Copertina
Autore Heinrich Mann
Titolo Il suddito
EdizioneUTET Libreria, Torino, 2009, Letterature , pag. 530, cop.fle., dim. 12x19x3 cm , Isbn 978-88-02-08093-2
OriginaleDer Untertan
EdizioneKurt Wolff, Leipzig, 1919
PrefazioneLuigi Forte
TraduttoreClara Bovero
LettoreGiovanna Bacci, 2010
Classe narrativa tedesca
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Pagina XXV

Introduzione alla prima traduzione italiana


Lo scoppio della Prima guerra mondiale interrompeva, nell'agosto del 1914, la pubblicazione de Il suddito, il romanzo della borghesia tedesca sotto il regno di Guglielmo II, che Heinrich Mann aveva ideato fin dal 1906. Gli erano occorsi sei anni, sei anni, scrive l'A., di «esperienze sempre più intense», perché egli si sentisse «maturo» per l'opera, i cui primi capitoli comparvero alla fine del 1911 e nella primavera del 1912 sul «Simplicissimus», la rivista satirica di Monaco. Ma quel che era ancora lecito nel 1911 e nel 1912 diventava inammissibile durante la guerra: la rivista «Zeit im Bild», che aveva iniziato la pubblicazione del romanzo, non osò affrontare lo scandalo dì un pubblico infiammato di santo ardore nazionalista.

Ciò nonostante, nel 1916 l'editore di Heinrich Mann sfidava la censura di guerra, stampando dieci esemplari, che furono distribuiti clandestinamente ad alcune personalità del mondo politico e culturale. Subito dopo la fine della guerra, nel dicembre del 1918, quelle dieci copie diventavano in poche settimane centomila; e in centinaia di migliaia di esemplari, tradotto in tutte le lingue, il romanzo si diffondeva in pochi anni oltre i confini tedeschi, con un successo, contro cui saranno impotenti le fiamme dei roghi hitleriani. Temporaneamente distrutta in Germania, l'opera di Heinrich Mann portava la sua testimonianza all'Europa, dove, proprio in quegli anni, quella satira della società guglielmina acquistava il sapore acre della profezia. Ben a ragione il regime nazista bruciava quei volumi, insieme con la produzione artistica e culturale della migliore intellettualità tedesca: i romanzi sociali dí Heinrich Mann, dal Professor Unrat alla trilogia imperiale, non erano soltanto la condanna di quanto trovava nel fascismo la sua più perfetta attuazione; ne erano, quel che è peggio, la beffa. Scrive Heinrich Mann in una notizia autobiografica su Il suddito: «Terminai il manoscritto nel 1914, due mesi prima che scoppiasse la guerra, che nel romanzo appare prossima e inevitabile. Così pure la sconfitta tedesca. E anche il fascismo, se si osserva la figura del suddito a posteriori. Quando la creai, mi mancava ancora il concetto del fascismo nascituro, ma ne avevo già l'intuizione».

La società guglielmina, che adora la potenza e divinizza l'imperatore, che si crea un feticcio dell'ufficiale e del burocrate, e all'ideale della caserma uniforma tutti gli aspetti della vita collettiva; la società guglielmina, prona alla violenza legalizzata e paurosa di ogni sovvertimento sociale, con le sue ipocrisie paternalistiche e la sua brutalità poliziesca, contiene in nuce il fascismo, è già, essa stessa, in molti suoi aspetti, fascismo.

Per questo sono così attuali opere come Il professor Unrat, come Il suddito, cui a torto alcuni critici hanno rimproverato mancanza di obiettività e di distacco, sfrenato prorompere dell'odio e dello spirito di vendetta. Il suddito è una satira cruda, violenta, amarissima e, come tale, non può non accentuare appunto quelle caratteristiche che traggono dagli individui e dai gruppi sociali i tipi, i simboli, gli specchi di una tendenza, di un modo di essere, di pensare, di agire. La violenza delle tinte, l'implacabilítà della rappresentazione, la caricatura diventano indispensabili all'effetto artistico, se non vogliamo rinnegare le peculiarità della satira o ignorare quella realtà che ne è la sorgente. Perché proprio qui sta la validità del romanzo: ingigantite dal sarcasmo, le creature di Heinrich Mann rispondono a leggi di verità psicologica, che sono insieme leggi di coerenza artistica. Tutti abbiamo conosciuto il suddito, Diederich Hessling, l'adoratore dell'autorità, ipocrita, pavido e spaccone, arrivista spietato e così romanticamente pietoso verso se stesso, comico e atroce, demoniaco e grottesco; com'è, volta a volta, atroce, demoniaca, grottesca la società che l'ha generato, quella società fascistoide che sa fare un mostro di «un uomo comune, di media intelligenza, succube dell'ambiente e dell'occasione». In un romanzo come Il suddito una fredda dosatura di luci e di ombre avrebbe dissanguato la creatura artistica in un falso scrupolo di obiettività. Così sarebbe errato chiedere all'artista sottigliezze discriminatorie nella condanna che, con l'individuo, coinvolge tutte le masse organizzate della Germania guglielmina: le corporazioni studentesche, l'esercito, la burocrazia, la Chiesa, le organizzazioni economiche e le associazioni politiche; a Diederich Hessling, Heinrich Mann non può trovare un contraltare, né in un liberalesimo che troppo spesso sacrifica la difesa di un costume di civiltà e di tolleranza democratica alla paura del sovvertimento e alla protezione di gretti interessi personali, né in una socialdemocrazia, cui egli rimprovera la pratica del maneggio e del troppo facile compromesso politico, sfruttata spesso per scopi tutt'altro che sociali.

Eppure, con tutto questo, Il suddito non è soltanto un grido di rivolta, un'opera che conosca esclusivamente l'odio e il riso amaro dello scherno. Basterebbero, per esprimerne la complessità sentimentale, quelle pagine che rompono la satira con accenti di così umana accoratezza, di simpatia e, talvolta, di trattenuto entusiasmo; basterebbe la grandiosità dolente che, nella rovina del vecchio Buck, adombra la disfatta dei generosi impulsi del '48; basterebbe l'impeto di commozione che all'odio nazionalista, «fine supremo» della Germania guglielmina, contrappone il simbolo della Francia rivoluzionaria, la bandiera tricolore dell'«aurora universale»; basterebbe la potenza, la solennità di quelle poche frasi, dedicate alla disperazione di un popolo affamato.

«Sull'Unter den Linden i cortei confluirono; dispersi, tornarono a riunirsi; giunsero al castello, arretrarono, vi giunsero di nuovo, muti e irresistibili come l'acqua di una piena. Il traffico si arrestò; i passanti si accalcarono, trascinati in quella lenta alluvione che sommergeva la piazza, in quel torbido, sbiadito mare di poveri che s'ingrossava, emettendo suoni cupi e rizzando le aste delle bandiere come alberi di navi colate a picco».

Lo scrittore che, nel primo decennio del secolo, si ergeva in tal modo a giudice del proprio paese, non era, come da alcuni è stato detto, un uomo accecato dall'odio e quindi un artista almeno parzialmente fallito. Dei suoi sdegni, delle sue passioni, delle sue intransigenze si alimentava l'arte de Il suddito, in quella forma tempestosa della satira cui a ragione i lettori europei, da oltre un trentennio, riconoscono un significato e un valore umano che supera di molto i limiti angusti di una caduca cronaca scandalistica.

Clara Bovero

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Pagina 3

Capitolo primo


Diederich Hessling era un bambino sensibile; più di ogni altra cosa gli piaceva fantasticare, aveva paura di tutto e soffriva spesso di mal d'orecchi. D'inverno gli rincresceva lasciare la stanza calda; d'estate, il giardinetto che puzzava di stracci, accanto alla cartiera, con i suoi citisi e i sambuchi, dominati dalle facciate a graticcio delle vecchie case. Alzando gli occhi dal suo libro, dal suo caro libro di fiabe, Diederich si spaventava spesso. Lì vicino, sulla panchina, c'era evidentemente stato un rospo, grosso quasi quanto lui! Oppure laggiù, accanto al muro, lo sbirciava uno gnomo, fitto in terra sino al ventre. Più tremendo di gnomi e rospi era il padre, che per giunta bisognava amare. Diederich l'amava. Quando aveva detto una bugia o mangiato qualcosa di nascosto, girava intorno allo scrittoio con mille moine e scodinzolando timidamente, finché il signor Hessling s'accorgeva di qualcosa e staccava il bastone dalla parete. Ogni misfatto rimasto ignoto insinuava un dubbio nella sua devozione e nella sua fiducia. Una volta che il padre, con la gamba invalida, cadde per le scale, batté le mani come un pazzo... e corse via.

Quando, dopo un castigo, passava davanti all'officina piagnucolando e con la faccia gonfia, gli operai ridevano. Ma allora Diederich mostrava loro la lingua e pestava i piedi. Non c'era dubbio: «Io sono stato picchiato, ma dal mio papà. Anche voi sareste ben contenti d'essere picchiati da lui. Ma non ne siete degni».

Si aggirava fra loro come un pascià capriccioso; ora minacciava di raccontare al padre che prendevano la birra; ora, tutto civettuolo, a furia di moine si lasciava tirare fuori a che ora sarebbe tornato il signor Hessling. Gli operai stavano all'erta con il principale: egli li conosceva, aveva lavorato anche lui. Era stato operaio nelle vecchie cartiere, dove ogni foglio si faceva a mano; nel frattempo aveva partecipato a tutte le guerre, e dopo l'ultima, quando ognuno trovava denaro, aveva potuto comprarsi una macchina per la carta. Una pila olandese e una tagliatrice completarono l'impianto. Egli verificava di persona il numero dei fogli. Non si lasciava sfuggire neanche i bottoni staccati dai cenci. Sovente il suo figlioletto se ne faceva dare di nascosto qualcuno dalle donne, promettendo di non denunciare quelle che ne portavan via. Un giorno ne aveva raccolti tanti, che gli venne l'idea di darli al bottegaio, in cambio di zuccherini. Ci riuscì; ma la sera, mentre succhiava l'ultimo, s'inginocchiò sul letto e, in un impeto d'angoscia, supplicò il terribile buon Dio di non lasciare scoprire il delitto. Ma il giorno dopo lo confessò. Il padre aveva sempre usato il bastone metodicamente, con un'espressione di rispettabilità e di senso del dovere sul viso avvizzito da sottufficiale; ma quella volta gli si contrasse la mano e, saltellando fra le rughe, una lacrima cadde in uno degli scopettoni della sua argentea barba guglielmina. «Mio figlio ha rubato!» disse ansimando, con voce sorda; e guardò il bambino come un intruso sospetto: «Tu inganni e rubi. Non ti resta che assassinare un uomo».

La signora Hessling voleva costringere Diederich a inginocchiarsi davanti al padre e a chiedergli perdono, perché l'aveva fatto piangere. Ma Diederich intuiva che l'avrebbe esasperato ancora di più. Hessling non approvava il sentimentalismo di sua moglie: rovinava il bambino per sempre. Del resto, egli la sorprendeva a mentire proprio come Diedel. Non c'era da meravigliarsene, con tutti i romanzi che leggeva! La sera del sabato, non sempre era finito il lavoro che le veniva affidato per la settimana. Invece di sbrigarsi, chiacchierava con la persona di servizio... E Hessling non sapeva neppure che anche sua moglie mangiava di nascosto, proprio come il bambino. A tavola non osava sfamarsi, e dopo s'accostava quatta quatta alla dispensa. Se si fosse arrischiata a entrare nell'officina, anche lei avrebbe rubato i bottoni.

Pregava col bambino «di cuore», non secondo le formule; e pregando le si arrossavano gli zigomi. Lo picchiava anche, ma con furia, stravolta dalla sete di vendetta. Spesso aveva torto. Allora Diederich minacciava di accusarla davanti al padre; fingeva di andare in ufficio e, nascosto dietro qualche muro, godeva di averla impaurita. Sfruttava le sue ore di tenerezza, ma non la stimava; non poteva, perché la madre assomigliava a lui ed egli non stimava se stesso: attraversava la propria vita con una cattiva coscienza che non avrebbe potuto sostenere lo sguardo del Signore.

Eppure, all'imbrunire, passava con la madre ore piene di commozione. Nelle feste spremevano insieme fin l'ultima goccia di piacere cantando, suonando il pianoforte e narrando fiabe. Quando Diederich cominciò ad avere dubbi su Gesù Bambino, si lasciò indurre dalla madre a crederci per un altro po' e si sentì alleggerito, buono e leale. Si ostinava a credere anche a uno spettro, in cima al castello; e il padre, che non voleva saperne, gli pareva di una superbia eccessiva, quasi meritevole di castigo. La madre lo nutriva di fiabe. Gli comunicava la sua paura delle vie nuove, troppo animate, e del tram a cavalli che le percorreva; e lo conduceva al castello, oltre il bastione. Là assaporavano la voluttà del terrore.

Al ritorno, all'angolo della Meisestrasse, bisognava passare davanti a un poliziotto, che poteva portare chiunque in prigione! Il cuore di Diederich batteva forte: come gli sarebbe piaciuto girare alla larga! Ma allora il poliziotto si sarebbe accorto che aveva la coscienza sporca e l'avrebbe arrestato. Era meglio dimostrare che ci si sentiva puri e senza peccato: e con voce tremante Diederich gli chiedeva l'ora.


Ma non bastavano tutte queste forze paurose, cui era soggetto: i rospi delle fiabe, il padre, il buon Dio, lo spettro del castello e la polizia; lo spazzacamino, che poteva tirarti su per il fumaiolo fino a farti diventare tutto nero; e il dottore, che aveva il diritto di pennellarti in gola e di scrollarti se gridavi! Dopo tutto ciò, Diederich capitò sotto una potenza ancora più paurosa, che mangiava viva la gente in un boccone: la scuola. Vi entrò strillando, e non riuscì a dare le risposte che sapeva, perché non poteva smetterla. Poi, a poco a poco, imparò a sfruttare la voglia di piangere quando non sapeva la lezione perché tutta la sua paura non lo rese più diligente né meno trasognato e così, finché gli insegnanti non ebbero scoperto il gioco, evitò parecchie spiacevoli conseguenze. Il primo che lo scoprì si conquistò la sua stima: egli si chetò di colpo e lo guardò con timida devozione, di sotto al braccio, che teneva arcuato davanti al viso. Con gli insegnanti severi era sempre sottomesso e gentile. Ai più bonari giocava piccoli tiri difficilmente dimostrabili, senza menarne vanto. Era molto più soddisfatto quando parlava di una strage nei voti o di una gigantesca punizione. A tavola raccontava: «Oggi il signor Behnke ne ha di nuovo picchiati tre». E se gli domandavano: «Chi?». Uno ero io.

Perché Diederich era fatto così: lo beava appartenere a un complesso impersonale, a quell'organismo meccanico, inesorabile, spregiatore del genere umano, che era il Ginnasio; e la potenza, la potenza gelida cui egli partecipava, sia pure passivamente, era il suo orgoglio. Al compleanno del professore di lettere, gli alunni inghirlandavano la cattedra e la lavagna; Diederich inghirlandava persino il bastone delle punizioni.

Due catastrofi, che a quel tempo colpirono due potenti, gli procurarono un sacro, dolce terrore: un assistente fu rimproverato e licenziato dal direttore, di fronte alla scolaresca; un professore impazzì. Due potenze ancora superiori, il direttore e il manicomio, avevano crudelmente tolto di mezzo quelli che di tanta potenza avevan goduto fino a quel giorno. Dal basso, piccoli, ma sani e salvi, se ne poteva osservare i cadaveri, ritraendone un insegnamento che addolciva la propria condizione.

Ma, per le sorelle minori, Diederich rappresentava quella stessa potenza, che lo costringeva nel proprio ingranaggio: esse dovevano scrivere sotto la sua dettatura e moltiplicare apposta gli errori, perché a lui fosse lecito imperversare con l'inchiostro rosso e distribuire punizioni. Queste erano spietate. Le bimbe gridavano, e allora toccava a Diederich umiliarsi per non essere denunziato.

Per imitare i potenti, non gli occorrevano le creature umane: gli bastavano gli animali, e persino le cose. Ritto presso l'orlo della pila olandese, guardava il tamburo che sbatteva i cenci. «Ben ti sta! Provatevi un'altra volta! Infame masnada!» mormorava, e nei suoi occhi pallidi c'era un ardore nascosto. D'un tratto si rannicchiò, per poco non cadde nel bagno di cloro: il passo di un operaio aveva interrotto il suo perverso piacere.

Perché egli si sentiva proprio a suo agio e sicuro del fatto suo solo quando le busse toccavano a lui. Quasi non opponeva resistenza. Tutt'al più pregava il compagno: «Non sulla schiena, è malsano».

Non che ignorasse i suoi diritti o non amasse il proprio vantaggio. Ma riteneva che quei colpi non procurassero alcuna utilità all'aggressore, né vera perdita a lui. Più di questi valori ideali, egli apprezzava il cannoncino con la crema, che il primo cameriere del «Netziger Hof» già da molto gli aveva promesso e che non saltava mai fuori. Col passo sostenuto dell'uomo d'affari, Diederich fece infinite volte la Meisestrasse fino al mercato, per sollecitare il suo amico in frac. Ma quando, un bel giorno, questi non volle più saperne dell'impegno preso, dichiarò, pestando i piedi con nobile sdegno: «Questo poi è troppo! Se non lo tira fuori subito, lo dico al suo padrone!». Al che Schorsch si mise a ridere e portò il cannoncino. Era un successo tangibile. Purtroppo Diederich non poté assaporarlo tranquillamente, perché c'era il pericolo che intanto arrivasse Wolfgang Buck, che aspettava fuori, e pretendesse la parte che gli era stata promessa. Con tutto ciò, trovò il tempo di asciugarsi la bocca e sulla porta proruppe in violente invettive contro Schorsch, un imbroglione che non aveva cannoncini di sorta. Il suo senso della giustizia, che si era appena dimostrato così energico a suo profitto, taceva davanti ai diritti dell'altro, diritti che certo non si poteva trascurare: il padre di Wolfgang era una personalità troppo rispettabile! Il vecchio signor Buck non portava il colletto duro, ma una cravatta di seta bianca, e sopra due grandi baffi bianchi. Con quale maestosa lentezza appoggiava sul selciato la canna dal pomo d'oro! E aveva il cilindro, e sotto il soprabito, anche di pieno giorno, spuntavano spesso le falde del frac! Perché egli andava a riunioni, si occupava di tutta la città. I bagni pubblici, il carcere, tutti gli edifici pubblici facevan pensare a Diederich: «Questo appartiene al signor Buck».Doveva essere straricco e potentissimo. Davanti a lui tutti, anche il signor Hessling, tenevano il cappello in mano per un bel po'. Togliere qualcosa a suo figlio con la forza, sarebbe stato un atto pieno di rischi incalcolabili. Per non essere schiacciato dalle grandi potenze, che tanto onorava, Diederich doveva procedere con astuzia e precauzione.

Una volta sola, nella terza inferiore, dimenticò ogni riguardo e si scoprì, inconsideratamente, oppressore ebbro di vittoria. Secondo l'abitudine consacrata, egli aveva canzonato l'unico ebreo della sua classe; ma poi passò a una dimostrazione insolita. Con i gessetti, che servivano per disegnare, eresse sulla cattedra una croce, davanti a cui fece inginocchiare l'ebreo. Lo tenne fermo, per quanto resistesse: era forte! Lo rendeva forte il consenso che sentiva tutt'intorno, la folla, da cui tante braccia si sporgevano ad aiutarlo, la maggioranza schiacciante, dentro e fuori: per mezzo suo agiva la cristianità di Netzig. Come ci si sentiva bene dividendo la responsabilità, in un senso di colpa collettiva!

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