Copertina
Autore Carlo Lucarelli
Titolo Un giorno dopo l'altro
EdizioneEinaudi, Torino, 2004 [2000], Tascabili Stile libero 799 , pag. 268, cop.fle., dim. 120x195x15 mm , Isbn 978-88-06-15587-2
LettoreGiovanna Bacci, 2006
Classe narrativa italiana , gialli , thriller
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Pagina 5

Doveva aver fatto un volo di almeno dieci metri, perché la macchina stava ancora bruciando molto piú indietro, ferma accanto al marciapiede, tra un furgoncino dal parabrezza incrinato e una Volvo col bagagliaio spalancato dall'esplosione. Doveva essere uscito sfondando il vetro davanti col sedile e tutto, come espulso da un jet, e doveva aver fatto una capriola per aria, perché era atterrato di schiena, quasi in mezzo all'incrocio. Doveva essere morto, perché la bomba, sparandolo fuori dall'auto, gli aveva strappato tutte e due le gambe all'altezza del ginocchio, bruciandogli il resto del corpo fino all'osso, e invece era ancora vivo e stringeva la bandoliera bianca del brigadiere Carrone, e la stringeva forte, come se volesse strangolarlo. Cercava di parlare, le labbra arricciate sui denti, piegate all'ingiú in uno sforzo che gli gonfiava una bolla rossa di saliva all'angolo della bocca. Teneva l'unico occhio aperto fisso sul brigadiere e intanto tirava e tirava, spingendo fuori dalla gola bruciata un gorgoglio raschiante e teso, che sembrava strappargli i polmoni di bocca.

Coraggio, disse il brigadiere, sta arrivando l'ambulanza... coraggio . Si sentí stupido, inevitabilmente stupido a parlare cosí a un uomo ustionato a morte e senza più le gambe, e intanto strappava indietro, perché c'era abituato a queste cose, era stato in Irpinia per il terremoto, aveva fatto un turno in Kosovo ed era a Capaci quando avevano fatto saltare Falcone e i cugini della scorta, ma quell'uomo continuava a tirarlo verso di sé, verso la bocca scavata e rinsecchita che sembrava già quella di un morto, e non gli faceva schifo, no. Gli faceva paura.

L'uomo smise di tirare e le mani gli scivolarono sulla pelle screpolata della tracolla del brigadiere, lasciando una scia rossastra e nera. Smise di tirare, come se non avesse piú forza, come se volesse raccoglierla e riservarla per qualcos'altro, e infatti piegò in avanti il collo e sputò un ringhio duro come un colpo di tosse.

Pit bull! gridò, Pit bull!

Il brigadiere Carrone pensò che nella macchina doveva esserci un cane, sul sedile di dietro o chiuso nel bagagliaio, e voltò la testa verso il telaio annerito che bruciava, gonfiato da rovi di fiamme furibonde, e pensò anche che se davvero c'era stato un cane a quest'ora chissà com'era, poveraccio, ma l'uomo ricominciò a tirarlo per la bandoliera, come se si fosse accorto di ciò che stava immaginando, e non fosse quella la cosa che voleva dirgli, non quella. Allora il brigadiere Carrone lo guardò e pensò che per quanto orrore potesse fargli, un uomo che cerca di parlare anche quando sta morendo bruciato e senza gambe va ascoltato, cosí smise di tenersi e si lasciò tirare contro quella bocca, tanto da sbattergli con la guancia sui denti.

Ascoltò un raschiare spezzato e secco, che fece molta fatica a capire. Talmente assorto da non accorgersi che i barellieri erano arrivati, e uno lo aveva preso per le spalle, cercando di toglierlo dall'uomo.

Alt! disse il brigadiere. Alt! ripeté, allargando le braccia per allontanare l'infermiere che gli stava addosso.

Come alt? disse uno dei due. In che senso?

Nel senso che state fermi un minuto, disse il brigadiere. Aveva infilato una mano nell'apertura della giacca, sotto la bandoliera insanguinata, per cercare penna e taccuino.

Siete testimoni tutti e due, disse facendo scattare il pulsante della biro. Verbalizziamo.

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Pagina 61

Lo fissava.

Lo guardava, sempre.

Non gli staccava mai gli occhi di dosso.

Tutte le volte che andavano a trovarlo, suo padre alzava gli occhi appena lui entrava e glieli incollava addosso, cosí azzurri, cosí chiari, quasi grigi. Teneva le palpebre spalancate, come se non volesse chiuderle neppure per l'attimo di sbatterle, e lo seguiva in ogni movimento. Appena arrivava in camera, appena passava la soglia, dietro sua madre, infilava i soliti fiori nel vaso sul tavolino davanti alla finestra, liberava una sedia dalla vestaglia e si sedeva.

Non diceva una parola.

Mai.

Lo guardava in silenzio.

Sua madre no, in silenzio non ci stava. Cominciava a parlare dal corridoio, con l'infermiera della casa di riposo, e quando entrava in camera di suo padre passava da un soggetto all'altro, indifferentemente, senza cambiare tono o volume. A dire il vero, non era stata zitta neppure prima, nel vialetto che portava alla villa, o in macchina, in tangenziale, o a casa, a pranzo, o anche prima. Si poteva dire che stava parlando da quando si era svegliata e che in un certo senso, visto il tono uniforme che continuava ad avere, era come se avesse sempre parlato con suo padre, anche da lontano.

Hai visto che Vittorio è venuto a trovarti?

Quanto tempo era che non lo vedevi?

Dice che sta fermo un po', quindi magari un'altra volta torna.

Seduto in un angolo, un braccio sul piano del tavolo, allungato fino a toccare con la punta di un dito una goccia d'acqua uscita dal vaso con i fiori, neanche Vittorio parlava, se non per rispondere a una domanda diretta di sua madre, che gli chiedeva di raccontare qualcosa. Allora schiudeva le labbra, le scollava con uno strappo quasi doloroso, e diceva, mormorava, sussurrava, iniziava frasi che lasciava in sospeso, finché non gli sembrava di aver messo in fila abbastanza parole da poter tornare in silenzio, a osservare la goccia che si schiacciava sul tavolo, evaporando sotto la pelle del suo dito.

Suo padre stava nella casa di riposo Villa Maria di San Lazzaro da tre anni, dopo che si era perso per la seconda volta. Aveva l'Alzheimer, a uno stadio abbastanza avanzato, molto serio, anche se non ancora disperato. Era stato allora, quando lo avevano trovato a Trento dopo quasi una settimana e nessuno aveva capito come avesse fatto ad arrivarci, che sua madre si era decisa a metterlo a Villa Maria. A casa c'erano troppi pericoli, il terrazzo, la porta che rimaneva aperta quando andava a fare la spesa, la statale troppo vicina, lui, Vittorio, che non c'era mai e non poteva neanche darle una mano. Villa Maria, allora. Villa Maria. Però andava a trovarlo tutti i giorni, due volte al giorno, e gli parlava, sempre.

Sai che la Festa dell'Unità non fa più tutta quella confusione?

Sai che la figlia della Pina si è lasciata col marito?

Sai che la signora Marangoni ha il nipote che si droga?

Lui, suo padre, non lo guardava mai.

Se poteva, evitava di alzare gli occhi su di lui, parlava fissando un punto qualunque, a destra o a sinistra del suo volto, e se incrociava i suoi occhi, voltando la testa casualmente, spostava subito lo sguardo, come se avesse percepito qualcosa, una mosca, un movimento di sua madre, da osservare. Una goccia sul tavolo.

Sfregando assieme i polpastrelli umidi, Vittorio si chiese se suo padre stesse zitto anche quando lui non c'era. Con l'infermiera, con il dottore, da solo.

In silenzio.

Seduto nella poltrona azzurro carta da zucchero, schiacciato, abbracciato dalle forme rotonde anni Sessanta dei braccioli in finta pelle, magrissimo, infossato, avvolto dalla giacca del vestito troppo grande, curvo, il collo spigoloso infilato nella fessura a V del colletto aperto, premuto sul secondo bottone della camicia, i polsi sottili e le caviglie gettati fuori dalle maniche e dai calzoni come binari morti nell'occhio nero di una galleria. Le mani artigliate sulla pelle dei braccioli, le dita secche come radici vecchie, il dorso ossuto, coperto di macchie chiare. Le pantofole immobili, tutto il giorno. Un giorno dopo l'altro.

Aveva cinquantacinque anni, suo padre, ma ne dimostrava cento.

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Pagina 108

Certe volte i pensieri si articolano nella testa sotto forma di parole. Pesano sulla lingua e non esistono se non vengono pronunciati, strutturati in un discorso, plasmati in verbi, sostantivi, aggettivi, anche rumori. La lingua è adagiata sul fondo della mandibola, la punta appoggia contro i denti, tocca il bordo della gengiva superiore e da lí non si stacca, ma non è immobile. Vibra, si contorce, si gonfia, non abbastanza da emettere un suono ma a sufficienza perché le parole si sentano nella testa, dunque, adesso facciamo cosí, e io gli dico senta, primo:, secondo:, cazzo, devo comprare una camicia nuova, e hanno tutte la stessa voce muta, sempre uguale, silenziosa, increspata appena, a volte, dal respiro. Non sempre escono lisci e filati, i pensieri che si formano con le parole, ogni tanto si inceppano, si incagliano sulla stessa parola ripetuta, battono sul fondo della lingua e tornano indietro, riprendono da un punto, formulano la frase e si fermano ancora, come un mantra, che dopo un po', se non si sblocca, diventa soporifero, ipnotico, e scioglie il pensiero. Quando funziona, invece, il discorso si srotola veloce fino alla fine, rimbalzando sul palato, istintivo, e ci si accorge di aver pensato perché nonostante le labbra siano ancora incollate tra loro senza che un suono le abbia separate, la lingua invece è indolenzita, stanca, là dove scivola giú lungo la gola. Succede cosí anche con le preghiere.

Vittorio guidava senza scatti, fisso nella seconda corsia, ai centodieci. Teneva le mani sul volante, piú appoggiate che strette, e guardava davanti a sé. Seguiva la strada col fondo degli occhi ma col centro fissava uno squarcio bluastro che si era aperto nel cielo. Un buco grande, ramificato come una mano dalle dita lunghe rattrappite, carico di un blu elettrico e luminoso che forava il grigio livido del cielo. Se c'era il sole, là dietro, doveva essere liquido, gonfio e blu anche lui, come una goccia di inchiostro caduta da una penna stilografica.

In autostrada, pensava Vittorio, per chi guida tutto è davanti. Ai lati non si può guardare, non si può girare la testa e osservare, fissare, scrutare, tutto quello che scorre lungo i finestrini viene percepito con la coda dell'occhio ed è tutto uguale. Guardrail di cemento grigio, lungo, piatto e compatto come un muro. Strisce di metallo concavo segnate ogni tanto dal foruncolo rossastro di un catarifrangente. Siepi squadrate di rami verdi, selvagge di fiori malati. Barriere di plexiglas. Piú lontane di un sedile quelle a destra, attaccate all'orecchio quelle di sinistra. Il cielo invece, la strada, il paesaggio, è tutto davanti, inquadrato dal grandangolo del parabrezza come in un televisore senza fondo, in cui la vista si infila dritta fino all'infinito. Tutto davanti. Anche quello che sta dietro, scorre in alto, stretto nel rettangolo dello specchietto retrovisore e per vederlo devi comunque guardare davanti.

Certe volte i pensieri si disegnano nella testa sotto forma di immagini. Si proiettano come un film a tre dimensioni, un ologramma in movimento senza bisogno di schermo. La vista, l'olfatto, i sensi continuano a funzionare all'esterno del volto, a registrare azioni e sensazioni, ma dietro gli occhi, in quello spazio ovale racchiuso tra le tempie e la nuca, lí, sotto la calotta cranica, agiscono i pensieri. A volte guidate, costruite, a volte da sole, come i sogni, le immagini si formano e si muovono, quella donna, quell'uomo, quel luogo, hanno rumori, musiche e parole che esistono anche se non si sentono, odori e consistenza che arrivano fino alla pelle e provocano reazioni vere, vere sensazioni. Quando succede non tornano indietro, non si riavvolgono come la pellicola di un nastro, ma accadono di nuovo, si ripetono dal nulla, identiche, oppure cambiano, si restringono a particolari che riempiono tutto il campo, deviano in altre facce, altri corpi, altri movimenti. La ragazza del Club freccia alata che gli cammina a fianco. Sensazioni: bellina. La ragazza Freccia alata in tailleur verde oliva che gli cammina a fianco e gli stringe il braccio. La mano sul suo braccio. Le unghie laccate di bianco sul suo braccio. Sensazioni: sollievo, tranquillità, sí. La ragazza verde oliva che gli cammina a fianco. La sua mano sulla faccia della ragazza. La sua mano sulla bocca della ragazza, le labbra bagnate, i denti. La ragazza che gli cammina a fianco, la sua mano sulla faccia, che la spinge via. La pistola. Sensazioni: nessuna.

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