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| << | < | > | >> |Pagina 9Non so che cosa mi riservi ancora il Signore. Ma prima di morire voglio narrare la storia del giorno in cui Lajos venne per l'ultima volta a trovarmi e mi spogliò di tutti i miei beni. Rimando ormai da tre anni la stesura di questi appunti. Ora invece mi pare che una voce, contro la quale mi sento impotente, mi esorti a descrivere gli eventi di quella giornata e a riferire tutto ciò che so di Lajos, perché è mio dovete e il tempo a mia disposizione è contato. È una voce inequivocabile. Dunque obbedisco, nel nome del Signore.Non sono più giovane, la mia salute è malferma e tra poco dovrò morire. Temo ancora la morte?... Quella domenica in cui ricevemmo l'ultima visita di Lajos mi guarì anche dalla paura della morte. Forse dipende dal tempo, che non mi ha risparmiata, dai ricordi, che sono spietati quasi quanto il tempo, da uno strano tipo di grazia che viene elargita, secondo gli insegnamenti della mia fede, anche agli indegni e ai ribelli, o forse dipende semplicemente dall'esperienza e dalla vecchiaia, ad ogni modo posso affermare che aspetto la morte con serenità. | << | < | > | >> |Pagina 16Il telegramma che ci comunicava quella notizia non so se lieta o luttuosa era arrivato sabato verso mezzogiorno. Del pomeriggio e della notte che precedettero l'arrivo di Lajos mi ricordo soltanto vagamente. Nunu aveva ragione: no, ormai non temevo più Lajos. Si può temere qualcuno che amiamo oppure odiamo, qualcuno che si sia dimostrato estremamente buono o spietato o anche volutamente malvagio nei nostri confronti. Ma Lajos non era mai stato crudele con me; d'altra parte non si può certo dire che fosse buono nel senso stabilito dai manuali scolastici. Era malvagio? Non ho mai avuto questa sensazione. Mentiva, è vero, ma mentiva come urla il vento, con una specie di forza primordiale, con allegria indomabile. Riusciva a mentire in modo incredibilmente pittoresco. A me, per esempio, aveva mentito dicendo di amarmi, di amare soltanto me. Poi aveva sposato mia sorella Vilma. Ma più tardi mi sono accorta che tutto questo non lo aveva progettato in anticipo, che nelle sue azioni non era mai stato guidato dal malanimo, da calcoli meschini o da un'intelligenza perversa. Aveva detto di amare me - e neppure oggi dubito delle sue parole -, ma poi aveva sposato Vilma, forse perché lei era più graziosa, perché quel giorno tirava la tramontana, o perché Vilma aveva voluto così. Non mi disse mai il motivo della sua decisione.La notte che precedette la domenica in cui Lajos sarebbe tornato a casa - per l'ultima volta in vita sua, lo sapevo bene - rimasi desta fino a tardi. Continuavo a riordinare vecchi oggetti carichi di ricordi, mi preparavo alla sua visita; prima di coricarmi rilessi le sue vecchie lettere. Ancora oggi sono fermamente convinta - e questa strana convinzione quasi superstiziosa fu rafforzata da quella lettura - che in Lajos si celava una misteriosa fonte di energia, come in certe minuscole vene d'acqua che attraversano con mille rivoli l'interno di una montagna, ma poi si perdono per strada, e scompaiono nelle profondità delle caverne senza lasciare traccia. Questa forza non era stata incanalata né utilizzata da nessuno. Ora che alla vigilia della sua visita improvvisa stavo leggendo le sue lettere, rimasi affascinata da quel profluvio di energia senza scopo. In ciascuna di esse egli mi apostrofava con una veemenza, una forza che sarebbe bastata a smuovere non soltanto un essere umano - per non parlare di una donna sentimentale - ma anche interi gruppi di uomini e forse addirittura delle masse. Ciò che diceva non era particolarmente «profondo» e dal modo in cui lo formulava non traspariva la minima inclinazione per la scrittura, le immagini erano sciatte e lo stile trasandato; in compenso, l'intonazione di tutto quello che scriveva era unicamente, inconfondibilmente sua. Scriveva sempre della realtà, di una qualche realtà immaginaria che aveva appena incontrato e che voleva farmi conoscere immediatamente. | << | < | > | >> |Pagina 61Nunu servì uno spuntino, gli ospiti andarono a sedersi sulla veranda, cominciarono a fare conoscenza e inghiottirono nervosamente qualche boccone. Tutti sentivano che le passioni potevano essere imbrigliate soltanto dalla forza fascinatrice dei sortilegi di Lajos. Era come se le parole pronunciate da ciascuno facessero parte tutte della stessa commedia. E ogni ora che passava si colmava di un contenuto talmente artificiale - scena prima: la merenda, un poco più tardi: visita al giardino. Talvolta Lajos, con l'occhio del regista, si accorgeva di qualche segno di stanchezza in uno dei gruppi; subito batteva le mani e correggeva il ritmo. Ma poi rimase solo con me nel giardino. Dalla veranda si udiva la voce esaltata di Laci, che si era lasciato completamente andare e dava libero sfogo al suo entusiasmo, perché era stato proprio lui il primo ad arrendersi, ad abbandonare ogni scrupolo per crogiolarsi beato e immemore sotto i raggi del flusso ipnotico emanato dalla presenza dell'amico. Le prime parole che questi mi rivolse furono:«Adesso mettiamo tutto a posto».
A questa frase il mio cuore cominciò a battere
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