Copertina
Autore Léo Malet
Titolo Nodo alle budella
EdizioneFazi, Roma, 2002, Le porte 76 , pag. 198, dim. 120x200x17 mm , Isbn 978-88-8112-375-9
OriginaleSueur aux tripes (Trilogie Noire)
EdizioneFleuve Noir, Paris, 1992
CuratoreLuigi Bernardi
TraduttoreLucia Cisbani
LettoreElisabetta Cavalli, 2002
Classe noir , gialli , narrativa francese
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Pagina 7 [ inizio libro ]

Ero in un ufficio postale. Non sapevo proprio cosa cavolo ci stavo a fare in un posto del genere, ma c'ero. Proprio così. E mi sentivo in trappola.

Un bancone alto fino al petto separava l'ampia stanza in due parti disuguali. Da un lato c'erano gli impiegati e dall'altro i clienti. Mi sono messo dietro a questi ultimi, perché sapevo di dovermi sistemare proprio lì, dietro di loro. Poi ho aspettato guardandomi intorno.

All'estremità del bancone, dietro a uno sportello dove non c'era anima viva, una ragazza si dava da fare timbrando con foga dei plichi. Dietro a una grata appariva la schiena curva di un impiegato in camice grigio. L'ho riconosciuto subito. Non avevo bisogno di vedere la sua faccia per riconoscerlo. Sapevo che aveva gli occhiali con la montatura metallica, miseri baffetti incolti, giallognoli, ispidi e sgradevoli, un mento non rasato di fresco e un petto striminzito. Gli occhiali coprivano uno sguardo dai riflessi beffardi e cattivi. Conoscevo quel tipo perché lo avevo incontrato il giorno prima in una banca, e il giorno prima ancora in un orfanotrofio, e i giorni precedenti, ormai da più mesi, in tutti i posti possibili e immaginabili... sempre con il camice grigio che nascondeva il torace piccolo, gli occhiali, i baffi e l'espressione ostile... Non assomigliava a nessuno di mia conoscenza. Lui invece mi conosceva bene...

In quel momento, mi sono sentito sopraffatto dal panico. Volevo scappare. Come sempre. Ma, come sempre, sentivo le gambe svuotarsi dei muscoli, la paralisi cogliermi a ondate fredde e dolorose... e, all'improvviso, è arrivato il mio turno.

Ha girato il suo viso sgradevole verso di me. Era proprio lui! Mi ha domandato cosa desideravo. Non so cosa ho chiesto, dal momento che non avevo bisogno di niente, ma l'uomo con il camice ha fatto scivolare verso di me diverse carte. Ho fatto alcune osservazioni. Lui le ha ascoltate, molto educatamente, anche se con un sorriso strano. Il suo occhio brillava, un occhio grigio come il camice, i baffi e il riflesso spento delle lenti con la montatura metallica... Poi, come sempre, c'è stata una brusca interruzione.

Quando mi sono ripreso, in quell'atmosfera sospesa, l'uomo aveva avuto la meglio su di me. Non ho più saputo cosa dire; mi sono sentito di colpo disarmato, mi sono terribilmente mancate le sottane della mamma.

L'uomo con il camice mi ha umiliato davanti a tutti. Mi ha insultato, me ne ha dette di tutti i colori. Inventava parole offensive. Si sono tutti stretti in cerchio intorno a me e il cerchio ondeggiava sotto l'effetto di una sprezzante ilarità. stato allora che ho sentito in tasca ciò che mi avrebbe fatto avere l'ultima parola.

Ho estratto la cosa. Era un libro, e non so perché me lo portavo dietro. Ho messo il volume sotto il naso dell'ignobile occhialuto. Serviva a fargli capire che avevo ragione e, allo stesso tempo, a tenerlo buono. Il quattrocchi ha respinto in modo brusco il libro e ha ripreso a insultarmi. Tutti si sono messi a ridere. Sentivo di non valere niente. Allora mi sono rotolato per terra e ho chiesto che mi perdonassero.

Ho pianto con la fronte appoggiata alle piastrelle, ho detto che avrei dato loro tutto quello che volevano, che avevo torto, si, si, ero io ad avere torto... ma dovevano lasciarmi andar via... dovevano dimenticare... dovevano dimenticarmi. Di colpo, come per incanto, sono svaniti.

Sono rimasto solo con il tipo in camice. Il suo occhio cattivo trionfava dietro gli occhiali da misero funzionario. Lui ha accennato uno spaventoso gesto autoritario.


Con uno sforzo supremo di tutto il mio essere, del corpo e della mente, mi sono tirato fuori dal sogno con violenza come, quando si nasce, ci si separa dalla madre; e, sempre come quando si nasce, anche con un grido. Mi sono messo seduto sul letto, in preda a un terrore folle.

Un sudore da moribondo mi avvolgeva dalla testa ai piedi. Non ho tirato indietro il lenzuolo. Tremavo. Battevo i denti. Tuttavia non faceva freddo. Eravamo in estate. Il sole, già alto in cielo, filtrava attraverso le imposte. Un raggio catturava di sfuggita l'angolo superiore di uno specchio. Un universo microscopico danzava dentro quel raggio.

Sono rimasto un bel pezzo così, immobile, a rimuginare... a sentir scorrere le gocce sul mio corpo...

Alla fine, ho mosso una gamba, l'ho stesa verso destra, dove le lenzuola erano ancora un po' fresche. Non sudavo più, il fresco delle lenzuola mi aveva fatto bene, ma di nuovo, per la millesima volta, mi sono reso conto di quanto era immenso quel letto... come un deserto... da quando Jeanne...

Mi sono scosso e ho vomitato una sfilza di imprecazioni. Ho afferrato il pacchetto di sigarette sul comodino e ne ho accesa una. Ho guardato la fiamma del cerino come uno scemo, fino a quando il fuoco mi ha bruciato le dita.

Mi sono alzato e sono andato in bagno a spruzzarmi con acqua fredda. Mentre maneggiavo i rubinetti pensavo a un sacco di cose più o meno importanti, ma sovrimpresso a ogni mio pensiero c'era il tizio con il camice.

Era un testardo che acconsentiva a sparire dalla mia mente - in modo temporaneo - soltanto circa un'ora dopo il mio risveglio. Fino a quel momento, mi stava alle calcagna. Lo sapevo per esperienza, dopo che per parecchi mesi quel maiale occhialuto visitava e disturbava il mio sonno... Bisognava solo aspettare.

Ho aspettato, ma quel giorno sembrava che mi si fosse incrostato addosso.

Ho aperto le imposte, il sole ha invaso la camera ed è andato a colpire il letto, come per distendersi lì. E il letto, così, è sembrato ancora più grande. Tutto qua. Non è servito a far andar via l'occhialuto.

Seduto sul letto, ho provato a scacciarlo concentrandomi su altre persone, ma sempre, non appena cercavo di passare a un altro pensiero, lui riappariva, in agguato, sulla scia di questo o di quel dettaglio.

La cosa che più mi turbava di quell'individuo era che non assomigliava a nessuno di mia conoscenza. Generalmente, i personaggi dei sogni sono gli stessi che si è abituati a frequentare quando si è svegli. Anche se trasformati, sono identificabili. Niente del genere con il mio persecutore onirico. Non era né un uomo né il riflesso di un uomo, ma una Cosa immonda, un demone aguzzino uscito apposta per me non si sa da quali viscide tenebre. Il suo aspetto subdolo e ipocrita, la sua età lo facevano assomigliare al vecchio Robert, ma non era papà Robert.

E non era nemmeno il Cad.

Il Cad!

Mi sono chiesto se sospettava qualcosa. Non gli erano certo mancate le occasioni per informarsi il primo giorno, al Rendez-vous des amis, quando mi aveva piegato la testa sul piatto di fagioli. E dopo, in occasione dell'incontro di "riconciliazione" con Fredo. Ero proprio un bravo ragazzo, comprensivo e via di seguito, ad accettare il destino con filosofia, pare, poiché succede solo ai vivi.

Già.

Dopotutto, forse non si vedeva. C'è gente che va in giro con una rogna che non è visibile. Nemmeno ai propri occhi. Ma di colpo, ecco che viene fuori, grazie a un incidente. L'incidente è stata la partenza di Jeanne.

Sono sicuro che se lei non avesse fatto quello che ha fatto, l'orribile occhialuto non sarebbe mai venuto a insinuarsi nel mio sonno, a prendere il suo posto tra le lenzuola; il quattrocchi che non assomigliava né a Jeanne, né a Fredo, né al Cad...

Ho guardato l'orologio. Il Cad ci aveva dato appuntamento per l'una. Avevo un buon margine di tempo. Ho iniziato a vestirmi lentamente, pensando al Cad.

Preparava una spedizione. Sarebbe andato tutto liscio, come sempre. Il Cad proibiva tassativamente che si portassero armi quando andavamo in spedizione. La prudenza non è mai troppa. Metodo liscio. Prudenza. Prudenza o...?

Dio santo, non era possibile che fossi il solo a sentirmi così, terrorizzato al minimo segno di stanchezza, perché sapevo che una volta addormentato...

Sonni di quel genere erano peggio della morte.

Però, però, non dovevo essere l'unico sulla terra a provare così, fin dentro alle budella, i malefici della solitudine. Ma se anche avevo dei compagni di sventura, loro nascondevano accuratamente l'affinità che ci legava.

Mentre m'infilavo le scarpe, i miei pensieri hanno deviato verso quello che ero prima di andare a finire nella cricca del Cad. Non ero un granché, niente a che vedere con Napoleone, nemmeno alla lontana.

Mi sono rivisto: una rozza canaglia dedita alle più miserabili truffe. Solo una volta mi era andato bene un bel colpo. Dopo aver fatto fuori la grana - in compagnia di una certa Nelly - ero ritornato in miseria e tiravo avanti con la truffa dei finti gioielli e qualche volta con il taccheggio. A quel punto, tanto valeva lavorare come un qualsiasi operaio o farsi assumere come manovale. Be', anche questa mi era andata male!

Uno di nome Carl Stassen, un giornalista svedese che viveva principalmente a Montparnasse, mi aveva conosciuto in occasione di un reportage da quattro soldi sui bassifondi. Mi aveva preso a cuore al punto che mi ero chiesto se malgrado Marie-Anne, la bella pollastra che lo accompagnava in tutti i suoi spostamenti, non fosse per caso uno dell'altra sponda. Non lo era. La mia faccia gli stava semplicemente simpatica, e visto che possedeva una casa nel Midi ero andato anche a passarci un mese, godendomela a spese sue o del suo giornale. Ne avevo approfittato per chiedergli se, per caso, non avrebbe potuto procurarmi un bel lavoro tranquillo. Non vi dico la faccia che ha fatto!

«Ma, amico mio, io non la capisco, no davvero. lei quello che sta meglio, lei che vive pericolosamente!».

Ecco com'è la gente a volte! Avevo capito che se avessi insistito avrei perso tutta la sua stima e che non ci avrebbe messo molto a sbattermi fuori dalla porta della sua villa. Dunque mi ero arreso, avevo ritrattato - come nei miei sogni attuali in presenza dell'occhialuto - per beneficiare dell'ospitalità del tipo ancora per qualche giorno.

Poco tempo dopo, non so più esattamente che cosa avessi combinato, probabilmente un lavoretto fuori dal mio genere, nell'intento forse di vivere pericolosamente in onore alla memoria di Stassen che aveva appena tirato le cuoia (l'avevo saputo per caso da un giornale); sta di fatto che mi ero beccato un anno di galera.

All'uscita dalla gattabuia, avevo ripreso le mie truffe da quattro soldi.

Oh, se è per questo non mi si poteva certo rimproverare di voler mirare troppo in alto. Perdio! Da cosa dipendeva quella mancanza d'ambizione? Che senso aveva, in fondo in fondo, l'ostinazione nel fossilizzarsi in squallidi imbrogli? Non era forse quella rogna, quel cancro che mi portavo in giro come un ospite clandestino, e che si è manifestato solo dal giorno in cui Jeanne...

Mi sono ricordato del mercato di periferia, con il sole di marzo che lo inondava e la sua gioiosa animazione.

Ho rivissuto tutto come se, annullando il tempo, fossi ancora là, ma con un elemento in più nello scenario: il ghigno sfumato dell'occhialuto in sovrimpressione sonora... per premere... nei punti giusti... là dove si era addensato il pus.

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