Paese, anche se spesso vengono classificati in modo diverso e meno categorico. Gli eventi estremi già si stanno moltiplicando, le ondate di calore si stanno già manifestando, i mari si stanno alzando, le api stanno scomparendo. Tutto questo avviene sotto í nostri occhi, a una velocità molto maggiore di quella che percepiamo. Forse ancora in modo troppo lento per spingerci all'azione immediata. Ma abbastanza rapido per avere ripercussioni anche su di noi che siamo in vita oggi. Alcuni studi suggeriscono che l'inazione rispetto al clima sia dovuta al fatto che colpisce individui e comunità «spazialmente o temporalmente lontani»; abitanti di piccole isole del Pacifico o generazioni di nostri pronipoti che ancora non esistono sul pianeta Terra. Questo non è più vero: i mutamenti del clima hanno conseguenze su di noi, misurabili e quantificabili. E l'azione non è più rimandabile.

L'ho visto attraversando tutto il Paese, ascoltando decine di scienziati, agricoltori, esperti, cittadini. Perché accanto a un'Italia che non reagisce, che si ostina a ignorare o a minimizzare il problema, ce n'è un'altra che si mette in gioco, concepisce e attua strategie di adattamento, considera quella posta dal clima una sfida da cogliere e non un incubo da esorcizzare. C'è l'Italia di Sorradile e di Milano, quella degli agricoltori che osservano i loro terreni e provano a adeguarsi alle mutate condizioni, quella degli studiosi che mettono in fila i dati e cercano di sensibilizzare l'opinione pubblica. Quella che guarda al futuro con un pizzico di angoscia ma anche con la voglia di agire per cambiare rotta.

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