Autore Marco Malvaldi
Titolo Scacco alla Torre
EdizioneLaterza, Roma-Bari, 2015 [2011], Contromano , pag. 88, cop.fle., dim. 12x18x0,8 cm , Isbn 978-88-581-2049-1
LettoreRenato di Stefano, 2015
Classe citta': Pisa












 

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Indice


    Una breve spiegazione                    5

    Lungarni                                 9

    Road map                                21

    Curiosità toponomastiche                27

    La piazza, di giorno                    31

    Finalmente soli                         45

    In supremae dignitatis                  49

    Un crocevia della scienza               57

    Un popolo di scrittori                  63

    Verso il vasto pelago                   67

    Metter su peso, perdere peso            73

    Un uomo solo al comando                 79

    Ringraziamenti bibliografici            87
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Pagina 9

Lungarni



Se c'è una parte di Pisa che non può essere trascurata, è l'Arno: fiume dalla nomea d'argento e dall'aspetto di bronzo (per non dire di peggio), che ha il raro privilegio di accomunare Pisa e Firenze. Ma se il fiume è lo stesso, i lungarni delle due città sono radicalmente differenti.

In primo luogo, per il traffico: i lungarni pisani sono, in assoluto, il luogo più caotico della città, che d'altronde è una città medievale e non sarebbe pensata per il traffico di automobili. Né, tantomeno, di biciclette; anche se qualche tentativo in questo senso è stato fatto.

[...]

Partendo dalla Cittadella e andando in direzione est, cioè risalendo la corrente, si va verso il centro della città. Camminando sul lungofiume, noterete che alcuni dei palazzi sulla riva destra del lungarno sono dipinti con colori sgargianti. Il più vistoso di questi, Palazzo Blu, è stato ultimato da pochissimi anni, e oltre a essere piuttosto soddisfacente dal punto di vista cromatico ospita spesso delle mostre notevoli.

Sulla riva sinistra, invece, ci sono alcuni altri punti caratteristici, come il Palazzo Agostini Venerosi della Seta: uno dei pochi punti rimasti intatti su questo lato dopo i bombardamenti del 1943 e 1944, si riconosce dalla elaborata facciata in cotto, ornata da bifore trinate, e trova particolare risalto nel contesto atroce in cui è rinchiuso.

In questo palazzo sta incorniciato lo storico Caffè dell'Ussero, luogo di ritrovo degli universitari pisani dell'Ottocento. Qui, in queste sale, Giuseppe Giusti passava il tempo, invece di studiare, componendo poesie e scherzi satirici, e nel locale c'è un foglio autografo nel quale il Giusti sostiene di aver imparato di più "stando un'oretta là / che in dieci anni di università", concetto da lui ribadito nel suo volume Memorie di Pisa. E, seriamente, non è del tutto impossibile che gran parte dello spirito satirico di uno dei poeti italiani più graffianti e irriverenti, uno dei pochi che aveva il coraggio di sfottere direttamente l'autorità costituita con i suoi versi e i suoi epigrammi, si sia formato tra moccoli e biliardo in un bar pieno di giovani. Certe cose, solitamente, all'università non le insegnano, e se uno le sa tentano di non fargliele usare.

A proposito di università: poco più indietro, sullo stesso lungarno, si trovano gli uffici del Rettorato di questa istituzione, Palazzo Lanfreducci, che si riconosce dalla scritta "ALLA GIORNATA" che ne istoria l'arco di ingresso. Tale scritta venne voluta da Francesco Lanfreducci che, secondo il Bertini, "reduce da una lunga prigionia ad Algeri, era aduso ad una vita poco incline alle lunghe programmazioni". Oggi come oggi, parlando dell'Università, quella scritta appare profetica; il precetto di vivere alla giornata, infatti, anche se consigliabile a tutti, è particolarmente adatto agli ammalati, e quasi obbligatorio per i moribondi.

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Pagina 16

Tutta un'altra cosa sono le regate che si tengono sul fiume, a partire dal Palio di San Ranieri (ogni 17 giugno). Un po' per lo sport, perché a me il canottaggio piace, ed è uno degli sport più significativi di Pisa, che ha avuto vari campioni mondiali di questa disciplina. Ma soprattutto per la modalità con cui si assegna la vittoria. Arrivare primi al traguardo, infatti, non basta.

Il palio è una rappresentazione allegorica della battaglia di Lepanto, nel corso della quale i cavalieri di Santo Stefano riuscirono a impadronirsi della bandiera da combattimento dell'ammiraglia turca.

Ogni barca (o, meglio, ogni fregata) ha un equipaggio costituito da otto vogatori, un timoniere e un montatore. Dopo la partenza, ogni fregata è libera di scegliersi la propria traiettoria, in quanto il fiume è curvo, e assicurarsi l'acqua interna dà degli indubbi vantaggi. Quindi, già fin dalle prime remate sono botte da orbi (non solo metaforiche) per sopravanzare le altre imbarcazioni e riuscire a portarsi all'interno.

Dopo millecinquecento metri di voga controcorrente, le barche vanno all'abbordaggio di una zattera posta in mezzo al fiume: qui, in cima a un palo munito di corde, sono sospesi i premi. Un paliotto azzurro (primo posto), uno bianco (secondo), uno rosso (terzo), per finire con una irridente coppia di paperi che premia (si fa per dire) l'ultimo classificato. Appena una barca attracca, il montatore sale sulla zattera e inizia ad arrampicarsi sulle corde, per aggiudicarsi il palio. Vince chi riesce non solo a prendere il palio per primo, ma a portarlo sulla propria barca; se, dopo aver preso il paliotto, mentre scendete un altro montatore riesce a fregarvelo, sono cavoli vostri.

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Pagina 23

Una volta usciti dalle sette volte, girate a sinistra: dopo un centinaio di metri, vi troverete in mezzo a piazza dei Cavalieri. E qui, anche volendo, sarà difficile riuscire a ignorarla in toto. Principalmente perché in questa piazza c'è il palazzo più elaborato di tutta la città.

Il Palazzo della Carovana, che domina la piazza con la sua scalinata e la sua facciata, è adesso la sede più rappresentativa della Scuola Normale Superiore, una delle istituzioni di cui Pisa va giustamente orgogliosa, e nella quale si sono formati personaggi come Giosuè Carducci, Enrico Fermi, Ennio De Giorgi e tanti altri scienziati e bravi letterati (e anche meno bravi, giova ricordarlo; perché, a volte, i normalisti sono un po' spocchiosetti).

Alla destra del palazzo avete la chiesa dei Cavalieri di Santo Stefano, nella quale sono conservate le bandiere moresche che i pisani, all'epoca delle repubbliche marinare, avevano corseggiato agli ottomani; qualche anno fa un mio amico, di cui tacerò il nome, ha portato in visita per la città alcuni suoi amici turchi, e ha visto bene di cominciare il tour proprio da questa chiesa, indicando le bandiere e ricordando orgoglioso i tempi in cui i cristiani le suonavano di santa ragione ai sudditi del sultano.

Alla sinistra, invece, sopra un arco, potete vedere la Torre della Fame; sì, proprio quella dove i pisani del Medioevo rinchiusero il conte Ugolino della Gherardesca e i suoi figli, Lapo e Gaddo, episodio grazie al quale Pisa è nota in tutta Italia come vituperio delle genti. vero, mi direte: Dante di città toscane non ne salva praticamente una, e dedica la sua invettiva più feroce proprio alla sua Firenze. Però da pisano non posso fare a meno di pensare che da un fiorentino non c'era da aspettarsi niente di diverso. I pisani, dopo secoli, hanno superato bene il trauma dell'orribile fine del conte, e sono in grado anche di scherzarci sopra: proprio accanto alla Torre della Fame, fino a poco tempo fa, era infatti ubicata la sede principale della mensa universitaria.

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Pagina 28

Un altro caso significativo riguarda un poco azzeccato connubio luogo-nome. Come si sa, le facoltà scientifiche sono note anche per la loro propensione a falcidiare gli studenti, abbattendo il numero degli iscritti che passano dal primo al secondo anno anche del settanta per cento; e di queste facoltà, la più efficace nello sterminio propedeutico è sicuramente quella di Ingegneria. La cosa viene propagandata in molti modi, non ultimo la posizione scelta, che ricorda subito allo studente il suo probabile destino: la facoltà di Ingegneria, infatti, ha sede in via Diotisalvi.

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Pagina 35

Il pesante lampadario in bronzo che vedete ondeggiare di fronte ai vostri occhi, opera di Vincenzio di Domenico Possenti, secondo la leggenda avrebbe suggerito a Galileo Galilei, fisico insigne e fedele piuttosto distratto, la legge dell'isocronia delle piccole oscillazioni di un pendolo. Secondo la leggenda, infatti, il buon Galileo, rompendosi le scatole a messa, aveva incominciato a osservare le oscillazioni del lampadario e a cronometrarle tramite il battito del polso, osservando così che indipendentemente dall'ampiezza le volute descritte dal pendolo avevano sempre la stessa durata. Storia mirabile, e plausibile, perché a volte non c'è niente come la noia per permettere al nostro cervello di vagare indisturbato finché, inaspettatamente, non gli capita di convergere su di un'idea geniale. storia, purtroppo, assolutamente falsa: perché la legge dell'isocronia del pendolo venne scoperta e pubblicata da Galileo nel 1583, mentre la detta lampada venne installata nel 1588...

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Pagina 40

Il campanile della Cattedrale, costruito tra il XII e il XIV secolo, deve la sua fama principalmente al fatto di essere torto. Ad essere precisi, l'asse principale della Torre è deviato di quattro gradi quasi esatti (3,99) rispetto a un asse perpendicolare al terreno. Tale inclinazione è dovuta a due fattori, uno accertato (un cedimento del terreno argilloso su cui i pisani, furbi fin dai primi del Dugento, avevano scelto di erigere un campanile alto 56 metri e pesante circa quindicimila tonnellate) e uno probabile (la distrazione di fondi destinati alle fondamenta da parte di alcuni architetti: già prima del 1861, Pisa era in Italia a pieno titolo). Forse vi farà piacere sapere che questo non è l'unico monumento di Pisa a disprezzare la perpendicolarità; il campanile di San Nicola, per esempio, è inclinato pesantemente, e la torre campanaria della chiesa di San Michele degli Scalzi, sul viale delle Piagge, è addirittura più storta della Torre con la T maiuscola. Come se non bastasse lo stesso Battistero, ad un occhio attento, si rivela un poco pencolante. Ma la Torre, da secoli, ha tutto un altro fascino. E da secoli la Torre ispira il genio toscano in ogni sua forma.

Genio scientifico: dalla sua sommità, infatti, leggenda vuole che Galileo Galilei abbia fatto cadere due sfere, una di legno e una (ben più pesante) di metallo, le quali toccarono terra simultaneamente. In questo modo, l'insigne fisico dimostrò che l'accelerazione di gravità è indipendente dalla massa del corpo che la subisce.

Genio umoristico: qui, sotto la Torre, è ambientato uno degli episodi più noti del film Amici miei-atto II, opera di quell'autentico maestro dello spirito che è stato Mario Monicelli. Nel film, Ugo Tognazzi e gli altri suoi attempati amichetti convincono i turisti della piazza che il crollo è imminente, e li mettono a puntellare il campanile con pali, corde e anche travi umane prima di fuggire all'arrivo della polizia (anche la scena successiva, una delle più esilaranti, quella in cui Renzo Montagnani scopre in modo ufficiale di essere becco, è ambientata qui vicino, in piazza Carrara).

Genio calcistico: perché dalla cima della Torre, se guardate in basso, potete vedere con nitidezza il campo da gioco di quello che era un tempo il Pisa Sporting Club. Nome che è indissolubilmente legato a quello del suo più famoso e vulcanico presidente, talmente adorato dalla città di cui adottò la squadra da dedicargli lo stadio, rimpiazzando un altro nome carico di una gloria ben più significativa: lo stadio, infatti, un tempo si chiamava Arena Garibaldi, mentre oggi è intitolato a Romeo Anconetani.

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Pagina 49

In supremae dignitatis



Se si vuole parlare di Pisa, è impossibile non parlare dell'Università. Anche solo per una questione di numeri: la città, infatti, conta circa 90.000 abitanti, più della metà dei quali sono studenti universitari. L'Università fa parte integrante della città: la permea e la sorregge. Se l'Arno è la spina dorsale di Pisa, l'Università e i suoi studenti ne sono in un certo senso il cuore, lo stomaco e, molto spesso, anche il fegato.

Questa permeazione non è solo allegorica, ma prima di tutto fisica: Pisa è una delle poche città in cui l'Università non è confinata ed emarginata in un campus sterile fuori dal centro storico, ma punteggia la città con una miriade di edifici sia all'interno che all'esterno delle mura. Del resto nel 1343, quando l'Università venne riconosciuta, non aveva una sede fissa: le lezioni si svolgevano nelle chiese e nei chiostri dei monasteri, quando non direttamente a casa dei professori. La simpatica tradizione si è mantenuta fino ad oggi: molti miei coetaneti (io no) hanno ascoltato lezioni seduti sulle scomodissime poltroncine del cinema Odeon, oggi cinema multisala Le Repubbliche Marinare (la cosa, va riconosciuto, aveva sicuramente un aspetto positivo, perché seduti su quelle seggiole addormentarsi era impossibile).

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Di fronte a queste enormi costruzioni, il personaggio di cui vi vorrei parlare adesso potrebbe, a tutta prima, apparire un po' piccolo; eppure, a mio parere, nessuno come lui sintetizza quella che credo essere la vera natura di Pisa. Che è, come dico nel titolo del capitolo, un crocevia: un porto, un punto in cui passano milioni e milioni di persone, cose e idee, un imbuto che avvicina e grazie alla sua stessa esistenza permette scambi e arricchimento di chi lo frequenta. E lo stesso personaggio di cui si parla nasce come mercante: Leonardo di Pisa, detto in seguito Leonardo Fibonacci (da filius Bonaccii), infatti, inizia la sua carriera di mercante all'età di dieci anni, quando il padre viene nominato rappresentante dei mercanti della Repubblica di Pisa nella regione di Cabilia, in Algeria. Qui, intorno al 1180, il piccolo Leonardo entra in contatto con i mercanti arabi e con il loro modo del tutto originale di fare i conti grazie a un sistema simbolico a dieci caratteri, tra cui uno (zyfr) che indica l'assenza, il nulla, e che noi conosciamo con il nome di "zero". Attratto dall'enorme facilità che questo sistema permette, e affascinato dalle opere dei matematici arabi come al-Khwarizmi, Leonardo ritorna in Italia e inizia a divulgare le scoperte degli arabi e il loro fantastico modo di trattare con i numeri, usandole principalmente per convertire tra loro le differenti valute mediterranee. La sua fama, dovuta in massima parte al Liber Abaci (Libro del conteggio), e che arriverà fino ai giorni nostri, è quindi principalmente una fama di divulgatore; di chi non scopre, ma diffonde le scoperte altrui e spiega come utilizzarle. Eppure, ai giorni nostri il nome di Leonardo Fibonacci è giunto grazie a un piccolo e apparentemente stupido problemino sui conigli, la cui soluzione offre uno degli strumenti più sorprendenti per capire, attraverso i numeri, il concetto stesso di bellezza.

Supponiamo, si chiede Leonardo, che io abbia una coppia di conigli, che maturano in un anno, e supponiamo che ogni anno ogni coppia di conigli dia origine ad un'altra coppia di conigli immaturi. Supponendo che i conigli siano immortali e non finiscano mai alla griglia, anno dopo anno quante coppie di conigli avrò? La risposta, ovvero la serie 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34..., dove ogni numero è somma dei due numeri che lo precedono (a parte i primi due), è detta serie di Fibonacci.

Bene, direte: cosa ha a che fare tutto questo con la bellezza?

Prendete un fiore, un fiore qualsiasi. Come un giglio, per esempio, che ha 3 petali. O un ranuncolo, che ne ha 5. Vanno bene anche i delphinia (8 petali), o i tageti (13), o gli astri (21), o anche le margherite (34). La smetto qui: il fatto è, vedete, che se trovate un fiore il cui numero di petali non è un numero di Fibonacci, le ragioni possono essere solo due. O il numero è un numero di Fibonacci doppio (16 o 26), oppure il fiore ha perso qualche petalo.

C'è però un altro aspetto che lega questa serie al concetto di bellezza.

Prendete ogni numero della serie e dividetelo per quello che lo precede. Il rapporto tra questi due numeri tende molto rapidamente a un valore particolare, approssimabile come 1,61803, e noto in architettura e in arte figurativa come sezione aurea.

Questo numero, che si ritrova ovunque in storia dell'arte, verrà poi trattato con esaustività qualche centinaio di anni dopo da Luca Pacioli, che nel suo trattato De Divina Proportione (anche grazie alle illustrazioni, opera di un altro Leonardo, ma nato a Vinci e non a Pisa) lo eleverà a canone di bellezza assoluta e ad esempio mirabile di numerabilità della perfezione.

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Metter su peso, perdere peso



Se siete turisti di quelli seri, dopo tutto questo girare vi sarà inevitabilmente venuta un po' di fame. Bene, il mio consiglio è di dirigervi verso la zona di via San Martino. Intendiamoci, i posti per mangiare nel centro storico si trovano ovunque, ma nel quartiere di San Martino sono un po' più densi e caratteristici.

Per raggiungere via San Martino, si deve arrivare nel punto in cui corso Italia sfocia nelle Logge di Banchi, proprio di fronte al ponte di Mezzo: via San Martino è quella sulla destra.

Lungo la via si trova uno dei locali più noti di Pisa, il "Numeroundici", che un tempo spuntava fra i banchi di frutta e verdura di piazza delle Vettovaglie. Il posto è un po' particolare: non è possibile prenotare, non c'è servizio, ordinate al bancone e venite chiamati quando il vostro piatto è pronto, di solito con un urlo o con un colpo di clacson (non scherzo). Inoltre, se dovesse capitarvi di fare domande ingenue sul menù (che è scritto su di una lavagna accanto al banco) oppure di ritardare o intralciare le complesse manovre di distribuzione delle vivande, rischierete seriamente di venire presi per il culo ad alta voce dal personale. Io adoro questo posto, e ci vado piuttosto di frequente: se fosse pieno (succede spesso), potete tranquillamente andare nel locale accanto, il siriano "Al Madina", come faccio io di solito. Però, è bene che ve lo dica, di solito è pieno anche quello. Insomma, il tratto peculiare di San Martino è che quasi tutti i locali sono pensati per i pisani, e non per i turisti; il che, in una città d'arte, ha il suo peso.

Quanto al "cosa" mangiare, ovvero a quelli che sono i piatti tipici della città, occorre mettere le mani avanti. Il piatto pisano per eccellenza, ovvero le cèe con la salvia, purtroppo è fuori menù da più di trent'anni; la cattura dell'ingrediente principale (gli avannotti delle anguille, ancora privi della vista e quindi cieche, o come si dice in pisano, per l'appunto, cèe), che veniva effettuata con una apposita rete detta ripaiola, è proibita in Toscana dal 1984. Quindi, se trovate un ristorante che offre sul menù le mitologiche cèe alla pisana, vuol dire che il padrone usa quelle di allevamento provenienti dalla Francia o dalla Spagna, oppure che il detto ristoratore è un po' bricconcello, oltre che un insensibile: ricordiamo, infatti, che secondo la tradizione questi avannotti andrebbero spadellati quando sono ancora vivi.

Squalificate quindi le cèe, il primo posto del podio è di dubbia attribuzione, ma di sicura sostanza e pesantezza. E qui sarà meglio essere espliciti, perché quale che sia la vostra scelta tenete presente che una scorpacciata degli altri due piatti tipici potrebbe avere delle ripercussioni sulla vostra vita sociale: a contendersi il primo posto del podio sono il bordatino (minestra di fagioli, cavolo nero e farina di mais) e la zuppa di cavolo nero (una fantastica accozzaglia di pane, cavolo nero, fagioli e altre verdure). Cibi sani, sostanziosi e che riempiono, ma che tendono a riproporre la loro presenza nel corso della digestione, a causa dell'elevata percentuale di cavolo nella loro composizione; e, come dice l'Artusi, "i cavoli tutti, siano essi bianchi, rossi, gialli o neri, sono tutti figli o figliastri di Eolo, il dio dei venti". In più, come se non bastasse, ci sono anche i fagioli. Fate voi.

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