Autore Lo Stato Sociale
Titolo Sesso, droga e lavorare
Edizioneil Saggiatore, Milano, 2019, La Cultura 1283 , pag. 270, cop.fle., dim. 15,5x21,4x2 cm , Isbn 978-88-428-2628-6
LettoreLuca Vita, 2019
Classe narrativa italiana












 

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Indice


∞  Arturo                                           11

    PARTE PRIMA

1.  Il Prof. Scavecchia, o qualcosa del genere      15
2.  Lo stagionale in riviera                        20
3.  Michela                                         26
4.  Il preside Mattioli                             33
5.  Ruggio                                          37
6.  Maturità                                        41

∞  Mentalità                                        44

7.  Una multinazionale della grande distribuzione   46
8.  Benedetta                                       51
9.  LavoriAmo
10. Chiara
11. Al commissariato
12. Il dottor Gianni
13. Mamma
14. EnerGaia                                        80
15. Il test d'ingresso a Economia                   85
16. La droga                                        90
17. Storia contemporanea                            94
18. FoodHera                                        98
19. Mój przyjacielu, Ruggio                        103

∞  Priorità                                        107

20. OmniWork                                       109
21. Victoria                                       114
22. Schengen                                       118
23. Papà                                           123
24. I dottori, gli ospedali, mia mamma             126
25. Il matrimonio del mio migliore amico           131
26. Dio                                            136

∞  Intervallo                                      140


    PARTE SECONDA

27. ACCA24-FUN MACHINE!                           145
28. DJ di M****                                    149
29. La discussione della tesi di laurea            155
30. Chiara, una resa dei conti                     159
31. M&M'S                                          163
32. MTS                                            168
33. Maybe Baby                                     173
34. GAIA                                           178
35. Brand manager                                  183
36. Michael                                        191
37. La gogna                                       195
38. La fuga                                        203
39. Il ritorno                                     208
40. Un vecchio barista                             212
41. La fine di una lunga storia                    218
42. La banca                                       223
43. La fine di una lunga storia II                 228
44. Un giovane quasi come me                       232
45. Eredità                                        238
46. Benedetta: sfida finale                        243

∞  OMNI                                            248

    EPILOGO

47. Asmara, Eritrea                                255
48. Affettuosamente vostro, Arturo                 259
49. Format C:                                      264

∞  Reboot                                          268


 

 

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Pagina 15

1. Il Prof. Scavecchia, o qualcosa del genere


Cominciamo dall'inizio, che poi l'inizio non è. Cominciamo dall'ansia: l'ansia è una brutta bestia. Nel tempo ho imparato a domarla, ma questa storia coincide con i primi sintomi di questa strana emozione. Quindi è meglio parlartene.

Grosso modo credo che funzioni così: sei sicuro di una cosa ma tutto il resto attorno ti fa credere il contrario. Sei sicuro di qualcosa ma all'improvviso hai capito che forse no, forse sì, forse sei un coglione, forse hai sbagliato. Forse. Ansia. Il crollo delle certezze o la loro completa assenza. Riesci a immaginarla, l'ansia? Se ci credi la puoi toccare. Ti morderà, ti farà male, e ogni volta che tornerai a immaginarla e avrai voglia di toccarla... Zac! Ah, è un bel casino.

Allora, stiamo parlando del 2014, credo. C'erano i mondiali di calcio.

Sono lì in piedi in questa aula dalle pareti gialle, immobile davanti alla lavagna, con la bocca aperta come se stessi boccheggiando. Puoi facilmente immaginarmi, non sono cambiato molto dal punto di vista fisico, ho preso qualche chilo, qualche ruga e qualche capello bianco, ma per il resto sono uguale ad allora: abbastanza alto per non subire vessazioni ma non abbastanza per essere un dominatore dell'area circostante, capelli di media lunghezza un po' scompigliati e un po' più scuri di adesso, barbetta non curata, occhio vispo e nero come quello del pesce freschissimo al mercato, braccia lunghe e gambe corte come le bugie, la postura un po' ingobbita da pigro atavico, molleggiato nei movimenti, comunque un tipo carino grazie al naso di design raffinato, la mandibola proporzionata e l'ampia fronte, che dicevano fosse segno di saggezza, ma io ho fatto di tutto per smentire queste dicerie. Aggiungi qualche brufolo, un po' di puzza d'ascella adolescenziale e avrai il quadro completo.

Allora sono lì in piedi e penso: «Non posso essermi sbagliato, l'ho imparata a memoria, questa come tutte le altre, anche perché in una settimana non sarebbe stato possibile entrare nella teoria che governa questa cosa e capirne il funzionamento, molto meglio imparare tutto a memoria senza possibilità di errore, preciso e pragmatico come un orologio svizzero, una fotocopiatrice giapponese, un tè inglese, mio padre. Sono confuso, perché sono qui?».

Le scritte bianche cominciano a fluttuare allontanandosi e avvicinandosi al mio sguardo e quello sfondo nero assume le sembianze dell'universo più profondo. Penso a Guerre stellari. Penso che sarebbe meglio concentrarsi - certo - ma l'ansia mi guarda, mi porta a sé e mentre la tocco cado nel panico. Fa decisamente troppo caldo per essere giugno, ma perché sono l'unico che suda qua dentro? I miei compagni mi guardano: un paio con il terrore negli occhi, altri vagamente fiduciosi sul futuro. Sul loro futuro, di certo non sul mio. Cazzo il risultato è giusto, viene proprio come deve venire 'sta cazzo di funzione di trasferimento. Che poi non so neanche cosa voglia dire «funzione di trasferimento», mi sono stampato nella testa tutti i numeri e le lettere e i simbolini di merda che portano al risultato giusto che - vaffanculo - sta scritto proprio qui davanti a me.

«Prof, a me sembra giusta.»

«No.»

«Ma il risultato è giusto.»

«C'è un errore.»

Un errore, ma che cazzo dice 'sto qua?

Scusami, ma tu lo sai perché ero lì? Non te l'ho detto, vero?

Beh, a scuola non è che fossi proprio un'eccellenza: diciamo che restavo sempre sulla linea di galleggiamento, facevo il minimo sindacale per portare a casa l'anno e levarmi dai coglioni il prima possibile. In quarta superiore arrivò questo nuovo prof che non valeva niente come uomo, figurati come insegnante. Si chiamava Scavecchia, o qualcosa del genere.

Questo omuncolo insegnava addirittura due materie: elettronica e sistemi, mentre io come al solito mi tenevo a debita distanza dagli sbattimenti e cercavo di finire l'anno con al massimo tre materie sotto il 6. Il minimo del minimo sindacale per farsi promuovere. A un mese dalla fine della scuola viaggiavo elegantemente con due materie insufficienti: matematica - abbandonata in terza media - e tecnologia/disegno/progettazione - una e trina come quello famoso di tre lettere. Ci provavo ma manco troppo. Nelle materie del Prof. Scavecchia, o qualcosa del genere, avevo 6 perché avevo capito che personaggio era: non voleva rotture di scatole e dava 6 a chi stava buono, 7 a chi studiava, 5 a chi disturbava. Lui stesso sapeva di essere un omino da 6, perché non sapeva niente delle sue materie e mai si sarebbe sognato nella vita di interferire con la vita stessa.

successo tutto a un mese circa dalla fine del quarto anno durante un esercizio di laboratorio da fare in gruppo. Scavecchia, o qualcosa del genere, mi ha visto ridere e, da lì, la fine: 5 in entrambe le sue materie. A quel punto io e altri quattro o cinque sfigati come me passammo l'ultima settimana di scuola a supplicarlo:

«La prego, verremo bocciati!».

«Così la prossima volta imparate.»

«Ma cosa dovremmo imparare? Che in 'sta classe saranno in due a capirci qualcosa e comunque ci capiscono più di lei!»

«Affari vostri.»

«Ci deve essere un modo! Un compito di recupero, qualcosa!»

«Le avete imparate le funzioni di trasferimento?»

«Le cosa?»

«Tra una settimana, nel pomeriggio dell'ultimo giorno di scuola, venite voi cinque che vi interrogo.»

Era una trappola, una sadica trappola di un piccolo omuncolo sadico che non aveva mai avuto una soddisfazione nella vita se non quella di farsi assumere a quarantasette anni in un istituto tecnico come professore di materie di cui non sapeva un cazzo. Era una trappola ma non avevo scelta e quindi, dove eravamo? Ah, sì.

Lo guardo negli occhi mentre lui guarda in basso, smetto di pensare che vorrei ucciderlo e mi concentro sulla funzione: una cosa senza senso ma che corrisponde alla mia fotografia mentale. Penso agli ultimi sei giorni passati a mandare a memoria quel centinaio di pagine di roba, numeri, lettere greche. Cristo, faccio l'istituto tecnico, perché devo imparare tutte queste lettere greche?

«Prof secondo me è giusta.»

«No.»

Correggo cose a caso nel disperato tentativo di farlo contento. Perché è tutto giusto, non ci sono errori, il risultato è giusto.

Ansia. Al quadrato.

«Basta, torna al tuo posto. Anzi, torna pure a casa.»

«Ma...»

«Ma un cazzo! Hai avuto un anno per studiare, cosa ci facciamo qui adesso? Un cazzo ci facciamo, perdiamo tempo perché siete senza speranza. Chissà che cazzo c'avete nella testa. Basta, vai via.»

Sto per esplodere, il mio primo grande fallimento sta prendendo la forma definitiva di catastrofe naturale interiore, mentre l'ansia degenera in disperazione e rabbia sento le lacrime e i singhiozzi pompare nella gola e nelle tempie per trovare una risoluzione a tutto questo sconvolgente merdaio.

«Mi può dire dov'è l'errore?»

«Lì ci va un quadrato.»

«Dove?»

«Lì.»

vero. Ha ragione lui. Dove me la sono messa quella potenza? Boia di un cane ladro bastardo. Odio verso me. Odio verso me. Odio verso lui. Ok. Non sarà poi così drammatico.

«Vabbè, però non mi può bocciare perché ho dimenticato un 2. Un 2 piccolino tra l'altro, non un 2 normale. E poi tutto il resto è giusto, anche la conseguenza di quella potenza è coerente al fatto che quella potenza ci sia. Solo che mi sono dimenticato di scriverla.»

«Già, e avrai tutto l'anno prossimo per ricordartela.»

Penso: stai calmo Arturo. Ma penso anche: col cazzo.

Quindi mollo gli ormeggi.

«Prof, ma lei non si vergogna neanche un po'?! Si rende conto che è pagato per stare qua a giudicare senza sapere un cazzo di quello che dovrebbe insegnare?!»

Ho la voce strozzata e le lacrime agli occhi. Sono già andato oltre la mia vaga lucidità.

«Se ne vada a fanculo prof, non si merita neanche che stia qui a impezzarla.»

Così prendo il mio zainetto e me ne esco dall'aula sbattendo la porta, vedo mia madre che mi aspetta lì fuori, mi abbraccia e io piango.

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15. Il test d'ingresso a Economia


Indovina cosa ho dovuto fare per entrare all'università.

Un test d'ingresso, esatto, sessantacinque euro.

Dici per forza, hai scelto un corso a numero chiuso, in qualche modo bisogna scremare.

Vero, quattrocento. Di più non ne prendevano, sai in quanti eravamo a fare il test?

Trecentoottantatré.

Che per sessantacinque fa: ventiquattromilaottocentonovantacinque euro.

Prego università, non c'è di che, grazie per l'istruzione quotidiana e rimetti a noi i nostri debiti.

Capirai che non era il miglior modo per iniziare una relazione intellettuale con un'istituzione culturale tanto importante: io chiedo formazione, ho curiosità verso il mondo, voglia di imparare, di conoscere, e la prima cosa che mi si chiede in cambio sono soldi spesi male.

Avrei capito solo in seguito che da quella truffa si poteva comprendere molto di come funzionava il mondo reale, altro che una laurea in Scienze economiche.

Scienze economiche, quella che una volta si chiamava «Economia e commercio» e quelli che partecipavano ai quiz televisivi dicevano sempre di essere laureati o studenti di Economia e commercio, bravi loro, commercialisti del futuro. «Saper contare i soldi» diceva mio babbo «è l'unica cosa che ti servirà in questa giungla, sempre che tu abbia soldi da contare, ovviamente». Bravo papà, grazie, il solito utilissimo consiglio. Io, in tutta onestà, avevo scelto Scienze economiche non per imparare a fare il commercialista, ma perché mi affascinavano l'economia pubblica, le manovre finanziarie, le tasse. Pensavo che se tutta quella gente si lamentava delle tasse doveva esserci per forza un grande potenziale dietro quel malessere. Ma mi sbagliavo, non c'era nessun potenziale, solo soldi spesi male come quelli spesi per l'inutile test d'ingresso a Scienze economiche: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto è una grande inculata.

Ricordo che era il giorno dopo un attentato negli Stati Uniti, a Las Vegas, mi pare. Tutti parlavano di questo fatto perché era stata la più grave sparatoria nella storia degli States e c'era il solito dibattitto sulle armi da fuoco e su quanto sono scemi gli americani, eccetera. Comunque non c'entra.

C'entra che ci ritroviamo in questo stanzone chiamato aula A, siamo i primi cento del settore con i cognomi che vanno dalla A alla L, alle 9.30 di un martedì mattina di fine agosto, nessuno di noi sapeva che il numero degli iscritti era già inferiore al numero chiuso e che quindi quel test era una farsa, a me era venuto il sospetto facendo due conti al volo, ma poi pensai fosse impossibile una pagliacciata del genere e mi concentrai sul test. Sui tavoli erano appoggiati i quiz di cultura generale, ognuno col nome di chi doveva risolverlo scritto sopra, così seguendo l'ordine alfabetico mi sedetti davanti al mio foglio, in penultima fila. Il professore - non so se fosse un prof, non lo rividi più nel corso dell'università, però se stava lì a controllare doveva avere per forza un titolo, quindi lo chiameremo prof - stava scrollando il suo smartphone con le gambe accavallate sul tavolo e masticava visivamente e sonoramente un chewingum, non sembrava molto concentrato sul test d'ingresso a Scienze economiche, sembrava anzi concentrato a trovare qualcuno su Tinder con cui passare la sera, o il pomeriggio, o la mattina. Nel frattempo, accanto a me si era seduta una bionda piuttosto in forma per l'orario mattutino, che non mi aveva degnato di uno sguardo nonostante io l'avessi cercato insistentemente e persino sostenuto con un «Ciao» non recepito da quelle orecchie incastonate tra le ciocche dorate. Masticava anche lei un chewingum con lo stesso stile raffinato del prof e aveva gli occhi inchiodati sullo schermo del iPhone, esattamente come il prof.

«Allora se ci siamo tutti possiamo iniziare, mi raccomando spegnete i cellulari, avete un'ora a partire da adesso» disse il prof alzatosi in piedi per l'occasione e prontamente tornato alla sua attività precedente appena finito di pronunciare la frase di rito.


1 - Il governo italiano, una volta eletto, resta in carica per:

A) 4 anni

B) 5 anni

C) 10 anni

D) sempre


Questa era la prima domanda, me la ricordo bene per quanto fosse una cazzata, non che le altre fossero molto meglio ma insomma, capisci che se l'impatto con l'istituzione culturale è questo le motivazioni per andare avanti nella vita vengono a mancare. Accanto a me belli capelli sembrava disinteressarsi del quiz e continuava a smanettare col telefono, credo si facesse anche dei selfie, mah... andai avanti rispondendo senza problemi alle altre domande anche se ce ne erano un paio difficili tipo: «Che cos'è un fondo ammortamento?» o «La prima locomotiva elettrica risale al...».

Mentre mancava un quarto d'ora alla fine pensai di fare un gesto di solidarietà e picchiettai con la biro sul braccio della bionda accanto a me, lei si voltò verso di me indispettita.

«Guarda che mancano quindici minuti, forse è meglio se scrivi qualcosa!»

«Ti sembro una che ha bisogno della balia?» disse lei, poi si allungò verso di me per rubarmi il foglio con le risposte, copiò in trenta secondi tutto quello che poteva, si alzò, andò a consegnare il test e uscì dall'aula A. Non mi diede nemmeno il foglio indietro e il tempo di capire cosa fosse successo. Mi dovetti allungare sul suo banco per riprenderlo, provando un sentimento di sporco interiore, come se fossi stato usato nel peggiore dei modi, senza gratificazione e con disprezzo. Consegnai poi il test al prof che non sollevò lo sguardo e non fece alcun cenno di intesa. Mi sentivo abbastanza vuoto dentro e pensai di aver bisogno di un caffè e una merendina. Dopo aver trangugiato un croissant e mentre stavo sorseggiando un caffè al baretto fuori dalla facoltà mi ricordai di aver bellamente lasciato lo zaino in aula, così tornai indietro per recuperarlo. Trovai l'aula chiusa e bestemmiai a voce alta, poi sobbalzai un attimo e affinando l'udito sentii dei gemiti provenire da dentro l'aula. Sospiri, cigolii. Qualcuno stava scopando dentro l'aula A e pensai: mica male quest'università! Indeciso sul da farsi aspettai una decina di minuti fuori dall'aula, seduto per terra accanto alla porta, finché non si aprì e non uscì il prof, tutto trafelato, che non appena mi vide mi chiese che ci facevo li.

«Ho dimenticato lo zaino.»

«E la testa ce l'hai ancora?»

«E lei un po' di dignità? Ha la zip aperta.»

Si tirò su la zip e si infilò alla bell'e meglio la camicia nei pantaloni, poi si allontanò nel corridoio senza dire nient'altro ma sbuffando come se si stesse lamentando dei giovani d'oggi.

Entrai e vidi la bionda seduta sulla cattedra a gambe incrociate, aveva tutti i capelli scompigliati, le guance arrossate e fissava senza anima un punto imprecisato sul pavimento. Io arrossii e senza dire niente andai a recuperare il mio zaino, poi, mentre me ne stavo andando mi rivolse le parole.

«Hey, ti va?»

«Cosa scusa?»

«Ti va di scopare un po'?»

«Non credo sia il caso, stai bene?»

«Vedo tutto rosa e giallo.»

«Ti piacciono come colori?»

«Eh?»

«Lascia stare, vuoi che chiami qualcuno? Vuoi dell'acqua?»

«Acqua, sì.»

Le lasciai la mia bottiglietta, la salutai e me ne andai, non sapendo che altro fare.

Diventammo quasi amici nel corso del primo anno di università, si chiamava Claudia e aveva un'importante passione per le droghe chimiche, il sesso occasionale e il suo telefono. Non credo che diede mai un esame, ogni tanto la si vedeva a qualche corso, in ultima fila china sul suo iPhone a cercare qualcuno con cui sfogare i sui istinti chimici.

Una volta andai a lezione di Economia aziendale ancora ubriaco, fatto e in dritta dalla sera prima, con una gran fotta. Se non ricordo male, quella volta Claudia mi fece un pompino nel bagno della facoltà. Poi non so che fine abbia fatto. Quello è l'ultimo ricordo che ho di lei.

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17. Storia contemporanea


E comunque avevo completamente sbagliato la scelta del corso di laurea! C'era un sacco di matematica! E chi se lo aspettava? Una persona saggia forse, ma non io. Dopo essermi per caso imbattuto nel mio piano di studi mi accorsi della grande cazzata che avevo fatto: matematica, matematica finanziaria, statistica, contabilità e bilancio. Ma scherziamo? Per fortuna me ne resi conto per tempo e mi iscrissi a Lettere nell'ultimo giorno utile per non perdere un altro anno della mia vita.

Molto bella Lettere come facoltà, ottanta per cento signorine, esami blandi, gran chiacchera da bar.

Inutile, ma divertente.

L'esame più bello fu l'orale di Storia contemporanea col professor Fasano che fumava nel suo studio mentre gli parlavi di Francisco Franco. Ma fumava tanto! Del tipo che si appicciava una paglia dietro l'altra con la fine della paglia precedente. Aveva settantotto anni ed era talmente rincoglionito che dava 27 a tutti e se non ti andava bene lo dovevi percuotere un po', proprio fisicamente, e gridargli che eri lì per il 30. Non era il mio caso, ovviamente, ma già che ero lì ci provai.

«Prof! Il 27 mi abbassa la media! Mi faccia una domanda per il 30!»

Lui si destò dal suo mondo immaginario e tossendo alcuni pezzi di polmone si appoggiò coi gomiti alla scrivania. Poi disse:

«Come mai volete tutti 30?»

Era un omone pelato con dei baffoni gialli e la pelle ricoperta di rughe e macchie, durante le lezioni stava seduto e parlava per novanta minuti del regime fascista spagnolo, della Seconda guerra mondiale, di Lenin e Trockij. Tutto a memoria e intervallato solo dai colpi di tosse, proseguiva con il suo nastro registrato della storia contemporanea. Dopo quarantacinque minuti pausa paglia, perché non gli era permesso, ingiustamente per un uomo della sua età, di fumare in aula. Aveva un leitmotiv nelle sue analisi storiche, «La rivoluzione è giovane», diceva sempre, e in qualche modo ci credeva. «Tutte le grandi forze rivoluzionarie derivano da movimenti giovanili, perché il giovane coltiva naturalmente dentro di sé il seme della rivoluzione.»

Non era noioso, anzi, quasi ipnotico, aveva la voce simile a quella di Sandro Ciotti e la cadenza da vecchio nonno che ti racconta le storie davanti al caminetto. Non voleva che studiassimo il libro di testo per l'esame, diceva di dargli una letta e di stare attenti a lezione, che così il 27 era assicurato. E aveva ragione, bene o male in quel modo si riusciva ad avere un'infarinatura generica e affrontare i cinque minuti di discussione dell'esame in cui lui faceva finta di ascoltarti e tu ti accontentavi del voto standard. Però, che io sapessi non aveva mai fatto quella domanda.

«Come mai volete tutti 30?»

«Per la media prof.»

«Vorresti dirmi che hai una media superiore al 25, tu?»

«Ehm, no, in effetti no, però fa comodo comunque...»

«Tu fumi?»

«Ogni tanto.»

«Tieni.»

E mi allungò il suo pacchetto di MS con l'accendino dentro. Un po' interdetto ringraziai, tirai fuori una paglia e me la appicciai, dovevo avere un'espressione un po' perplessa. Il prof prese un'altra sigaretta e la accese con il fondo di quella che stava fumando. Poi dopo qualche boccata riprese:

«Tu non sei uno da 30, non sei nemmeno da 27 a dire il vero, però sei bravo a fare qualcosa. In cosa sei bravo, Fonsi?»

«Non lo so prof, a sopravvivere?»

Il prof si mise a ridere sollevando le spalle ritmicamente e ansimando come un maiale al sole, poi iniziò a tossire sempre più forte, suscitando in me preoccupazione e schifo. Dopo un po' si placò, aveva la faccia rossa, gli occhi fuori dalle orbite e sudava vistosamente.

«Fonsi, tu sei bravo a fare il coglione! Dai retta a me!»

«Ma...»

«Adesso, abbiamo ancora cinque minuti, lo sai cosa facciamo? Beviamo un bicchierino!»

E riprese a sghignazzare e tossire mentre con tutta la calma del mondo apriva un cassetto sotto le sue gambe e tirava fuori una bottiglia di Vecchia Romagna e un paio di bicchieri.

«Ma sono le dieci del mattino prof!» esclamai senza riconoscermi.

«E allora? C'è sempre un motivo buono per un bicchierino in compagnia.»

Disse mentre riempiva i bicchieri. Io spensi la sigaretta e ne presi un altra dal suo pacchetto, poi presi il bicchiere e feci per brindare.

«Lo sai cosa sei tu, Fonsi?»

«Magari lo sapessi prof.»

«Esatto, sei uno che sta qui solo per passarsi il tempo. E io ti ammiro per questo, un giorno ti guarderai attorno e capirai che non hai niente, ma capirai anche che ne è valsa la pena! I giovani sono la rivoluzione e la rivoluzione del futuro è non fare un cazzo!»

«Sempre sia lodato prof!»

«Tieni, beccati 'sto 30.»

Disse autografando il libretto con la sigaretta tra l'indice e il medio della mano destra e il bicchiere di brandy nella sinistra. Ho conservato quella piccola macchia di cenere sul libretto per tutta l'università, come ricordo della rivoluzione che albergava dentro di me. Il prof invece non so che fine abbia fatto, me lo immagino ancora lì, nel suo studio a fumare MS, senza più nessun giovane che lo ascolti, o che si faccia ascoltare.

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29. La discussione della tesi di laurea


Arrivai tardi, alla discussione della mia tesi di laurea: «L'autore nella crossmedialità: criticità e orizzonti».

«Una delle principali criticità che può incontrare un autore nell'adattare il suo stile ai diversi mezzi di comunicazione è la puntualità!» Incominciai così, per rompere il ghiaccio e per pararmi il culo dei venti minuti di ritardo. Si sa, il ritardo accademico è tollerato entro i quindici minuti, oltre è mancanza di rispetto, quindi dovevo subito recuperare terreno anche se non ero in lotta per un voto memorabile.

Ma la commissione non mostrò un minimo segno di cedimento alla mia battuta, il che era abbastanza frequente nei vari tentativi di sdrammatizzare che infliggevo all'interlocutore di turno nella mia vita, ma quella fu la lezione definitiva: quando qualcuno è incazzato, scherzare non è sempre la cosa giusta da fare!

Per fortuna non condizionò particolarmente l'andamento della discussione, che filò via liscia: 103/110, senza lode e senza infamia.

«Fonsi, è arrivato qui con una media troppo bassa per fare di meglio.»

«Eh, ho puntato sull'effetto sorpresa, partendo da un'aspettativa bassa era più facile sorprendervi!»

«In effetti la sua tesi è in alcuni passaggi sorprendente, soprattutto se consideriamo il suo 19 in semiotica, ma non può valere più dei cinque punti che le abbiamo dato e quindi del voto risultante finale.»

«Non sono mai stato un genio in matematica.»

Però pensai che forse il mio rapporto con la matematica poteva essere simile a quello con la semiotica. All'esame studiai poco e niente perché non ero riuscito a entrare bene dentro quella disciplina, però a lezione ci facevano vedere film e pubblicità, articoli di giornale e dipinti famosi, sembrava interessante, ma non la capivo, o forse il corso era capitato in un periodo buio e tormentato e così via, quindi presi 19 all'esame e lo accettai perché come ben sai sono pigro. Poi qualche mese più tardi mi capitò sottomano un libro di Benjamin per un altro esame e poi anche qualcosa di Goffman; non erano libri di semiotica, era roba più sociologica, ma in qualche modo mi fornirono la chiave per interpretare anche la semiotica, così mi rilessi tutti i libri di testo dell'esame e mi si aprì un nuovo mondo, peccato avessi già verbalizzato il 19.

Non trovi che poi alla fine la vita sia giusto una questione di tempismo? Certe cose capitano semplicemente nel momento sbagliato, o in quello giusto. Avrei potuto scoprire di amare i Beatles a sedici anni, quando iniziai a suonare la chitarra, invece che l'altro ieri quando ormai avevo abbandonato ogni velleità musicale da ormai un ventennio. La mia vita sarebbe stata, probabilmente, diversa, forse non così tanto ma chissà. Oppure se avessi affrontato qualche colloquio di lavoro in un periodo diverso della mia vita, magari ora non sarei qui, magari non avrei avuto tutte le disavventure che ho avuto. Ne avrei avute altre, sicuramente. Potrei essere sposato, adesso, potrei essere morto, sicuramente non potrei essere al tuo posto, troppa rigidità. Potrei aver scoperto di essere bisessuale, anzi forse lo sono ma non lo scoprirò mai senza fare le dovute esperienze. Certe possibilità capitano semplicemente nel momento sbagliato o in quello giusto. E noi siamo aperti o chiusi a nuove possibilità a seconda di tutto quello che ci capita durante un giorno qualsiasi, una settimana qualsiasi, un anno qualsiasi, una vita qualsiasi. Ed è per questo che poi sono un grande fan dell'autodeterminazione dell'uomo nell'universo, proprio perché penso che in fondo sia tutta una questione di casualità, di sfiga e fortuna. E in questo contesto così aleatorio, arrivare a sapere chi sei il prima possibile è di grande aiuto per non perdersi costantemente nella melma informe delle opportunità, delle scelte, del caos, delle opinioni. Io credo di averlo capito tardi, chi sono, e credo di non esserne stato nemmeno particolarmente entusiasta, ma tant'è. E penso che un tassello importante nella formazione di questa consapevolezza sia comparso proprio durante quella discussione accademica, nonostante la maschera di sarcasmo e ironia che mi portavo appresso. Durante quel momento e certamente anche in altri che ti ho raccontato e che ti racconterò, ma essere messi di fronte a una dura realtà della vita quando hai davanti una commissione di cinque professori e alle tue spalle amici e famigliari è diverso, è come se da quella verità non si potesse evadere, proprio perché sei circondato dal recinto degli affetti e delle istituzioni. Un recinto che a ogni tentativo di fuga mentale mi riportava con un semplice sguardo alla realtà del mio vissuto.

E infatti c'era anche mia mamma, a vigilare su quel recinto, dall'alto o dal basso, più che altro da dentro di me. «L'importante è che tu sia felice», che voleva dire proprio che avrei dovuto capire al più presto cosa volessi fare della mia vita, anzi cosa volessi essere, per essere felice.

Quindi in quel momento, messo di fronte alla casualità degli interessi, delle opinioni e delle scelte capii che dal giorno dopo avrei dovuto iniziare a lavorare di più su me stesso, per mia mamma, per chi mi voleva bene, ma soprattutto per il mio benessere.

«La commissione, considerato il curriculum degli studi da Lei compiuto e valutata la tesi di laurea, attribuisce alla prova finale la votazione di 103/110. Per l'autorità conferitami dal Magnifico Rettore la proclamo Dottore in Lettere moderne.»

«Beh, grazie.»

Ringraziai, poi mi voltai per sorridere ai miei supporter: c'era Ruggio con la polacca, c'era Chiara con sua mamma, c'era quel coglione di mio padre.

Da domani inizia una nuova vita, pensai, ma oggi credo che sia il caso di festeggiare.

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31. M&M'S


Mi ero sistemato, mi ero laureato, mi ero innamorato. Tutto bene insomma se non fosse stato per il fatto che continuavo a non avere un lavoro. Ah, quanto mi mancava il micro reddito di LavoriAmo! E proprio mentre pensavo questo, in una pausa vuota tra un caffè e un altro caffè, un messaggino a Chiara e una breve rassegna stampa, mi arriva una mail da OmniWork. Incredibile, pensai, dopo il disastro di ACCA24-FUNMACHINE! non credevo mi avrebbero mai più contattato. Invece ecco una sfavillante proposta di lavoro: junior account manager presso un brand di social media management. «Finalmente un lavoro smart dove le mie skills sarebbero state empowered!» Dissi a voce alta mentre mi prendevo a schiaffi davanti allo specchio del bagno facendo il coglione con delle facce stupide.

Andai al colloquio e fu uno spasso, a metà tra il comico e l'istinto omicida/suicida.

Avevano preso in affitto tutto un piano di un palazzo in centro per metterci gli uffici, un open space dove più della metà dello spazio sembrava vuoto o quantomeno inutilizzato. L'ambiente era moderno e innocuo, arredato in parte con mobili Ikea e in parte con mobili dal design sempre scandinavo ma leggermente più chic, le pareti ospitavano molti poster e quadri: motivazionali con gatti, locandine di film, Kandinskij, Dalí e proverbi, forse divertenti, stampati su fogli A4 tipo: «Non dire gatto se non l'hai nel sacco, ma soprattutto non dire mulo...».

Il titolare era un ragazzo sui trenta che vestiva una camicia azzurrina decorata con delle automobiline colorate, mi accolse senza troppo calore nel suo ufficio che in realtà era una scrivania sistemata a ridosso di una parete finestrata nel grande open space, condiviso con altre cinque o sei persone, non ricordo.

«Buongiorno Fonsi, accomodati. Io sono Alex e questa è la mia M&M's. Sai cosa significa M&M's?»

«No, conosco solo i dolcetti.»

«Ahahah, certamente, beh devi sapere che abbiamo preso ispirazione proprio da quei simpatici dolcetti colorati per il nostro nome e per il nostro logo. D'altra parte, a chi non piacciono i dolci? Tuttavia, M&M's in questo caso significa media e marketing, o marketing e media, a seconda dei gusti. E ci occupiamo principalmente di trovare soluzioni di marketing digitale per le nostre aziende clienti, curando direttamente i loro profili social oppure aiutandoli con semplici consulenze. Sai bene di cosa parlo giusto? Nel tuo curriculum vedo anni di impiego proprio in questo settore presso la ex LavoriAmo, ora OmniWork, la stessa agenzia che ci ha fornito il tuo nominativo.»

«Sì, vero, tutto giusto.»

E mentre facevo finta di ascoltare pensavo che non avrei mai affidato niente a una persona con una camicia del genere. Poi mi soffermai sulla sua gestualità: rimaneva spesso a fissare un punto di fronte a lui, non me, leggermente di fianco, come se stesse succedendo qualcosa alle mie spalle. Tant'è che mi girai un paio di volte per verificare ma non trovai motivo a quel suo strano modo di rivolgere l'attenzione. Teneva gli avambracci appoggiati sul bordo della scrivania e le mani sollevate come se tenessero delle posate, parlava molto velocemente e con un tono di voce stridulo e piuttosto sinusoidale nell'intensità. Era bello strano.

«Allora Fonsi saprai benissimo quali sono le skills di cui abbiamo bisogno per il nostro core business...»

Si protese verso di me e mi guardò con gli occhi sgranati e la bocca leggermente aperta come a volermi invitare a proseguire il suo discorso.

«Dunque, le skills... Proprietà di linguaggio? Italiano e inglese!»

«Sì certo e poi?»

«Inventiva? Creatività? Adattabilità? Empatia? Simpatia?»

«Ahahah, ma certo Fonsi, ti sto un po' prendendo le misure ma so già che sei un ragazzo sveglio e intelligente. Vorrei sapere qualcosa di più su di te, sulla tua famiglia, da dove vieni.»

«Da dove vengo? Abito a neanche un chilometro da qui, sono nato in questa città.»

«Molto bene. E dimmi, anche i tuoi sono di qui?»

«Sì, però mia mamma se ne è andata ormai un anno fa, tumore...»

«Oh, mi dispiace!»

«Però sono entrambi nati qui vicino. Chiedo scusa, ma come mai le interessa?»

«Guarda, ti dirò la verità, abbiamo un piccolo regolamento interno privato. Lo teniamo nascosto a OmniWork perché ci farebbero dei problemi nella ricerca del personale, lo so perché abbiamo già avuto a che fare con altre agenzie e quando sottoponevamo certe richieste si rifiutavano di lavorare con noi. Continuo a non capire il perché, a noi sembra del tutto legittimo richiedere determinate caratteristiche nel personale, soprattutto quando si tratta di account manager che devono interfacciarsi con i clienti. Clienti che spesso e volentieri sono piccoli imprenditori o artigiani delle nostre parti, ecco.»

«Certamente, ma non capisco perché vuole sapere da dove vengono i miei genitori.»

«Ecco, anche i nonni, se possibile.»

«I nonni?»

«Sì.»

«Mah, da parte di babbo sono tutti della zona, mentre da parte di mamma vengono da giù.»

«Giù?»

«Sì, dal Sud, vicino Salerno, ma si sono trasferiti qui alla fine degli anni sessanta, quando è nata mia mamma.»

«Ah, capisco.»

«Dunque?»

«Dunque, la nostra politica aziendale vuole che i nostri account parlino bene l'italiano e anzi, possibilmente con un po' di accento del Nord. E tu andresti bene, per carità, parli molto bene, però ecco... la nostra carta, il nostro regolamento privato, dice che gli assunti devono essere locali al cento per cento.»

«Cioè, fammi capire, non assumete meridionali, figli di meridionali e nipoti di...»

«Esattamente, niente terroni.»

«Ma serio?»

«Certo, e ovviamente non parliamo di immigrati, arabi, turchi, indiani. Dicono che gli indiani siano bravi a far questo lavoro qua, ma te ce lo vedi il meccanico di motorini in fondo alla strada che si relaziona con un neretto per l'appalto dei suoi social network? Dai. E poi ci sono quelli più anziani che non sopportano nemmeno i terroni, perché appena uno parla con quelle vocali aperte da calabrese, perde di credibilità. E allora noi filtriamo prima, sai, per evitare problemi.»

«Beh, certo.»

Mi stavano girando i coglioni a mille, sentivo crescere una rabbia mista a incredulità che non sapevo dove mi avrebbe portato e mentre stavo per alzarmi e andarmene, contenendo tutto dentro a forza, Alex mi rassicurò.

«Senti, Fonsi, vista la tua esperienza e professionalità, per questa volta possiamo soprassedere, ma non parlare mai con nessuno da queste parti dei tuoi nonni terroni, ok?»

Allora mi alzai in piedi e appoggiai le mani sul tavolo, fissandolo dritto negli occhi, poi con una calma olimpica e un savoir-faire d'altri tempi mi lasciai andare.

«Ok? No, vecchio, non è ok un cazzo! Siete dei razzisti di merda, come cazzo fate a lavorare in questo modo? Regolamento privato interno? Ma certo, perché non lo dite a tutti quanto siete teste di cazzo? Eh? E con i gay come vi relazionate? Li prendete solo se si travestono da donne? E con le donne? Magari le assumete solo se sono abbastanza fighe?»

«Ma cosa? Come? Certo, ma perché te la prendi così? Siamo persone civili qui.»

«Civili un cazzo! Siete dei cazzo di nazisti! Potremmo anche ammazzarli tutti, no? Fare un bel test anti terroni/immigrati/ricchioni e selezionare solo razza padana! Ma mica solo per questo lavoro di merda, per tutto! Una bella civiltà civilissima composta da sole teste di cazzo come te!»

Io ero tracimato, ma lui era diventato piccolo piccolo, si era chiuso nelle sue spalle ed era visibilmente intimorito da me e dal mondo esterno, forse non si aspettava di trovare una persona normale, di fronte a lui, ma un altro coglione razzista.

«Andatevene affanculo!»

E mentre me ne andavo notai alcuni dei poster su cui non mi ero soffermato precedentemente e ne afferrai uno, era un divieto di sosta con la scritta «Zingari» sotto. Lo strappai in due e lo lasciai cadere a terra, poi uscii sbattendo la porta. Avevo cose più importanti da fare.

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40. Un vecchio barista


Nel frattempo, dovevo risolvere tutto il resto del bordello che avevo combinato, perché se Chiara è un essere umano e mi voleva comunque bene nonostante tutto, dall'altra parte avevo fatto incazzare un'intelligenza artificiale. E nessuno sapeva come reagisce un AI allo strippo del suo uomo immagine.

Piuttosto bene, a quanto pareva.

Durante il mio periodo eremitico non avevo mai aperto internet, avevo tenuto il telefono spento ed ero riuscito a isolarmi da tutte le notizie riguardanti OmniWork e quindi me. Grazie a Ruggio ero riuscito a comunicare il fatto che stessi bene al mondo esterno e questo mi bastava, nessuno sapeva dove mi trovavo e anche nel caso lo avessero saputo pensarono bene di non disturbarmi. Al mio ritorno invece mi aggiornai su tutto, guardai il video della mia uscita di scena dal talk show, abbastanza goffa e meno epica di come me l'ero figurata. Dopo quell'improvviso abbandono andò in onda una brevissima intervista a Ottavio, nelle vesti di mio assistente, dove giustificava la mia uscita di scena con un malore. Una settimana dopo invece Ottavio presentò al pubblico Claudio, il mio sostituto, mettendo la parola fine al mio ruolo di portavoce e uomo immagine: «Purtroppo il signor Fonsi avrà bisogno di un lungo periodo di riposo e in OmniWork abbiamo deciso di proseguire la nostra campagna di sensibilizzazione senza di lui, Arturo, a cui vanno i nostri più sinceri auguri per una pronta guarigione.»

Un mese dopo, quando ormai ero tornato a casa, anche se ancora vivevo in albergo, Claudio aveva già preso possesso di tutti i miei spazi promozionali, della mia fama e, pensai, anche di tutte le mie rotture di cazzo.

Ero in un bar a pranzare quando in tv andò in onda un servizio sulla mia vita. Mi dipingevano dapprima come un bravo ragazzo e poi aprivano una narrazione thriller sulla mia scomparsa, con le musichette da alta tensione, un ibrido tra Chi l'ha visto e X-files. In sovraimpressione scorreva la didascalia: «Il mistero della malattia di Arturo: eccessivo stress o trovata promozionale?».

A me pareva evidente fosse eccessivo stress, eccheccazzo. Invece poco dopo Claudio sarebbe comparso in tv nel servizio dedicato A ME per illustrare come il frequente cambio di mansione sia uno degli aspetti della filosofia di OmniWork. E che anche lui non sarebbe rimasto li per sempre, perché cambiare è necessario per non annoiarsi mai e probabilmente Fonsi era stato sostituito troppo tardi per la sua resistenza a quel tipo di stress.

«Ma vaffanculo.»

Esclamai tra me e me, forse non abbastanza tra me e me.

«Ne dicono di cazzate, eh?»

Alzai lo sguardo dal mio piatto di bresaola per sorridere amaramente al barista, che stava seguendo il servizio mentre asciugava le tazze e i bicchieri caldi da lavastoviglie. Era un omone anziano, calvo ma coi capelli bianchi lunghi sui lati a formare una inutile e sottile coda dietro la nuca. Era alto e grosso e avrebbe suscitato timore in chiunque se non fosse stato per quella sua espressione bonaria che trapelava dai suoi occhi azzurrissimi. Aveva lo sguardo di chi non avrebbe mai fatto male a nessuno.

«Lasci stare, purtroppo ne so qualcosa.»

«Ah, ma sei proprio tu allora! Lo dicevo io!»

«In carne e ossa rotte, proprio io.»

«Ma allora stai bene, cos'è successo? Posso chiedertelo o sono indelicato?»

A parte Ruggio nessuno mi aveva ancora chiesto come stavo, o semplicemente cosa fosse successo. Chiara non ne ebbe il tempo, mio padre provò a chiamarmi ma io non risposi, da OmniWork nessuna notizia. Avevo anche altri amici, ma da quel momento iniziai a chiamarli conoscenti. Il buon vecchio barista invece, diventò da subito un buon vecchio amico.

«Sì, sto bene, cioè di salute. Per il resto devo ancora risolvere un po' di situazioni. Diciamo che ho avuto un burnout.»

«Un che?»

«Un esaurimento nervoso.»

«Ah, uno strippo! Beh, capita, anche io prima di aprire questo bar, ormai venticinque anni fa, ne ho avuto uno. Lavoravo in banca prima, facevo i prestiti, lavoravo tantissimo. Mi portavo le scartoffie a casa e mia moglie non lo sopportava, pesavo trenta chili in meno perché mangiavo poco e mi stressavo molto. Però la linea è l'unica cosa che rimpiango di quei quindici anni della mia vita. Ohohoh! Cough cough!»

Rideva e tossiva come avrebbe riso Babbo Natale se fosse esistito e fosse stato un vecchio obeso alcolizzato e fumatore a un passo dall'infarto. Era molto divertente, anche se dopo un minuto di colpi di tosse iniziai a preoccuparmi che non sarebbe più tornato normale. Ma poi tornava normale.

«Scusa, cough, dovrei smettere con le senza filtro.»

«Forse dovrebbe smettere proprio, mi scusi se glielo faccio notare, ma quanti anni ha lei? Non è mica una signorina quindi posso chiederglielo.»

«Quanti me ne dai sbarbo?»

«Sessantatré.»

«Hai preso la seconda cifra, ne ho settantatré. Sono ufficialmente un vecchio di merda! Ohohoh cough cough!»

E riprese a tossire, questa volta solo per mezzo minuto.

«Ma non dica così che è ancora un ragazzino! Ma quindi ha smesso con la banca e ha aperto un bar?»

«Esatto: la scelta migliore che abbia mai fatto nella vita. Però in mezzo è successo di tutto. Allora, un giorno sono nel mio ufficio che scartoffio le scartoffie dei mutui, come facevo tutti i giorni, mi sentivo utile, sai, davo una mano alle persone a realizzare i propri sogni e quelle cazzate così. Insomma, ero lì che facevo il solito e mi entra nell'ufficio questo correntista, lo riconosco subito perché era uno che aveva una situazione veramente di merda, sommerso di debiti e senza la testa o anche solo un po' di culo per uscirne. Entra questo qua tutto bagnato e c'è una gran puzza di broda! Di benzina! Tira fuori una scatola di cerini e io gli dico "Cazzo fai oh!", ma lui si appiccia, così, di fronte a me.»

«No, ma davvero?»

«Sì sì, guarda, una roba da film. Allora io bestemmio tutti i santi del mondo e nel frattempo vado a cercare l'estintore che manco a dirlo era scaduto e fa cilecca, no? Allora ne cerco un altro che non sia scaduto mentre questo qua urla come urla un maiale quando lo ammazzano, hai presente? Uhaa uhahaaaaargh! Trovo un altro estintore, torno di corsa ed estinguo quel poveretto. Dio bono che scena che è stata!»

«E alla fine?»

«Alla fine, il giorno dopo ho dato le dimissioni.»

«Ma il tipo?»

«Il tipo è sopravvissuto. Ma non so se gli ho fatto un gran favore perché era tutto rovinato che sembrava Freddy Krueger, quindi oltre a essere indebitato era diventato anche un mostro inchiavabile. Non so mica che fine abbia fatto.»

Finii la mia bresaola pensando a questa storia incredibile e pensai che finalmente non ero più io il centro dell'universo, anzi che in realtà non lo ero mai stato. Guardavo il vecchio omone dietro al bancone che sistemava le sue cose, con una certa routine ma anche con una certa dedizione, aveva ancora un po' di sorriso stupito sul volto perché stava ripensando alla sua vita. Allora io in quel momento penso a Michael e Chiara. Penso a Ottavio e Benedetta e Claudio. Penso anche a GAIA, finalmente con un certo distacco.

«Ma non si annoia qui da solo?»

«Chi io? Non sono mai da solo, c'è sempre qualcuno che passa con cui fare due chiacchere. La gente è bellissima e interessante, molto più dei soldi. Poi mio figlio viene a darmi una mano tutte le sere all'ora di chiusura. Ha trent'anni e mi vuole un gran bene anche se è un po' particolare, chissà forse deve ancora vivere il suo personale burnout! Ahahah ohohoh cough cough!»

«Come si chiama?»

«Mio figlio? Andrea!»

«No, lei, come si chiama?»

«Sono Giuliano, dammi del tu.»

«Piacere Giuliano, io sono Arturo!»

«Ahahah ohohoh, lo so bene chi sei ragazzo! Eri dappertutto! Ma dimmi un po', questa cosa di OmniWork funziona davvero?»

«Sì, funziona, ma ha i suoi difetti e i suoi limiti.»

«Per esempio?»

«Per esempio me. O in generale la variabile umana. Anche il sistema del credito e del debito, che tu conosci, ha nel bene o nel male sempre funzionato, ma poi ci sono gli esseri umani che, invece, non sempre funzionano come ci si aspetta.»

«Questa è una grande verità Arturo! Perché non siamo mica fatti per funzionare noi! Siamo fatti per vivere! per questo che qui si sta benissimo! L'unica cosa che deve funzionare qui è la macchina del caffè e ultimamente anche quel cavolo di estrattore per le signorine bio. Ohohoh ahahah cough cough.»

Tossì per un tempo interminabile e mi preoccupai davvero. Così mi alzai e mi avvicinai a lui, lo guardai negli occhi dall'altra parte del bancone, gli stavano uscendo dalle orbite.

«Giuliano? Bevi dell'acqua! Chiamo un ambulanza?»

Si placò, era bordeaux. Fece qualche lungo respiro mentre continuava a fissarmi con quegli occhi azzurrissimi.

«Non posso andare avanti così, dovrei smettere.»

«Di fumare?»

«No, di lavorare, ma non voglio che mio figlio faccia il barista, devo trovare qualcuno a cui vendere.»

Mi voltai per guardare la tv ancora accesa: c'era un sindaco di una città del Nord che si vantava di aver gettato nell'immondizia le coperte di un senzatetto, un gesto civico e antidegrado, sosteneva. Pensai che il mondo restava un posto di merda ed era meglio trovare qualcosa da fare alla svelta per evitare di pensarci troppo.

«Giuliano, io avrei qualche soldo da parte, quanto vuoi per il bar?»

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