Copertina
Autore Marco Maiocchi
Titolo La bottega, l'impresa, la cultura
SottotitoloIl vento va e poi viene
EdizioneSpirali, Milano, 2007 , pag. 180, cop.ril.sov., dim. 14,5x21,7x1,8 cm , Isbn 978-88-7770-777-2
LettoreLuca Vita, 2007
Classe biografie , citta': Milano , economia aziendale
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Indice

Prima giornata, mattina                   9

Prima giornata, pomeriggio               61

Seconda giornata                        137


 

 

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Pagina 36

MARCO MAIOCCHI Io nascevo a Milano, da una famiglia di media borghesia. Mio padre aveva un curriculum scolastico estremamente irregolare quanto vario. Si è messo rapidamente a lavorare nel settore delle vendite. In particolare, ha lavorato per l'Olivetti, facendo una significativa carriera e arrivando a dirigere una filiale, con il "marchio" di non avere una laurea, quindi senza una vera dirigenza, perché... erano altri tempi. Mia mamma, invece, aveva il diploma magistrale, un titolo significativo per una persona nata nel 1909. Aveva lavorato un po' insieme a suo papà e poi aveva smesso, e si limitava a fare la casalinga (ma non c'è in questo termine una visione riduttiva: era un'eccezionale amministratrice dei "processi" e dei beni familiari!). Vivevo in un contesto non alto ma per quell'epoca abbastanza acculturato, con passioni per la lettura (mio padre era un divoratore di libri), per l'enigmistica (ho imparato a risolvere i rebus e le sciarade dalla nonna che viveva con noi), per l'archeologia (da bambino mi sembrava di sapere tutto sugli etruschi, seguendo le passioni di mia mamma), e respiravo le letture umoristiche e la letteratura inglese attraverso mia sorella che studiava alla Bocconi.

Al di là di questa formazione, prima del liceo le scuole mi hanno dato davvero poco: ho un ricordo di scuole banali, dove spesso non ho imparato.

Una cosa, invece, che mi ha insegnato molto a quell'età è stata la vita di strada. Vivevo in una zona periferica di Milano. Via Sardegna, oggi, è considerata una zona semicentrale, ma io, a sei anni, andavo alla fine della via, in piazza Tripoli, a pescare. Si oltrepassava l'Olona, allora scoperto, e c'erano fossi in cui si potevano pescare piccoli pesci. In via Sardegna erano parcheggiate due sole auto. Dietro casa mia, in via Gentile (adesso si chiama via Gentili, ci sarà qualche motivo), e nella via chiusa a fianco, via Cornelio, io andavo a giocare con bande di amici: praticamente dall'una e mezzo o dalle due del pomeriggio fino all'ora di cena. D'estate, dopo cena uscivo, per rientrare a casa entro le dieci, perché a quell'ora chiudevano i portoni. Era un periodo in cui la città era molto diversa da com'è oggi; era molto sicura, presidiata, perché c'erano i portinai. Ricordo che ero seccato perché a sette anni non avevo le chiavi di casa ed ero costretto a rientrare alle dieci di sera. Mi ritrovavo con bambini, ragazzini, con un'età che andava da due anni meno di me a cinque-sei anni più di me. Eravamo in tanti di diverse classi sociali, a giocare in strada.

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MARCO MAIOCCHI Ma anche di produrre cambiamenti sociali. Nel momento in cui Galimberti entra nella società, e nel momento in cui tale informazione circola, succedono parecchie cose a Milano. Questa persona era direttore di ricerca e sviluppo dell'Italtel, era un personaggio di grande rilievo nello scenario industriale e dell'informatica. Viene assalito da proposte alternative. Tra le varie proposte, una è quella di un suo conoscente che dice: "Ho dei soldi da investire. Costruiamo una società insieme". La sua risposta è stata: "La società c'è già. Investili in questa". Quindi, la prima operazione è stata quella di un'iniezione di "denaro fresco" che permetteva di lavorare con la società facendo qualche investimento e, in qualche modo, lanciandoci. Questo è successo verso la fine del 1981, e da lì è incominciata la crescita.

In questa crescita sono successe diverse cose. In particolare è accaduto che all'interno della società io portassi, gestendo la ricerca scientifica (gli altri si occupavano della parte gestionale e della parte commerciale), competenze specifiche sul controllo di qualità del software, un tema che presentava una certa arretratezza nel settore delle imprese di quel tipo. Io avevo il vantaggio di poter travasare competenze teoriche, che ricavavo da ricerche universitarie, in prassi industriale.

Siamo diventati rapidamente i leader italiani di quel settore e abbiamo costruito eventi di richiamo mondiale, che ci hanno permesso di crescere e di consolidarci in immagine, in fatturato, in dimensioni. Le cose andavano proprio bene.

Nel contempo, io continuavo a lavorare su due fronti nell'azienda: produrre conoscenze da rivendere e sperimentare conoscenze all'interno, e non riuscivo più a distinguere quali ricerche fossero il risultato del lavoro in università e quali del lavoro interno.

Tutto quello che doveva diventare prodotto veniva prima verificato in sede. Mi sono spostato dalla qualità del software ai modelli di produzione del software, da questi alla misura dei processi aziendali e, quindi, all'organizzazione di (un termine secondo me infelice) total quality.

Ho sempre interpretato la "qualità totale" come il controllo di processo, quello che normalmente si fa in un impianto chimico: la qualità totale permette di organizzare i processi e misurarne efficienza ed efficacia, ma gli obiettivi devono essere fissati con altri criteri, altri modelli. In quel periodo molti modelli di ruolo aziendale erano disponibili, e in particolare ne abbracciai uno che si chiama EFQM, European Foundation for Quality Management: questo aveva valori etici, prima ancora che valori di management, Se dovessi fare un confronto, direi che l'ultimo imprenditore ad avere applicato con coerenza questi approcci, senza sapere che esistessero, è stato Adriano Olivetti.

Gli obiettivi di questo modello erano: produrre soddisfazione dei clienti, soddisfazione degli azionisti, soddisfazione dei dipendenti, soddisfazione dell'ambiente circostante, umano, sociale e ambientale. Un'applicazione rigorosa di questo ci ha permesso di essere una delle prime aziende in Italia certificate ISO 9000 (la prima di servizi informatici) e, successivamente, di ottenere il prestigioso riconoscimento dell' European Quality Award proprio sull'organizzazione aziendale. Era un interessante processo che permetteva di avere per obiettivo il bene di tutti.

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MARCO MAIOCCHI Moltissimo. E poi in I.net sono diventato amministratore delegato. Ho sofferto le pene dell'inferno, perché l'amministratore delegato di una società quotata in borsa deve fare operazioni che non sono da imprenditore, sono da manager. Per esempio, deve presentare bilanci trimestrali e illustrarli al consiglio di amministrazione, e sopra tutto al mercato, agli analisti finanziari. Due di questi bilanci devono essere certificati da una società di revisione esterna, e il valore in borsa viene influenzato da questi, oltre che dalla comunicazione fatta agli analisti. Quindi, per migliorare il valore delle azioni è opportuno fare operazioni che migliorino le prestazioni a breve, mentre il mestiere di imprenditore non guarda a breve; tuttavia, se s'impostano azioni a lunga scadenza, sulla distanza, con adeguata visione verso il futuro, possibilmente con un apparente peggioramento delle prestazioni di bilancio a breve, questo può determinare una riduzione del valore di quotazione, e quindi costituisce un elemento negativo per i soci.

ARMANDO VERDIGLIONE Un imprenditore deve badare alla strategia. Se l'imprenditore bada alla strategia, la quotazione in borsa ne risente moltissimo, perché la borsa è attenta ai dati, più che altro ai messaggi ravvicinati, quelli trimestrali. E la trimestrale, quindi, subisce qualche maquillage.

MARCO MAIOCCHI L'immagine tipica che io ho della missione dell'operatore finanziario (senza accusare nessuno) è quella di esasperare le differenze per poter fare profitto presto, tanto e subito, alle spalle di chiunque. Non è diverso nelle corse dei cavalli. Il "chiunque", di solito, è il risparmiatore, che è il più debole. difficile portare via soldi a una banca. Portare via soldi ai ricchi è molto difficile. Si portano via ai poveri. Non che noi facessimo operazioni di questo tipo, ma percepivo che il clima, gli obiettivi di cui l'ambiente era permeato andavano in tal senso, e io ero costretto a conviverci. Ho sofferto molto, perché non corrispondeva ai miei obiettivi e ai miei valori.

Al di là di questo, la cultura del guadagno veloce non era il solo problema che mi derivava dalla cultura della finanza. Mi trovavo in casa un padrone, col suo 51%, la cui visione dell'azienda era molto "inglese": erano le prestazioni economiche la cosa più importante; le persone erano importantissime, ma in quanto attori primari per ottenere il risultato, e non in quanto individui. Non acaso ii direttore dei personale è diventato subito il direttore delle risorse umane: risorse, non persone. Credo che abbiano ragione loro, ma non mi piace lo stesso.

Quando ho incominciato a riorganizzare e ristrutturare il palazzo che avevamo acquistato per impiantarci uffici e centri di calcolo (oltre 20.000 metri quadri) ho voluto metterci dentro colori, cultura, atmosfera. Nei nostri centri di calcolo le finestre sono trasparenti, e i piani sono uno rosso, uno verde, uno giallo: perché gli ambienti dovrebbero essere tutti grigi, anonimi e squallidi? Negli uffici le scrivanie non erano mai affiancate, ammassate al centro della stanza con le spalle verso la porta. Perché le scrivanie devono essere affiancate e addossate una contro l'altra? Perché così non si vedono i fili che alimentano i computer, i monitor, le connessioni di rete. Ma così la gente si dà le spalle, e questo è assurdo. Che si guardino in faccia! Che importa se si vedono i fili! Almeno le persone abbiano il muro alle proprie spalle, dietro la scrivania, e abbiano davanti i colleghi che possono guardare negli occhi, in modo da poter comunicare, anche con messaggi di tipo non verbale.

Avevo provato a fare questo ragionamento: cosa serve in un ufficio del terziario avanzato? Un ripiano su cui appoggiare un computer, qualche cassetto o scaffale per riporre cose, una sedia. Perché una scrivania, invece di un tavolo da cucina col ripiano in marmo? Perché una cassettiera invece di un comodino? L'identità del mobile da ufficio è un artefatto comunicativo, stereotipo che trasmette informazioni che nulla hanno a che fare con le funzioni che sono chiamati a svolgere. Non a caso, l'avevo imparato, il costo dell'arredo era l'indice della rilevanza di chi occupava l'ufficio; addirittura, in Banca d'Italia, è la qualità del tappeto persiano che si trova sotto i piedi del dirigente a gridarne il livello d'importanza.

Io non volevo acquistare mobili da ufficio. Volevo mettere a disposizione un catalogo generico, e che ciascuno scegliesse quello che riteneva fare al caso suo. Non capisco perché non si debba cercare di personalizzare l'ambiente di lavoro, in cui uno passa più o meno un terzo della sua vita. Di più, dicevo: "Volete portarvi il comodino della nonna perché serve? Bene! Ve lo portate. Pago io il costo". Poi, ci vuole un ambiente che "respiri" e, quindi, volevo un grande atrio coperto per poter fare concerti e mostre di pittura (questo era sostitutivo di un'ipotesi rapidamente bocciata, di un grande auditorium di adeguata qualità acustica). Volevo una parte dedicata a una biblioteca, dove, invece di testi d'informatica, ci fossero le opere di Shakespeare.

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MARCO MALOCCHI Quando parlo di analogia, ne parlo da fisico. Un giorno, dopo avere fatto alcuni studi sui circuiti elettrici e avere studiato alcuni strumenti matematici (per la cronaca, si chiamano "Lagrangiani") che permettono di descriverne i comportamenti, mi accorgo del seguente fatto: gli elementi base dei sistemi elettrici sono descritti ciascuno dalle stesse equazioni che possono descrivere i sistemi meccanici; è sufficiente interpretare le lettere che identificano le variabili, di volta in volta come carica, corrente, tensione, capacità, resistenza nei sistemi elettrici, oppure come posizione, velocità, accelerazione, massa, viscosità, nei sistemi meccanici. Allora provo a usare lo stesso strumento matematico che avevo appreso per descrivere i fenomeni elettrici, applicandolo a quelli meccanici, ottenendo le stesse capacità descrittive e predittive. Ne parlo con un docente che, per nulla stupito, mi conferma la cosa e mi chiede dove l'abbia letto. Mi estrae da uno scaffale un libro in cui questo modo di operare era ampiamente descritto.

Avevo individuato autonomamente ciò che era in qualche modo, in fisica, dato ormai per scontato. Non avevo fatto una grande scoperta. Però, avevo evidentemente interiorizzato un principio: questo per me è "analogia". Cioè, data una realtà, una struttura, una fenomenologia descritta in qualche modo formalmente, questa descrizione ha delle conseguenze sulla mia capacità predittiva. Se riesco ad applicare la struttura dell'apparato descrittivo a realtà differenti, riconoscendo "analogie" nei fenomeni, ancorché in settori completamente diversi, recupero tutta la conoscenza accumulata nel primo settore: con uno sforzo nullo imparo tantissimo sul secondo. Le proprietà che valgono nel primo caso valgono anche nel secondo.

ARMANDO VERDIGLIONE Però, potresti anche prendere una cantonata. Tu dici: l'ho trovata qui, la applico lì. Però, lì puoi trovare qualcosa di differente. Come dire: se andando verso oriente i viaggiatori hanno trovato l'India, io, andando a occidente, sicuramente troverò l'India. E, invece, trovo l'America. E tu potresti trovare l'America, anziché l'india.

MARCO MAIOCCHI Sì. Dipende dalla formalizzazione del modello. Se io parto da oggetti che sono fortemente formalizzati e vado su oggetti fortemente formalizzabili, la possibilità di errore è molto contenuta. Se parto da oggetti scarsamente formalizzati e vado su oggetti scarsamente formalizzati, ho bisogno di capacità critica per verificare l'analogia. Questa operazione, però, non serve semplicemente come speculazione sulla conoscenza; diventa uno strumento essenziale, indispensabile, per chi si occupi di fenomeni debolmente formalizzati, ovvero per chi si occupi di applicazioni informatiche. Cosa fa chi si occupa d'informatica? Prende in esame un problema non suo, di una realtà che non conosce, e cerca di tradurlo in un modello descrivibile con programmi software, che lo possano regolare, che lo possano governare. L'informatico non può sapere tutto di tutto. La cosa migliore che possa fare, quando ha individuato una realtà, è cercare di esaminarla e confrontarla con cose che già conosce. Se riesce a darne una modellazione simile, analoga, allora riesce a recuperare dall'esperienza quello che ha già fatto, altrimenti il percorso sarebbe impensabile. L'analogia diventa quindi strumento di conoscenza.

Quando precedentemente parlavo di "sistemi di qualità" e di total quality ho detto che a me piace vedere le aziende e i loro sistemi di qualità come impianti chimici, perché ho una visione analogica della struttura dei processi aziendali, e un po' di conoscenze sulla struttura dei processi di un impianto chimico e sul loro controllo. La differenza tra gli uni e gli altri è che nell'impianto chimico i rapporti stechiometrici sono rigorosissimi e, quindi, non si può sbagliare; nell'impianto "umano" i rapporti tra i processi sono determinati dagli uomini e, lì, non si sa niente di quello che può succedere. necessario quindi prevedere tutte le vie d'uscita. Però, se si riescono a individuare i vari processi isolando i comportamenti umani non controllabili, sappiamo di poter usare tutti gli strumenti già impiegati per descrivere gli impianti chimici. L'analogia opera un grande risparmio mentale e, anche, diviene uno strumento d'indagine.

Il passo più in là è quello della metafora, che, invece, diventa uno strumento più d'indagine speculativa, intellettuale. Per metafora intendo la seguente cosa (è una delle possibili accezioni correnti del termine, ma io intendo solo questa): se osservo un fenomeno e individuo un certo insieme di entità in relazione tra loro, e riesco a catturare la struttura di questa rete concettuale e a riapplicarla a un altro fenomeno, a un'altra entità, posso verificare la "tenuta" delle relazioni; di solito scopro che alcune relazioni valgono, altre no, e altre ancora presenti da una parte potrebbero essere reintrodotte dall'altra, spesso individuando e scoprendo nuovi elementi sulla realtà del secondo fenomeno. Quando diciamo: "Quest'affermazione proprio non mi va giù", parlando magari in una discussione politica, stiamo mescolando il modello del cibo e della digestione con quello della comunicazione, stiamo confrontandoli.

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