Copertina
Autore Alberto Manguel
Titolo Una storia della lettura
EdizioneFeltrinelli, Milano, 2009, Varia , pag. 310, cop.fle., dim. 14,2x22x2 cm , Isbn 978-88-07-49085-9
OriginaleA History of Reading
TraduttoreGianni Guadalupi
LettoreRenato di Stefano, 2010
Classe scrittura-lettura , libri , biografie , storia letteraria
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Indice


 11   L'ULTIMA PAGINA

 13   L'ultima pagina


 33   MODI DI LEGGERE

 35   Leggere ombre
 46   I lettori silenziosi
 59   Il libro della memoria
 68   Imparare a leggere
 83   La prima pagina mancante
 92   Leggere le figure
102   Leggere ad altri
115   La forma del libro
131   Lettura privata
142   Metafore della lettura


153   I POTERI DEL LETTORE

155   Inizi
163   Ordinatori dell'universo
174   Leggere il futuro
185   Il lettore simbolico
195   Leggere fra quattro mura
205   Rubare libri
214   L'autore come lettore
226   Il traduttore come lettore
240   Letture proibite
249   Follia libraria


261   PAGINE BIANCHE

263   Pagine bianche

275   Note
297   Indice dei nomi
307   Ringraziamenti


 

 

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Pagina 13

L'ultima pagina



Un braccio abbandonato lungo il fianco, l'altro piegato a sorreggere la testa, il giovane Aristotele legge languidamente un papiro che tiene srotolato in grembo, sui morbidi cuscini di un seggio, i piedi confortevolmente incrociati. Infilando con due dita un paio di occhiali a molla sul naso ossuto, un Virgilio inturbantato e barbuto sfoglia le pagine di un volume rilegato in un ritratto dipinto quindici secoli dopo la sua morte. Seduto su un ampio scalino, accarezzandosi graziosamente il mento, san Domenico è assorto nella lettura del libro che tiene spalancato sulle ginocchia, dimentico del mondo. Due amanti, Paolo e Francesca, si stringono l'uno all'altra sotto un albero, leggendo il verso che segnerà il loro destino; Paolo, come san Domenico, si sfiora il mento con la mano; Francesca tiene il libro aperto, con due dita sotto una pagina che non verrà mai raggiunta. Diretti alla loro scuola di medicina, due studenti islamici si fermano per consultare un passo su uno dei libri che portano. Indicando la pagina di destra del libro che tiene in grembo, Gesù interpreta ciò che ha letto agli anziani del Tempio, i quali, attoniti e restii, sfogliano vanamente le pagine dei rispettivi tomi in cerca di una confutazione.

Bella come quando era viva, vegliata da un attento cagnolino, la nobildonna milanese Valentina Balbiani sta leggendo un libro di marmo sdraiata sul proprio sarcofago. Lontano dal tumulto cittadino, tra sabbie e spuntoni di roccia, san Gerolamo, come un vecchio pendolare in attesa del suo treno, legge un manoscritto formato tabloid mentre il paziente leone gli fa compagnia accucciato in un'angolo. Il grande umanista Erasmo da Rotterdam partecipa all'amico Gilbert Cousin un brano divertente del libro che sta leggendo, spalancato sul leggio. Inginocchiato fra i cespugli di oleandri, un poeta indù del Seicento si tormenta la barba riflettendo sui versi che ha appena letto senza riuscire a coglierne interamente il sapore, stringendo nella sinistra un libro dalla legatura preziosa. In piedi davanti a una lunga fila di scaffali rozzamente tagliati, un monaco coreano tira fuori una delle ottantamila tavolette delle Tripitaka Koreana, antiche di sette secoli, e la tiene davanti a sé, leggendo con silenziosa attenzione. "Study To Be Quiet" è il motto inciso su una vetrata dall'ignoto artista che vi ritrasse il pescatore e saggista Izaak Walton intento a leggere un libriccino sulla sponda del fiume Itchen, presso la cattedrale di Winchester.

Completamente nuda, una ben pettinata Maria Maddalena, dall'aria assai poco pentita, sta sdraiata su un panno steso sopra una roccia nel deserto, leggendo un grosso volume illustrato. Tutto compreso del proprio ruolo, Charles Dickens impugna l'edizione tascabile di un suo romanzo, leggendolo a un pubblico ammirato. Appoggiato al parapetto di pietra del Lungosenna, un giovane è immerso nella lettura di un libro di cui ci piacerebbe conoscere il titolo. Spazientita, o forse solo annoiata, una madre tiene aperto un grosso volume davanti al figlioletto dalla rossa chioma, il quale compita le parole seguendo le righe con un dito. Il cieco Jorge Luis Borges strizza gli occhi per seguire meglio un lettore invisibile. In un'ombrosa foresta, seduto su un tronco muscoso, un giovane regge con entrambe le mani un volumetto leggendo nella pace più assoluta, padrone del tempo e dello spazio.

Sono tutti lettori, e i loro gesti sono i miei stessi gesti; io condivido con loro il piacere, la responsabilità e il potere che derivano dalla lettura.

Non sono solo.

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Pagina 46

I lettori silenziosi



Nel 383 d.C., quasi mezzo secolo dopo che Costantino il Grande, primo imperatore cristiano, venne battezzato sul letto di morte, un insegnante ventinovenne di retorica latina, che i secoli futuri avrebbero conosciuto come sant'Agostino, giunse a Roma da una provincia imperiale dell'Africa settentrionale. Prese in affitto una casa, aprì una scuola e attirò un buon numero di studenti che avevano sentito parlare della bravura di quello studioso provinciale; ma ben presto capì che non avrebbe potuto guadagnarsi da vivere con l'insegnamento nella capitale imperiale. In patria, a Cartagine, i suoi allievi erano rissosi teppisti, ma almeno pagavano le lezioni; a Roma i suoi studenti ascoltavano in perfetto silenzio le sue disquisizioni su Aristotele e Cicerone finché non veniva il momento di pagargli la retta: allora si trasferivano in massa presso un altro insegnante, lasciando Agostino a mani vuote. Perciò, quando un anno più tardi il prefetto di Roma gli offrì di andare a insegnare letteratura ed eloquenza nella città di Milano, con le spese di viaggio pagate, Agostino accettò volentieri.

Forse perché era straniero in città e sentiva il bisogno di compagnia intellettuale, forse perché gliel'aveva chiesto sua madre, giunto a Milano Agostino andò a far visita al vescovo, il famoso Ambrogio, amico e consigliere di sua madre Monica. Ambrogio, che come Agostino fu poi canonizzato, era allora sulla quarantina; una forte personalità, saldo nell'ortodossia e capace di sfidare le più alte autorità terrene: pochi anni prima aveva costretto l'imperatore Teodosio a fare pubblica ammenda per il massacro di Tessalonica, dove aveva fatto sterminare i rivoltosi che avevano ucciso il governatore. E quando l'imperatrice Giustina aveva chiesto che il vescovo consegnasse una delle chiese della sua città agli ariani, affinché questi potessero celebrarvi le funzioni secondo il loro rito, Ambrogio aveva occupato l'edificio con i suoi fedeli giorno e notte, finché la sovrana non decise di cedere. Se un mosaico del V secolo che lo raffigura è somigliante, Ambrogio era un uomo di bassa statura dallo sguardo acuto e dalle orecchie a sventola, con una barba nera che sembra rimpicciolire piuttosto che incorniciare il suo volto angoloso. Era un oratore estremamente popolare; il suo simbolo nella posteriore iconografia cristiana fu l'alveare, emblema dell'eloquenza. Agostino, che considerava Ambrogio fortunato per essere tenuto in così alta stima dal popolo, non si sentì di porgli alcuna domanda sulle questioni religiose che lo turbavano, perché quell'uomo, quando non stava consumando il suo pasto frugale o intrattenendosi con uno dei suoi molti ammiratori, si chiudeva nella sua cella a leggere.

Ambrogio era un lettore straordinario. "Quando leggeva," dice Agostino, "i suoi occhi esploravano la pagina e il suo cuore coglieva il significato, ma la sua voce taceva e la sua lingua era ferma. Chiunque poteva avvicinarlo liberamente e i visitatori di solito non venivano annunciati, cosicché spesso quando ci recavamo da lui lo trovavamo immerso nella lettura, in silenzio, perché non leggeva mai a voce alta."

Gli occhi che esplorano la pagina, la lingua immobile: è così che descriverei un lettore di oggi, seduto con un libro in un caffè presso la basilica di Sant'Ambrogio a Milano, mentre legge, magari, le Confessioni di sant'Agostino. Come Ambrogio, il lettore è diventato sordo e cieco al mondo, alla gente che passa, al traffico, agli edifici che lo circondano. E nessuno si meraviglia della sua concentrazione: un lettore assorto è diventato un luogo comune.

Ad Agostino invece quella maniera di leggere sembrava tanto strana da riferircela nelle sue Confessioni. Ciò significa che a quei tempi quel metodo di lettura, la silenziosa perlustrazione di una pagina, era piuttosto fuori dell'ordinario, e che la lettura normale veniva fatta ad alta voce. Benché si possano rintracciare esempi di lettura silenziosa anche in tempi remoti, questo modo di leggere non divenne abituale in Occidente fino al X secolo.

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Pagina 103

A partire dal Settecento la fabbricazione dei sigari era diventata una delle principali industrie cubane; ma attorno al 1850 la situazione economica cambiò. La saturazione del mercato americano, l'aumento della disoccupazione e l'epidemia di colera del 1855 convinsero molti lavoratori a unirsi per migliorare le loro condizioni. Nel 1857 fu fondata una Società di mutuo soccorso riservata ai sigarai bianchi, seguita nel 1858 da una analoga per i negri liberi. Furono i primi sindacati cubani, precursori del movimento operaio di fine secolo.

Nel 1865 Saturnino Martínez, sigaraio e poeta, concepì l'idea di pubblicare un giornale per i lavoratori del tabacco, che doveva ospitare non solo articoli politici, ma anche testi scientifici e letterari, poesie e racconti. Con l'aiuto di alcuni intellettuali cubani, Martinez fece uscire il primo numero de "La Aurora" il 22 ottobre di quell'anno. "Lo scopo di questa pubblicazione," scriveva nell'editoriale, "è di illuminare in ogni maniera possibile la classe sociale cui è destinata. Faremo tutto ciò che è in nostro potere per renderci universalmente accetti. Se non ci riusciremo, la colpa sarà della nostra insufficienza, non della nostra mancanza di volontà." Nel corso degli anni "La Aurora" pubblicò testi dei maggiori autori cubani dell'epoca, oltre a traduzioni di scrittori europei come Schiller e Chateaubriand, recensioni librarie e teatrali, e denunce delle prevaricazioni degli industriali e delle sofferenze dei lavoratori. "Sapete," chiedeva ai suoi lettori il 27 giugno 1866, "che presso La Zanja, a quanto dice la gente, c'è un industriale che mette in catene i bambini assunti come apprendisti?"

Ma Martínez doveva capire ben presto che il vero ostacolo alla diffusione del suo giornale era l'analfabetismo; a metà dell'Ottocento appena il 15 per cento della popolazione operaia cubana sapeva leggere. Per risolvere il problema pensò a una lettura pubblica. Si presentò al preside della scuola superiore di Guanabacoa, chiedendogli che il suo istituto promuovesse letture pubbliche nei luoghi di lavoro. Entusiasta dell'idea, il preside si incontrò con gli operai della fabbrica di sigari "El Fígaro", e ottenuto il permesso del proprietario li convinse dell'utilità dell'iniziativa. Uno degli operai fu scelto come lettore, pagato dagli altri con un piccolo prelievo sul salario di ciascuno. Il 7 gennaio 1866 "La Aurora" poteva annunciare:

La lettura nelle fabbriche ha avuto inizio per la prima volta tra noi; l'iniziativa spetta ai bravi lavoratori di "El Fígaro". È questo un passo da gigante sulla via del progresso e della generale avanzata dei lavoratori, che in tal modo si familiarizzeranno con i libri, fonte di eterna amicizia e di grande divertimento.

Le letture spaziavano dal compendio storico Le battaglie del secolo ai romanzi didattici come Il re del mondo del dimenticatissimo Fernández y González, a un manuale di economia politica di Flórez y Estrada.

Altre fabbriche seguirono l'esempio di "El Fígaro". Il successo di queste letture pubbliche fu tale che in breve vennero tacciate di "sovversivismo". Il 14 maggio 1866 il governatore di Cuba emanava il seguente decreto:

1. È proibito distrarre i lavoratori del tabacco e di ogni altro genere di industria con la lettura di libri e giornali, o con dibattiti estranei al lavoro in cui sono impegnati.

2. La polizia eserciterà la sua costante vigilanza per imporre l'esecuzione di codesto decreto, e metterà a disposizione della mia autorità i proprietari di fabbriche, i dirigenti e i sorveglianti che violeranno questa disposizione, affinché vengano puniti secondo la legge in base alla gravità del caso.

Malgrado questa proibizione, le letture proseguirono clandestinamente per qualche tempo; nel 1870, comunque, erano praticamente scomparse. E nell'ottobre del 1868, con l'inizio della guerra dei Dieci anni, anche "La Aurora" era stata soppressa. Tuttavia le letture non furono dimenticate, e rinacquero già nel 1869 in territorio nordamericano, per opera degli stessi lavoratori.

La guerra dei Dieci anni era scoppiata il 10 ottobre 1868, quando un proprietario terriero cubano, Carlos Manuel de Céspedes, alla testa di duecento uomini male armati si impadronì della città di Santiago e proclamò l'indipendenza dell'isola dalla Spagna. Alla fine del mese, dopo che Céspedes ebbe offerto la libertà a tutti gli schiavi che si fossero battuti per la rivoluzione, il suo esercito contava dodicimila volontari; e nell'aprile dell'anno seguente egli fu eletto presidente della giunta rivoluzionaria. Ma la Spagna non cedeva. Quattro anni dopo Céspedes fu deposto in absentia da un tribunale cubano, e nel marzo 1874 veniva catturato e ucciso dalle truppe spagnole. Nel frattempo gli Stati Uniti, schierati contro la Spagna che poneva restrizioni al commercio, avevano apertamente aiutato i rivoluzionari, e New York, New Orleans e Key West avevano accolto migliaia di rifugiati cubani. In pochi anni Key West si trasformò da piccolo villaggio di pescatori in una seconda Avana, diventando la capitale della produzione mondiale di sigari.

I lavoratori emigrati negli Stati Uniti portarono con sé anche l'abitudine della lettura pubblica, cui erano ormai affezionati. Una illustrazione della rivista nordamericana "Practical Magazine" del 1873 ci mostra un lector, con gli occhiali e un cappello a larghe tese, seduto a gambe incrociate alle spalle di tre sigarai in panciotto e maniche di camicia, intenti al loro lavoro.

I libri da leggere, scelti d'accordo con gli operai (che come ai tempi di "El Fígaro" pagavano il lettore di tasca loro), spaziavano dagli opuscoli politici alla storia, dai romanzi alla poesia classica e moderna. Sappiamo che tra le letture favorite occupava un posto d'onore Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas, divenuto talmente popolare che un gruppo di sigarai scrisse all'autore, poco prima della sua morte avvenuta nel 1870, chiedendogli il permesso di dare il nome del protagonista ai sigari da loro fabbricati. Dumas acconsentì.

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Pagina 115

La forma del libro



Quando le mie mani scelgono un libro da portare a letto o sulla scrivania, per passare il tempo in treno o per fare un regalo, ne prendono in considerazione non solo il contenuto, ma anche la forma. A seconda dell'occasione e del luogo in cui voglio leggere, le mie preferenze andranno a qualcosa di piccolo e grazioso, oppure di grande e sostanzioso. I libri si presentano attraverso il titolo, l'autore, la collocazione in un catalogo o sullo scaffale, l'illustrazione in copertina; si presentano anche attraverso le dimensioni. Col mutare dei tempi e dei luoghi muta anche l'aspetto dei libri; e noi siamo in grado di attribuire un libro a una certa epoca e a un certo paese con una semplice occhiata. Le caratteristiche esteriori fanno parte della loro essenza. Io giudico un libro dalla copertina; io giudico un libro dalla sua forma.

Fin dall'inizio, i libri ebbero un formato adatto all'uso. Le antiche tavolette della Mesopotamia erano lastre di argilla per lo più quadrate, ma anche rettangolari, larghe circa otto centimetri, e si potevano tenere comodamente in mano. Un libro era formato da diverse tavolette, forse inserite in una borsa di pelle o in una scatola, affinché il lettore le potesse scorrere una dopo l'altra in un ordine predeterminato. Può darsi anche che esistessero libri d'argilla rilegati alla maniera dei nostri volumi; su alcune stele funerarie neohittite si vedono oggetti che sembrano codici – forse una serie di tavolette inserite in una copertina –, ma finora nulla del genere è stato ritrovato negli scavi.

Non tutti i libri mesopotamici erano fatti per essere presi in mano. Esistono testi scritti su superfici molto grandi, come il Codice legislativo medio-assiro ritrovato ad Ashur, che risale al XII secolo a.C. e misura circa due metri quadrati; il testo, su due colonne, è scritto su entrambi i lati. È evidente che questo "libro" non doveva essere impugnato; probabilmente era eretto in un luogo pubblico, dove chiunque poteva consultarlo. In questo caso le dimensioni dovevano avere anche un significato simbolico e gerarchico; le piccole tavolette erano destinate a registrare transazioni private, ma un codice di leggi doveva mostrarsi in tutta la sua imponenza, assumendo maggior prestigio agli occhi del lettore mesopotamico.

Naturalmente, non si poteva andare oltre certe dimensioni. L'argilla era un ottimo materiale per fabbricare tavolette, e il papiro, fatto con gli steli disseccati della pianta omonima, poteva essere avvolto in comodi rotoli; entrambi erano relativamente portatili. Ma né l'una né l'altro potevano servire per fabbricare il "libro" che avrebbe poi soppiantato tavolette e rotoli: il codice, un fascio di pagine legate insieme. Un codice di tavolette sarebbe risultato pesantissimo e ingombrante, mentre il papiro era troppo fragile per essere rilegato. Invece la pergamena e la cartapecora (pelli di animali trattate secondo diversi procedimenti) potevano essere tagliate e piegate a piacere. Secondo Plinio il Vecchio, l'invenzione della pergamena fu un merito molto involontario di Tolomeo re d'Egitto, il quale aveva vietato l'esportazione del papiro per serbare una sorta di monopolio librario alla Biblioteca di Alessandria; di conseguenza il suo rivale Eumene, re di Pergamo, fu costretto a cercare un nuovo materiale per i libri della sua biblioteca. Stando a Plinio, l'editto di Tolomeo provocò l'invenzione della pergamena nel II secolo a.C.; ma i più antichi esemplari a noi noti di libri in pergamena risalgono a un secolo prima. Il materiale non determinava comunque la forma del libro: esistono rotoli fatti di pergamena, e come abbiamo detto codici di papiro, benché fossero rari e poco pratici. A partire dal IV secolo, e fino alla comparsa della carta in Italia ottocento anni dopo, la pergamena fu la materia prima preferita per la fabbricazione dei libri in Europa. Non solo era più resistente e più liscia del papiro, ma anche meno cara, perché quest'ultimo andava importato dall'Egitto, con costi considerevoli.

Il codice in pergamena divenne ben presto il tipo di libro usuale per funzionari ed ecclesiastici, viaggiatori e studenti; per tutti coloro, cioè, che dovevano spostarsi, portando con sé il materiale di lettura, e che avevano bisogno di consultarlo rapidamente individuando con facilità le parti in cui era diviso. Inoltre il testo poteva essere scritto su entrambe le facciate, e i quattro margini delle pagine di un codice sembravano fatti apposta per ospitare glosse e commenti, permettendo al lettore una partecipazione più attiva impossibile con il rotolo. Mutò anche l'organizzazione del testo, prima suddiviso in base alla capacità di un rotolo (per esempio, la tradizionale suddivisione dell' Iliade di Omero in ventiquattro libri deriva molto probabilmente dal fatto che era contenuta in ventiquattro rotoli). Ora il testo poteva essere organizzato in base al suo contenuto, in libri o capitoli; e un'opera breve poteva essere unita ad altre sotto una sola copertina. La parte di un rotolo che il lettore aveva sott'occhio leggendo era molto limitata; svantaggio cui siamo ritornati oggi grazie ai prodigi della tecnica, dal momento che lo schermo del nostro computer ci rivela solo una piccola parte del testo man mano che lo andiamo "srotolando". Invece il codice permetteva di passare istantaneamente ad altre pagine, e quindi di avere sottomano l'intera opera, tanto più che era quasi sempre contenuta in un solo volume e non più in tanti rotoli diversi. Già nel I secolo il poeta Marziale esprimeva la propria meraviglia, esaltando i poteri quasi magici di un oggetto che pur essendo abbastanza piccolo da poter essere tenuto in mano racchiudeva un'infinità di bellezze:

            Omero su pergamena!
            L'Iliade e tutte le avventure
            di Ulisse, nemico del regno di Priamo!
            Tutto contenuto in un pezzo di pelle
            piegato in tanti piccoli fogli!.

I vantaggi del codice non potevano non prevalere; attorno al 400 d.C. il papiro era stato praticamente abbandonato, e la maggior parte dei libri aveva assunto la forma di blocchi di fogli rettangolari rilegati. Piegata una volta, la pergamena dava il formato detto in folio; due volte, in quarto; tre volte, in ottavo. Nel Cinquecento le dimensioni dei vari formati furono fissate per legge: Francesco I re di Francia decretò nel 1527 che chiunque non rispettasse le misure stabilite fosse punito col carcere.

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Pagina 120

Fabbricare un libro era una faccenda lunga e laboriosa, sia per gli elefanteschi torni incatenati ai leggii, sia per gli agili ed eleganti volumetti destinati alle mani dei bambini. A metà del Quattrocento, una straordinaria innovazione ridusse drasticamente il numero di ore di lavoro necessarie per produrre un libro, mutando per sempre il rapporto tra il lettore e quello che ormai non era più un oggetto unico ed esclusivo, uscito dalle mani di uno scrivano. Stiamo parlando, naturalmente, dell'invenzione della stampa.

In un giorno imprecisato degli anni quaranta del Quattrocento, un giovane incisore e tagliatore di gemme il cui nome completo era Johannes Gensfleisch zur Laden zum Gutenberg, semplificato in Johann Gutenberg per maggiore praticità, capì che si poteva realizzare un immenso risparmio di tempo intagliando le lettere dell'alfabeto in blocchi di legno più piccoli ma simili a quelli di cui già ci si serviva occasionalmente per stampare illustrazioni. Gutenberg continuò i suoi esperimenti per diversi anni, spendendo molto denaro. Riuscì infine a mettere a punto tutte le principali componenti della stampa, che sarebbero rimaste in uso fino al nostro secolo: caratteri incisi in blocchi mobili di metallo riutilizzabili, un torchio, o pressa, che combinava le caratteristiche di quelli già in uso per il vino e per le legature, e un inchiostro a base di olio. Nulla di tutto questo esisteva prima. Tra il 1450 e il 1455, Gutenberg produsse una Bibbia che aveva 42 righe per pagina: il primo libro stampato, che portò con sé alla fiera di Francoforte. Per buona sorte, ci è rimasta una lettera scritta da Enea Silvio Piccolomini, poi divenuto papa col nome di Pio II, scritta il 12 marzo 1455 da Wiener Neustadt, in cui racconta a Sua Eminenza il cardinale Carvajal di aver visto la Bibbia di Gutenberg alla fiera:

Non ho visto Bibbie complete, ma ho visto pero un certo numero di fascicoli di cinque pagine di alcuni libri della Bibbia, dai caratteri chiari e nitidi, che Vostra Eminenza avrebbe potuto leggere facilmente senza occhiali. Diversi testimoni mi dissero che ne erano state completate 158 copie; altri dicevano 180. Non sono sicuro della cifra, ma non ho alcun dubbio sul completamento dei volumi. Se avessi saputo che lo desideravate, avrei certamente acquistato una copia. Alcuni di questi fascicoli di cinque pagine sono stati mandati all'imperatore stesso. Cercherò di procurarmi una di queste Bibbie per voi appena possibile. Ma temo che non sia facile, sia per via della distanza, sia perché mi dicono che ci sono persone pronte a comprare i libri prima ancora che siano finiti.

Gli effetti dell'invenzione di Gutenberg furono immediati e clamorosi: i lettori ne colsero subito gli enormi vantaggi, la rapidità di esecuzione, l'uniformità dei testi e il costo relativamente basso. Solo pochi anni dopo la stampa della prima Bibbia, l'Europa era costellata di tipografie: nel 1465 se ne aprivano in Italia, nel 1470 in Francia, nel 1472 in Spagna, nel 1475 in Olanda e Inghilterra, nel 1489 in Danimarca. (La stampa ci mise un po' di più a raggiungere il Nuovo Mondo: le prime tipografie furono aperte nel 1533 a città del Messico e nel 1638 a Cambridge, Massachusetts.) Dai loro torchi uscirono circa trentamila incunabola: con questa parola latina che significa "cose attinenti alla culla" si indicano i libri stampati prima del 1500, quando l'arte tipografica era appena nata. Considerando che nel Quattrocento le tirature erano normalmente inferiori alle 250 copie, e raramente toccavano le 1000, il successo di Gutenberg può essere considerato prodigioso. D'un tratto, per la prima volta dai lontani tempi in cui era stata inventata la scrittura, era possibile produrre testi rapidamente e in quantità considerevoli.

Forse non è inutile ricordare che la stampa, malgrado le consuete lamentele apocalittiche che la accompagnarono, come accompagnano ogni grande innovazione tecnologica, non segnò la fine immediata dei libri manoscritti. Al contrario, Gutenberg e i suoi seguaci si sforzavano di imitare le eleganze degli scrivani, e molti incunaboli sembrano volutamente manoscritti. Sul finire del Quattrocento, nonostante il trionfo del libro stampato, il gusto per la bella scrittura manuale non era venuto meno, e molti dei migliori esempi di calligrafia dovevano essere eseguiti più tardi. Mentre i libri diventavano di più facile acquisizione e molte più persone imparavano a leggere, molte altre imparavano a scrivere, spesso con grande eleganza; il Cinquecento fu il secolo dei grandi manuali di calligrafia. È interessante notare come spesso un'innovazione tecnologica, come quella di Gutenberg, non solo non elimini ciò che rende superato, ma ne valorizzi invece le virtù appassite, facendoci apprezzare meglio ciò che ci sembrava banale. Ai nostri giorni, il computer e i libri in Cd-Rom non hanno affatto minato seriamente, come dimostrano le statistiche, la produzione e la vendita dei libri tradizionali, la cui forma è ancora quella degli antichi codici. Per esempio, nel 1995 alla già immensa collezione della Biblioteca del Congresso di Washington si sono aggiunti altri 359.437 nuovi libri, senza contare gli opuscoli e i periodici.

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Pagina 123

Nel 1453, caduta Costantinopoli nelle mani dei turchi, molti studiosi greci lasciarono le sponde del Bosforo per fuggire in Italia. Venezia divenne il nuovo centro degli studi classici. Una quarantina d'anni dopo, l'umanista italiano Aldo Manuzio, che aveva insegnato latino e greco ad allievi brillanti come Pico della Mirandola, trovando difficile insegnare senza edizioni scolastiche dei classici in un formato pratico, decise di metteré a frutto l'invenzione di Gutenberg fondando una propria stamperia per produrre i libri di cui aveva bisogno per i suoi corsi. Manuzio stabilì la sua tipografia a Venezia, dove poteva contare sulla presenza degli esuli greci, e probabilmente si servì dell'opera di altri greci come compositori e correttori di bozze, rifugiati cretesi che prima erano stati scrivani. Nel 1494 diede inizio al suo ambizioso progetto editoriale, che avrebbe prodotto alcuni dei libri più belli nella storia della stampa: prima i classici greci (Sofocle, Aristotele, Platone, Tucidide) e poi i latini (Virgilio, Orazio, Ovidio). Secondo lui, questi autori dovevano essere letti nella lingua originale, e per di più senza note o glosse – e perché i lettori potessero "conversare" con quei grandi del passato, pubblicò insieme ai testi originali grammatiche e dizionari. Invitò anche a Venezia eminenti umanisti di tutta Europa, come Erasmo da Rotterdam. Questi studiosi si incontravano quotidianamente in casa di Manuzio per discutere sui titoli da stamparsi e sui manoscritti da usare come fonti affidabili, setacciando le collezioni di classici dei secoli precedenti. "Mentre gli umanisti medioevali accumulavano," nota lo storico Anthony Grafton, "il Rinascimento selezionava." Manuzio selezionava con occhio infallibile. Alla lista dei classici aggiunse le opere degli scrittori italiani, fra cui Dante e Petrarca.

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Pagina 132

Se sorprende la figlia a leggere il catechismo per prepararsi alla prima comunione, si arrabbia di colpo:

Oh, come odio questa disgustosa abitudine di fare domande! "Cos'è Dio? Cos'è questo? Cos'è quello?" Questi punti interrogativi, questa ossessione di indagare, questa inquisizione, trovo tutto così terribilmente indiscreto! E anche questo dare ordini! Chi è stato a tradurre i dieci comandamenti in questo gergo incomprensibile? Oh, non mi piace davvero vedere un libro come questo in mano a una bambina!.

Minacciata dal padre, amorevolmente spiata dalla madre, la piccola trovava l'unico rifugio nel suo letto. Per tutta la sua vita adulta, Colette si sarebbe riservata quello spazio notturno di lettura solitaria. En ménage o sola, in camerette ammobiliate o in grandi case di campagna, in stanzette d'affitto o in spaziosi appartamenti parigini, avrebbe cercato (senza riuscirci sempre) di ritagliarsi uno spazio in cui gli unici intrusi sarebbero stati quelli invitati da lei stessa. Ora, sdraiata sul letto morbido, il prezioso libro stretto fra le mani e appoggiato sullo stomaco, ha conquistato non solo il suo spazio, ma una sua propria misura del tempo. (E senza che lei lo sappia, a meno di tre ore di distanza, nell'Abbazia di Fontevrault, la regina Eleonora d'Aquitania, morta nel 1204, giace scolpita nella pietra sul coperchio del suo sarcofago, leggendo un libro nella stessa identica maniera.)

Anch'io leggevo a letto. Nella lunga serie di letti in cui ho passato le notti della mia infanzia, in strane camere d'albergo dove i fari delle auto che passavano proiettavano ombre paurose sul soffitto, in case i cui odori e suoni mi erano sconosciuti, in cottage estivi bagnati dagli spruzzi del mare, o dove l'aria di montagna era così secca che mettevano accanto al letto una bacinella d'acqua con essenza di eucalipto per aiutarmi a respirare, il binomio letto-libro mi garantiva una sorta di casa in cui sapevo di poter tornare, notte dopo notte, sotto qualunque cielo. Nessuno avrebbe potuto strapparmi da quel rifugio; il mio corpo, immobile sotto le lenzuola, non aveva bisogno di nulla. Ciò che accadeva, accadeva nel libro; e io ero il narratore. La vita si svolgeva perché io voltavo le pagine. Credo di non ricordare gioia più grande, più totale, di arrivare alle penultime pagine e posare il libro, in modo da rimandare la fine all'indomani, e affondare la testa nel cuscino con la sensazione di aver veramente fermato il tempo.

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Pagina 136

Leggere a letto chiude e insieme apre il mondo intorno a noi.

L'idea di leggere a letto non è antica; il letto greco – il klíne – era un telaio di legno posato su gambe rotonde, rettangolari o a forma di animale, decorato con preziosi ornamenti, e non certo comodo per la lettura. Aveva una piccola testiera, materasso e cuscini, e veniva usato sia per dormire sia per sdraiarsi a oziare. In questa posizione era possibile leggere un rotolo tenendone un'estremità con la mano sinistra e svolgendone l'altra con la destra, mentre il gomito destro sosteneva il corpo. Ma questa procedura, piuttosto faticosa, diventava presto scomoda e infine insopportabile.

I romani avevano letti diversi per vari usi, compresi quelli per leggere e scrivere. La loro forma non variava di molto. Le gambe erano tornite e per lo più decorate con applicazioni di bronzo. Nell'oscurità della camera da letto – il cubiculum situato di solito nella parte più riposta della casa – i letti dei romani potevano anche servire per la lettura, benché non fossero troppo adatti; alla luce di una candela fatta con un panno imbevuto di cera, il lucubrum, leggevano ed "elucubravano" in pace. Trimalcione, il parvenu del Satyricon di Petronio, viene descritto "appoggiato a una pila di minuscoli cuscini" su un letto che serve a molti usi, nella sala dei banchetti. Vantandosi della sua cultura – ha due biblioteche, "una greca e l'altra latina" – compone alcuni versi estemporanei che legge poi ai suoi ospiti. Le azioni di scrivere e di leggere vengono compiute sullo stesso versatile lectus.

Nell'Europa medioevale, fino al XII secolo inoltrato, i letti erano mobili estremamente semplici e pratici, che si potevano abbandonare senza rimpianti fuggendo le invasioni e le carestie. Solo i ricchi avevano letti lussuosi; e quasi solo i ricchi avevano libri; perciò i libri e i letti lavorati divennero simboli di opulenza. Eustazio Boilas, un aristocratico bizantino dell'XI secolo, lasciò in eredità una Bibbia, diversi libri di storia e agiografia, una Chiave dei Sogni, una copia del popolare Romanzo di Alessandro e un letto dorato.

I monaci avevano una branda nella loro cella, e potevano leggere un po' più comodamente che sulle dure panche. Un manoscritto miniato del Duecento ci mostra un giovane monaco barbuto sulla sua branda, un cuscino dietro la schiena, le gambe avvolte in una coperta grigia. La tenda che separa il suo letto dal resto della stanza è stata scostata. Su un tavolino ci sono tre libri aperti, mentre altri tre sono posati accanto alle sue gambe, pronti per essere consultati; tiene fra le mani una doppia tavoletta di cera e uno stilo. Sembra che abbia cercato rifugio dal freddo coricandosi; gli stivali sono posati su una cassapanca dipinta, ed egli lavora alle sue letture con aria serena.

Nel Trecento i libri passarono dalle mani della nobiltà e del clero a quelle della borghesia. L'aristocrazia divenne il modello da imitare per i nuovi ricchi: se leggevano i nobili, avrebbero letto anche loro (avevano imparato facendo i mercanti); se i nobili dormivano su letti intagliati e fra drappi ricamati, avrebbero fatto lo stesso anche loro. Possedere libri e letti lussuosi divenne uno status symbol. La camera da letto divenne non solo la stanza in cui i borghesi dormivano e facevano all'amore, ma anche il deposito dei beni raccolti, libri inclusi, che durante la notte potevano essere sorvegliati dalla fortezza del letto. Oltre ai libri, vi venivano esibiti pochi altri oggetti; la maggior parte erano custoditi in ceste e casse, protetti dalle tarme e dalla ruggine.

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Che cosa è venuto prima? L'invenzione delle masse, che Thomas Hardy descrive come "una ressa di gente... che contiene una certa minoranza dotata di animo sensibile; costoro sono gli unici degni di osservazione", o l'invenzione del Pazzo occhialuto, che si ritiene superiore al resto dell'umanità e che l'umanità ignora con una risata?

È difficile stabilire una cronologia. Sono entrambi stereotipi falsi e pericolosi, perché nascondono sotto la pretesa di una critica morale o sociale il tentativo di porre dei limiti a un'attività che in sé e per sé ne è priva. La vera caratteristica della lettura sta altrove. Cercando di scoprire fra le cose che fanno i comuni mortali qualcosa di simile alla scrittura creativa, Sigmund Freud avanzò un parallelo fra le invenzioni della finzione letteraria e quelle dei sogni a occhi aperti, perché leggendo un'opera di narrativa "il nostro godimento deriva dalla liberazione delle tensioni della nostra mente... mettendoci di conseguenza in grado di godere i nostri stessi sogni a occhi aperti senza vergogna o biasimo". Ma non è certo questa l'esperienza che prova la maggior parte dei lettori. A seconda del tempo e del luogo, del nostro umore e dei nostri ricordi, delle nostre esperienze e dei nostri desideri, il piacere della lettura più che liberare acuisce le tensioni della nostra mente, rendendoci più e non meno consci della loro presenza. È vero che talvolta il mondo della pagina scritta passa nel nostro immaginario conscio – il nostro vocabolario quotidiano di immagini – e allora ci addentriamo senza meta tra i paesaggi della finzione, persi come tanti Don Chisciotte. Ma per la maggior parte del tempo teniamo i piedi per terra. Sappiamo che stiamo leggendo anche quando mettiamo in opera la sospensione della incredulità; lo sappiamo anche quando il libro riesce a creare nella nostra mente una perfetta illusione di realtà. Leggiamo per arrivare alla fine, per amore della vicenda. Leggiamo per non arrivarci, per amore della lettura in sé. Leggiamo seguendo una traccia, come segugi, dimentichi di tutto ciò che ci circonda. Leggiamo distrattamente, saltando le pagine. Leggiamo con disprezzo, con ammirazione, con negligenza, con rabbia, con passione, con invidia, con desiderio. Leggiamo nell'impeto del piacere immediato, senza sapere quanto potrà durare. "Che cos'è questa emozione?" si chiedeva Rebecca West dopo aver letto Re Lear. "Che rapporto c'è tra i capolavori letterari e la mia vita, che cos'hanno per rendermi così felice?" Non lo sappiamo; leggiamo con ignoranza. Leggiamo con lenti, morbidi movimenti, come se fluttuassimo nello spazio, senza peso. Leggiamo pieni di pregiudizi, con malignità. Leggiamo generosamente, trovando buone scuse per le pecche del testo, colmando insufficienze, correggendo errori. E talvolta, quando gli dèi sono propizi, leggiamo col fiato mozzo, rabbrividendo, come se qualcuno "camminasse sulla nostra tomba", come se la nostra memoria avesse improvvisamente riportato alla luce un ricordo sepolto chissà dove, facendoci riconoscere qualcosa che non sapevamo fosse lì, o che avevamo solo vagamente intravisto, come un'ombra sfuggente, uno spettro che scompare prima che possiamo rendercene conto, lasciandoci più maturi e più saggi. La lettura ha un suo simbolo iconografico. È una fotografia scattata nel 1940, durante i bombardamenti tedeschi di Londra. Mostra le macerie di una biblioteca. Al di là del soffitto crollato si vedono i fantasmi degli edifici circostanti; al centro del pavimento, un intrico di travi crollate e di mobili in frantumi. Ma tutt'intorno gli scaffali sono rimasti in piedi, e i libri ancora ordinatamente allineati sembrano intatti. Tre uomini sono ritti in piedi fra le rovine. Uno, come se fosse incerto sul libro da scegliere, sembra leggere i titoli sui dorsi; un altro, con gli occhiali, sta tirando fuori un volume; il terzo legge, tenendo un libro aperto fra le mani. Non stanno voltando le spalle alla guerra, non ignorano la distruzione. Non stanno cercando nei libri un'alternativa alla vita. Stanno tentando di resistere, di superare i tempi bui; di riaffermare il diritto di cercare una risposta, di capire: fra le macerie, sperando in quell'improvvisa, meravigliata intuizione che talvolta ci dà la lettura.

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