Copertina
Autore Joaquim Maria Machado de Assis
Titolo Memorie dell'aldilà
EdizioneBarbès, Firenze, 2010, , pag. 282, cop.fle., dim. 12x18x1,8 cm , Isbn 978-88-6294-134-1
OriginaleMemorias posthumas de Braz Cubras [1881]
CuratoreSamuele Bucelli Martinozzi
LettoreAngela Razzini, 2011
Classe classici brasiliani
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Pagina 23

CAPITOLO I
Morte dell'autore



Ho esitato qualche tempo prima di decidere se iniziare queste memorie dall'inizio o dalla fine; se dovessi cioè scrivere in primo luogo della mia nascita o della mia morte. Supponiamo che l'uso comune sia quello di iniziare dalla nascita: due considerazioni mi hanno spinto ad adottare un metodo diverso; la prima è che io non sono propriamente un autore defunto, bensì un defunto autore, per il quale la bara è stata una nuova culla. La seconda è che il lavoro apparirà così più raffinato e originale. Mosè stesso, che pure raccontò della propria morte, non la mise all'inizio, ma alla fine: differenza radicale tra questo libro e il Pentateuco.

Ciò detto, spirai alle due del pomeriggio di un venerdì del mese d'agosto del 1869, nella mia bella villa di Catumbì. Avevo sessantaquattro anni, forti e prosperosi, ero scapolo, possedevo circa trecentomila scudi e fui accompagnato al cimitero da undici amici. Undici amici! vero che non ci furono manifesti funebri, né partecipazioni. Mettici poi che pioveva, una pioggerellina umida, triste e incessante, tanto incessante e tanto triste che indusse uno di quei fedeli dell'ultima ora a inserire nel discorso funebre proferito innanzi alla mia fossa questa espressione: «Voi che l'avete conosciuto, voi, signori miei, potete dire che la natura stessa stia piangendo l'irreparabile perdita di uno dei più bei caratteri che abbiano dato lustro all'umanità. Quest'aria cupa, queste gocce dal cielo, quelle oscure nuvole che coprono l'azzurro come un velo funereo, tutto ciò è il sublime elogio al nostro illustre defunto».

Fedele e buon amico! No, non mi pento dei venti titoli che gli ho lasciato. E fu così che giunsi alla fine dei miei giorni; fu così che mi incamminai verso la undiscovered country di Amleto, senza le ansie né i dubbi del giovane principe, ma lento e quieto, come chi esce tardi dallo spettacolo: a tarda notte e annoiato. Videro la mia dipartita nove o dieci persone, e tra esse tre signore: mia sorella Sabina, sposata con Cotrim, sua figlia un giglio della valle e... abbiate pazienza! Di qui a poco dirò chi era la terza signora. Sappiate per ora che costei, per quanto non fosse una parente, soffrì quanto e più delle parenti. Proprio così: soffrì di più. Non dico che si sia strappata le vesti, non dico che si sia gettata a terra disperandosi. Né la mia dipartita fu evento particolarmente drammatico... uno scapolone che muore a sessantaquattro anni non si direbbe che riunisca in sé tutti gli elementi della tragedia. E anche ammesso che sia stato così, niente sarebbe stato più sconveniente per questa signora che darlo a intendere. In piedi al capezzale, attonita, a bocca aperta, la triste signora stentava a credere alla mia morte.

«Morto, morto» diceva tra sé.

E l'immaginazione di quella signora, come le cicogne che il viandante illustre vide spiccare il volo dall'Ilisso alle rive africane, nonostante le rovine e il tempo, la fantasia di quella signora similmente sorvolò le macerie attuali verso l'Africa della giovinezza...

Ma lasciamola andare. La raggiungeremo a breve... quando torneremo ai primi anni.

Adesso voglio morire tranquillamente, con metodo, ascoltando il lamento delle dame, il mormorio falso degli uomini, la pioggia che tamburella sulle foglie del Tinhoro in cortile e il suono stridulo della lama che l'arrotino affila sulla porta di un conciatore. Vi assicuro che quest'orchestra funebre fu molto meno triste di quanto potrebbe sembrare. Da un certo punto in poi fu addirittura deliziosa. La vita si dibatteva nel mio petto, con impeti di onde marine, la coscienza si faceva vaga, sprofondavo nell'immobilità fisica e psichica, e il corpo mi si faceva vegetale, pietra, fango, e nulla.

Morii di polmonite: può darsi tuttavia che il lettore non mi crederebbe se dicessi che non fu tanto la polmonite la causa della mia morte, quanto un'idea grandiosa e utile. Eppure è questa la verità. Vi esporrò in breve questo caso. Giudicherai da te.

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CAPITOLO II
Il balsamo



Infatti una mattina, mentre passeggiavo in giardino, un'idea mi si appese al trapezio che avevo nel cervello. E una volta appesa, iniziò a sbracciarsi, sgambettare, a fare le più ardite capriole da funambolo che potessi immaginare. Rimasi a contemplarla e subito, in un grande balzo, stese braccia e gambe a formare una X: 'Deciframi o ti divoro'. Tale idea era niente meno che l'invenzione di un medicamento sublime, un balsamo antipocondriaco, destinato a recare sollievo alla nostra malinconica umanità. Nella richiesta di brevetto che decisi quindi di compilare richiamai l'attenzione del governo su tale risultato, autenticamente cristiano. Tuttavia non negai agli amici i vantaggi economici che sarebbero risultati dalla distribuzione di un tale prodotto, dall'effetto tanto radicale. Ma ora, trovandomi dall'altra sponda dell'esistenza, posso confessare tutto: ciò che più mi spinse fu la soddisfazione di vedere stampate su giornali, vetrine, riviste e manifesti, e soprattutto sulle confezioni del prodotto, queste tre parole: 'Rimedio Bras Cubas'. Perché negarlo? Avevo una passione per il clamore, la pubblicità, i fuochi d'artificio della commozione. Forse le persone modeste contesteranno questo mio difetto, ma confido che i furbi me ne riconosceranno il talento. Così la mia idea possedeva due facce, come una medaglia: una rivolta al pubblico, l'altra verso me. Da un lato filantropia e lucro, dall'altro sete di fama. O meglio: amore per la gloria.

Un mio zio, canonico con piena prebenda, soleva dire che l'amore per la gloria terrena era la perdizione delle anime, le quali devono desiderare solo la gloria eterna. Al che l'altro zio, ufficiale di uno degli antichi reggimenti di fanteria, rispondeva che l'amore per la gloria è la cosa più autenticamente umana che c'è nell'uomo, e quindi la sua caratteristica più genuina.

Scelga il lettore tra il canonico e il militare: io torno al balsamo.

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CAPITOLO VII
Il delirio



Non mi risulta che alcuno abbia ancora messo per iscritto il proprio delirio; lo faccio io, e la scienza me ne sarà grata. Se il lettore non è portato alla contemplazione di tali fenomeni mentali può saltare il capitolo; vada diretto alla narrazione. Ma, per poco curioso che sia, gli dico che sarà interessante sapere cosa successe nella mia testa nell'arco di venti o trenta minuti.

Innanzitutto assunsi le fattezze di un barbiere cinese, panciuto e abile, e stavo facendo il pelo a un mandarino, che mi ripagava con pizzicotti e confetti: capricci di mandarino.

Subito dopo mi ero tramutato nella Summa Theologiae di San Tommaso, stampata in volume e rilegata in marocchino, con tanto di fermagli d'argento e illustrazioni, idea questa che conferì al mio corpo la più perfetta immobilità; e poi ancora mi ricordo che, essendo le mie mani i fermagli del libro, e incrociandosi sul ventre, qualcuno le separava (Virgilia sicuramente), perché la posizione le dava l'immagine di un defunto.

Infine, ripresi le fattezze umane, vidi un ippopotamo arrivare e portarmi via. Mi lasciai andare, non so se per paura o fiducia; ma poco dopo quella corsa era divenuta talmente vertiginosa che mi arrischiai a interpellarlo, e con una certa arte gli dissi che il viaggio mi pareva senza meta.

«Si sbaglia» rispose l'animale, «stiamo andando all'origine dei secoli».

Insinuai che doveva essere davvero molto lungo; ma l'ippopotamo non mi intese, o non mi sentì, se non addirittura finse una delle due. E visto che parlava gli chiesi se per caso discendesse dal cavallo di Achille o dall'asina di Balaam; rispose con un gesto caratteristico di questi due quadrupedi: scosse le orecchie. Da parte mia chiusi gli occhi e mi lasciai andare. Ormai posso confessare che ebbi una qualche curiosità di sapere dove fosse l'origine dei secoli, se fosse tanto misteriosa come l'origine del Nilo, e soprattutto se avesse un qualche valore, più o meno quanto il consumarsi dei secoli stessi; riflessioni di un cervello malato. Siccome andando tenevo gli occhi chiusi, non vedevo la strada; mi ricordo solo che il freddo aumentava con l'andare del tempo, e che a un certo punto ebbi la sensazione di essere entrato nella regione dei ghiacci eterni. A quel punto aprii gli occhi e vidi l'animale galoppare su una pianura bianca di neve, con montagne di neve, vegetazione di neve e vari grandi animali fatti di neve. Neve dappertutto; eravamo persino gelati da un sole di neve. Provai a parlare, ma riuscii solo a grugnire questa domanda ansiosa:

«Dove siamo?»

«Abbiamo già passato l'Eden».

«Bene; fermiamoci allora nella tenda di Abramo».

«Ma se stiamo viaggiando all'indietro!» mi schernì il mio destriero.

Rimasi imbarazzato e stordito. Il viaggio iniziò a sembrarmi noioso e troppo strano, il freddo fastidioso, la guida violenta e il risultato impalpabile. E inoltre pensieri di malato ammesso che raggiungessimo la meta stabilita, non era possibile che i secoli, irritati dalla nostra investigazione, mi schiacciassero tra le unghie, che dovevano essere altrettanto secolari? Con questi pensieri in mente andavamo divorando la strada, e la pianura volava sotto i nostri piedi, finché l'animale si fermò e potei guardare più tranquillamente intorno a me. Guardare solamente: non vidi niente oltre l'immenso bianco della neve, che aveva invaso anche il cielo, azzurro fino ad allora. Forse a tratti mi è apparsa davanti qualche pianta, enorme, grottesca, che mulinava al vento le grandi foglie. Il silenzio della regione era quello di un sepolcro: si sarebbe detto che la vita delle cose era rimasta inebetita davanti all'uomo.

Cadde dal cielo? Si staccò dalla terra? Non lo so; so che mi apparve allora un volto immenso, una figura di donna, e mi fissava con occhi fiammeggianti come il sole. Tutto in quella figura aveva la vastità delle forme selvagge, e tutto fuggiva alla comprensione dell'occhio umano, perché i contorni si perdevano nell'aria, e ciò che sembrava consistente era diafano. Stupefatto, non dissi niente, non riuscii nemmeno a cacciare un grido; ma dopo un certo lasso di tempo, che fu breve, chiesi chi fosse e come si chiamasse: curiosità nel delirio.

«Chiamami Natura, o Pandora; ti sono madre e nemica».

All'udire quest'ultima parola indietreggiai un poco, preso dallo spavento. La figura esplose in una risata, che produsse intorno a noi l'effetto di un tifone; le piante si torsero e un lungo gemito ruppe il silenzio delle cose d'intorno.

«Non spaventarti» disse, «la mia inimicizia non uccide; si afferma soprattutto per la vita. Vivi: non cerco altro flagello».

«Vivo?» chiesi io, affondando le unghie nelle mani, come per ratificare la mia esistenza.

«Sì, verme, tu vivi. Non temere di perdere quello straccio che è il tuo orgoglio; proverai ancora, per qualche ora, il pane del dolore e il vino della miseria. Vivi: proprio adesso che hai perso la ragione tu vivi; e se la tua coscienza riacquisterà un istante di lucidità, dirai di voler vivere».

E dicendo ciò la visione stese il braccio, mi prese per i capelli e mi sollevò per aria, come se fossi una piuma. Solo allora le vidi da vicino il viso, che era enorme. Non avrebbe potuto essere più calmo; nessuna contorsione violenta, nessuna espressione di odio o ferocia; l'unica caratteristica generale, completa, era di un'impassibilità egoista, di una eterna sordità, e di un'immobile volontà. La rabbia, se ce n'era, rimaneva chiusa nel cuore. Allo stesso tempo in quel volto di ghiaccio c'era un'espressione di giovinezza, una mescolanza di forza e vizio, innanzi alla quale mi sentivo il più debole e decrepito degli esseri.

«Mi hai inteso?» disse, dopo un momento di mutua contemplazione.

«No, risposi; né voglio comprenderti; sei assurda, sei una favola. Sto sognando, di certo, o se è vero che sono diventato pazzo, tu non sei altro che l'immagine di una mente folle, è così, sei cosa vana, che la ragione assente non può reggere né palpare. La Natura, tu? La Natura che io conosco è solo madre, non è nemica; non rende la vita un flagello, né ha, come hai tu, quel volto indifferente come un sepolcro. E perché Pandora?»

«Perché porto nel sacco tutti i beni e tutti i mali, e il maggiore di tutti: la speranza, consolazione degli uomini. Tremi?»

«Sì, il tuo sguardo mi affascina».

«Lo credo; io non sono solo la vita. Sono anche la morte, e tu ti appresti a restituirmi ciò che ti ho concesso. Gran libertino, ti attende la voluttà del nulla».

L'eco di quella parola, come un tuono nell'immensa vallata, mi sembrò essere l'ultimo suono che mi sarebbe giunto alle orecchie; mi sembrò di avvertire l'immediata decomposizione di me stesso.

Allora la guardai con occhio supplice, e chiesi ancora qualche anno.

«Povero cucciolo!» esclamò. «Per cosa chiedi qualche altro istante di vita? Per divorare, e poi essere divorato? Non sei stufo dello spettacolo e della lotta? Conosci già tutto ciò che ti ho presentato come meno turpe e meno doloroso: il chiarore del giorno, la melanconia della sera, la quiete della notte, gli aspetti della terra, e infine il sonno: il maggior beneficio ricevuto dalle mie mani. Che altro vuoi, sublime idiota?».

«Vivere solamente, non ti chiedo altro. Chi infuse nel mio cuore tanto amore per la vita, se non tu? E se io amo la vita, perché devi incolpare te stessa, uccidendo me?».

«Perché non ho bisogno di te. Al tempo non interessa il minuto che passa, ma il minuto che viene. Il minuto che viene è forte, giocondo, è convinto di portare in sé l'eternità, e porta la morte, e perisce come l'altro, ma il tempo permane. Egoismo, dirai tu? Sì, egoismo, non c'è altra legge. Egoismo, conservazione. La pantera uccide il vitello perché la ragione della pantera è che deve vivere, e se il vitello è tenero, tanto meglio: ecco lo statuto universale. Sali e guarda».

E così dicendo mi trascinò sulla cima di una montagna. Chinai lo sguardo su un versante e contemplai a lungo e per un vasto spazio, attraverso la nebbia, una cosa unica.

Immagina, lettore, la condensazione dei secoli in parata, tutte le razze, tutte le passioni, il tumulto degli imperi, la guerra degli appetiti e degli odii, la distruzione reciproca degli esseri e delle cose. Tale fu lo spettacolo, l'amaro e curioso spettacolo. La storia degli uomini e della terra aveva assunto così un'intensità che non potevano conferirgli né la scienza né l'immaginazione; perché la scienza è troppo lenta e l'immaginazione troppo vaga, e quello che vidi era la viva condensazione di tutti i tempi. Per descriverla bisognerebbe fissare un lampo. I secoli sfilavano in un turbinio, e ciononostante, dal momento che quelli del delirio sono altri occhi, vedevo tutto ciò che mi passava davanti croce e delizia da quella cosa chiamata gloria a quell'altra detta miseria, e l'amore che moltiplica la miseria, e la miseria che aggrava la debolezza.

E venne la bramosia che divora, la collera che infiamma, l'invidia bavosa, e la zappa e la penna, umide di sudore, e l'ambizione, la fame, la vanità, la malinconia, la ricchezza, l'amore, e tutti scuotevano l'uomo come un campanaccio, fino ridurlo uno straccio. Erano le varie forme di un male, che morde ora le viscere, ora il pensiero, e portava eternamente in giro le sue vesti di arlecchino intorno alla specie umana. Il dolore cessava, a momenti, ma cedeva il posto all'indifferenza, che è un sonno senza sogni, o al piacere, che è un dolore bastardo. E in questo l'uomo, flagellato e ribelle, correva davanti alla fatalità delle cose, dietro una figura nebulosa e schiva, fatta di pezzetti di stoffa, uno impalpabile, l'altro improbabile, l'altro ancora invisibile, tutti appena imbastiti con punti provvisori, cuciti dall'ago dell'immaginazione; e questa figura niente meno che la chimera della felicità gli fuggiva continuamente, oppure si lasciava afferrare per le vesti, e l'uomo le cingeva il petto ed intanto ella rideva e lo scherniva, e poi spariva, come un'illusione.

Contemplando tali calamità non trattenni un grido di angoscia, che la Natura, o Pandora, ascoltò senza protestare né ridere; e non so per quale legge di sconvolgimento cerebrale, fui io a mettermi a ridere, di un riso eccessivo e idiota.

«Hai ragione» dissi io, «la cosa è divertente e vale la pena; forse monotona, ma vale la pena. Quando Giobbe malediceva il giorno in cui era stato concepito, era perché avrebbe voluto avere la possibilità di vedere lo spettacolo da quassù. Andiamo Pandora, apri il ventre, e digeriscimi; lo spettacolo mi diverte, ma digeriscimi».

Per tutta risposta mi obbligò a guardare in basso i secoli che continuavano a passare, veloci e turbolenti, generazioni che scavalcano generazioni, alcune tristi come gli Ebrei in cattività, altre allegre come i dissoluti di Commodo, e tutte puntuali nella loro sepoltura. Volli fuggire, ma una forza misteriosa mi tratteneva per i piedi.

Mi dissi dunque: «Bene, i secoli passano, arriverà anche il mio, fino all'ultimo di tutti, che mi darà la chiave dell'eternità». E fissai lo sguardo, continuando a vedere le ere passare, andare e venire, ormai tranquillo, risoluto, non so se persino allegro. Forse allegro. Ogni secolo recava la propria porzione di luci ed ombre, di apatia e combattività, di verità e di errore, e la sua corte di sistemi, di nuove idee, di nuove illusioni; in ciascuna di esse un'esplosione di verde a primavera, che poi ingialliva per rifiorire successivamente.

E così, con il passo cadenzato dalla regolarità del calendario, si facevano la storia e la civiltà, e l'uomo, nudo e disarmato, si armava e si vestiva, costruiva il tugurio e il palazzo, il rude villaggio e Tebe dalle cento porte, creava la scienza, che scruta, e l'arte che eleva, si faceva orefice, meccanico, filosofo, correva sulla superficie del globo e scendeva nel ventre della terra, saliva alle sfere delle nubi, collaborando così all'opera di mistero con cui occupava la necessità della vita e la malinconia dell'abbandono. Il mio sguardo, nauseato e distratto, vide infine arrivare il secolo presente, e al di là di quello il futuro. Procedeva agile, destro, vibrante, pieno di sé, prolisso e ridondante, audace e presuntuoso, ma alla fine miserabile come i primi, e passò come passarono tutti gli altri e i seguenti, con la stessa rapidità e monotonia. Mi feci più attento, concentrai lo sguardo: avrei infine visto l'ultimo! Ma la velocità di marcia era tale che tutto sfuggiva alla comprensione; a quel punto un secolo era un lampo. Forse per questo altri oggetti entrarono a far parte della visione, modificandosi; alcuni si facevano più grandi, altri più piccoli, altri si fondevano con l'ambiente. La nebbia coprì tutto, meno l'ippopotamo che mi aveva portato là, e che a sua volta prese a rimpicciolirsi, rimpicciolirsi, rimpicciolirsi fino ad assumere le dimensioni di un gatto. Lo guardai bene: era il mio gatto Sultano, che giocherellava sulla porta della mia camera con una palla di carta...

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CAPITOLO XIX
A bordo



Eravamo undici passeggeri: un matto, accompagnato dalla moglie, due ragazzi che passeggiavano, quattro commercianti e due camerieri. Mio padre mi raccomandò a tutti, a cominciare dal capitano della nave, che di per sé aveva già molto di che preoccuparsi , dal momento che aveva una moglie tisica in fin di vita.

Non so se il capitano sospettasse alcunché del mio funebre intento, o se mio padre l'avesse messo in guardia; so che non mi toglieva gli occhi di dosso. Quando non poteva starmi dietro, allora mi portava dalla moglie. La moglie era quasi sempre su di un lettino basso, a tossire e tossire, e a dire che mi doveva mostrare i dintorni di Lisbona. Non era magra, era trasparente; era impossibile che non morisse da un'ora all'altra. Il capitano fingeva di non credere alla morte imminente, forse per ingannare se stesso. Io non sapevo e non pensavo niente. Cosa me ne importava del destino di una donna tisica in mezzo all'oceano? Il mondo per me era Marcela.

Una notte, alla fine della prima settimana, trovai l'occasione propizia per morire. Uscii con cautela, ma incontrai il capitano che giunto al parapetto, fissava l'orizzonte.

«Un temporale?» chiesi.

«No» rispose lui tremando. «No, sto osservando lo splendore della notte; guardi: è celestiale!».

Lo stile smentiva la persona, alquanto rude e apparentemente alieno a espressioni ricercate. Lo fissai; pareva assaporare il mio stupore. Dopo alcuni secondi mi prese la mano e indicò la luna, chiedendomi perché non componessi un'ode alla notte; risposi che non ero poeta. Il capitano borbottò qualcosa, fece due passi, mise la mano in tasca e ne trasse un pezzo di carta, tutto sgualcito; poi, alla luce di una lanterna lesse un'ode oraziana sulla libertà della vita marittima.

Erano versi suoi.

«Allora?».

Non ricordo cosa gli dissi. Ricordo che mi strinse la mano con molta forza e molta gratitudine; subito dopo mi recitò due sonetti. Stava per recitarne un altro, quando vennero a chiamarlo da parte della donna.

«Arrivo» disse, e mi recitò il terzo sonetto, lentamente, con passione.

Rimasi solo; ma la musa del capitano mi aveva spazzato via dal cuore i brutti pensieri. Preferii dormire, che è un modo temporaneo di morire. Il giorno seguente giungemmo sotto un temporale che spaventò tutti, meno il matto; questi iniziò a far salti, a dire che la figlia lo mandava a prendere con una carrozza. La morte di una figlia era stata la causa della sua pazzia. No, non potrò mai scordare l'orribile figura del pover'uomo in mezzo al tumulto delle persone e alle urla dell'uragano, a canticchiare e ballare, con gli occhi fuori dalle orbite, pallido e con i capelli lunghi e arruffati. A tratti si arrestava, alzava al cielo la mano ossuta, segnava una croce con le dita, poi un quadrato, poi dei cerchi, e rideva, rideva, disperatamente. La moglie non poteva occuparsi di lui; presa dal terrore della morte pregava per se stessa tutti i santi del cielo. Infine la tempesta cessò. Confesso che fu un eccellente diversivo alla tempesta del mio cuore. Meditavo di trovare la morte, e non osai guardarla in volto quando ella venne da me.

Il capitano mi chiese se avessi avuto paura, se fossi stato in pericolo, se non avessi trovato sublime lo spettacolo; il tutto con interesse da amico. Naturalmente la conversazione ripiegò sulla vita in mare; il capitano mi chiese se apprezzassi gli idilli pescatori. Risposi ingenuamente che non sapevo cosa fossero.

«Vedrai» rispose.

E mi recitò una poesiola, e poi un'altra, una ecloga, e infine cinque sonetti, con i quali concluse, per quel giorno, le confidenze letterarie. Il giorno seguente, prima di recitare alcunché, il capitano mi raccontò di aver abbracciato la professione marittima solo per via di alcuni gravi motivi, perché la nonna lo avrebbe voluto prete, e in effetti aveva una qualche conoscenza del latino; non divenne prete, ma non smise di essere poeta, che era la sua vocazione naturale. Per provarlo mi recitò su due piedi un centinaio di versi. Notai un fatto curioso: tali erano i gesti che usava, che una volta scoppiai a ridere; ma il capitano, quando recitava, guardava tanto dentro se stesso che non vide né udì niente.

I giorni passavano, scorrevano le acque, e i versi, e con essi anche la vita della donna. Ne aveva per poco... Un giorno, subito dopo colazione, il capitano mi confessò che l'ammalata probabilmente non sarebbe arrivata alla fine della settimana. «Di già?!» esclamai. « stata una brutta nottata».

Andai a trovarla; la trovai per la verità quasi moribonda, ma ancora parlava di riposarsi qualche giorno a Lisbona, prima di venire con me a Coimbra, perché il suo proposito era quello di portarmi fino all'università. La lasciai costernato. Trovai il marito che guardava le onde del mare che venivano a spegnersi sul fianco della nave, e cercai di consolarlo. Egli mi ringraziò, mi raccontò la storia deì suoi amori, elogiò la fedeltà e la dedizione di sua moglie, ricordò e mi recitò i versi che aveva scritto per lei. A quel punto vennero a cercarlo da parte sua; corremmo entrambi, era un forte attacco. Quel giorno e il successivo furono tremendi. Il terzo fu il giorno della morte; io fuggii lo spettacolo, ne avevo repulsione. Dopo mezz'ora incontrai il capitano, seduto su di un mucchio di gomene, con la testa tra le mani; dissi una parola di conforto.

« morta come una santa» rispose. E perché questa parola non fosse attribuita a stanchezza sì alzò subito, scrollò la testa e fissò l'orizzonte, con gesto lento e profondo.

«Andiamo» continuò, «consegnamola alla fossa che non si apre mai».

In effetti poche ore dopo il cadavere veniva lanciato in mare, con la consueta cerimonia. Tutti avevano il capo chino per la tristezza; quello del vedovo ricordava la cima di un colle duramente colpito da un fulmine. Grande silenzio. Il ventre del mare si aprì, accolse le spoglie, si richiuse, una lieve increspatura, e la galera si allontanò. Rimasi alcuni minuti a poppa, con gli occhi fissi su quel punto incerto del mare sotto il quale si trovava una di noi... poi andai dal capitano, per distrarlo.

«Grazie» mi disse comprendendo la mia intenzione, «stia certo che non dimenticherò mai le sue attenzioni. Dio la ripagherà. Povera Leocadia! Ricordati di noi dal cielo».

Asciugò con la manica una lacrima importuna; trovai un diversivo nella poesia, che era la sua passione. Gli parlai dei versi che mi aveva letto, e mi offrii di farli stampare. Gli occhi del capitano si animarono un poco. «Forse accetterò» disse, «ma non so... sono ben fragili versi».

Gli giurai che non era così, e chiesi che li riunisse e me li consegnasse prima dello sbarco.

«Povera Leocadia!» mormorò egli senza rispondere alla mia richiesta. «Un cadavere.. il mare... il cielo... la nave...».

Il giorno seguente venne a leggermi un epicedio che aveva appena composto, in cui erano menzionate le circostanze della morte e della sepoltura della donna. Me lo lesse con voce sinceramente commossa, e la mano tremante; alla fine mi chiese se i versi fossero degni del tesoro che aveva perduto.

«Lo sono» dissi.

«Non avrò talento» disse dopo un istante, «ma nessuno potrà negare il mio sentimento, a meno che non sia proprio il sentimento a compromettere la perfezione»

«Non credo; li trovo versi perfetti»

«Sì, credo che... versi di marinaio»

«Di marinaio poeta».

Egli sollevò il volto, guardò il foglio e tornò a recitare la poesia, ma ormai senza tremare, accentuando le intenzioni letterarie, dando risalto alle immagini e melodia ai versi. Alla fine mi confessò essere quella la sua opera più compiuta; gli dissi che era così; egli mi strinse a lungo la mano, e mi predisse un grande avvenire.

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CAPITOLO XLVIII
La punta del naso



Naso, coscienza senza rimorsi, tu mi sei stato di gran servizio in vita... hai mai meditato sul destino del naso, caro lettore? La spiegazione del dottor Pangloss è che il naso sia stato creato per appoggiarci gli occhiali; e confesso che tale spiegazione mi è parsa definitiva per lungo tempo. Ma è venuto un giorno in cui rimuginando su questo e su altri punti oscuri della filosofia, terminai con l'unica, vera, definitiva spiegazione.

Infatti mi bastò osservare le abitudini dei fachiri. Il lettore sa che il fachiro passa ore e ore intento a guardarsi la punta del naso, al solo scopo di vedere la luce celeste. Quando egli fissa gli occhi sulla punta del naso perde ogni sentimento delle cose esterne, sì pasce nell'invisibile, apprende l'impalpabile, si svincola da terra, si dissolve, si fa etereo. Questa sublimazione dell'essere per la punta del naso è il fenomeno più eccelso dello spirito, e la capacità di raggiungerla non è propria solo del fachiro: è universale. Ogni uomo ha la necessità e il potere di contemplare il proprio naso al fine di osservare la luce celeste, e tale contemplazione il cui effetto è la subordinazione dell'universo solamente a un naso, costituisce l'equilibrio delle società. Se ì nasi si contemplassero solo l'un l'altro il genere umano non sarebbe giunto a durare per secoli: si sarebbe spento all'estinguersi delle prime tribù.

Anche da qui sento l'obiezione di un lettore: come può essere così, dice egli, se non si è mai visto che gli uomini stiano a contemplare il proprio naso?

Lettore ottuso, ciò prova che non siete mai stati nella mente di un cappellaio. Un cappellaio passa davanti a un negozio di cappelli; è il negozio che un rivale ha aperto da due anni; allora aveva due porte, adesso ne ha quattro, e tutto dice che ne avrà sei e poi otto. In vetrina i cappelli del rivale sono in bella mostra. Dalla porta entrano i clienti del rivale. Il cappellaio confronta quel negozio con il suo, che è più vecchio e ha solo due porte, e quei cappelli con i suoi, che sono meno ricercati anche se di ugual prezzo. Naturalmente rimane avvilito. Ma prosegue, concentrato, con gli occhi bassi o davanti a sé, indagando le cause della prosperità del rivale e della propria decadenza, sommando anche che egli è un cappellaio molto migliore dell'altro.., è in quell'istante che gli occhi fissano la punta del naso. La conclusione pertanto è che ci sono due forze capitali: l'amore, che moltiplica la specie, e il naso, che la subordina all'individuo.

Procreazione ed equilibrio.

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CAPITOLO CIX
Il filosofo



Stabilito che ho letto e riletto la lettera, prima e dopo pranzo, stabilito che pranzai, resta solo da dire che fu uno di pranzi più parchi della mia vita: un uovo, una fetta di pane, una tazza di tè. Non mi scordo questi minimi particolari: in mezzo a tante cose importanti dimenticate, questo pranzo è sfuggito all'oblio. La ragione principale potrebbe appunto essere il mio disastro; ma non fu quella; la ragione principale fu la riflessione che mi aveva suggerito Quincas Borba, che venne a farmi visita proprio quel giorno. Mi disse che la frugalità non era necessaria per intendere l' Umanitismo, e meno ancora per praticarlo; disse che questa filosofia si sposava perfettamente con i piaceri della vita, inclusi la tavola, lo spettacolo e l'amore; e che, al contrario la frugalità poteva indicare una certa tendenza all'ascetismo il quale era l'espressione completa della stupidità umana. «Veda San Giovanni» disse; «egli si cibava di locuste nel deserto, invece di pascersi tranquillamente nella città e far dimagrire i farisei nella sinagoga».

Dio mi scampi dal raccontare la storia di Quincas Borba, che udii tra le altre cose in quella circostanza, una storia lunga, complicata, ma interessante. E se non racconto quella storia chiedo dispensa anche dal descrivere la sua figura, molto diversa da quella che mi era apparsa ai Giardini Pubblici. Faccio silenzio e dico solamente che se la caratteristica principale dell'uomo non sono le fattezze, ma il vestiario, allora quello non era Quincas Borba. Era un giudice senza toga, un generale senza divisa, un negoziante senza conti in rosso. Notai la perfezione della redingote, il candore della camicia, l'eleganza delle scarpe. La stessa voce, che era stata roca, sembrava restituita all'originaria sonorità. Quanto al gesto, senza che avesse perduto la vivacità dei tempi andati non c'era però disordine, esso si assoggettava a un certo metodo. Ma non voglio descriverlo. Se parlassi per esempio del bottone d'oro che portava al petto e della qualità del cuoio delle scarpe darei inizio a una descrizione che invece ometto per brevità. Accontentatevi di sapere che le scarpe erano di vernice. E sappiate che aveva ereditato alcune migliaia di scudi da un vecchio zio di Barbacena. Il mio spirito, e permettetemi qui un confronto infantile, il mio spirito in quell'occasione era una specie di palla. I racconti di Quincas Borba gli davano un calcio, ed esso si levava in cielo; quando stava per tornare a terra il biglietto di Virgilia dava un altro calcio, ed era di nuovo in cielo; scendeva e l'episodio del Giardino Pubblico lo accoglieva con un altro calcio, egualmente forte ed efficace. Credo di non essere fatto per le situazioni complicate. Quell'altalena di cose opposte mi faceva perdere l'equilibrio; avrei voluto incartare Quincas Borba, Lobo Neves e il biglietto di Virgilia nella filosofia stessa, e mandarli subito tutti a trovare Aristotele. Tuttavia i discorsi del nostro filosofo erano istruttivi. Era ammirevole soprattutto la capacità d'osservazione con cui descriveva la gestazione e la crescita del vizio, le lotte interiori, le lente capitolazioni, l'abitudine al fango.

«Guarda» osservò lui, «la prima notte che ho passato sul sagrato di San Francesco ho dormito fino a mattina, come se fossi su una piuma. Perché? Perché gradualmente ero passato dal letto al tavolo, dalla stanza privata al corpo di guardia, e da lì alla strada...».

Volle espormi la sua filosofia. Io chiesi che evitasse: «Sono molto preoccupato oggi, non potrei seguirti; torna un'altra volta, sono sempre a casa».

Quincas Borba mi sorrise maliziosamente; che sapesse della mia avventura? A ogni modo non aggiunse nulla. Mi disse solo queste parole sulla porta: «Avvicinati all' Umanitismo. il grande grembo degli spiriti, il mare eterno in cui mi sono tuffato per carpire la verità. I Greci l'avevano estratta da un pozzo, che concezione meschina! Un pozzo! Proprio per questo non l'hanno mai scoperta. Greci, sottogreci, antigreci, tutta un lunga serie di uomini che si sono chinati su un pozzo per cercare di estrarne la verità che non sta lì. Hanno sprecato corda e secchi; i più audaci sono scesi in fondo al pozzo, e ne hanno tratto un rospo. Io sono andato direttamente al mare. Accostati all' Umanitismo».

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