Autore Amos Luzzatto
Titolo Il posto degli ebrei
EdizioneGarzanti, Milano, 2021, I coriandoli , pag. 118, cop.fle.sov., dim. 12x19x1 cm , Isbn 978-88-11-81953-0
PrefazioneMilena Santerini
LettoreElisabetta Cavalli, 2022
Classe religione , paesi: Israele , paesi: Palestina , storia: Europa , storia sociale , storia criminale












 

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Indice


Prefazione, di Milena Santerini          5


IL POSTO DEGLI EBREI

Classificare e comprendere              22

Chi è ebreo?                            28

La religione                            37

Dal centro alla dispersione             43

Ebrei in Europa                         49

Esilio e dispersione, assimilazione
    e dissolvimento                     55

Chi è l'ebreo per gli europei?          61

La cesura dell'Emancipazione            68

Il sionismo e Israele                   79

Identità                                89

Il consenso dei perdenti                93

L'intreccio culturale                   96

Conclusioni                            111


 

 

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Pagina 19

La caduta delle ideologie, mentre si allontana l'esperienza bellica del secondo conflitto mondiale che aveva contrapposto nettamente uno schieramento nazifascista a uno schieramento antifascista, pare esigere nuovi criteri di identità e differenziazione, in un momento in cui, con il passare delle generazioni, vanno indebolendosi le tensioni eccezionali che in Italia erano simboleggiate dal 25 aprile 1945. parso quasi naturale a molti, quindi, cercare di privilegiare quell'elemento religioso della cristianità che potrebbe rappresentare la schiacciante maggioranza della popolazione europea. Così facendo, però, si sollevano nel contempo altri problemi.

[...]

Il secondo problema consiste nell'impossibilità di astrarsi dal rapporto che la cristianità ha avuto con gran parte della storia europea. A prescindere da considerazioni teologiche e persino da idealizzazioni storiche, nei fatti la cristianità, più che un valore unificante, è stata spesso in Europa causa di contrapposizioni, di conflittualità e di guerre. Né si vede come le cose siano destinate a cambiare in un prossimo futuro, malgrado l'indubitabile grosso impegno, frutto del Concilio ecumenico vaticano II, volto a ottenere l'unità delle Chiese cristiane; impegno che tuttavia ha forse avuto mediamente più fortuna in paesi extra-europei che in Europa.

In altre parole, quella che chiamiamo Europa, malgrado le dichiarazioni di buona volontà, si presenta come un'entità profondamente eterogenea ed è azzardato dire che si sia già trovata la strada per superare questa eterogeneità in tempi brevi.

Ne deriva una considerazione che potrebbe apparire paradossale: si può - forse si deve - offrire un nuovo e originalissimo «valore» che serva da cemento alla costituenda unità dell'Europa, ed esso non va ricercato nella o nelle culture della maggioranza, bensì proprio in quelle delle minoranze. La triste storia dell'intolleranza in Europa è storia di sopraffazione delle minoranze da parte della maggioranza, sopraffazione che si è manifestata con la violenza fisica ma anche con lo sforzo di cancellare, di sradicare le culture delle minoranze, a cominciare dalla loro rappresentazione tendenziosa, e spesse volte falsa e diffamatoria. Il continente europeo sta oggi diventando un teatro di insediamenti di nuove minoranze e al tempo stesso un palcoscenico dove vecchie minoranze - come quella ebraica o quella valdese, per quanto riguarda le religioni; quella basca, quella ladina, quella rutena o quelle sinti e rom, per quanto riguarda le lingue e le nazionalità minori - ripropongono in termini nuovi la conservazione e l'affermazione della propria identità di gruppo, non tanto con la richiesta di difendere piccole o medie enclaves, quanto con l'aspirazione a unirsi al di là degli attuali confini statuali per contribuire a costruire quello che dovrà essere l'Europa di domani.

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Pagina 27

C'è tuttavia un altro modo di classificare che va seriamente preso in considerazione: quello che, imparando la lezione della biologia evoluzionistica, considera «affini», meglio che «correlati», gruppi diversi che derivano da un antenato comune. Applicato a una storia come quella ebraica, lunga più di tre millenni, questo approccio potrebbe essere molto interessante, soprattutto per quanto riguarda le relazioni con altre religioni e altre lingue, e per i sottogruppi minori rappresentati dalle sette ebraiche.

Si può dire che gli ebrei derivano da un antenato comune? Se così fosse, più che di una «razza», con tutta la voluta vaghezza del concetto - che si presta a essere arbitrariamente applicato oppure omesso a seconda delle convenienze e di quello che si vuole «scientificamente» dimostrare - si dovrebbe parlare di una «famiglia allargata». Ma c'è anche l'assorbimento (per matrimoni, per adozione, per aggregazione) di soggetti nuovi. Alcuni studi genetici sul DNA mitocondriale - che è di derivazione soltanto materna (e l'appartenenza all'ebraismo è da molti secoli matrilineare) - e sul cromosoma Y - che è solo paterno (e la discendenza sacerdotale o kohanitica è, all'interno del mondo ebraico, solo patrilineare) - parrebbero fornire un vago supporto biologico a questo punto di vista.

Siccome tuttavia è difficile ipotizzare che a quesiti sostanzialmente antropologici, culturali, sociali e, in definitiva, politici, si possa rispondere unicamente mediante analisi genetiche o inchieste statistiche, la domanda iniziale, dopo tutte queste considerazioni, resta, ponderosa ed esigente, tutta sul tappeto.


Chi è ebreo?

Chi sono dunque gli ebrei? quanto meno strano che gli ebrei, lodati e ammirati, esaltati, letti, studiati e commentati nei loro scritti, odiati, detestati, accusati di tutto il male del mondo, rispettati da un lato come «il popolo di Dio» e dall'altro messi all'indice come il popolo che ha rifiutato Gesù come Messia, fonte di tutti i beni e insieme di tutti i mali, dopo duemila anni di vita frammezzo agli altri popoli, siano oggetto di una domanda alla quale è tanto difficile dare una risposta univoca.

«Cosa» sono gli ebrei? Un popolo, una religione, una nazione, una razza, una etnia?

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Pagina 42

La storia ci offre un'infinita rassegna di comunità cristiane o musulmane oppresse, costrette a subire interdizioni o vere e proprie persecuzioni da parte di un potere politico avverso, rispettivamente musulmano o cristiano. Esse potevano tuttavia fare sempre riferimento a un altro potere statuale dove, al contrario, si trovavano a essere maggioranza, e potevano sempre sperare di rovesciare le proprie sorti, cosa che era invece impensabile per gli ebrei, se prescindiamo dai patetici, pretenziosi e impotenti movimenti messianici.

Riassumendo, gli ebrei sono stati e sono effettivamente una religione, laddove però per religione si intendano particolari organismi sociali variamente relazionati con le strutture del potere politico, che organizzano i propri membri in base all'adesione a determinate credenze, con l'uso di un linguaggio specifico, verbale e gestuale, da apprendere mediante l'educazione di gruppo.

La specificità della religione ebraica consiste nel modo in cui si è formata storicamente e nel suo essere stata eccezionalmente diffusa, nel tempo e nello spazio, pur restando costantemente minoritaria nei confronti del potere politico.

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Pagina 59

Gli ebrei italiani risiedettero nella penisola, come già detto, forse già dai tempi di Giulio Cesare, e comunque molto prima della distruzione a opera dei romani del Secondo Santuario di Gerusalemme nel 70 E.V. Erano tutti ebrei provenienti dalla Giudea? Erano almeno in parte non-ebrei convertiti? O provenivano dall'Egitto? Non è possibile dare una risposta sicura, univoca, a queste domande. Ma in definitiva è la domanda stessa che risulta poco interessante. Ciò che interessa, semmai, è rilevare che gli «ebrei italiani», così come si presentano oggi, derivano dalla fusione di molteplici componenti. Alcune di queste sono certamente europee (ebrei residenti già da secoli nella penisola, ebrei provenienti dalla Germania e successivamente anche dall'Europa orientale, ebrei provenienti dalla Spagna dopo l'espulsione); altre componenti però sono giunte dal Marocco e dalla Libia, altre dalla Tunisia, dove a loro volta le popolazioni ebraiche erano spesso giunte, tempo addietro, provenendo ancora dall'Italia. Presto gli ebrei della penisola si sono italianizzati, addirittura regionalizzati. Maurizio Valenzi, per fare un esempio tipico di questo mosaico di movimenti, tunisino di nascita ancorché di origini livornesi, una volta giunto in Italia si convinse di doversi «scegliere una patria»; optò per Napoli, se ne innamorò e si identificò con la città al punto di diventarne, col tempo, sindaco. Tutti gli ebrei giunti nella penisola adottarono la lingua italiana, le parlate dialettali, i costumi italiani, persino la pronuncia italiana dell'ebraico, che può piacere o meno, ma è unica nel genere e non priva di importanza. Ma nel contempo, almeno fino all'Emancipazione, essi conservarono la loro cultura ebraica mantenendo, nella loro italianità, una «finestra aperta» verso il mondo extra-italiano, sia ebraico sia non-ebraico.

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Pagina 62

Il complotto giudaico può rivestire la forma di un complotto magico-sacrilegico. In questo caso gli ebrei profanano le ostie nascostamente, oppure fanno uso del sangue cristiano per preparare le loro azzime. Se scoppiano epidemie, gli ebrei - viene affermato con inaudita certezza - non ne sono colpiti, segno che sono loro ad avvelenare i pozzi. Se cadono torri colpite da aerei trasformati in bombe, gli ebrei erano stati avvertiti e, proprio quel mattino, non erano andati a lavorare, scampando all'attentato...

Talvolta diventa invece un complotto economico. Gli ebrei sono per loro vocazione usurai e così succhiano da parassiti il sangue dei probi, onesti e pii lavoratori cristiani.

Altre volte è un complotto a carattere igienico-sessuale, che genererà poi l'idea della contaminazione del sangue, operata per mezzo di incroci «impuri» ai danni della razza «superiore»: l'ebreo, sporco e disgustoso, è lascivo, depravato e insidia la donna ariana.

Infine può assumere la forma del complotto politico. Gli ebrei vorrebbero distruggere i regni e le società cristiane per vendicare la distruzione della loro capitale e del loro santuario. Questo dimostrerebbe o confermerebbe il fatto che essi non conoscono l'amore né il perdono, ma solo la vendetta, quella della formula del taglione: «Occhio per occhio, dente per dente».

Da questi presupposti deriva logicamente che «il Dio degli ebrei» è vendicativo, mentre il «Dio dei cristiani» è il Dio dell'amore. Chi è davvero convinto che questi concetti abbiano ormai cessato di circolare in seno alla cristianità è invitato, evangelicamente, a scagliare la prima pietra.

I quattro tipi di complotto hanno una caratteristica precisa: sono indipendenti l'uno dall'altro, cioè non derivano logicamente l'uno dall'altro. Detto altrimenti, una caratteristica fondamentale dell'antigiudaismo (e, in termini moderni, dell'antisemitismo) è quella di essere poliedrico, pluridimensionale. Questa è la sua forza. Di fatto, da un lato esso è in grado di soddisfare più esigenze, di essere accolto da più ambienti, da più culture, di entrare a far parte di più di una piattaforma e di più un punto di vista. Dall'altro, anche se i fatti dovessero smentire «una delle facce» del poliedro, non intaccherebbero le altre.

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Pagina 79

Il sionismo e Israele

L'unica alternativa lasciata agli ebrei diventava, dunque, quella di «normalizzarsi» pur restando, in qualche modo, «ebrei»; ma non era tanto un'alternativa, quanto piuttosto una strada obbligata: se quello moderno era diventato il mondo degli stati-nazione, l'unica possibilità che restava agli ebrei era quella di diventare a loro volta uno stato-nazione.

Per realizzare questo progetto, il primo ostacolo era, paradossalmente, interno all'ebraismo stesso. La distinzione occidentale (emersa comunque in tempi relativamente recenti) fra organizzazione secolare e organizzazione religiosa costituì un problema estremamente complesso per gli ebrei. Leggendo nella Bibbia i capitoli normativi del Pentateuco, ci si accorge che le norme rituali, purificatorie, sacrificali, di preghiera, si intrecciano senza soluzione di continuità con quelle giudiziarie e con l'obbligo di nominare giudici e guardiani.

[...]

Lo stesso Israele è uno Stato nel quale legifera un parlamento (la Knesset) al quale vengono eletti deputati che sono per la maggioranza non-osservanti e solo per una piccola minoranza rabbini. Se queste leggi vengono accettate anche dagli israeliani rigidamente rispettosi delle norme religiose ebraiche, significa che siamo in presenza di un'implicita affermazione del principio di laicità, che, sulla base del concetto di unitarietà del popolo ebraico, si ripercuote inevitabilmente anche sulle comunità ebraiche della diaspora. Se queste leggi non dovessero essere accettate, la dicotomia Stato degli ebrei/Religione normativa ebraica comporterebbe il rischio di una spaccatura, a Gerusalemme come a Brooklyn.

Quando però si tratta della redenzione finale, già preconizzata dai Profeti, da realizzare grazie a un re terreno, giusto e pio, detto il Messia, discendente di David, il modello si fa meno preciso.

[...]

Il secondo ostacolo alla formazione di uno stato-nazione ebraico era rappresentato dal colonialismo moderno. Contrariamente a quanto avvenuto nelle Americhe e in Oceania, dove gli europei si erano insediati, sostituendo in gran parte le popolazioni originarie (tranquillamente massacrate), il grosso del colonialismo moderno, soprattutto in Asia ma anche in parte dell'Africa, trovò nei despoti locali disposti a collaborare un sistema che consentiva di trasformare le colonie in enormi fonti di materie prime a beneficio delle metropoli. In questa visione mondiale, la sede per uno Stato degli ebrei-nazione era molto facile da promettere, molto meno da realizzare.

Il terzo ostacolo si manifestò non appena fu chiaro che l'unica sede per la quale si potesse sperare di mobilitare energie popolari ebraiche non poteva essere l'Argentina, né l'Uganda, né, più tardi, il Biro-Bidjan sovietico, bensì solo l'antica patria biblica. E la regione della Palestina ospitava proprio in quegli anni - mentre si indeboliva e poi crollava il dominio ottomano - un movimento nazionale pan-arabo, nel quale il secolarismo costituiva un fenomeno nuovo, forse intrecciato con la religione islamica ancor più fittamente di quanto non lo fosse nell'ebraismo. Era impensabile che nel momento stesso in cui il mondo arabo recuperava la disponibilità dei propri territori storici acconsentisse a condividerne le sorti con altri, soprattutto in un territorio che aveva al centro Gerusalemme, città sacra anche per l'islam.

Se è vero che il movimento sionistico, nato ufficialmente nel 1897, aveva praticamente (e fu un grave sbaglio) ignorato il problema della realtà nazionale araba, è altrettanto vero che il rifiuto arabo nei confronti di una realtà nazionale ebraica in Palestina ha radici molto più antiche della Shoah, per non dire della guerra dei sei giorni, al contrario di quanto sostengono purtroppo molti leader palestinesi, spalleggiati da quanti, in Europa, credono così di difendere i giusti diritti di quel popolo.

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Pagina 85

A queste e altre simili domande esistevano tre tipi di risposte: (a) Costruiamo uno Stato ebraico. I non-ebrei si adatteranno a questo Stato, esattamente come gli ebrei per secoli si sono adattati a vivere negli stati cristiani e musulmani; (b) Costruiamo uno Stato laico, nel quale garantiremo la libertà e l'autonomia per tutti, come in realtà, per secoli, nei loro stati, i non-ebrei non sono mai riusciti a fare fino in fondo; (c) Non facciamo gli eterni teorici, che vogliono prefigurare una società prima ancora di erigerla. In questo modo ci perderemo in eterne discussioni e non costruiremo nulla. Cominciamo erigendo città e villaggi, strade e porti; rigeneriamo gli ebrei istruendoli nel lavoro manuale; fondiamo scuole, università, giornali, teatri. Poi si vedrà.

A mia conoscenza, solo Yeshayahu Leibowitz seppe proporre con spietata lucidità un ragionamento alternativo. Leibowitz sosteneva che l'obiettivo del sionismo, nel quale egli si riconosceva totalmente, era stato quello di formare una struttura statuale nella quale per la prima volta gli ebrei non fossero più sotto il dominio dei non-ebrei. Per raggiungere questo obiettivo, lo Stato doveva essere uno strumento e non uno scopo fine a sé stesso. Fare dello Stato, hegelianamente, un valore morale, un obiettivo in sé e per sé, fare insomma dello statalismo un ideale, era una tematica cara al fascismo e, per gli ebrei, una forma di idolatria, un «culto estraneo», una 'avodà zarà.

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Pagina 89

Identità

Sarebbe un grave errore considerare tutto questo come un gesto di «doppia fedeltà» degli ebrei che con un occhio guardano all'Italia e con l'altro a Gerusalemme. Si tratterebbe di adottare una concezione militaresca dell'identità, intesa non tanto come una distinzione, ma, tragicamente, come una contrapposizione rispetto ad altre identità.

L'identità non è mai infatti una qualità elementare, unica e senza sfaccettature. Confluiscono nell'identità di un gruppo umano tradizioni locali e generali, linguistiche e religiose, esperienze internazionali e ricordi atavici. Esattamente come la «razza pura» non solo non esiste, ma è una pericolosa premessa funzionale all'esercizio dell'arbitrio, dell'oppressione e infine dello sterminio fisico delle varietà indesiderate, così vale per l'identità di gruppo, per l'identità religiosa, per l'identità regionale, per quella nazionale. Non esiste una cosa che si possa chiamare «l'identità pura» e chi lo afferma si avventura sul ghiaccio sottile.

[...]

Se pretendessimo che la diaspora ebraica conservi una propria identità prescindendo da Israele, o le staremmo chiedendo di conservarla cancellandola, il che è un ossimoro, o pretenderemmo dagli ebrei l'adozione di un'identità dettata dall'esterno, il che è un sopruso. Altrettanto vale, naturalmente, per molte altre identità, compresa quella dei musulmani e compresa quella degli immigrati dal cosiddetto «Terzo mondo». il concetto stesso di identità che va rivisto e cambiato se vogliamo davvero fare qualche passo avanti nella società alla quale apparteniamo.

[...]

Lungo questa linea si può almeno cercare la risposta al grande problema dello Stato ebraico o dello Stato degli ebrei, e persino alla presunta incompatibilità fra Stato ebraico e Stato democratico.

Va detto a questo proposito che il conflitto arabo-israeliano viene troppo spesso presentato e discusso non in quanto problema politico, che come tutti i problemi politici può essere risolto con strumenti politici (trattative economiche, fissazione di confini, impegni reciproci di sviluppo), bensì come un problema di confronto culturale, religioso o filosofico. Si dice da più parti che gli ebrei sono estranei alla cultura del Medio Oriente e sono pertanto intrusi e conquistatori; gli ebrei sarebbero una religione e una religione non si fa Stato; gli ebrei si considererebbero il popolo eletto e sarebbero pertanto razzisti, disprezzerebbero le altre genti e con loro nessuna trattativa è possibile. Posto in questi termini, il problema è davvero insolubile. Optare per questi termini significa volerlo rendere insolubile.

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Pagina 112

La costruzione dell'Europa politica può seguire tre strade divergenti. La prima, che si chiama l'Europa delle nazioni, consiste nell'estendere l'esperienza storica di queste «nazioni» a una sorta di super-stato i cui confini saranno determinati dai paesi che ne faranno parte.

La seconda, che non possiede ancora un nome univoco, potrebbe diventare l'Europa di quelle genti che vi abitano e che sono disponibili a unirsi a quelle che vi giungono migrando, in una cornice nuova, che ripudia egemonie e discriminazioni favorendo la più ampia circolazione di idee, a partire dal livello scolastico per giungere a quello delle comunicazioni di massa. La democrazia rappresentativa che prescindesse dalla circolazione di idee dovrebbe considerarsi monca, una struttura minata dall'interno.

La terza è quella dell'Europa come erede attiva della tradizione cristiana, che in queste terre è stata predominante. Alcuni parlano di tradizione giudaico-cristiana, non sempre sapendo di che cosa si tratta. Tuttavia non sottovaluteremo questa formula, non tanto dal punto di vista della storia politica che abbiamo alle spalle, ma almeno dal punto di vista culturale. Le due religioni hanno in comune soprattutto la concezione di Dio-padre, il concetto messianico e la conciliazione (non sempre riuscita) fra l'onnipresenza divina e il libero arbitrio, senza i quali sono inconcepibili la retribuzione e la punizione. Ma tutto questo, anche se importantissimo, attiene alla teologia e non alla politica. Semplifica il dialogo ma non risolve il problema del preambolo della Convenzione europea.

La scelta fra queste strade divergenti non è stata ancora compiuta ed è compresa nella discussione pubblica e nelle lotte politiche dei nostri giorni.

Le minoranze - e gli ebrei fra queste - sono generalmente più disponibili a percorrere la seconda strada; i portatori di interessi consolidati di potere tenderebbero a favorire la prima.

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