Copertina
Autore Teresa Macrì
Titolo In the mood for show
EdizioneMeltemi, Roma, 2008, Melusine 80 , pag. 232, ill., cop.fle., dim. 12x19x2 cm , Isbn 978-88-8353-666-3
LettoreLuca Vita, 2008
Classe critica d'arte , arte , cinema
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice


  7 Introduzione


 11 Capitolo primo - Rockocò

 11 Visuality
 12 Marie Antoinette
 22 God Save the Queen

 29 Capitolo secondo - Shocking

 29 Shock Beauty
 32 The Physical Impossibility of Death
    in the Mind of Someone Living
 51 I Want To Spend the Rest of My Life Everywhere,
    with
    Everyone, One to One, Always, Forever, Now
 55 For the Love of Brain
 73 Beautiful Bleeding Wound Over
    the Materialism of Money Painting

 75 Capitolo terzo - Provocative

 75 La paura fa Novanta
 79 La Nona Ora
 92 Hollywood
 98 Uffa!
102 Bidibibodibiboo

105 Capitolo quarto - Psychic

105 24 Hours Psycho
114 Through a Looking Glass
12o Zizou
126 Trascendental pop

135 Capitolo quinto - Potitical

135 Play global, dance local
144 The World Won't Listen

155 Capitolo sesto - Neurotoxic

155 Clip culture
160 Aphex Twin
165 Robotics
167 Sex-scandal
171 All Monsters

175 Capitolo settimo - Dirty

175 Rupture
177 Gummo o i flussi decodificati
196 Julien Donkey Boy, capitalismo e schizofrenia
207 Beautiful Losers
216 Mister Lonely

225 Bibliografia


 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 7

Introduzione


Sono sicuro che grazie al punk puoi avere quello che vuoi. Puoi dire: io la penso così. Credo sia stato questo a fare di me un artista.

Damien Hirst, The Future Is Unwritten


Quanta pittura aleggia dentro i frame di In the Mood for Love, l'ammaliante cult-movie di Wong Kar-Wai, e quanto cinema passa dentro le opere di Douglas Gordon; quanta visionarietà dentro i film di Harmony Korine e Terrence Malick; quanta pop-music risignifica la ricerca identitaria di Phil Collins e Martin Creed? Quanto scarto politico sottendono i re-nactement di Jeremy Delter e Rod Dickinson?

La cultura visuale è un congegno sincretico e, attraverso logiche di senso plurisensoriali, tende a sfaldare ogni categoria chiusa. L'immagine postmoderna è diasporica, così come i flussi continui di individui che si spostano e ibridano l'umanità. Siamo tutti meticciati e contaminati dai differenti respiri del mondo. L'immagine non fa che seguire l'erraticità dell'esistente e sintetizzarla in un brivido o un dubbio.

Essendo riplasmata nei reality show, abusata nei pulp movie, indagata nei docudrama, spettacolarizzata nelle mostre, rinegoziata nei web site, l'immagine è anche la "mappa semiotica" più significante tra il sé e il mondo. E filigrana l'idea dell'essere contemporaneo, stimolato da un'accelerazione neuronale e posseduto dai nuovi rituali del realismo psicotico.

Alla base di questa errabonda analisi, che salta dal paradigmatico film Marie Antoinette di Sofia Coppola alla scioccante epifania di The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living di Damien Hirst, dalla polemica installazione La Nona Ora di Maurizio Cattelan alla satirica sit-com South Park, dal situazionismo di The World Won't Listen di Phil Collins al grunge di Kurt Cobain, attraversando una serie di pulsioni transpolitiche innescate dalla molteplicità degli art-work, vi è la certezza che lo spazio culturale sia una collisione di arte, musica, filosofia, comunicazione, tecnologia, esperienze underground ed entertainment, che si trasforma in merce simulacrale, perché così va il mondo. Il collante che lega tutto questo è lo show, che investe un sentire partecipato e spettacolare e rende l'opera visibile e provocatoria, smarcandola da quel contesto elitario e autoreferenziale in cui, nel passato, era sigillata. La sua fusione in altro da sé (cinema, clip, reality, video, musica, testo, sport, animazione, disegno, video sharing, social broadcast ecc.) attesta anche quanto l'arte sia legata indissolubilmente alla pop culture.

Proprio perché l'opera si genera e si nutre della realtà che la circonda, mi è sembrato necessario riflettere sull'orizzonte della visuality postmoderna prendendo in considerazione alcuni degli art-makers più "liquidi" e, soprattutto, tentando un'analisi trans-mediale. E magari sarà chimerico, ma perché non credere che nuove community del sapere condiviso (materiali e immateriali) possano rinegoziare una nuova cultura delle merci e ridefinire una diversa architettura del potere?

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 11

Capitolo primo

Rockocò


Visuality

In quest'epoca postmoderna è stupefacente come l'immagine riesca a straripare dai propri confini in un flusso ininterrotto di connessioni che attraversano l'intero campo del sensibile, scavalcando categorie e specificità.

L'immagine artistica, finora così ventriloqua, si è come persa in quella cinematografica, fusa in quella del videoclip, asciugata nei testi lirici, sonorizzata nel rock. Così come il cinema flirta con la fotografia, con la scultura, con la pubblicità, con la pittura e così via. Tutto è diventato un rizoma espanso. Quasi insperatamente, il processo generativo e degenerativo dell'immagine, che Aby Warburg aveva già prefigurato in quel vaneggiato e mai concluso work in progress che è Mnemosynel, lo stiamo già palpando. Questo debordamento dell'immagine contemporanea, che si moltiplica e si estende in altro il cinema diventa pittura, la fotografia si tramuta in video -, la rende un oggetto particolarmente complesso.

Entrare in un'immagine è una psiconavigazione affascinante in un universo cognitivo molteplice, in cui si dispiega un immaginario frattalico. Le immagini non sono analizzate come oggetti circoscritti, ma come un sistema di pratiche che ne contestualizza il significato. La cultura visuale si regge infatti sull'immagine come prodotto in cui si intersecano elementi che riguardano il suo grado di visuality, all'interno di un orizzonte multidisciplinare in cui interferisce prepotentemente il sistema dei media. La cultura visuale contribuisce così a definire i discorsi entro cui si costituiscono i soggetti ed entro cui i soggetti, a loro volta, negoziano le proprie identità.


Marie Antoinette

Marie Antoinette, l'ardito film di Sofia Coppola uscito nel 2006, è il paradigma più eclatante dell'immagine-senso che transfuga da cristallizzate categorie, ne fuoriesce e si avventura altrove. Il film, probabilmente, non sarà il capolavoro del millennio, ma ha il pregio di essere un'opera obliqua, di quelle che spazzano via gli antichi limiti di una cultura divisa tra discipline insensate e prefigurano il futuro. Proprio per questo può sconcertare chi sia ancora trincerato in vecchi ordini di pensiero.

La sua obliquità la disgiunge da un sentire monosemico e la catapulta in uno plurisemico, dove non esistono limiti di senso, di mezzo, di ipotesi. Marie Antoinette è un tuffo nell'utopia visuale. materiale da visual studies, indagine interdisciplinare delle opere che, attraverso l'analisi della storia che le precede e della cultura che le circonda, permette la moltiplicazione di senso. Marie Antoinette è l'opera che più di ogni altra (forse solo Matrix dei fratelli Wachowski produce la stessa nomadicità di senso) incontra il sentire postmoderno; non solo, ma lo rende perfino sopportabile per quella leggera indulgenza che contiene nei suoi frame diventati voli o sogni.

Sofia Coppola è nata a New York il 14 maggio 1971, segno zodiacale del Toro.

| << |  <  |