Copertina
Autore Andrej Longo
Titolo Chi ha ucciso Sarah?
EdizioneAdelphi, Milano, 2009, Fabula 212 , pag. 180, cop.fle., dim. 14x22x1,3 cm , Isbn 978-88-459-2413-2
LettoreAngela Razzini, 2009
Classe narrativa italiana , gialli , citta': Napoli
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«Marò, che calore!» ha detto Cardillo. «Ma secondo voi è normale tutto 'sto caldo?».

E si sosciava col berretto della divisa a cercare un alito di fresco.

Io stavo provando a sistemare certe pratiche sopra al computer che da un mese tenevamo in dotazione. Però non ci capivo niente e un altro poco si squagliava pure il cervello.

Intanto Scarano martellava con la schedina di Coppa Italia.

«Milan-Napoli» ha gridato.

Tutti abbiamo detto ics, tranne Musella, che da quando Maradona se n'è andato ha pigliato in antipatia il Napoli e ci gioca sempre contro. Scarano non l'ha pensato proprio e ha messo ics. La partita appresso era Nocerina-Juventus. Qua non ci stavano dubbi per il due, però si è voltato un tipo che stava a fare la denuncia per il vespino rubato.

«Ma qua' Juve! 'a Nocerina minimo pareggia».

E poi a Cardillo:

«Mio cugino gioca a porta e mò lo segnano...».

Comunque è rimasto il due.

Finita la schedina, Scarano si è fatto il giro per le quote.

«Quant'è?».

«Cinquemila».

Della schedina non m'interessa, ma lo stesso ci ho dato la cinquemila lire, se no si mette nelle 'recchie e non ti molla più. Mentre si ficcava i soldi in tasca, mi ha chiesto se uscivo in pattuglia al posto suo.

«Non tengo genio, chiedi a Cardillo».

«Quello? Mò te lo fa un piacere».

«Scarà...».

«Voglio portare mia figlia a farsi un bagno a Lucrino».

«Ho capito, però...».

«Hanno detto che a muoversi dentro all'acqua può essere che migliora. Io non ci credo, però che faccio? Non ci provo?».

«E vabbuò Scarà, come vuoi tu».

«Sei un amico, grazie. Ah, vedi che ti tocca Cipriani...».

Cipriani, qua dentro, non lo sopporta nessuno. A me non sta antipatico. solo che lui è del Nord ed è una pesantezza. E poi ogni volta che apre bocca si mette a puntualizzare sempre tutto. Ma quello ognuno è fatto a modo suo, mica gli puoi svitare la testa per questo.

In quel momento è entrato Lo Masto. Stava in borghese, e si tirava dietro a un muccusiello di tredici anni con la faccia già incarognita dalla strada.

«Santagata?» ha chiesto.

«Il commissario se n'è uscito» l'ha risposto Cardillo.

«E quando torna?».

«E chi 'o ssape».

Lo Masto ha sbuffato. Poi ha fatto caso che io stavo appresso a quelle pratiche e dato che le carte per lui non contano ha detto:

«Portalo sotto, Acanfora, che io mò tengo che fare».

Ho lasciato i fogli sopra al tavolo e mi sono alzato. Mentre mi avvicinavo, il muccusiello si è girato verso Lo Masto con un sorriso a sfottere.

«Ma chi t' 'o ffa fà? Tre giorni e stong'a casa 'n'ata vota».

Neanche ha finito di parlare che Lo Masto gli ha azzeccato un paccaro in faccia.

«Ti fai grande ca teng' 'e mmanette» ha detto il muccusiello.

Lo Masto allora ce le voleva levare, ma Scarano e Cardillo si sono messi in mezzo e me lo sono portato.


Ho sceso le scale, ho aperto la cella, gli ho tolto le manette, gli ho fatto lasciare nella busta i lacci e la cintura, e l'ho spinto da dentro. Dopo ho chiuso e me ne stavo andando.

«Tieni 'na sigaretta?» ha chiesto.

«E vietato».

«E jà, 'na sigaretta».

Una sigaretta ce la potevo pure dare, non se ne cadeva il mondo.

«'o fra', e famm' appiccià».

Mò, dico io, ti ho dato a fumare e già mi dovresti ringraziare, invece me lo chiedi a quella maniera da buffone che non ci appizza niente, perché stiamo a parlare di una sigaretta e basta.

«Per cortesia» ha insistito con il tono da patreterno.

Ho pensato che dovevo lasciarlo perdere a lui e la sigaretta, ma poi ho tirato fuori l'accendino, ho acceso e ce l'ho spinto attraverso le sbarre. Mi ha pigliato la mano e mentre si appicciava la sigaretta me la stringeva forte. Voleva fare il tosto.

Ho lasciato perdere un'altra volta e ho aspettato che fumava.

Mi ha fatto il solito sorriso a sfottere.

«Tenisse pure 'na sora?».

«E che te ne fai tu, che zuchi ancora il latte?».

«Ci faccio zucare 'n'ara cosa se me la porti».

Ho tirato fuori la pistola.

«E io ti faccio zucare a questa se non chiudi quel cesso di bocca».

«Mamma mia, e mò mi vuoi sparare...» ha detto buttandomi il fumo in faccia. «E spara, jà, spara, fa' veré come sai fare, spara se sì ommo!».

Ho rimesso a posto la pistola e me ne sono uscito, se no finiva che lo sparavo veramente.

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Dentro era così scuro che non si vedeva niente. Metteva pure un poco di paura. Ma non era la paura, per esempio, che ti viene un momento prima di fare irruzione dentro a una banca dove ci sta una rapina in atto. E tu lo sai che un poco di piombo in fronte te lo possono sempre ficcare. Quella è una paura che si capisce e ci può stare. Qua invece era una cosa diversa. Era come da bambini, quando si entrava a una stanza buia e si pensava che ci stava qualcuno nascosto dentro all'ombra, pronto ad acchiapparti per un braccio o una gamba, o a soffiarti dietro alla testa con il fiato caldo.

Ecco, così era in quell'androne. Con il cuore che batteva a mille, la camicia inzuppata di sudore e gli occhi che si sforzavano di abituarsi al buio.

Dal fondo ho incominciato a vedere un filo di luce, ma non capivo da dove usciva e mi è sembrato pure che un'ombra si muoveva.

Con una mano ho tirato fuori la pistola e con l'altra ho allisciato il muro, a cercare l'interruttore.

Quando alla fine l'ho trovato, ho premuto e dentro si è illuminato.

Era un androne parecchio grande, con una fontana in mezzo, che però non buttava acqua. Dietro alla fontana, giù a tutto, ci stava un'uscita a forma di arco, che portava a un cortile o un giardino. A destra, invece, ci stava il gabbiotto del portiere, ma senza nessuno dentro. A sinistra delle scale di marmo, belle larghe. Vicino alle scale, un ascensore, con la porta di legno e il vetro da dentro.

Tutto questo l'ho notato appena ho acceso la luce.

Per vedere alla ragazza, invece, ci ho messo qualche secondo.

Stava sdraiata per terra, tra le scale e il portone dove mi trovavo io, con la faccia girata verso il pavimento. E stava intorcinata su se stessa, come a una gatta che dormiva.

Ma lei non dormiva.

Era morta.

A vederla così, poteva essere pure che fosse svenuta o stava male, ma io lo sapevo, me lo sentivo che era morta.

Ho infilato la pistola dentro alla fondina e mi sono avvicinato.

Addosso teneva una maglietta nera con gli strass, un paio di pantaloni di cotone chiaro, con l'elastico alla caviglia, e una scarpa da ginnastica gialla, senza lacci. Uno dei piedi era scalzo. Sangue pareva che non ce ne stava. Mi sono chinato sopra a lei e con il dorso della mano ci ho toccato il collo. Era già freddo. Me l'aspettavo di sentirlo così, ma una cosa è pensarlo, una cosa è toccarlo quel freddo. Ho poggiato due dita sulla giugulare e poi, per sicurezza, ci ho tastato anche il polso, ma non ci stava più niente da fare.

Ho tirato via la mano e mi sono guardato attorno. stato solo allora che ho fatto caso al silenzio. Non era normale. Neanche di notte ci sta tutta quella calma. E mi aspettavo che da un momento all'altro doveva esplodere un urlo, una risata, qualche lamento.

Invece niente. Solo il mio respiro.

Di nuovo ho guardato alla ragazza. Mi sono messo a fissare il piede scalzo di lei. Le dita erano piccole, un poco paffutelle, con le unghie pittate di viola. Ho pensato che appena qualche ora prima era viva e si stava passando lo smalto, magari mentre si sentiva una canzone. Subito dopo mi sono detto che non potevo restarmene là a svariare con le unghie pittate.

Ho cercato di restare concentrato su quello che dovevo fare. Intanto, vicino alle scale ho visto l'altra scarpa gialla. Mi sono tirato su e sono andato a prenderla. Volevo sistemarla al piede della ragazza, che mi faceva brutto quel corpo senza a una scarpa, mi sembrava come a una mancanza di rispetto. Però ho lasciato stare, per via della Scientifica.

Sono tornato verso la ragazza e mi sono chinato un'altra volta a controllare meglio. Mi sono accorto che teneva le mani annerite, ma non ho capito se era polvere o altro. Poi ci ho sollevato un poco la testa. Lo so che non si fa e che bisogna lasciare il luogo del delitto uguale a come sta, però non capivo niente e tenevo voglia di guardarla in faccia.

Gli occhi stavano ancora aperti, spaventati, e neri, uguali a due pezzi di carbone. Pareva che mi stava a guardare e voleva spiarmi qualcosa. I capelli invece erano biondi, tagliati corti. E in mezzo alla fronte teneva uno sgarro, una ferita bella profonda, che forse ci avevano menato una botta in testa. Sulla ferita ci stava un po' di sangue che si stava indurendo.

Se in quel momento mi capitava per le mani chi l'aveva uccisa, lo inchiodavo là a guardare la faccia di lei. Fermo così, per un minuto, un'ora, pure un giorno intero, fino a che non capiva che bestia era stato.

Quanti anni poteva avere? Diciannove? Venti? Più o meno l'età mia. Chissà, magari era nata pure lo stesso mese.

Con una mano ho provato a chiuderci gli occhi, ma continuavano ad aprirsi. Allora ho lasciato perdere e ci ho poggiato la testa sul pavimento. Volevo sistemare da sotto il berretto della divisa, ma poi succedeva un delirio con la Scientifica, così ho solo cercato di fare più delicato possibile.

Sono rimasto a guardarla ancora un momento.

Mentre stavo così, chinato su di lei, ho visto vicino alle scale un tubo di ferro, lungo più o meno una cinquantina di centimetri, di quelli che si usano per fare le impalcature. Ecco con che l'hanno colpita, ho pensato.

Mi sono rimesso in piedi, ma girava tutto e le gambe parevano due pezzi di marmo. Ho aspettato che finiva di girare e dopo sono andato verso il portone. Passando vicino alla fontana ho fatto caso che dentro c'erano altri tubi di ferro, uguali a quello vicino alle scale. Prima di uscire mi sono voltato ancora e ho visto a un gatto, di un colore a mezzo tra il viola e il celeste. Stava seduto sopra all'ultimo gradino delle scale e non si capiva da dove era venuto. Non si muoveva. Solo la testa, appena un poco. E guardava ora a me ora alla ragazza, a un modo curioso, che faceva impressione, come se invece di un animale era un essere umano o una specie di diavolo. Si trattava di un gatto di razza, e dalla maniera che si comportava ho pensato che poteva essere della ragazza. Magari si era nascosto da qualche parte e forse, chi lo sa, aveva visto tutto.

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Per giù alla Sanità, pure se stavamo alla settimana di Ferragosto, l'ammuina era sempre quella. Le donne si attraversavano la piazza del mercato sotto al sole, cariche di buste della spesa, sudate, con le vene gonfie sopra alle gambe che pareva dovevano schiattarsi a ogni passo. I vecchi se ne stavano seduti fuori ai negozi, cercando un poco di fresco all'ombra dei palazzi. Gli uomini tutti presi a discutere degli affari loro, con le sigarette in bocca e la battuta sempre pronta. Ogni tanto sculettava 'na uagliona strizzata dentro a una maglietta troppo stretta. Una vecchia si affacciava a un balcone e gridava qualcosa. E i muccusielli impennavano i motorini, passando su 'na ruota sola, come tanti scarrafoni che corrono impazziti. Panni stesi per aria. Cappelle con i santi a ogni metro. E una canzone che arrivava non si sa da dove. E dentro a questo putipù che ti stona le 'recchie, dentro a 'stí odori di sugo e bucato che fanno stare tranquilli, si trovano commerci che uno neanche se li sogna. Basta infilarsi in qualche vicolo lì attorno, in qualche portone al buio bagnato di umido, e là ci stanno mani che in un secondo si scambiano denari, pistole, bustine di ascisce o roba da buttarsi dentro alle vene, pellicole taroccate che ancora non l'hanno date a cinema, e se lo cercate pure un kalashnikov, per sistemare una volta per tutte questioni in sospeso.

«Nun guardà se no ci fanno» ha detto Lo Masto.

Mò io ci sono stato non so quante volte a 'sto quartiere, ma una cosa è farsi una camminata per gli affari propri, un'altra è abitarci da queste parti, sapere dove bersi una birra la sera, chi salutare e chi è meglio di no.

Mi sono sforzato di stare disinvolto e abbiamo cominciato a salire verso le Fontanelle senza che succedeva niente.

«Tu sì 'e chesta zona Lo Mà?».

«Foss' 'a Maronna, arò stongh'io è 'nu lager, nunn'è 'nu quartiere».

«Jà, nunn'esagerà».

«E che sto pazziando? Nun ce sta 'nu bar, 'na piazza, 'nu cinema, e co' tutt' 'a campagna attorno manco 'nu camp' 'e pallone. E che sfaccimma, tu afforza 'e vvuò schiattà 'ncuorpo a 'sti cristiani!».

Ci volevo chiedere com'era stato che aveva deciso di entrare in polizia, quando lui ha fatto cenno con la testa fuori a un basso. Ho visto che ci stava uno a petto nudo, con i muscoli gonfiati della palestra. Teneva il gel sopra ai capelli e l'aria spigliata, e parlava tutto sciarmante co' 'na uagliuncella mora che rideva.

« lui» ha detto Lo Masto.

Era un poco diverso dalla foto e non l'avevo riconosciuto subito. La prima cosa, ho pensato a Sarah vicino a quello e non ce li ho visti proprio assieme. Intanto ci siamo avviati incontro a lui, però manco abbiamo fatto un passo che qualcuno dietro a noi ha menato un allucco.

«Fuoco! Genny fuoco! Fuitenne!».

A gridare era stato 'nu muccusiell' 'e dieci undici anni. Vai a sapè com'aveva fatto caso a noi, e sicuro ci secutiava da un pezzo.

Genny ci ha visti, e un secondo dopo si è gettato di corsa per il vicolo. Noi subito appresso.

Correva forte, che il fisico non gli mancava, ma Lo Masto e io gli buttavamo il fiato sul collo. A un certo punto, che lo stavamo avvicinando, quello, dentro a un momento, ha bloccato a uno col motorino, co' 'na manata l'ha arronzato contro al muro e subito è schizzato a manetta. E mò col motorino potevamo salutarlo. Abbiamo corso altri venti metri, poi ci siamo fermati bestemmiando alla miseria zoccola. Lui si è accorto che l'avevamo mollato e si è girato indietro dalla parte nostra a fare il buffone. E per fare il buffone è andato a sbattere dentro a una macchina parcheggiata. caduto a terra ma subito si è rimesso in piedi ed è tornato a scappare, però senza motorino. Noi di nuovo appresso. Ho fatto caso che correva più piano e si toccava la coscia dove aveva sbattuto. Ormai gli stavamo addosso e lo tenevamo fatto, ma lui ha sviato dal vicolo e si è ficcato dentro a un basso.

Noi sempre dietro.

Il basso era mezzo al buio e feteva di fumo e cipolle andate a male. Da una parte, sopra a un mobile, ci stava la televisione accesa e un fornello a gas. Dall'altra un vecchio secco come a una mazza di scopa, seduto sopra al letto a mangiarsi la zuppa di latte.

«Arò sta?» ha detto Lo Masto.

Il vecchio non ci ha pensato proprio e ha continuato a masticare il pane bagnato con le labbra, che denti non ne teneva.

Lo Masto si è buttato verso una tenda arrangiata con un lenzuolo sporco. L'ha strappata via e dietro ci stava la tazza del cesso e una sspecie di finestra stretta che ci mancava il vetro.

«Jà presto» ha detto.

zompato in piedi sulla tazza del cesso e si è infilato per dentro alla finestra. Io ho scavalcato appresso a lui.

Siamo sbucati in mezzo a una piazza. Lo Masto si è girato attorno e l'ha visto.

«Vai c' 'o pigliammo!» ha urlato.

Tenevo il fiato corto, ma sono riuscito a non mollare. Genny perdeva metri e in un momento gli siamo arrivati addosso. Lo Masto l'aveva quasi acchiappato, che 'na carrozzella co' 'no sciancato sopra ci è finita dentro ai piedi. Lo Masto ha sacramentato questo e quello, ha buttato per l'aria carrozzella e sciancato, e siamo tornati a correre. Manco avevamo fatto dieci passi, ci è capitato davanti un motorino che impennava, che non si sapeva da dov'era sbucato. Ho capito che lo facevano apposta, così Genny se ne poteva scappare. Difatti, il momento appresso, due donne con la spesa ci sono venute in mezzo. E dopo le donne, ci siamo trovati intorno cinque sei bambini che pazziavano a pallone.

Così è finito che l'abbiamo perso di vista e non c'è stato più verso di trovarlo.

Lo Masto ha menato un calcio a un cassonetto della monnezza sfondato.

«Ma vafanculo» ha detto.

E ce ne siamo tornati, mentre ci gettavano certi sguardi a sfottere, che mi facevano sentire tale e quale a un pescetiello dentro alla padella per friggere.

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A Torre del Greco sono arrivato intorno alle dieci. Prima di salire a casa mi sono fatto un giro per dentro alla Villa. La chiamano così, e pare chissà che dev'essere. Invece è un pezzo di terreno con tre piante sciupate di fichidindia e un albero al centro che butta ombra. Qualche panchina scassata, un bar pittato di celeste che vende lattine e schifezze da mangiare, e un paio di cani coperti di croste che non mancano mai. Con un poco di fantasia, uno si siede sopra a una panchina, si fuma una sigaretta e pensa di stare dentro a un paese come si deve. Qualche volta capita che incontra a un amico e si scambia una chiacchiera. O magari fa lo scemo con una ragazza e può essere che aggancia.

Però, se veramente uno vuole credere di stare dentro a un paese come si deve, certe cose non le deve guardare. Ai tossici che si fanno sopra alle panchine, tanto per dire.

E non parlo di quelli che si fumano le canne, che un paio me le sono sparate pure io. Con Ciro, che eravamo compagnelli da bambini. Ogni volta che fumava se ne usciva con la storia che si doveva comprare una barca da pesca tutta sua, di quelle grandi con le reti a strascico. E io restavo a fare il mozzo appresso a lui. A me, quando fumavo le canne, la prima cosa veniva fame e l'unico problema era trovare i soldi per comprarmi un calzone fritto o una marinara.

Invece i tossici che si fanno sopra alle panchine sono un'altra storia. Prima scendevano dopo il tramonto, e almeno non li vedeva nessuno. Poi hanno cominciato sempre prima, a farsi in mezzo ai ragazzini che giocano a pallone, alle madri con le carrozzine, ai vecchi che si pigliano una boccata d'aria. E se uno vuole continuare a credere di stare dentro a un paese come si deve, non deve guardare neanche a quelli che spacciano dietro al bar. Stanno lì, a vendere una dose appresso all'altra, e la fila a volte neanche si sa dove finisce. E neppure in fondo alla Villa, dietro ai fichidindia, bisogna guardare, che quello è il posto delle tossiche che non tengono i soldi per comprarsi la roba. E manco a me dovete guardare, che sono un poliziotto e faccio finta di niente perché così mi hanno spiegato che devo fare.

Ecco, se tutte queste cose uno non le guarda, allora può essere che lo scambia per un paese come si deve.

In ogni caso, da quando sono entrato dentro alla polizia, alla Villa evito di venirci, se no prima o poi capita che devo arrestare a qualcuno del paese e non mi danno più pace.

Mò, per via che si trattava della settimana di Ferragosto, non ci stava nessuno. Solo due ragazzini a scimmiare sopra a un motorino e una vecchia che dava il mangiare ai cani.

Tenevo voglia di bermi una cosa, ma il bar stava chiuso. Mi sono trovato una panchina pulita e mi sono fumato una sigaretta per i fatti miei. Volevo scordarmi un minuto di tutto. Di Sarah, dell'avvocato, del Pianista, del commissario, di Ciro che ha preso la strada che ha preso. Mi sforzavo a pensare qualcosa di bello. Per esempio a Cerasella, che qualche volta la vorrei invitare a mangiarsi una pizza o una zuppa di cozze.

Per il tempo che mi fumavo la sigaretta mi è sembrato che stavo bene. Poi, non lo so perché, i pensieri sono tornati pesanti. Mi ha preso una stretta dentro allo stomaco, e allora ho lasciato perdere la Villa e me ne sono salito a casa.


Mia madre stava lavorando ai ferri davanti alla televisione accesa. La tavola era apparecchiata e sopra al gas ci stava un ruoto coperto.

«Mammà, buonasera».

«Tutto a posto?».

«Tutto a posto, sissignore».

Il giro dentro alla Villa mi aveva messo appetito, così mi sono avvicinato al fornello per spiare dentro al ruoto.

Lei subito si è alzata.

«Ci penso io, siediti».

Pare che se faccio da solo si offende. Comunque mi sono seduto, che non tenevo genio di avviare a discutere.

«Stasera ti ho preparato la pasta al forno, con le polpette di carne, come piace a te».

«Co' 'sto caldo pure il forno dobbiamo accendere?».

«Due minuti, il tempo che si scioglie la mozzarella».

Ha acceso e ha messo il moto da dentro. Poi ha tornato a inciarmare con i ferri e la televisione.

«Se ti dà fastidio la spengo» ha detto.

«No, e quando mai».

Non ci volevo togliere quel poco di distrazione. Nel mentre che la pasta si faceva, mi sono messo a guardare pure io. Ci stavano sette otto persone, sedute sopra a un palcoscenico, che parlavano di amore. Uno corto, con una panza tanto, faceva le domande e quelli rispondevano. E subito il pubblico applaudiva.

Mio nonno la schifava la televisione. Se l'era comprata all'inizio per la curiosità. Ma dopo l'aveva ficcata in cantina e fino a quando è morto là è rimasta. Diceva che era peggio della droga. Che qualunque cosa ti raccontano, tu te l'ammocchi senza protestare. Ogni volta ti credi che stai capendo chissà quale fatto speciale. E invece quella ti mangia il cervello e manco te ne accorgi. Un poco esagerava il nonno, in tutti i casi pure io non è che ci vado tanto appresso e preferisco la radio. Solo qualche volta, se capita, mi vedo i cartoni animati. Quello che mi piace è Willi Coiote. Lui e l'altro, Bi Bi, che ogni volta, una maniera o l'altra, se ne scappa. Che mica è scemo il Coiote, s'inventa certe cose che solo un ingegnere è capace. E poi mi piace che lui insiste e non si arrende mai. Però non ci sta niente da fare, lo stesso non lo acchiappa. Una volta sola ci è riuscito. L'aveva pigliato e messo dentro a un pentolone per bollirlo. Si era pure apparecchiato la tavola e sistemato il tovagliolo intorno al collo. Ma sono arrivati la moglie e il figlio di Bi Bi a piangere e a pregare. Il Coiote allora si è commosso, e l'ha lasciato libero.

E mò ti capita un'altra occasione così!

Intanto sentivo l'olio nel ruoto a sfrigolare e l'odore per la cucina sempre più forte.

«Guarda che è pronto» ho detto.

Mia madre ha preso il ruoto dal forno, l'ha poggiato sopra alla tavola e mi ha riempito il piatto.

«Senti che profumo, senti» ho detto.

Ho fatto un boccone ed era uno spettacolo.

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