Copertina
Autore Henning Mankell
Titolo Piramide
EdizioneMarsilio, Venezia, 2006, Farfalle , pag. 414, cop.fle., dim. 135x205x30 mm , Isbn 978-88-317-8630-0
OriginalePyramiden
EdizioneOrdfronts Förlag, Stockholm, 1999
TraduttoreGiorgio Puleo
LettoreAngela Razzini, 2006
Classe gialli
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 11

1.



All'inizio tutto era solo nebbia.

O forse una specie di mare denso dove tutto era bianco e silenzioso. Il paesaggio della morte. E quella fu anche la prima cosa che Wallander pensò quando iniziò a tornare lentamente alla superficie. Pensò di essere già morto. Era arrivato a ventun anni, niente di più. Era un giovane poliziotto, appena adulto. E poi, uno sconosciuto gli si era scagliato contro con un coltello e lui non aveva avuto il tempo di gettarsi di lato.

Dopo, c'era soltanto la nebbia biancastra. E il silenzio.

Riprese conoscenza lentamente, e lentamente tornò alla vita. Le immagini che roteavano vorticosamente nella sua mente erano torbide. Cercava di afferrarle al volo, come quando si cerca di catturare le farfalle. Ma scivolavano via, e solo con uno sforzo estremo riuscì a ricostruire cosa fosse accaduto...


Wallander aveva un giorno di permesso. Era il 3 giugno 1969 e aveva accompagnato Mona al terminal dei traghetti per la Danimarca. Evitando i nuovi aliscafi, erano andati dove partiva ancora un vecchio, glorioso traghetto che, durante la traversata per Copenaghen, ti lasciava il tempo di consumare un buon pasto. Mona aveva un appuntamento con un'amica, avrebbero visitato il Tivoli, il grande parco dei divertimenti della capitale, ma il loro vero obiettivo erano i negozi di abbigliamento. Visto che era libero, Wallander avrebbe voluto seguirla. Ma Mona aveva detto di no. Il viaggio era esclusivamente per le due amiche. Niente uomini al seguito.

Rimase a osservare il traghetto che lasciava il porto. Mona sarebbe tornata in serata e lui aveva promesso di andarla a prendere. Se il tempo si fosse mantenuto buono avrebbero fatto una passeggiata e dopo avrebbero raggiunto il suo appartamento a Rosengàrd.

Il solo pensiero lo eccitava. Si aggiustò i pantaloni, attraversò la strada ed entrò nel terminal. Comprò un pacchetto di John Silver, la sua marca di sigarette preferita, e ne accese subito una.

Non aveva programmi per quel giorno. Era martedì ed era libero. Aveva accumulato un buon numero di ore di straordinario, in particolare con le grandi dimostrazioni contro la guerra in Vietnam che si erano svolte a Lund e a Malmö. A Malmö c'erano stati degli scontri. Una situazione che non gli era piaciuta affatto. Wallander non sapeva esattamente cosa pensare dei cori di dimostranti che chiedevano a gran voce il ritiro degli Stati Uniti dal Vietnam. Il giorno prima aveva cercato di parlarne con Mona, ma la risposta era stata: «I dimostranti fanno solo casino». Quando aveva insistito, sostenendo che non era giusto che la più grande potenza militare del mondo bombardasse una povera nazione di contadini, seminando distruzione e facendola «ripiombare all'età della pietra» — espressione usata da un pezzo grosso dello stato maggiore americano —, Mona aveva reagito dicendo che non aveva assolutamente intenzione di sposare un comunista.

Era andato su tutte le furie. La discussione non aveva avuto seguito. In ogni caso, Mona era la donna che avrebbe sposato, ne era più che certo. Quella ragazza dai capelli castani, il naso appuntito e il mento delicato. Forse non era la più bella che avesse incontrato nella sua vita. Ma era e rimaneva la donna che voleva sposare.

Si erano incontrati l'anno prima. Fino a quel momento, per più di un anno, era stato insieme a una ragazza che si chiamava Helena e lavorava per una ditta di spedizioni marittime. Un giorno, di punto in bianco, Helena gli aveva detto che era finita, si era innamorata di un altro. All'inizio era rimasto sconvolto. Poi si era chiuso in casa e aveva pinato per un intero fine settimana. Era pazzo di gelosia e alla finem quando aveva smesso di piangere, era andato al pub della stazione centrale e si era messo a bere senza controllo. Poi era tornato a casa e aveva ricominciato a piangere. Ora, ogni volta che passava davanti a quel pub provava un senso di nausea. Non avrebbe mai più messo piede in quel locale.

Erano seguiti alcuni mesi penosi durante i quali aveva cercato di convincere Helena a tornare con lui. Ma lei aveva rifiutato ostinatamente e alla fine l'insistenza di Wallander l'aveva talmente esasperata che aveva minacciato di denunciarlo alla polizia. Allora si era arreso. E, stranamente, proprio con quella decisione era tutto finito. Helena poteva starsene in pace con il suo nuovo uomo. Era successo un venerdì.

Quella sera stessa, Wallander aveva preso il traghetto per Copenaghen e, durante il viaggio di ritorno, era finito accanto a una ragazza che stava lavorando a maglia. Mona.

Wallander camminava per la città assorto nei suoi pensieri. Si chiese che cosa stessero facendo in quel momento Mona e la sua amica. Poi pensò a quello che era successo una settimana prima. Le dimostrazioni erano degenerate. O forse i suoi superiori non erano riusciti a valutare la situazione nel modo corretto. Wallander faceva parte di una squadra improvvisata che aveva l'ordine di rimanere di riserva, pronta a intervenire. Avevano agito solo quando si era scatenato il caos totale, ma il loro intervento non aveva fatto altro che aumentare lo scompiglio.

L'unica persona con la quale aveva veramente cercato di discutere di politica era suo padre. Aveva sessant'anni e aveva appena deciso di trasferirsi nell'Österlen. Era un uomo di umore scostante e non sapeva mai come prenderlo, specialmente da quando si era arrabbiato a tal punto da minacciare di rompere i loro rapporti. Era successo alcuni anni prima, il giorno in cui Wallander era tornato a casa dicendo che aveva deciso di fare il poliziotto. Suo padre era nel suo atelier, sempre pervaso dall'odore dei colori a olio e del caffè. Gli aveva scagliato contro il pennello, urlandogli di andarsene e di non tornare mai più. Non avrebbe mai tollerato di avere un poliziotto in casa sua. A quel punto, era scoppiata una lire furibonda. Ma Wallander non aveva ceduto: voleva diventare un poliziotto, e nessuna minaccia o pennello al mondo gli avrebbero mai fatto cambiare idea.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 75

Quando Wallander entrò nel suo appartamento era già mattina. La pioggia era praticamente cessata. Si gettò sul letto senza svestirsi e si addormentò in un attimo.

Il suono del campanello lo strappò dal sonno. Ancora mezzo addormentato andò in ingresso, aprì la porta e si trovò di fronte sua sorella Kristina.

«Disturbo?»

Wallander scosse il capo e la fece entrare.

«Ho lavorato tutta la notte» disse. «Che ore sono?»

«Le sette. Oggi andrò a Löderup con papà. Ma prima volevo vederti.»

Wallander le chiese di preparare il caffè mentre si lavava e si cambiava. Si sciacquò il viso a lungo con l'acqua fredda. Quando entrò in cucina, si era tolto di dosso la stanchezza accumulata durante la lunga notte. Kristina lo fissò sorridendo.

«Sai che sei uno dei pochi uomini che conosco che non porta i capelli lunghi?» disse.

«Non sto bene con i capelli lunghi» rispose Wallander. «Dio solo sa se ci ho provato. E lo stesso vale per la barba. Sembro un idiota. Quando ho provato a farli crescere, Mona ha minacciato di lasciarmi.»

«Come sta?»

«Bene.»

Wallander si chiese rapidamente se fosse il caso di raccontarle cos'era accaduto. Negli ultimi tempi, avevano quasi smesso di farsi confidenze.

Quando vivevano a casa, fratello e sorella avevano avuto un rapporto molto aperto. Ma decise di non dire nulla. Dopo che Kristina si era trasferita a Stoccolma, i loro contatti erano diventati irregolari e vaghi.

Wallander prese posto al tavolo della cucina e le chiese come andavano le cose.

«Bene.»

«Papà mi ha detto che hai incontrato un tipo che si occupa di malattie dei reni.»

«È un ingegnere e sta lavorando a un nuovo tipo di apparecchio per la dialisi.»

«Non so esattamente di che cosa si tratti» disse Wallander. «Ma mi sembra una cosa molto complicata.»

Capì che Kristina era venuta a trovarlo con uno scopo ben preciso. Lo intuì dall'espressione del suo viso.

«Non posso spiegarti come» disse. «Ma riesco sempre a capire quando vuoi qualcosa di particolare.»

«Sì. Non riesco a capire perché tratti papà in quel modo.»

Wallander rimase a bocca aperta.

«Che cosa vuoi dire?»

«Ah no. Che cosa credi? Non ti sei offerto di aiutarlo a traslocare. Non hai neppure voluto vedere la sua nuova casa a Löderup. E poi, quando lo incontri per strada, fai finta di non conoscerlo.»

Wallander scosse il capo.

«È questo che ti ha detto?»

«Sì. E papà è a dir poco sconvolto.»

«Non c'è niente di vero in tutto questo.»

«Da quando sono venuta, non ti ho visto una sola volta. Oggi è il giorno del trasloco.»

«Non ti ha detto che sono andato da lui? Non ti ha detto che mi ha praticamente sbattuto fuori?»

«No, non me ne ha parlato.»

«Non dovresti credere a tutto quello che ti dice. In ogni caso, non a quello che ti dice su di me.»

«Allora non è vero?»

«Non c'è niente di vero. Non mi aveva neppure detto di avere comprato una casa. Non ha mai voluto farmela vedere o dirmi quanto l'ha pagata. Quando ho cercato di aiutarlo a fare gli scatoloni, mi è caduto un vecchio piatto. Ne ha fatto una tragedia. E quando lo incontro per strada, mi fermo sempre a parlare con lui. Anche se spesso si veste come un vagabondo.»

Wallander notò che sua sorella non sembrava affatto convinta. Questo lo irritava. Ma ancora di più lo irritava il fatto che fosse venuta a fargli una ramanzina. Gli ricordava sua madre. E anche Helena. Era tipico delle donne, e Wallander non sopportava che gli dicessero come doveva comportarsi.

«Tu non mi credi» disse. «Dovresti farlo, invece. Non dimenticare che tu abiti a Stoccolma e che io vivo nella stessa città del vecchio. C'è una bella differenza.»

Il telefono squillò. Erano le sette e venti minuti. Wallander rispose. Era Helena.

«Ti ho telefonato ieri sera» disse.

«Ho lavorato tutta la notte.»

«Visto che non rispondevi, credevo di avere il numero sbagliato, così ho telefonato a Mona per controllare.»

Per poco, Wallander non lasciò cadere la cornetta.

«Che cosa hai fatto?»

«Ho telefonato a Mona e le ho chiesto il tuo numero di telefono.»

Wallander non aveva alcun dubbio sulle conseguenze di quella telefonata. Mona doveva essere folle di gelosia. E questo non avrebbe certamente giovato alla loro relazione.

«Sei ancora lì?»

«Sì» disse Wallander. «Ma è venuta a trovarmi mia sorella.»

«Io sono in ufficio. Telefonami.»

Wallander posò il ricevitore e tornò in cucina. Kristina lo fissò meravigliata.

«Stai male?»

«No» disse. «Ma adesso devo andare al lavoro.»

Si salutarono.

«Dovresti credermi» le disse. «Non ci si può sempre fidare di quello che dice papà. E digli che andrò a trovarlo non appena avrò tempo. Sempre che sia il benvenuto e che qualcuno mi dica dove si trova quella casa.»

«Poco lontano da Löderup» disse Kristina. «Devi passare davanti a un negozio che vende un po' di tutto. Poi devi attraversare un viale alberato. La casa è sulla sinistra alla fine del viale. È separata dalla strada da un muro di pietra. Ha il tetto di ardesia ed è molto carina.»

«Ci sei già stata?»

«Sì, ieri, con il primo carico.»

«Sai quanto l'ha pagata?»

«Non ha voluto dirmelo.»

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 131

«Tutti vengono da qualche posto» disse. «L'Africa è grande. L'ho studiato a scuola e la geografia era la mia materia preferita. Ho studiato i deserti e i fiumi. E ho letto del suono di tamburi nella notte.»

Oliver ascoltava con attenzione. Wallander ebbe l'impressione che ora fosse meno guardingo.

«Gambia» disse Wallander. «Molti svedesi ci vanno in vacanza. Anche alcuni dei miei colleghi ci sono stati. E da lì che vieni?»

«No. Io vengo dal Sudafrica.»

Oliver rispose con tono deciso. Quasi duro.

Wallander non sapeva molto di quello che stava accadendo in Sudafrica. Sapeva soltanto che l'apartheid e le leggi razziali erano più duri che mai. Ma sapeva anche che l'opposizione si era inasprita. Aveva letto sui giornali di bombe esplose a Johannesburg e a Città del Capo. Diversi sudafricani avevano trovato asilo politico in Svezia. Specialmente quelli che si erano opposti attivamente al regime e in patria rischiavano di essere condannati a morte per impiccagione.

Fece un rapido riepilogo mentale. Un giovane sudafricano che si chiamava Oliver aveva ucciso Elma Hagman. Ecco quello che sapeva. Nient'altro.

Nessuno mi crederebbe, pensò. Queste cose non succedono e basta. Non in Svezia e non alla vigilia di Natale.

«Ha iniziato a urlare» disse Oliver.

«Ha avuto paura. Un uomo che entra in un negozio con il volto coperto da un passamontagna fa paura» disse Wallander. «Specialmente se ha una pistola in una mano e un tubo di ferro nell'altra.»

«Non avrebbe dovuto urlare» disse Oliver.

«Non avresti dovuto colpirla» ribatté Wallander. «Ti avrebbe dato il denaro ugualmente.»

Oliver afferrò la pistola con un movimento così rapido che Wallander non ebbe il tempo di reagire. La pistola era nuovamente puntata contro il suo viso.

«Non avrebbe dovuto urlare» disse Oliver, e ora il tono della sua voce era pieno di risentimento e rabbia.

«Ti ucciderò» continuò Oliver dopo un attimo.

«Sì» disse Wallander. «Puoi farlo. Ma per quale motivo?»

«Non avrebbe dovuto urlare.»

Wallander si era sbagliato. L'uomo che veniva dal Sudafrica non era affatto calmo e sicuro di sé. Era arrivato al limite. Non sapeva cosa gli impedisse di crollare definitivamente. Ma ora iniziava veramente a temere cosa sarebbe potuto accadere all'arrivo di Hemberg. Poteva essere un vero massacro.

Devo disarmarlo, pensò. È la sola cosa importante. Innanzitutto devo fare in modo che rimetta la pistola nella cintura. Quest'uomo è capace di mettersi a sparare all'impazzata. Hemberg sarà sicuramente per strada a questo punto. E non immagina quello che lo aspetta. Anche se teme che mi sia successo qualcosa, non si aspetta certo tutto questo. Come non me l'aspettavo io, del resto. Può succedere una vera catastrofe.

«Da quanto tempo sei in Svezia?» chiese.

«Da tre mesi.»

«Soltanto?»

«Sono venuto dalla Germania Ovest» disse Oliver. «Da Francoforte. Lì non potevo più rimanere.»

«Perché?»

Oliver non rispose. Wallander capì che quella non era la prima volta che si infilava un passamontagna e andava a fare una rapina in un negozio isolato. Con tutta probabilità era ricercato dalla polizia tedesca.

E questo significava che era in Svezia illegalmente.

«Che cosa è successo?» chiese Wallander. «Non a Francoforte, ma in Sudafrica. Perché te ne sei andato?»

Oliver fece un passo in avanti.

«Che cosa sai del Sudafrica?»

«Non molto. A parte che i neri sono trattati in modo disumano.»

Wallander stava per mordersi la lingua. Era corretto usare il termine neri oppure Oliver poteva considerarlo una discriminazione?

«Mio padre è stato ucciso dalla polizia. Lo hanno massacrato a martellate e gli hanno tagliato una mano. È conservata da qualche parte in un contenitore pieno di alcol. Forse a Sanderton. Forse da qualche altra parte nei quartieri dei bianchi alla periferia di Johannesburg. Come un souvenir. E l'unica sua colpa è stata di essere un membro dell'ANC. L'unica cosa che ha fatto è stato parlare con i suoi compagni di lavoro. Di resistenza e di libertà.»

Wallander era certo che Oliver stesse dicendo la verità. Aveva parlato con un tono di voce calmo, dimenticando il risentimento. Non c'era più spazio per le menzogne.

«La polizia mi dava la caccia» continuò. «Mi sono nascosto. Ogni notte dormivo in un letto diverso. Alla fine sono fuggito in Namibia e di lì sono passato in Europa. A Francoforte. E poi qui. Ma sono ancora in fuga. In verità non esisto.»

Oliver smise di parlare. Wallander cercò di sentire se si stesse avvicinando qualche macchina.

«Avevi bisogno di soldi» disse. «Hai scelto questo negozio. Lei ha iniziato a urlare e tu l'hai colpita.»

«Loro hanno ucciso mio padre a martellate. E ora la sua mano è in un contenitore pieno di alcol.»

È confuso, pensò Wallander. Impotente e smarrito. Non sa assolutamente cosa fare.

«Io sono un poliziotto» disse Wallander. «Ma non ho mai colpito qualcuno alla testa con un martello. Tu invece mi hai colpito con il tubo.»

«Non sapevo che fossi un poliziotto.»

«Ma puoi ritenerti fortunato. Hanno sicuramente iniziato a cercarmi. Sanno che sono qui. Dobbiamo cercare di risolvere questa situazione insieme.»

Oliver agitò la pistola.

«Se qualcuno cerca di prendermi, sparerò.»

«Così non migliorerai certo la tua situazione.»

«Può essere peggio di così?»

Wallander decise che doveva assolutamente cambiare tattica.

«Che cosa credi che avrebbe detto tuo padre di quello che hai fatto?»

Fu come se tutto il corpo di Oliver fosse stato colto da una scossa. Wallander capì che il giovane non aveva mai preso in considerazione quel pensiero. Oppure che lo aveva fatto innumerevoli volte.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 175

A ogni inizio di primavera, faceva sempre lo stesso sogno. Sognava di volare. Il sogno si ripeteva sempre nello stesso modo. Saliva lungo una scala tenuemente illuminata. Improvvisamente il tetto si apriva e scopriva che la scala lo aveva portato in cima a un albero. Il paesaggio si stendeva ai suoi piedi. Poi, allargava le braccia e si lasciava cadere. Dominava tutto il mondo.

In quell'istante si svegliava. Il sogno lo lasciava sempre in quel preciso istante. Non era ancora riuscito a provare la sensazione di essere volato via dalla cima dell'albero.

Il sogno tornava. E ogni volta lo ingannava.


Mentre camminava per il centro di Ystad, pensò al sogno. Era arrivato una notte, la settimana prima. E come sempre, lo aveva lasciato quando stava per spiccare il volo. Ora sarebbe passato molto tempo prima che ritornasse.

Era una sera a metà di aprile del 1988. Il calore della primavera era appena percettibile. Camminando per la città si pentì di non essersi messo un maglione più pesante. Oltretutto, era ancora in preda ai postumi di un raffreddore ostinato. Erano passate da poco le otto. Le strade erano deserte. In lontananza, udì un'auto partire sgommando. Poi, il rumore del motore svanì. Percorreva sempre la stessa strada. Da Lavendelvägen, dove abitava, fino a Tennisgatan. Arrivato al Margaretaparken girava a sinistra e poi seguiva Skottegatan tino al centro della città. Poi girava nuovamente a sinistra, attraversava Kristianstadsvägen e raggiungeva Sankta Gertruds Torg, dove aveva il suo studio fotografico. Se fosse stato un giovane fotografo con l'intenzione di affermarsi a Ystad, quella posizione non sarebbe stata la migliore. Ma il suo negozio era lì da ormai più di venticinque anni. La sua cerchia di clienti era consolidata. Sapevano dove trovarlo. Era da lui che andavano a farsi fotografare quando si sposavano. Poi tornavano volentieri con il primo figlio, o in altre occasioni solenni che volevano immortalare. Più di una volta, aveva fotografato matrimoni di due generazioni della stessa famiglia. Allora si era reso conto che stava invecchiando. Non ci aveva mai pensato troppo, fino a quando non aveva compiuto cinquant'anni. Ed erano già passati sei anni.

Si fermò davanti a una vetrina e osservò il riflesso del proprio volto. La vita era fatta così. In verità non aveva alcun motivo per lamentarsi. Gli sarebbe bastato rimanere in buona salute altri dieci, forse quindici anni e poi...

Abbandonò i pensieri sul corso della vita e continuò a camminare. Il vento soffiava a raffiche, strinse la giacca intorno al corpo. Non camminava piano, ma neppure rapidamente. Non aveva alcuna fretta. Due sere la settimana, dopo cena, andava al suo negozio. Per lui, erano delle ore sacre. Due sere da trascorrere indisturbato nel suo studio con le sue fotografie.

Arrivò davanti al negozio. Prima di aprire la porta, osservò la sua vetrina con un misto di sconforto e irritazione. Avrebbe dovuto rinnovarla da molto tempo. Anche se non avrebbe attirato molti nuovi clienti, avrebbe dovuto rispettare la regola che si era imposto vent'anni prima. Avrebbe dovuto sostituire una volta al mese le fotografie esposte in vetrina. In passato, quando aveva un aiutante, c'era più tempo per occuparsi della vetrina che dava sulla strada. Ma aveva licenziato l'ultimo più di quattro anni prima. I costi erano diventati troppo alti. E il lavoro non era poi così tanto, poteva benissimo sbrigarlo da solo.

Aprì la porta ed entrò. Il locale era avvolto dalla penombra. Una donna andava a fare le pulizie tre volte la settimana. Aveva una copia della chiave e iniziava a pulire alle cinque di mattina. Nel pomeriggio era piovuto e il pavimento era sporco. Detestava la sporcizia. Per questo non accese la luce e andò direttamente nell'atelier, e da lì nella stanza sul retro, uno studio dove sviluppava le sue fotografie. Chiuse la porta e accese la luce. Si tolse la giacca. Accese anche la radio su un piccolo scaffale fissato alla parete. La radio era sempre sintonizzata sulla frequenza del programma di musica classica. Poi preparò la caffettiera e risciacquò una tazza. Una sensazione di benessere iniziò a pervadergli il corpo. Quell'ultima stanza sul retro del negozio era la sua cattedrale. La sua stanza sacra. A parte la donna delle pulizie, lì dentro non lasciava mai entrare nessun altro. In quella stanza, si trovava al centro del mondo. Lì era solo. Era il sovrano assoluto.

Mentre aspettava che il caffè fosse pronto, iniziò a pensare a quello che lo aspettava. Decideva sempre in anticipo a quale lavoro dedicare la serata. Era un uomo metodico che non lasciava mai niente al caso.

Quella sera, fu il turno del Primo ministro. In verità, era rimasto stupito di non avergli mai dedicato una sola serata. Ma ora, in ogni caso, era pronto. Per più di una settimana aveva letto attentamente i giornali alla ricerca di una fotografia da poter utilizzare. L'aveva trovata in un quotidiano e subito era stato certo che fosse quella giusta. Era esattamente in grado di soddisfare i suoi scopi. Alcuni giorni prima l'aveva riprodotta. Ora era chiusa a chiave in uno dei cassetti della scrivania. Si versò il caffè mentre seguiva canticchiando la musica alla radio. Stavano trasmettendo una sonata per pianoforte di Beethoven. In realtà, preferiva Bach a Beethoven. E Mozart soprattutto. Ma la sonata per pianoforte era magnifica. Non poteva negarlo.

Prese posto alla scrivania, sistemò la lampada da tavolo e aprì il cassetto di sinistra, dove c'era la fotografia del Primo ministro. Come d'abitudine, aveva fatto un ingrandimento di poco superiore a un foglio formato A4. Appoggiò la fotografia sul ripiano della scrivania e osservò il viso sorseggiando il caffè. Da dove cominciare? Cosa rimpicciolire? L'uomo della fotografia sorrideva ed era rivolto a sinistra. Nel suo sguardo c'era un che di inquieto e insicuro. Decise di partire dagli occhi. Li avrebbe resi strabici. E più piccoli. Poi lavorò con l'ingranditore e la carta in modo che il volto si deformasse e diventasse più lungo e più stretto. Pensò che avrebbe anche potuto inserire la carta piegandola ad arco per vedere quale effetto ottenere. Dopo avrebbe iniziato a ritagliare e incollare per eliminare la bocca. O forse per cucirla. I politici parlavano troppo.

Finì di bere il caffè. L'orologio a muro segnava le nove meno un quarto. Alcuni giovani schiamazzanti passarono per strada e, per un attimo, disturbarono la musica.

Mise da parte la tazza e iniziò il ritocco, un lavoro faticoso ma che gli dava molta soddisfazione. Il volto cambiava lentamente sotto i suoi occhi.

Impiegò più di due ore. Era ancora possibile vedere che si trattava del Primo ministro. Ma che cosa gli era successo? Si alzò dalla sedia e fissò l'immagine alla parete. Girò la lampada per illuminarla. Ora la radio trasmetteva un pezzo di Stravinskij: La sagra della primavera. La musica drammatica era perfetta per la sua opera. Il volto non era più lo stesso.

Rimaneva la parte più importante. La parte più appagante del suo lavoro. Avrebbe rimpicciolito l'immagine. L'avrebbe resa piccola e insignificante. La mise sul vetro dell'ingranditore e aggiustò la lampada. Continuò a rimpicciolire. I dettagli si raggrupparono. Ma l'immagine era ancora nitida. Si fermò solo quando il volto divenne sfocato.

Aveva finalmente raggiunto il suo scopo.

| << |  <  |