Copertina
Autore Sándor Márai
Titolo L'eredità di Eszter
EdizioneAdelphi, Milano, 1999, Biblioteca 373 , pag. 137, dim. 140x220x12 mm , Isbn 978-88-459-1455-3
OriginaleEszter hagyatéka [1939]
CuratoreMarinella D'Alessandro
TraduttoreGiacomo Bonetti
LettoreAngela Razzini, 2000
Classe narrativa ungherese
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Pagina 9

Non so che cosa mi riservi ancora il Signore. Ma prima di morire voglio narrare la storia del giorno in cui Lajos venne per l'ultima volta a trovarmi e mi spogliò di tutti i miei beni. Rimando ormai da tre anni la stesura di questi appunti. Ora invece mi pare che una voce, contro la quale mi sento impotente, mi esorti a descrivere gli eventi di quella giornata e a riferire tutto ciò che so di Lajos, perché è mio dovete e il tempo a mia disposizione è contato. una voce inequivocabile. Dunque obbedisco, nel nome del Signore.

Non sono più giovane, la mia salute è malferma e tra poco dovrò morire. Temo ancora la morte?... Quella domenica in cui ricevemmo l'ultima visita di Lajos mi guarì anche dalla paura della morte. Forse dipende dal tempo, che non mi ha risparmiata, dai ricordi, che sono spietati quasi quanto il tempo, da uno strano tipo di grazia che viene elargita, secondo gli insegnamenti della mia fede, anche agli indegni e ai ribelli, o forse dipende semplicemente dall'esperienza e dalla vecchiaia, ad ogni modo posso affermare che aspetto la morte con serenità.

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Pagina 16

Il telegramma che ci comunicava quella notizia non so se lieta o luttuosa era arrivato sabato verso mezzogiorno. Del pomeriggio e della notte che precedettero l'arrivo di Lajos mi ricordo soltanto vagamente. Nunu aveva ragione: no, ormai non temevo più Lajos. Si può temere qualcuno che amiamo oppure odiamo, qualcuno che si sia dimostrato estremamente buono o spietato o anche volutamente malvagio nei nostri confronti. Ma Lajos non era mai stato crudele con me; d'altra parte non si può certo dire che fosse buono nel senso stabilito dai manuali scolastici. Era malvagio? Non ho mai avuto questa sensazione. Mentiva, è vero, ma mentiva come urla il vento, con una specie di forza primordiale, con allegria indomabile. Riusciva a mentire in modo incredibilmente pittoresco. A me, per esempio, aveva mentito dicendo di amarmi, di amare soltanto me. Poi aveva sposato mia sorella Vilma. Ma più tardi mi sono accorta che tutto questo non lo aveva progettato in anticipo, che nelle sue azioni non era mai stato guidato dal malanimo, da calcoli meschini o da un'intelligenza perversa. Aveva detto di amare me - e neppure oggi dubito delle sue parole -, ma poi aveva sposato Vilma, forse perché lei era più graziosa, perché quel giorno tirava la tramontana, o perché Vilma aveva voluto così. Non mi disse mai il motivo della sua decisione.

La notte che precedette la domenica in cui Lajos sarebbe tornato a casa - per l'ultima volta in vita sua, lo sapevo bene - rimasi desta fino a tardi. Continuavo a riordinare vecchi oggetti carichi di ricordi, mi preparavo alla sua visita; prima di coricarmi rilessi le sue vecchie lettere. Ancora oggi sono fermamente convinta - e questa strana convinzione quasi superstiziosa fu rafforzata da quella lettura - che in Lajos si celava una misteriosa fonte di energia, come in certe minuscole vene d'acqua che attraversano con mille rivoli l'interno di una montagna, ma poi si perdono per strada, e scompaiono nelle profondità delle caverne senza lasciare traccia. Questa forza non era stata incanalata né utilizzata da nessuno. Ora che alla vigilia della sua visita improvvisa stavo leggendo le sue lettere, rimasi affascinata da quel profluvio di energia senza scopo. In ciascuna di esse egli mi apostrofava con una veemenza, una forza che sarebbe bastata a smuovere non soltanto un essere umano - per non parlare di una donna sentimentale - ma anche interi gruppi di uomini e forse addirittura delle masse. Ciò che diceva non era particolarmente «profondo» e dal modo in cui lo formulava non traspariva la minima inclinazione per la scrittura, le immagini erano sciatte e lo stile trasandato; in compenso, l'intonazione di tutto quello che scriveva era unicamente, inconfondibilmente sua. Scriveva sempre della realtà, di una qualche realtà immaginaria che aveva appena incontrato e che voleva farmi conoscere immediatamente.

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Pagina 61

Nunu servì uno spuntino, gli ospiti andarono a sedersi sulla veranda, cominciarono a fare conoscenza e inghiottirono nervosamente qualche boccone. Tutti sentivano che le passioni potevano essere imbrigliate soltanto dalla forza fascinatrice dei sortilegi di Lajos. Era come se le parole pronunciate da ciascuno facessero parte tutte della stessa commedia. E ogni ora che passava si colmava di un contenuto talmente artificiale - scena prima: la merenda, un poco più tardi: visita al giardino. Talvolta Lajos, con l'occhio del regista, si accorgeva di qualche segno di stanchezza in uno dei gruppi; subito batteva le mani e correggeva il ritmo. Ma poi rimase solo con me nel giardino. Dalla veranda si udiva la voce esaltata di Laci, che si era lasciato completamente andare e dava libero sfogo al suo entusiasmo, perché era stato proprio lui il primo ad arrendersi, ad abbandonare ogni scrupolo per crogiolarsi beato e immemore sotto i raggi del flusso ipnotico emanato dalla presenza dell'amico. Le prime parole che questi mi rivolse furono:

«Adesso mettiamo tutto a posto».

A questa frase il mio cuore cominciò a battere forte, in preda a una grande agitazione. Non gli risposi. Rimasi in piedi di fronte a lui, sotto l'albero, accanto alla panchina di pietra dove mi aveva raccontato tante bugie, e lo esaminai finalmente dalla testa ai piedi.

C'era in lui qualcosa di triste. Qualcosa di un fotografo, o di un uomo politico vecchio e permaloso che non si orienta più tra le nuove tattiche e gli ideali del presente e insiste a esibire le stesse maniere suadenti, gli stessi sotterfugi e i giochi di prestigio adottati in passato. Faceva venire in mente un domatore invecchiato che non è più temuto dalle sue belve. Anche il suo abbigliamento era stranamente antiquato: come quando uno ci tiene molto a seguire la moda, ma è ostacolato da una specie di resistenza interna che gli impedisce di mostrarsi elegante e moderno nel modo in cui vorrebbe e che ritiene più conveniente. La sua cravatta, un tantino troppo appariscente per andare d'accordo con i suoi vestiti, la sua età e la stagione dell'anno, gli conferiva vagamente l'aspetto di un avventuriero. Indossava un abito chiaro, un ampio e comodo completo da viaggio simile a quelli che sfoggiano sulle riviste illustrate i produttori cinematografici stranieri di passaggio. Tutto ciò che portava, inclusi il cappello e le scarpe, aveva un'aria un po' troppo nuova e al tempo stesso raccogliticcia. L'insieme dava un'impressione di goffaggine. Mi sentii stringere il cuore. Se fosse ricomparso malandato, avvilito, stremato, forse non mi sarei lasciata cogliere così facilmente dalla compassione: il suo destino si è compiuto, avrei pensato. Ma quella spavalderia così squallida e irrimediabile faceva veramente pena. Lo guardai e all'improvviso ebbi pietà di lui.

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Pagina 118

«Sì,» disse «ora ci provo. Naturalmente in termini legali non ho nessun diritto di esigere qualcosa da te. Ma esiste anche una legge diversa. Forse non te ne sei mai accorta, ma è giunto il momento che tu sappia che oltre alla legge della virtù ne esiste anche un'altra, ugualmente potente, ugualmente valida... come posso dire?... Cominci a intuire qualcosa? In genere la gente non riesce a tollerare questa consapevolezza. Devi sapere che le persone non sono legate tra loro soltanto dalle parole, dai giuramenti e dalle promesse, così come non sono i sentimenti o le simpatie a stabilire quali siano i rapporti più autentici. Esiste qualcosa di diverso, una legge più dura e rigorosa che impone a questa o a quella persona di sentirsi intimamente legata a un'altra... Come due complici. stata questa legge a determinare il mio legame con te. Io sapevo della sua esistenza. Anche vent'anni fa. Quando ti ho conosciuta, ho capito immediatamente di cosa si trattava. Non ha senso che mi metta a recitare la parte del modesto: sono convinto, Eszter, che nonostante tutto tra noi due sia io ad avere il carattere più forte. Beninteso, questo carattere non è lo stesso di cui parlano i trattati di etica. Eppure io, l'uomo di poca fede, il traditore, il fuggiasco, sono quello che è riuscito a rimanere intimamente fedele, con tutte le sue forze, a quella legge diversa di cui non c'è traccia nei libri, anche se è la più autentica. una legge crudele... Ascolta. La legge del mondo esige che ciò che è iniziato una volta debba essere condotto a termine. E questo non è davvero motivo di gioia. Nulla arriva mai in tempo, la vita non ci dà mai qualcosa nel momento in cui siamo preparati a riceverlo. Soffriamo a lungo a causa di questo disordine, di questi ritardi. Siamo convinti che qualcuno si prenda gioco di noi. Ma un bel giorno ci rendiamo conto che tutto era preordinato secondo un meccanismo perfetto... Due persone non possono incontrarsi neanche un giorno prima di quando saranno mature per il loro incontro... Mature, ma non secondo le loro inclinazioni o preferenze, bensì nell'intimo, secondo i dettami di una specie di legge astronomica inoppugnabile, così come si incontrano i corpi celesti nell'immensità dello spazio e del tempo, con precisione matematica, nello stesso attimo, che è il loro attimo nella successione infinita dei secoli e delle distese spaziali. Io non credo negli incontri fortuiti.

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