Copertina
Autore Naghib Mahfuz
Titolo La via dello zucchero
EdizioneTullio Pironti, Napoli, 2002 , pag. 456, cop.fle., dim. 140x205x26 mm , Isbn 978-88-7973-181-2
OriginaleEs-Sukkariyya
TraduttoreClelia Sarnelli Cerqua
LettorePiergiorgio Siena, 2006
Classe narrativa egiziana
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Pagina 11

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Le donne se ne stavano intorno al braciere, le teste vicine una all'altra e le mani distese verso la brace ardente: quelle di Amina scarne e con le vene sporgenti; quelle asciutte, quasi pietrificate, di Aisha; quelle di Umm Hanafi coriacee come scudi di tartaruga e infine quelle di Naima belle, di un candido bianco.

Sembrava che il freddo di quel mese di gennaio dovesse ghiacciare negli angoli del salone rimasto immutato nel tempo, con le stuoie multicolori e i divani disposti lungo le pareti.

La scomparsa del vecchio lume a gas, sostituito da una lampada elettrica che pendeva dal soffitto, aveva però conferito al salone un aspetto diverso.

Ora la "riunione al caffè" si teneva nuovamente al primo piano e, anzi, tutte le attività del secondo piano erano state trasferite al primo per riguardo al padre che non poteva salire le scale a causa del mal di cuore; mutamento analogo del resto avevano subito anche i membri della famiglia: il corpo di Amina era simile a un ramo secco e la testa tutta piena di capelli bianchi; pur avendo appena sessanta anni, ne dimostrava una decina di più. Ma il cambiamento di Amina era poca cosa paragonato allo stato di declino e di indebolimento di Aisha. Gli stessi capelli, che pure conservavano il colore dell'oro e perfino gli occhi azzurri potevano suggerire ormai ironia o pietà; quello sguardo spento infatti non dava idea alcuna di vita né si capiva da cosa fosse originato l'estremo pallore del suo incarnato... Quel viso dalle ossa sporgenti, dagli occhi infossati e dalle guance incavate poteva mai appartenere a una donna di soli trentaquattro anni? Quanto a Umm Hanafì, gli anni si erano stratificati su di lei lasciandone intatta l'essenza, risparmiandone anche la carne e il grasso ma non la pelle, segnata profondamente, intorno al collo e alle labbra, come da depositi di polvere, di squame... e i suoi occhi mesti sembravano partecipare alla muta tristezza dei membri della famiglia.

Solo Naima, in mezzo al gruppo, sembrava una rosa piantata nel recinto di una sepoltura. Era diventata una bella giovane di sedici anni, dai capelli dorati e luminosi che incorniciavano un viso ornato da occhi azzurri; rassomigliava ad Aisha quand'era giovane, anzi era forse anche più affascinante. Ma era magra ed esile come un'ombra e aveva uno sguardo mite e sognante e, al contempo, ingenuo, quasi di persona estranea a questo mondo.

La giovane era inseparabile dalla madre, come se non volesse staccarsene neppure per un istante.

Umm Hanafi, strofinandosi le mani sul braciere, disse: «Gli operai lasceranno questa settimana il palazzo dopo avervi lavorato per un anno e mezzo...». Naima aggiunse con una certa ironia: «Il palazzo di àmm'Bayyumi, il venditore di sciroppi...».

Gli occhi di Aisha si sollevarono per un attimo dal braciere rivolgendosi verso Umm Hanafi senza che ella proferisse parola alcuna.

Un giorno la famiglia aveva appreso che la casa, che precedentemente era stata del sayyed Muhammad Radwan, sarebbe stata demolita e che, al suo posto, sarebbe stato costruito un palazzo di quattro piani che tutti già chiamavano il palazzo di amm Bayyumi, il venditore di sciroppi... 'Tutti quei vecchi ricordi... Maryam e Yasin... ma chissà dov'era ora Maryam... e sua madre e Bayyumi, il venditore di sciroppi, che si era impadronito della casa in parte per eredità e in parte per averla acquistata... Erano quelli giorni in cui la vita era veramente vita e il cuore tranquillo...'.

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Kamal versò il tè verde nel bicchiere dell'amico, si servì a sua volta e poi, con un sorriso a filo di labbra, disse:

«Si direbbe che il caffè Ahmad Abduh non ti entusiasmi!...».

«Effettivamente è molto strano», rispose Ismail distendendo il collo in quel suo movimento caratteristico, «perché non ci troviamo un posticino a livello del suolo?».

« pur sempre il luogo più indicato a ospitare gente veramente perbene come te!...».

Ismail scoppiò a ridere e scosse la testa come riconoscendo di essere realmente diventato degno di quella onorabilità riconosciutagli. Kamal continuò educatamente:

«Che si dice a Tanta?».

«Tutto benissimo! La giornata la passo interamente in ufficio e le serate sono tutte dedicate a mia moglie e ai bambini!».

«E come va questa prole?».

«Non ho da lamentarmi! Il loro benessere è in rapporto alle nostre fatiche, ma sempre e comunque sia lodato Allah!».

Spinto dalla curiosità che sempre gli suscitava l'argomento "famiglia", Kamal continuò:

«Sei anche tu convinto che i figli rappresentino "la vera felicità", come dicono i competenti?».

«Lo sono!».

«Malgrado le inevitabili preoccupazioni che arrecano?».

«Malgrado tutto!».

Kamal si ritrovò a osservare l'amico con maggiore curiosità. Aveva davanti un individuo diverso, che non aveva nessun legame con l'Ismail Latif che aveva frequentato negli anni tra il 1921 e il 1927, quell'insolito periodo della sua esistenza che egli aveva vissuto con tutto il suo essere, di cui non un attimo era trascorso se non all'insegna della gioia profonda o del vivo dolore; quel periodo della più vera amicizia realizzata nel rapporto con Husein Shaddad, dell'amore puro cristallizzato in Aida, dall'ardore impetuoso nutrito con la fiaccola della Rivoluzione egiziana.

'Nello spazio di pochi anni, dal 1924 al 1935, è sorto un nuovo Ismail Latif degno di essere osservato da chi ha la passione per i miracoli! Eppure, continua a essere sempre il vecchio amico di un tempo. Quanto a Husein Shaddad, la Francia lo ha sottratto alla sua patria, proprio come Hasan Salina che ha scelto l'estero come luogo di residenza e di vita. Ahimè, hanno perduto qualsiasi aggancio nel mio cuore! E anche se Ismall Latif non è mai stato per me un compagno dell'anima, egli è pur sempre il ricordo vivente di un favoloso passato. Perciò è degno di essere stimato ed egli mi è caro anche per la sua fedeltà. Non godo di nessuna gioia spirituale in sua compagnia, eppure è la prova vivente che il passato non è stato solo un bellissimo sogno, quel passato di cui io tengo ad affermare l'esistenza tanto quanto tengo alla stessa vita.

Che starà facendo ora Aida? In quale posto di questo vasto mondo si trova? Come sono potuto guarire dal suo amore? Si tratta di tanti prodigi...'.

«Sono pieno di ammirazione, sayyed Ismail! Tu meriti davvero ogni successo!».

Quest'ultimo si guardò intorno osservando il soffitto, le lanterne, le salette, i volti dei clienti persi dietro i loro sogni, la discussione o il gioco...

«Cosa ti attrae in questo caffè?», chiese.

Senza rispondergii direttamente, Kamal parlò con voce triste:

«Non sai! Sarà demolito presto e, sulle sue rovine, verrà costruito un grande palazzo. Fa parte delle vestigia di un passato destinate a scomparire per sempre».

«Mille volte addio! Che scompaia questo cimitero per lasciare spazio a un nuovo edificio!».

'Il mio amico ha ragione, ma anche il cuore ha le sue ragioni! O mio caro caffè, tu sei un pezzetto della mia stessa anima: tra queste mura io ho tanto sognato, tanto pensato; Yasin vi ha vissuto per anni e Fahmi si è incontrato con i rivoluzionari per riflettere e agire in vista di un mondo migliore. E poi io ti amo, perché sei dello stesso tessuto dei sogni... Ma a che serve tutto questo?

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[...] Ma la questione consiste nel fatto che la Patria non si accontenta né deve accontentarsi di questa scuola. Desideriamo una nuova fase di evoluzione, - desideriamo una scuola di socialismo; l'indipendenza infatti non è l'ultima meta ma solo un mezzo per ottenere i diritti costituzionali, economici e umani del popolo».

«Come sono belle queste parole!», esclamò Ahmad pieno di entusiasmo.

«Ma il Wafd dev'essere il punto di partenza; in quanto al Giovane Egitto esso è un movimento fascista, reazionario non meno pericoloso dello spirito religioso reazionario e semplice eco del militarismo tedesco e italiano che venera la forza, è basato sul dispotismo e non tiene conto della dignità e dei valori umani. Lo spirito reazionario, come il colera e il tifo, è un male endemico in Oriente ed è necessario estirparlo...».

Ahmad riprese a dire con entusiasmo:

«Il gruppo di lettori della rivista L'uomo nuovo ne è profondamente convinto...».

L'uomo scosse la grossa testa tutto dispiaciuto e aggiunse:

«Per questo la rivista è bersaglio dei reazionari di tutte le tendenze che mi accusano di corrompere i giovani!».

«Così come accusarono Socrate nel passato...».

Il professor Adii Kanm, sorrise compiaciuto e disse:

«E tu quali intenzioni hai? Intendo dire, che Facoltà ti proponi di scegliere?».

«Lettere...».

L'uomo si raddrizzò sulla sedia e disse:

«La letteratura è uno dei maggiori mezzi di emancipazione ma, a volte, può essere strumento di reazione; sappi scegliere la tua strada! L'Azhar e la Dar el-Ulum hanno prodotto una letteratura disimpegnata che, per generazioni, ha agito intorpidendo le menti e uccidendo lo spirito. Comunque stiano le cose e non meravigliarti che a dichiarare questa opinione sia un uomo considerato un letterato la scienza è la base della vita moderna; dobbiamo studiare le scienze e rieducarci a una mentalità scientifica; chi ignora le scienze, fosse pure un genio, non appartiene al ventesimo secolo. Anche i lettori debbono essere partecipi della scienza che non va più considerata dominio esclusivo degli scienziati; senza dubbio tocca a questi divenire esperti, approfondire lo studio, dedicarsi alle ricerche e alle scoperte, ma ogni persona colta deve illuminare il proprio spirito alla luce della scienza, abbracciarne i princìpi e i metodi, adottarne lo stile. La scienza deve prendere il posto occupato dall'arte della divinazione e dalla religione nel mondo antico...».

Ahmad, convinto delle parole del suo Maestro, disse:

«Per questo il messaggio della rivista L'uomo nuovo consiste nel progresso della società su base scientifica...».

Adli con tono grave aggiunse:

«Sì, ognuno di noi deve compiere il proprio dovere, anche se si trova solo in campo...».

Ahmad scosse la testa in segno di approvazione e l'altro continuò:

«Studia pure la letteratura, ma pensa allo sviluppo della tua mente più che alle nozioni da imparare a memoria e non trascurare la scienza moderna. La tua biblioteca non deve essere priva oltre alle opere di Shakespeare e di Schopenhauer dei libri di Comte, Darwin, Freud, Marx e Engels. Abbi pure il favore della gente di religione ma ricorda che ogni epoca ha i suoi profeti e che quelli della nostra sono gli scienziati».

Il professore sorrise in segno di congedo.

Ahmad si alzò, tese la mano per salutarlo, poi lasciò la stanza pieno di entusiasmo e di gioia.

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Pagina 144

«Per le medesime cause mi sono messo contro gli uomini della polizia», proseguì Fuad, «io non sono d'accordo con i loro metodi poco chiari, perciò li tengo sempre sotto osservazione: io mi baso sulla legge, essi sulla barbarie del Medioevo. Tutti mi odiano ma sono io ad aver ragione...».

'Tu hai ragione, lo so da molto tempo; tu sei l'Intelligenza stessa e la Rettitudine! Ma non ami e non puoi amare. Tu non ti appelli al Diritto solo per amore del Diritto ma anche per presunzione, superbia e sentimento di inferiorità... L'uomo è fatto così! Incontro gente come te anche fra quelli che hanno funzioni di poco conto. L'uomo dolce e potente è una favola! Ma qual è il valore dell'amore? Che cos'è l'idealismo? E che senso hanno tutte le cose?'.

I due giovani continuarono a parlare a lungo e, al momento di andarsene, Fuad si piegò verso l'orecchio di Kamal per chiedergli: «Io sono giunto al Cairo da poco, certamente tu conosci una "casa" anzi "più case" ... ovviamente rispettabili!».

Kamal, sorridendo rispose: «L'insegnante, come il sostituto procuratore, cerca sempre di proteggere la sua rispettabilità».

«Bene. Ci incontreremo ben presto. Per il momento sono occupato a sistemare il mio nuovo appartamento, ma passeremo senz'altro molte serate insieme».

«D'accordo!».

Essi lasciarono la camera ma Kamal non si separò dall'amico se non dopo averlo accompagnato fino alla porta di casa. Nel ritornare, mentre passava per il primo piano, il giovane incontrò la mamma che lo aspettava e che gli chiese con una certa impazienza:

«Non ti ha parlato?».

Egli intuì subito a che cosa alludesse e provò un dolore mai sentito prima ma finse di non capire e a sua volta chiese:

«Parlato di che cosa?».

«Di Naima!...».

«No...», rispose tutto turbato.

«Strano!».

Si scambiarono un lungo sguardo, poi Amma continuò a dire:

«Tuttavia el-Hamzawi ha parlato con tuo padre!».

«Forse non parlava per incarico del figlio...», rispose Kamal dissimulando per quanto possibile il suo violento sdegno.

Amina, irritata, aggiunse:

«Questa è una vera assurdità. Fuad non si rende conto di chi è lui rispetto a Naima? Tuo nonno avrebbe dovuto fargli ben capire la realtà della situazione».

«Fuad è innocente, forse il padre si è affrettato senza aver ben riflettuto, sia pur con buone intenzioni...».

«Ma egli ne avrà senz'altro parlato al figlio e questi avrebbe rifiutato? Proprio lui che abbiamo reso un funzionario rispettabile grazie ai nostri soldi?».

«Inutile parlare di questo argomento...».

«Figlio mio, questa è una faccenda che la mente non riesce a concepire; non si rende conto che il fatto di imparentarci con lui non è certo un onore per noi?...».

«Allora non te ne dispiacere...».

«Non sono dispiaciuta ma è l'affronto che mi irrita...».

«Non si tratta di affronto, non è altro che un malinteso...». Kamal ritornò nella sua camera triste e mortificato riflettendo fra sé e sé:

'Naima è un bel fiore ma, quale uomo che non ha altre virtù che quella dell'amore per la verità, devo chiedermi se essa è veramente adatta per un sostituto procuratore! Egli, malgrado le sue modeste origini, potrebbe scegliersi quale compagna per la sua vita una ragazza più istruita, di origine migliore ma anche più ricca e più bella. Il suo buon padre si è affrettato in una richiesta di cui il figlio non è responsabile. Certo nel parlare con me è stato piuttosto insolente, ma egli lo è senza alcun dubbio. Fuad è un uomo intelligente, retto, competente, impertinente e presuntuoso, ma tutto questo non per colpa sua: la colpa è delle differenze sociali che generano in noi ogni sorta di pregiudizi'.

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Pagina 207

Solo allora Riyad riprese a dire:

«Sono libero pensatore e copto nello stesso tempo, anzi sono agnostico e copto nello stesso tempo: a volte sento come se il Cristianesimo fosse la mia patria, non la mia religione ma, se analizzo questi miei sentimenti, sono portato a dirmi, turbato: "Vacci piano, non è forse da vile tradire la propria gente?". Una sola cosa riesce a farmi superare questo disagio: l'annullamento del mio "io" all'interno del puro nazionalismo egiziano così come lo volle Saad Zaghlul.

En-Nahas è musulmano di religione, ma è anche nazionalista nel vero significato della parola. Davanti a lui ci sentiamo solo Egiziani, non Musulmani né Copti. Certo potrei vivere felice anche senza turbare la mia serenità con simili pensieri, ma credo che vivere una vita vera significhi in primo luogo essere responsabili».

Kamal, gustando la basbusa, rifletteva mentre il suo cuore era agitato da sentimenti vari: Riyad, con quel suo volto tipicamente egiziano, gli ricordava alcune immagini faraoniche che suscitavano in lui pensieri diversi.

'Ciò che sostiene Riyad è innegabile. Io stesso diviso come sono fra la ragione e il cuore soffro di una scissione di personalità! Così lui: come può una minoranza vivere nel contesto di una maggioranza che l'opprime? Eppure la validità delle rivelazioni celesti dovrebbe misurarsi in base alla felicità che esse riescono a garantire agli uomini: in primo luogo l'aiuto dato agli oppressi'. Così pensava Kamal e poi disse:

«Non volermene, ma sono vissuto finora senza imbattermi nelle questioni razziali. Fin da piccolo mia madre mi ha insegnato ad amare tutti: poi sono diventato grande nel clima di una rivoluzione esente dai pregiudizi di fanatismo; di conseguenza ignoro questo problema!».

Mentre si rimettevano in cammino, Riyad rispose:

«Eppure questo non dovrebbe essere assolutamente un problema! Mi dispiace ricordarti però che entrambi siamo cresciuti in case non prive di ricordi neri e tristi! Io non sono un fanatico ma chi trascura i diritti dell'uomo, non solo a casa sua ma anche nei posti più lontani della terra, trascura i diritti di tutta l'umanità...».

«Sono belle le tue parole! Non c'è da meravigliarsi se i veri messaggi umanitari spesso provengono dagli ambienti delle minoranze o da uomimi le cui coscienze sono impegnate a occuparsi di tali minoranze, ma vi sono sempre dei fanatici...».

«Sempre e in ogni luogo. L'essere umano è giovane, l'animale invece è antico. I vostri fanatici ci considerano maledetti miscredenti, i nostri vedono in voi empi usurpatori e dicono di se stessi che discendono dai re dell'Egitto e che hanno potuto conservare la propria religione pagando la tassa di capitazione...».

Kamal scoppiò in una risata e disse:

«Questo è quanto diciamo noi e voi... Tu credi che all'origine di questo contrasto ci sia la religione o la natura umana che è sempre alla ricerca della discordia? I Musulmani non sono uniti né lo sono i Cristiani. Troverai sempre conflitti tra Sciiti e Sunniti, fra genti del Higaz e dell'Iraq, fra wafdisti e liberali costituzionali, fra studenti di Lettere e di Scienze, fra le squadre di calcio el-Ahli e et-Tirsana... tuttavia ci rattristiamo molto se per caso apprendiamo dai giornali che in Giappone si è registrato un forte terremoto! Dimmi, perché non tratti questi argomenti nelle tue novelle?».

«Parli della questione dei Copti e dei Musulmani?».

Riyad Quldus, dopo un breve silenzio, continuò:

«Rischierei di essere frainteso...».

Poi, dopo un'altra pausa, egli riprese a dire:

«Non dimenticare inoltre il nostro "periodo aureo" quando lo sheikh Abd el-Aziz Gawish suggeriva ai Musulmani di servirsi della nostra pelle per fare scarpe!».

«E come fare estirpare radicalmente questo problema?».

«Per fortuna ora esso si è diluito nel problema del popolo egiziano: il problema dei Copti oggi è quello di tutto il popolo; se questo viene oppresso anche noi veniamo oppressi, se si libera anche noi ci liberiamo!».

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Improvvisamente si avvertì dall'alto un sibilo rauco, inaudito, seguito da un forte scoppio che fece tremare il suolo sotto i suoi piedi. Lo scoppio proveniva da lontano o da vicino? Non ebbe il tempo di ripensare a ciò che sapeva sulle incursioni aeree perché gli scoppi avevano ormai assunto un ritmo tale da mozzare il respiro.

Poi i cannoni aprirono il fuoco e nel cielo balenarono luci simili a fulmini, di cui Kamal ignorava l'origine e la natura, pur avendo l'impressione che la terra stesse per volare via in pezzi...

Egli si precipitò allora, a tutta velocità e senza curarsi di nulla, verso il vicolo Qirmiz, cercando riparo sotto lo storico soffitto a volta... mentre i cannoni sparavano con rabbia folle, i proiettili colpivano i bersagli fragorosamente e la terra sussultava...

Kamal, in pochi minuti densi di terrore, raggiunse il vicolo riuscendo a ripararsi sotto la volta; nel luogo si addensavano in molti e ciò sembrava accrescerne l'oscurità. Egli si insinuò fra le persone respirando affannosamente! Sotto la volta regnava il terrore e l'aria stessa sembrava satura delle voci di paura che salivano dalla fitta oscurità... L'entrata e l'uscita del vicolo venivano di tanto in tanto illuminate dal riverbero delle scintille che attraversavano il cielo.

Il bombardamento era cessato o, per lo meno, così sembrava alla gente... ma la furia dei cannoni non si era attutita e il loro rumore non aveva minore effetto sugli animi di quanto ne avesse avuto quello originato dalle bombe! Era tutto un inseguirsi di voci, urla, pianti, rimproveri provenienti da donne, bambini, uomini...

«Questa è un'incursione diversa dalle precedenti!...».

«Questo vecchio quartiere sarà in grado di sopportarne delle altre?...».

«Risparmiateci queste chiacchiere e invocate il Signore!...».

«Ma noi tutti invochiamo il Signore!».

«Tacete, tacete... che Allah abbia misericordia di voi...».

Kamal, attratto dal chiarore che illuminava l'estremità del vicolo, vide arrivare un nuovo gruppo di persone tra cui gli parve di distinguere la figura del padre... Il cuore gli si mise a battere... 'Era veramente suo padre? E come aveva potuto percorrere la distanza per giungere fin lì? Come aveva trovato la forza per abbandonare il letto?...'.

Egli si aprì un varco, fino al termine del vicolo, attraversando la folla di gente sconvolta e, nel chiarore della luce, potè distinguere tutta la sua famiglia: il padre, la madre, Aisha e Umm Hanafi! Si diresse allora verso di loro e, raggiungendoli bisbigliò:

«Sono io, Kamal!... State tutti bene?».

Il padre, sfinito, appoggiato con le spalle al muro del vicolo, tra Aisha e la madre, non rispose... fu Amina a dire:

«Kamal? Sia lodato Allah! Che cosa spaventevole, figlio mio... non è stato come tutte le altre volte, abbiamo avuto l'impressione che la casa ci crollasse addosso... il Signore ha concesso a tuo padre la forza di alzarsi e venire con noi, ma non so come abbia fatto ad arrivare fin qui né come vi siamo giunti anche noi!...».

Umm Hanafi borbottò:

«Allah gli ha concesso la Sua misericordia... ma che cos'è questo orrore?... Signore sii clemente con noi!».

Improvvisamente Aisha esclamò:

«Taceranno mai questi cannoni?».

Kamal ebbe l'impressione che la voce di Aisha rivelasse segni di cedimento nervoso... le si avvicinò, le prese una mano fra le sue come ritrovando parte della sua vitalità perduta di fronte a una persona che aveva bisogno di lui...

I cannoni continuavano a sparare tutta la loro folle rabbia sebbene l'intensità dei colpi andasse quasi inavvertitamente scemando.

Kamal, piegandosi verso il padre, gli chiese:

«Come stai, papa?».

Poi sentì la sua voce che mormorava debolmente:

«Dov'eri Kamal? Dove ti trovavi al momento dell'attacco?...».

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44



«Si tratta della reputazione di tutta la nostra famiglia! In ogni caso Ahmad è anche "figlio" vostro: detto questo, siete liberi di giudicare come meglio vi pare!...».

Khadiga "predicava" spostando gli occhi, in un movimento veloce e inquieto, da un viso all'altro dei presenti: dal marito Ibrahlm, seduto alla sua destra, fino al figlio Ahmad, all'altro lato del salone, passando per Yasin, Kamal e Abd el-Moneim. Ahmad, imitando il tono di voce della madre, disse ironicamente:

«Fate tutti bene attenzione! Si tratta della reputazione di una famiglia ed io, in ogni caso, sono vostro figlio!».

Con voce dolente e piena di amarezza, la madre gli rispose:

«Che disgrazia è mai questa, figlio mio! Tu non accetti che nessuno, neppure tuo padre, ti giudichi e rifiuti i consigli anche se ti vengono dati per il tuo bene! Tu hai sempre ragione e tutti gli altri sempre torto! Hai smesso di pregare e noi abbiamo detto "che il Signore lo guidi"; hai rifiutato di iscriverti alla Facoltà di Giurisprudenza, come tuo fratello, e abbiamo detto "il futuro è nelle mani di Allah!"; hai dichiarato che avresti lavorato come giornalista e ti abbiamo risposto "fa' pure il cocchiere"!...».

«Ed ora desidero sposarmi!...», aggiunse Ahmad sorridendo.

«Sposati pure, ce ne rallegreremo tutti! Ma il matrimonio ha delle sue condizioni particolari!».

«E chi pone queste condizioni?».

«Il buon senso».

«Il mio ha fatto la propria scelta...».

«Gli anni non ti hanno ancora dimostrato che non bisogna affidarsi solo al proprio buon senso?».

«No! Ed è possibile dar consigli per tutte le cose eccetto per quanto riguarda il matrimonio! esattamente come per la preparazione dei cibi!».

«La preparazione dei cibi! Tu non sposerai solo una ragazza ma un'intera famiglia e anche tutti noi come tuoi parenti ci ritroveremo a condividere lo stesso vincolo».

Ahmad scoppiò in una fragorosa risata:

«Tutti? più di quanto si possa immaginare! Mio zio Kamal non vuole sposarsi... in quanto allo zio Yasin, desidererebbe sposarla lui da solo!».

Tutti risero eccetto Khadiga, poi Yasin, prima ancora che il suo viso riprendesse un atteggiamento serio, disse:

«Se ciò servisse a risolvere il problema, sarei prontissimo a sacrificarmi!».

«Ridete, ridete pure!», urlò Khadiga. «Non capite che ridendo è come se lo incoraggiaste? Fareste meglio a dirgli chiaramente i vostri pareri. Che cosa pensate di uno che desidera sposare "la figlia" di un operaio della tipografia che stampa la rivista per la quale egli stesso lavora?... già penoso per noi sapere che tu lavori come "giornalista" presso la rivista... figurati ora che vuoi persino imparentarti con gli operai! Qual è la tua opinione, si Ibrahim?!».

Ibrahim Shawkat sollevò le sopracciglia come se avesse voluto dir qualcosa ma tacque e la moglie riprese:

«Se avviene questa sciagura, la tua casa, la sera delle nozze, si riempirà di tipografi, di secondini, di cocchieri e Allah solo sa di chi ancora!...».

Ahmad si ribellò, esclamando:

«Non parlare così della mia futura famiglia!...».

«Signore dei Cieli! Puoi negare che questo è l'ambiente di lei?».

«Io sposerò solo lei... non farò un matrimonio collettivo!».

A quel punto Ibrahim Shawkat disse, stizzito:

«No, tu non sposerai solo lei! Che Allah ti dia tante preoccupazioni quante tu ne dai a noi!».

Khadiga, incoraggiata dall'obiezione del marito disse:

«Mi sono recata in visita a casa sua, secondo l'usanza, dicendo a me stessa che andavo a conoscere la sposa di mio figlio. E ho trovato che vivono in un seminterrato, in una via abitata soprattutto da famiglie ebree. La madre ha tutta l'apparenza di una domestica; in quanto alla sposa non ha meno di trent'anni. Proprio così come vi dico, per Allah! Se almeno avesse un briciolo di bellezza, lo scuserei! Perché dunque vuole sposarla? stato stregato! Lo ha stregato con l'astuzia! Ella lavora con lui in quella malaugurata rivista... Deve averlo distratto per mettergli qualcosa nel caffè o nell'acqua! Andate, vedete e giudicate! Io sono stata sopraffatta... Tornando a casa, dopo la visita, non riuscivo a vedere la strada per la grande tristezza e il dispiacere...».

«Mi stai portando all'esasperazione!... Non ti perdonerò mai queste parole».

«Scusami! Scusami! "Oh, regina di bellezza!". colpa mia. Per tutta la vita sono stata sempre ipercritica e il Signore mi ha dato in sorte figli pieni di difetti! Chiedo perdono ad Allah l'Altissimo!»

«Malgrado tutte le fandonie che inventi sul nostro conto, nessuno di noi accusa la gente ingiustamente, come fai tu!».

«Chissà un domani cosa ti toccherà sentire, cosa verrai a sapere... Che Allah ti perdoni per avermi oltraggiata!».

«Sei tu che mi hai sufficientemente oltraggiato!».

«Ella guarda al tuo denaro... e se tu non fossi uno sciocco ella non potrebbe aspirare a nulla di meglio che a un giornalaio!».

« redattrice della rivista e ha uno stipendio doppio del mio!».

«Anche lei quindi "giornalista"! Quello che Allah vuole! E non sono forse le ragazze che non riescono a trovar marito, quelle brutte e poco femminili, le sole che lavorano?

«Che Allah ti perdoni!».

«Che perdoni soprattutto te per quanto ci fai soffrire!».

Yasin, che seguiva la conversazione arricciandosi con la mano la punta dei baffi, intervenne:

«Sorella mia, ascoltami, è inutile litigare, diremo chiaramente ad Ahmad tutto ciò che va detto ma non è il caso di far scoppiare un litigio!...».

Ahmad a quel punto si alzò, innervosito, e disse:

«Scusatemi, vado a vestirmi per recarmi al lavoro!».

Appena uscito, Yasin si avvicinò alla sorella e piegandosi verso di lei esclamò:

«Non ti servirà a nulla litigare con lui! Noi non comandiamo sui nostri figli... essi si credono migliori e più intelligenti di noi. Se vuole assolutamente sposarsi, che si sposi... Se sarà felice, tanto meglio, altrimenti sarà lui il responsabile di ciò che potrà accadergli! Io, come ben sai, non ho avuto un matrimonio tranquillo se non con Zannùba!

Può darsi che vi sia qualcosa di buono nella sua scelta! Eppoi non sono i discorsi a farci comprendere tante cose, bensì le esperienze!». Quindi aggiunse ridendo: «Anche se né i discorsi né le esperienze hanno avuto alcun effetto su di me!...».

Kamal commentò queste parole dicendo:

«Yasin dice la verità...».

Khadiga gli gettò uno sguardo di rimprovero:

«Questo è tutto quanto hai da dire, Kamal? Ahmad ti vuol bene, prova a parlargli da solo a solo...».

«Uscirò con lui e gliene parlerò, ma tu smetti di litigare... Ahmad è un essere libero e ha il diritto di sposare chi vuole! Puoi impedirglielo? O hai intenzione di rompere definitivamente con lui?», rispose Kamal.

«La questione è di facile soluzione, sorella mia!», aggiunse Yasin. «Oggi si sposa e domani la ripudia... noi siamo musulmani, non cattolici».

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53



L'invito alla preghiera dell'alba si andava diffondendo nel silenzio ancora profondo, quando il commissario di el-Gamaleyya fece chiamare Abd el-Moneim e Ahmad.

I due giovani si presentarono davanti alla sua scrivania guidati da un poliziotto armato al quale il commissario ordinò di ritirarsi. Quindi cominciò a osservarli attentamente e infine, rivolto ad Abd el-Moneim, gli chiese:

«Nome, età e professione».

Abd el-Moneim, calmo e sicuro di sé, rispose:

«Abd el-Moneim Ibrahim Shawkat, venticinque anni, impiegato nella sezione di Statistica presso il Ministero della Pubblica Istruzione».

«Come puoi violare le leggi dello Stato proprio tu che sei uomo di legge?».

«Non violo nessuna legge: noi lavoriamo in maniera manifesta scrivendo sui giornali e predicando nelle moschee. Coloro che guidano la gente ad Allah non hanno nulla da nascondere...».

«Non si sono forse tenute a casa tua delle riunioni sospette?».

«No: si trattava di normali riunioni tra amici per uno scambio di idee e di consigli e per approfondire le conoscenze religiose individuali».

«Fra gli scopi di quelle riunioni non vi era pure quello di aizzare la gente contro gli Stati alleati?».

«Lei intende dire la Gran Bretagna, signore? un nostro perfido nemico... Uno Stato che calpesta la nostra dignità con i carri armati non può certo esser considerato un alleato!...».

«Sei un uomo colto, dovresti capire che in tempo di guerra vi sono circostanze che impongono leggi particolari!».

«Io capisco solo che la Gran Bretagna è il nostro principale nemico!».

Il commissario si volse allora verso Ahmad chiedendogli: «E tu?».

Ahmad rispose con un vago sorriso sulle labbra:

«Ahmad Ibrahim Shawkat, ventiquattro anni, redattore presso la rivista L'uomo nuovo...».

«Abbiamo gravissimi rapporti sui tuoi articoli estremisti ma, oltre tutto, la tua rivista gode, indiscutibilmente, di una cattiva reputazione...».

«I miei articoli si limitano a difendere i princìpi della giustizia sociale...».

«Sei comunista?».

«Sono socialista! Molti deputati propagandano il socialismo, d'altra parte la legge non punisce i comunisti per le loro idee a meno che non ricorrano alla violenza...».

«Dovevamo aspettare che le riunioni che si tengono ogni sera nel tuo appartamento producessero atti violenti?».

Ahmad si domandò allora fra sé e sé: 'Saranno a conoscenza dei volantini segreti e delle conferenze notturne?'.

Poi rispose: «Non riunisco a casa mia se non i miei amici intimi. Ogni sera non vengono a trovarmi più di quattro o cinque persone e la violenza è totalmente estranea al nostro modo di pensare...».

Il commissario, dopo aver fissato sia l'uno che l'altro, ebbe un attimo di esitazione e quindi disse:

«Siete istruiti, ben educati e sposati... non è così? Bene, non sarebbe meglio che vi interessaste dei vostri affari personali senza esporvi al pericolo?...».

Abd el-Moneim, con la sua voce, rispose:

«La ringrazio molto per i suoi consigli ma non li seguirò...».

Al commissario sfuggì, suo malgrado, una breve risata:

«Durante l'ispezione», disse, «ho appreso che siete i nipoti del defunto Ahmad Abd el-Gawwad; vostro zio Fahmi era un mio caro amico. Credo sappiate che egli è morto nella primavera della vita mentre i suoi compagni vivono tuttora e occupano posti importanti...».

Ahmad, capendo finalmente la misteriosa ragione della gentilezza del commissario che lo aveva stupito, disse:

«Mi permette di chiederle, signore, come sarebbe oggi l'Egitto senza il sacrificio di mio zio e degli altri come lui?...».

L'uomo rispose, scuotendo la testa:

«Pensate al consiglio che vi ho dato con buon senso e ponderazione e non vi abbandonate a questa filosofia distruttiva!...».

Poi riprese:

«Resterete nostri ospiti in questo carcere fino a quando sarete chiamati per essere interrogati. Vi auguro buona fortuna...».

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