Copertina
Autore Sándor Márai
Titolo La donna giusta
EdizioneAdelphi, Milano, 2004, Biblioteca 458 , pag. 446, cop.fle., dim. 140x220x31 mm , Isbn 978-88-459-1872-8
OriginaleAz igazi [1941]. Judit... és az utóhang [1980]
TraduttoreLaura Sgarioto, Krisztina Sándor
LettoreAngela Razzini, 2004
Classe narrativa ungherese
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Pagina 13

Ehi, guarda quell'uomo. Aspetta, fa' come se niente fosse, continuiamo a chiacchierare... Se si voltasse potrebbe vedermi, e io non voglio che mi saluti. Ecco, adesso puoi guardarlo... Quello basso, tarchiato, con il cappotto dal collo di martora? Ma figurati! Quello alto, pallido, con il cappotto nero, che sta parlando con la commessa. Si fa incartare della scorza d'arancia candita. Strano, a me non l'ha mai comprata, la scorza candita.

Che cosa ho? Niente, cara... Devo soffiarmi il naso.

Se n'è andato? Avvertimi quando va via.

Sta pagando?.. Dimmi, che portafogli ha? Guarda bene, io non voglio voltarmi. Per caso è marrone, di coccodrillo? ... Sì? Oh, questo mi fa piacere.

Perché? Così. Vedi, gliel'ho regalato io quel portafogli, per il suo quarantesimo compleanno. Più di dieci anni fa. Se lo amavo?... ╚ una bella domanda, mia cara. Sì, credo proprio di sì: lo amavo. ╚ ancora lì?...

Se n'è andato, finalmente! Un attimo solo, mi do un po' di cipria al naso. Si vede che ho pianto?... Lo so che è una stupidaggine guarda un po' quanto si può essere stupidi. Mi viene ancora il batticuore quando lo vedo. Vuoi che ti dica chi è? Certo che posso dirtelo, mia cara, non è un segreto: quell'uomo era mio marito.

Ti va un gelato al pistacchio? Chissà peršhé dicono che d'inverno non si può mangiare il gelato. ╚ proprio d'inverno che preferisco venire in pasticceria a prendermi un gelato. A volte credo che si possa fare tutto, perché tutto è possibile, semplicemente, e non perché sia bello o sensato. E da qualche anno a questa parte, da quando sono sola, mi piace venire qui, d'inverno, verso le cinque, e stare un paio d'ore in questa sala rossa, con i suoi mobili degli anni che furono e le commesse di una certa età. Osservo attraverso le finestre a quadrelli la piazza dall'aspetto vivacemente metropolitano, e mi diverte il viavai della gente che viene a sedersi. C'è una specie di calore in tutto questo, un pizzico d'atmosfera fin de siècle. E poi, lo avrai notato... è qui che servono il miglior tè della città... Lo so, le donne moderne non frequentano più le pasticcerie. Vanno nei caffè, dove devi fare ogni cosa di corsa, non hai il tempo di startene seduto con comodo, l'espresso costa quaranta fillér ma in compenso puoi pranzare con un'insalata - è così che va adesso il mondo, un mondo che non mi appartiene. Io ho ancora bisogno di questa pasticceria elegante, con tanto di mobili, tappezzerie di seta cremisi, vecchie nobildonne e specchiere. Non ci vengo tutti i giorni, come puoi ben immaginare, ma quando d'inverno faccio un salto qui mi sento a mio agio. Qui è dove mio marito e io ci trovavamo all'ora del tè - lui usciva dall'ufficio dopo le sei.

Sì, anche adesso sta tornando dal lavoro. Le sei e venti, è questo il suo orario. Ancora oggi so con esattezza tutto quello che fa - ogni suo passo, come se vivessi la sua stessa vita. Alle sei meno cinque chiama un commesso, quelli del guardaroba gli spazzolano cappotto e cappello, lo aiutano a indossarli, lui esce dall'ufficio, manda avanti la macchina e la segue a piedi, per prendere un po' d'aria. Cammina poco, ecco perché è così pallido. O forse anche per altri motivi, chissà. Motivi che non posso conoscere perché non lo incontro mai, non parlo mai con lui, sono tre anni che non ci parlo. Non mi piacciono quelle separazioni stucchevoli in cui gli ex coniugi lasciano insieme l'aula del tribunale e se ne vanno a braccetto in quel famoso ristorante del Városliget, pieni di affetto e di riguardi, come niente fosse; poi, dopo aver divorziato e pranzato, ognuno per la sua strada. Io sono una donna di tutt'altri principi, ho un temperamento di tutt'altro genere. Non credo affatto che marito e moglie possano restare buoni amici dopo il divorzio. Il matrimonio è il matrimonio, e il divorzio è il divorzio. Io la penso così.

E tu? Già, è vero, tu non sei mai stata sposata.

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La donna che viveva in quella stanza aveva rinunciato in maniera del tutto deliberata e consapevole a ogni minima comodità, a ogni lusso dozzinale, a ogni mediocre luccichio. Era impossibile non sentire che lì viveva una persona che, con inesorabile severità, si era negata tutto ciò che il mondo le avrebbe potuto concedere, sia pure come scarto. Sì, quella camera era severa. In quel luogo non ci si abbandonava alle fantasticherie o alla pigrizia. Là abitava una donna che viveva come se avesse fatto un voto. Ma quel voto, quella donna, quella stanza non ispiravano nessuna simpatia. Per questo ne ero così spaventata.

Non era la camera della tipica servetta civettuola, che indossa le calze di seta e i vestiti smessi della sua padrona, che usa di nascosto i profumi della signorina, e amoreggia con il padrone di casa. Quella che avevo di fronte non era una donna fatale travestita da cameriera, né un'amante clandestina, una delle molte sirene ammaliatrici che spesso si insinuano nelle atmosfere corrotte delle famiglie borghesi. No, quella donna non era l'amante di mio marito, anche se conservava le sue foto dentro il medaglione appeso al collo con il nastro viola. Vuoi sapere com'era quella donna? Ti dico quello che provai allora: era antipatica, ma la sentivo pari a me. Aveva un'anima, sentimenti, forza, carattere, sensibilità e patimenti proprio come me, come ogni essere umano che tiene alla propria dignità. Me ne stavo seduta con in mano il medaglione e il nastro viola e non riuscivo a dire una parola.

Nemmeno lei parlava. Non era agitata. Rimaneva in piedi a schiena eretta, come me. Aveva le spalle larghe, di certo non era esile, ma ben proporzionata. Se la sera prima fosse entrata nella casa illustre, gli uomini potenti e le belle signore si sarebbero voltati a guardarla e avrebbero chiesto: chi è quella donna?... E tutti avrebbero giurato che fosse qualcuno... Aveva una figura, una statura che si potrebbero definire principesche. Mi è capitato di vedere più di una principessa, e nessuna aveva una figura principesca. Questa donna invece sì. E c'era pure qualcos'altro nel suo sguardo, nel suo volto, intorno a lei, negli oggetti, nell'arredamento e nell'atmosfera della sua stanza: qualcosa che mi riempiva di paura. Prima ho parlato di volontaria rinuncia... Ma sotto la rinuncia c'era un'attesa spasmodica. Si teneva pronta. Voleva tutto o niente. Un istinto che resta in agguato, senza mai arrendersi, per anni, per decenni. Uno sguardo vigile, instancabile. Una rinuncia che non ha nulla di disinteressato e umile, ma è invece orgogliosa e superba. Chissà perché si ostinano a dire che gli aristocratici sono pieni di boria... Io ne ho conosciuti di conti e principesse, nessuno di loro era presuntuoso. Erano piuttosto degli insicuri, che si sentivano un po' in colpa, come tutti i veri signori... Ma quella figlia di braccianti del Transdanubio, che adesso mi guardava dritto negli occhi, non era umile, né si sentiva in colpa. Il suo sguardo era così freddo e scintillante... aveva il bagliore dei coltelli da caccia. Oltre a questo era assolutamente disciplinata e rispettosa. Non parlava, non si muoveva, non batteva ciglio. Era una donna, e stava vivendo adesso il grande momento della sua vita. Lo viveva con tutta se stessa - anima, corpo, destino.

La stanza degli ospiti di un convento, ho detto così, vero?... Proprio così. Ma era anche una gabbia, il recinto di un animale feroce. Per anni e anni, camminando su e giù in quella gabbia, o in un'altra simile, aveva vissuto una nobile fiera chiamata passione e attesa. E adesso io ero entrata nel suo recinto, e ci guardavamo negli occhi. No, quella donna non aveva bisogno di nessun ninnolo che potesse corromperla, o risarcirla per quello a cui aveva rinunciato. Quella voleva tutto, la vita intera, il destino, con tutti i rischi che questo poteva comportare. E sapeva attendere. E stata brava ad aspettare - pensai con ammirazione, e un brivido mi percorse la schiena.

Tenevo ancora in grembo il medaglione e il nastro viola, come paralizzata.

«La prego,» disse infine lei «mi dia indietro la fotografia».

Poi, siccome ero rimasta immobile, precisò.

«Una delle due, quella dell'anno scorso, posso restituirgliela, se vuole. Ma l'altra è mia».

Lo disse con tono da padrona, come una sentenza. Sì, l'altra foto era stata scattata sedici anni prima, quando io non conoscevo ancora Péter. Ma lei lo conosceva già a quei tempi, probabilmente meglio di quanto io sia mai riuscita a conoscerlo. Guardai ancora una volta le fotografie, poi, in silenzio, tesi la mano per restituirle il medaglione.

Anche lei guardò le foto, molto attentamente, come se volesse convincersi che non si fossero rovinate. Si diresse verso la finestra, si chinò e prese da sotto il letto una vecchia e logora borsa da viaggio, dal cassetto del comodino estrasse una minuscola chiave, aprì la valigia consunta e vi chiuse dentro il medaglione. Fece tutto questo con molta lentezza, per nulla agitata, come chi sa di non avere nessuna fretta. Studiavo ogni suo gesto. Pensai confusamente che quando mi aveva chiesto di restituirle la fotografia non mi aveva chiamato «signora».

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Pagina 148

Conservo un ricordo indelebile della stanza di mio padre, un vero e proprio salone. Le porte erano nascoste da pesanti tende orientali, i quadri erano moltissimi e di vario genere - dipinti preziosi incorniciati in oro, raffigurazioni di boschi mai visti, di porti orientali, ritratti di sconosciuti dalle grandi barbe e in abiti neri, risalenti al secolo scorso. Un angolo era occupato da un'enorme scrivania, un tavolo da diplomatico lungo tre metri e largo uno e mezzo, ingombro di oggetti: un mappamondo, un candeliere di ottone, un calamaio di stagno, una carpetta di cuoio veneziano, e ogni sorta di altre cianfrusaglie disposte come fossero arredi sacri. Nell'angolo opposto un tavolo rotondo, circondato da pesanti poltrone di pelle. Sul ripiano del caminetto due tori di bronzo lottavano l'uno contro l'altro. Anche in cima alle librerie c'erano sculture in bronzo, aquile, cavalli, e una tigre di mezzo metro nell'atto di spiccare un balzo. E lungo le pareti, chiusi in armadi dalle ante di vetro, stavano i libri, quattro o cinquemila volumi, forse. Uno degli armadi era interamente occupato dalla letteratura; poi venivano i testi religiosi, quelli di filosofia, di scienze sociali, le opere dei filosofi inglesi rilegate in tessuto blu, e intere collane dei più disparati argomenti, acquistate direttamente dal rappresentante. Quei libri, in realtà, non li aveva mai letti nessuno. Mio padre preferiva i giornali e i resoconti di viaggio. Mia madre leggeva molto, ma soltanto romanzi tedeschi. Periodicamente, i librai ci inviavano le copie delle nuove uscite che andavano ad ammucchiarsi sulle mensole finché il domestico chiedeva le chiavi a mio padre per sistemarle. Devi sapere che gli armadi erano tenuti accuratamente chiusi con il pretesto di preservare i libri. In realtà si voleva impedire che i libri venissero letti, si voleva evitare il pericolo che a qualcuno saltasse in mente di aprirli, di scoprire quali argomenti misteriosi e nocivi vi fossero celati.

Quella stanza era lo studio di papà. Là a memoria d'uomo, non ci aveva mai lavorato nessuno, tanto meno mio padre. Lui lavorava in fabbrica, poi, nel pomeriggio, aveva l'abitudine di recarsi al casinò, tra industriali e capitalisti, per giocare a carte in silenzio, leggere i quotidiani, e discutere di affari e di politica. Mio padre era, senza dubbio, un uomo intelligente e dotato di senso pratico. Fu lui a trasformare l'opificio del mio nonno materno in una grande azienda, uno degli stabilimenti più importanti del paese. Per raggiungere questo obiettivo furono necessarie forza, astuzia, intransigenza, lungimiranza, in una parola tutto ciò che occorreva affinché un uomo, seduto in una stanza al piano superiore, decidesse grazie al suo fiuto e alla sua esperienza quel che doveva fare chi stava negli altri uffici e nei capannoni. In quella stanza al piano superiore mio padre sedette per quarant'anni. Era quello il posto giusto per lui, tutti lo rispettavano e lo temevano, nel mondo dell'industria il suo nome veniva sempre pronunciato con grande rispetto. Senza dubbio le sue capacità di imprenditore, il suo modo di considerare i soldi e il lavoro, il profitto e la ricchezza, erano esattamente quel che i soci in affari e la famiglia si aspettavano da lui. Aveva la tempra del creatore, non era un rigido e avaro capitalista che si adagia sulla ricchezza e sfrutta i propri dipendenti; al contrario, aveva un grande spirito d'iniziativa e nutriva un tale rispetto per l'ingegno che preferiva pagare meglio le persone di talento rispetto agli ottusi esecutori. Ma esisteva un'altra alleanza: mio padre, la fabbrica e il circolo. Ciò che a casa era liturgia, al di fuori delle mura domestiche, in ditta e nel gran mondo, assumeva le forme di un patto più rude e più segreto. Il circolo, di cui mio padre era uno dei soci fondatori, accoglieva solo milionari: duecento, e non uno di più. Se uno dei soci moriva si cercava con grande zelo un sostituto, e i candidati venivano sottoposti a una rigorosissima selezione, simile a quella con cui l'Académie Franšaise sceglie i suoi nuovi membri, o i monaci di Lhasa cercano il nuovo Dalai Lama tra i bambini dell'altopiano del Tibet; occorreva un milionario all'altezza del ruolo, degno di sostituire il defunto. Tutto quanto, la selezione e la scelta, si svolgeva nel massimo riserbo. Quei duecento, pur non avendo tutti un titolo nobiliare, erano consapevoli di costituire una forte alleanza, un centro di potere forse più importante di un ministero. Rappresentavano un'autorità invisibile, con la quale a volte anche il potere ufficiale era costretto a discutere e a negoziare. Mio padre era uno di loro.

E noi, in famiglia, questo lo sapevamo bene. Ero sempre in profonda soggezione ogni volta che entravo nello «studio» e mi fermavo davanti alla scrivania da diplomatico, alla quale, a memoria d'uomo, nessuno mai aveva lavorato, se si esclude il domestico che ogni mattina spolverava e riordinava i preziosi oggetti di cancelleria e d'antiquariato.

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Adesso se ne parla e se ne scrive così tanto, sui giornali e nelle adunate popolari. Sì, ormai persino al cinema, l'ultima volta che ci sono andata ne parlavano pure i cinegiornali. Stanno tutti quanti a discutere di questa cosa, non so proprio che gli sia preso... Probabilmente non se la passano troppo bene, sarà per questo che ne parlano in continuazione, dei ricchi e dei poveri, dei russi e degli americani. Sarà pure, io di queste faccende non me ne intendo. Dicono anche che alla fine ci sarà una gran rivoluzione e allora vinceranno i russi e in generale quelli che sono poveri. Ma l'altra sera al tuo locale un signore molto distinto - mi pare che sia sudamericano, di lui si mormora che tiene nascosta l'eroina persino nella dentiera, è così che spaccia in giro quel veleno, be', quel signore mi ha detto che non andrà così, che saranno gli americani a vincere perché hanno più soldi.

Ci ho riflettuto un po'. Anche il sassofonista ha detto che alla fine gli americani scaveranno una buca enorme nel terreno, la riempiranno di bombe atomiche e poi quel tizio con gli occhiali che fa il presidente laggiù, oltreoceano, ci si intrufolerà con in mano un fiammifero acceso, darà fuoco alla miccia della bomba atomica e allora tutto quanto salterà per aria. Questa, di primo acchito, sembra una scemenza colossale. Ma ormai non mi viene più da ridere quando sento stupidaggini del genere. Ne ho viste di cose che fino a qualche istante prima sembravano assurde e poi all'improvviso sono diventate realtà. Sì, in genere ho visto che quanto più grossa è l'assurdità, tanto più è sicuro che un giorno si avvererà.

Non dimenticherò mai quello che si diceva in giro dalle nostre parti, a Pest, alla fine della guerra... Un giorno avevano riempito di cannoni tedeschi la riva del Danubio dalla parte di Buda... Avevano scavato delle buche davanti ai ponti e ci avevano sistemato dei cannoni giganteschi, avevano spaccato l'asfalto e costruito dei bunker per l'artiglieria lungo tutto il bel lungo fiume di Buda, in mezzo agli alberi di castagni. Le persone storcevano la faccia nel vedere tutto questo, certi sapientoni dicevano che Budapest non sarebbe mai finita sotto assedio, perché quelle armi terribili... i cannoni ammassati davanti ai ponti, le casse piene di ecrasite sui ponti... era tutto uno specchietto per le allodole... Un espediente per confondere i russi, perché in realtà non c'era nessuna intenzione di combattere... Dicevano così. E invece quella gran massa di cannoni non funzionò come specchietto per le allodole, non riuscirono a prenderli in giro, i russi. Che un bel giorno arrivarono in riva al Danubio e pigliarono tutto a cannonate, compresi i pezzi di artiglieria. Ecco perché non so se andrà a finire davvero come hanno detto il sudamericano e il sassofonista, ma ho paura che sarà proprio così, perché quel che ho sentito è talmente assurdo che si avvererà.

Ma quel signore tanto distinto ha detto davvero qualcosa di preoccupante, e cioè che alla fine saranno gli americani ad avere la meglio perché sono ricchi. Di questo me ne intendo, ne so abbastanza di come sono fatti i ricchi. So per esperienza che bisogna essere molto cauti con questa gente, perché sono di una furbizia tremenda. Hanno una forza... lo sa il cielo che razza di forza hanno.

L'unica cosa di cui puoi essere certo è che i ricchi sono dei dritti, e che non avrai mai vita facile con loro. Si capisce già solo da quello che ti ho raccontato della camicia da notte. Uno a cui devi preparare la camicia da notte nel modo in cui mi ordinavano di farlo non può essere come tutti gli altri. Uno del genere sa perfettamente che cosa vuole, giorno e notte, e un poveraccio ha ragione a farsi il segno della croce quando per strada gli capita di imbattersi in un ricco. Non mi stancherò mai di dire, però, che io mi riferisco sempre ai veri ricchi, non a quelli che sono semplicemente pieni di soldi. Questi non sono così pericolosi. Amano mettere in mostra i soldi come i bambini quando fanno le bolle di sapone. E i soldi spariscono loro dalle mani proprio come le bolle di sapone, che alla fine scoppiano.

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Pagina 366

Che vuoi sapere? Se era orgoglioso? Certo, era pure orgoglioso. Non sopportava che la gente lo aiutasse perché era orgoglioso e amante della solitudine. Ma più tardi capii che c'era anche dell'altro in fondo a questo orgoglioso isolamento. Aveva paura per qualcosa... non per se stesso, per qualcosa di diverso. Era preoccupato per la cultura. Non fare quella faccia. Stai pensando alle olive, per questo sghignazzi così, vero?... Noi proletari, tesoro mio, non riusciamo a capire che cosa sia la cultura. Noi crediamo che cultura sia se uno sa tante cose a memoria, oppure fa una vita raffinata, se non sputa per terra e non rutta quando sta a tavola. E invece è un'altra cosa. Non è il fatto che uno sgobba sui libri e alla fine ha in testa tante nozioni, o impara le buone maniere... ╚ un'altra cosa. E lui era preoccupato per quest'altra cosa. Non voleva essere aiutato perché ormai non credeva più nell'umanità.

Per un po' ho creduto che fosse preoccupato per il suo mestiere, che avesse paura di non riuscire più a fare il suo lavoro in questo schifo di mondo. Ma quando lo conobbi meglio restai di stucco, perché scoprii che ormai non lavorava affatto.

Che faceva allora? Be', leggeva soltanto, e andava a passeggio. Tu non puoi capire, perché sei un artista nato, un batterista di professione. Tu non riusciresti a immaginare la tua vita senza la musica. Ma lui era uno scrittore, uno scrittore che non voleva più scrivere, perché non credeva che la parola scritta potesse cambiare la natura della gente. Non era un rivoluzionario, non voleva salvare il mondo, perché non riteneva che una qualsiasi rivoluzione sarebbe riuscita a cambiare la natura umana. Una volta, di sfuggita, disse che non valeva la pena di cambiare il sistema se nel nuovo ordine gli uomini sarebbero rimasti uguali a come erano nel vecchio. Lui voleva altro. Voleva cambiare se stesso.

Non capisci, certo che non puoi capire. Per molto tempo non ho capito nemmeno io, non credevo neppure a quello che diceva... Mi limitavo a trotterellargli un po' attorno, in silenzio. Ed ero felice che tollerasse la mia presenza. A quell'epoca erano in molti a tirare avanti così, uomini e donne, soprattutto ebrei, che si nascondevano in casa d'altri per sfuggire agli sbirri... Sì, va bene, ma sta' zitto. Certo, tu non sai com'era la vita a Budapest a quei tempi... Non puoi sapere che le persone vivevano come insetti, nascosti e in silenzio. Molti dormivano dentro gli armadi - come le tarme d'estate nei cassetti che sanno di naftalina. Mi ero accampata così anch'io a casa sua. In silenzio, senza dare segni di vita.

Lui non faceva caso a me. Ma ogni tanto pareva svegliarsi e allora mi vedeva, e sorridendo mi chiedeva qualcosa con aria affabile e cortese, tanto per fare, ma sempre come se stessimo riprendendo una lunga conversazione, cominciata molto tempo prima.

Una volta arrivai a casa sua alle sette di sera, nell'aria si sentiva già l'odore dell'autunno e cominciava a far buio presto. Entrai e nella penombra della stanza lo vidi seduto davanti alla finestra. Non leggeva, stava lì a braccia conserte e guardava fuori. Aveva sentito i miei passi, ma non si era voltato. Tenendo lo sguardo fisso davanti a sé mi disse:

«Lei sa come scrivono i numeri i cinesi?».

Certe volte credevo che fosse veramente pazzo. Ma ormai avevo imparato come ci si doveva comportare con lui... Bisognava rispondere subito, senza esitazioni o inutili preamboli. Voleva risposte brevi, un paio di parole al massimo, un sì o un no. Per questo risposi da brava che no, non lo sapevo.

«Neppure io» disse tranquillamente. «E non capisco nemmeno la loro scrittura, perché non usano lettere, ma disegnano concetti. Quindi non so come scrivano i numeri. L'unica cosa certa è che non usano le cifre arabe. Né il sistema numerale greco, il loro è sicuramente più antico. Si può dunque ipotizzare» questa era una delle sue espressioni preferite «che esistano cifre che non somigliano né a quelle arabe né a quelle delle civiltà classiche. Ed è proprio per questo» concluse solennemente «che non hanno tecnica. Perché la tecnica inizia con i numeri arabi».

Guardava pensieroso il crepuscolo di quella sera profumata di mosto. Senza dubbio, il fatto che i numeri cinesi fossero diversi da quelli arabi lo inquietava parecchio. Io lo fissavo a bocca aperta e tacevo, perché dei cinesi sapevo solo che sono tanti, sono gialli e sorridono in continuazione. Così avevo letto in una rivista illustrata.

Perciò gli domandai timidamente:

«Davvero la tecnica è cominciata con i numeri arabi?...»

In quell'istante, poco lontano, da qualche parte sotto la collina della Fortezza, si sentì un fortissimo colpo di contraerea. Lui guardò in quella direzione e con voce trionfante disse:

«Sì» e fece segno di sì con la testa, come chi, nel corso di un dibattito, è felice di sentire il sostegno degli uditori. «Ha sentito l'esplosione?... Questa è tecnica. Per arrivare a questo, sono stati necessari i numeri arabi. Perché con il sistema greco e romano le moltiplicazioni e le divisioni erano difficili da fare. Pensi solo al tempo per scrivere e calcolare quanto fa quattromilatrecentododici per duecentotrentuno... ╚ impossibile, mia cara signora... in greco non si può scrivere una cosa del genere».

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