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| << | < | > | >> |Pagina 11Il caffè veniva servito sulla terrazza, all'ombra di grandi ombrelloni dai colori vivaci. Il primo a lasciare la sala da pranzo comune fu il sudatissimo fabbricante di porcellane, il portavoce della tavolata tedesca dalla battuta sempre pronta. Era rasato a zero e, tra una portata e l'altra, sapeva tamburellare con coltello e forchetta, sul tavolo o sul bordo del piatto, le canzonette più in voga con fare invitante. «Nimm dich in Acht vor blonden Frauen» si mette a cantare alla maniera di una popolare attrice del cinema ogni volta che la padrona di casa, la direttrice dell'Hotel Argentina dai capelli color paglia, fa il suo ingresso nella sala. Questo giocoso invito a stare in guardia dalle bionde, carico di velate allusioni mercenarie, suscita sempre, e a buon diritto, l'ilarità generale. Il fabbricante di porcellane indossa la sua divisa estiva – calzoni di tela olona gialla, camicia sportiva senza colletto sbottonata sul petto carnoso abbrustolito dal sole e coperto di peli brizzolati, bretelle decorate da ricami bavaresi che sembrano cinghie da tapparella, occhiali gialli con la montatura d'osso, e berretto di stoffa bianco – come un costume da clown in una recita di dilettanti. Giunto alla porta che dava sulla terrazza, e dalla cui soglia si scorgeva già il mare, si arrestò e indietreggiò atterrito. «Schon übertrieben», che esagerazione, disse nel suo consueto stile telegrafico, scandendo le sillabe in tono sfacciatamente stridulo, a voce così alta che lo sentirono fin dentro la sala da pranzo. Girò la testa e, con l'aria di chi assiste impotente a un'imprevista catastrofe, sbatté le palpebre fissando il mare e il cielo. Si voltò verso il termometro appeso sopra lo stipite della porta e, alzandosi sulla punta dei piedi, strizzò gli occhi, come se il suo sguardo miope, abituato ai normali parametri terrestri, non riuscisse nemmeno a scorgere la sommità della colonnina di mercurio, e in tono sommesso, quasi riverente, lesse quanti gradi segnava. «Achtunddreissig» balbettò, ansimando ritmicamente a ogni sillaba. Nella sua voce si avvertiva l'ammirazione dell'uomo contemporaneo per i record. Spalancò con un calcio la porta a vetri della sala da pranzo, e urlò in direzione dei commensali: «Achtunddreissig im Schatten». Poi, siccome il coro invisibile non aveva degnato di alcuna risposta nemmeno quel grido d'allarme, mormorò tra sé: «Alle Achtung», mica male. Dopodiché, strascicando sul pavimento rovente della terrazza i piedi calzati in scarpe da tennis, andò ad afflosciarsi sull'unica sedia a sdraio all'ombra degli ulivi che si ergevano oltre la balaustra. Rimase così per qualche minuto, da solo. Poi estrasse dalla tasca dei calzoni la copia accuratamente ripiegata di un giornale tedesco. Sembrava quasi volesse indurre coloro che in quel momento se ne stavano in qualche modo al riparo dietro le imposte chiuse, tra sibilanti correnti d'aria, accanto ai loro bicchieri d'acqua minerale ghiacciata e a ciò che rimaneva dei gelati miseramente sciolti nelle coppe, a prendere coscienza della gravità della situazione. Trentotto gradi all'ombra! Mentre stavano ancora pranzando, di fronte all'edificio era apparso un venditore ambulante del luogo che ora aveva cominciato a sciorinare sulla balaustra della terrazza i propri manufatti, tovaglie, scialli e copriletto dai colori vivaci. Al di là della balaustra, si scorgevano il campo da tennis e l'orto che digradava verso il mare; dalla terrazza partiva una scala stretta e ricoperta di ciottoli che conduceva serpeggiando fino alla spiaggia. Il venditore ambulante andava su e giù per la scala, in silenzio, con nobile lentezza. Aveva preso dei sassi dal giardino, e li aveva usati per tener ferme le sue stoffe, che di tanto in tanto la torrida brezza spirante dal mare faceva svolazzare. Con le sue babbucce nere di cotone, le calze bianche di lana, i pantaloni di pelle scamosciata di un nero ormai sbiadito e la giubba a maniche corte filettata di rosso che gli copriva il torso smilzo fino alla vita, l'ambulante andava su e giù senza fare il minimo rumore, con una malinconia ingenua ed elegante, come se stesse prendendo parte a una strana cerimonia funebre. I colori e i disegni dei ricami e dei tessuti si armonizzavano con le linee smussate del paesaggio, con il profilo duro e triste delle rocce, con le tonalità spente della vegetazione riarsa dal sole. Circondato dalle sue stoffe, l'uomo, con quei gesti lenti e composti, si confondeva con il paesaggio, si mimetizzava alla perfezione tra gli ulivi e i cespugli di semprevivo. Dopo un po' andò a sedersi in cima alla scala, guardando dinanzi a sé con aria umile e smarrita, come in attesa di qualcosa, e distese le labbra in un sorriso. La tavolata tedesca apparve sulla porta, compatta come una schiera di soldati, vociante e spensierata come chi si sente al sicuro da ogni pericolo perché sa che l'unione fa la forza. A guidare il corteo era la coppia che si sedeva sempre a capotavola, formata da una signora ossuta, bruna, con un viso gradevole, e dal suo consorte, il quale, dando prova di un notevole anticonformismo, si presentava in pigiama anche all'ora di pranzo. Costui, precedendo di poco sua moglie, attraversò la terrazza, aggiustandosi gli occhiali sul naso camuso, a passi incerti da miope ma con la pancia protesa in avanti, con il carisma e la fermezza di un capotribù che guida la propria gente per una steppa irta di pericoli. Anch'essi si accorsero che faceva molto caldo. Le signore indossavano abiti colorati di tessuto dozzinale, intrisi di sudore. La calura a quell'ora diventava intollerabile, così opprimente e vischiosa che ogni corpo suscitava un'impressione di disagio e di sporcizia. Unica eccezione in mezzo al gruppo dei tedeschi era una donna dagli occhi grigi e dai capelli biondo cenere, che nel suo abito candido sembrava fresca come una rosa: si muoveva in quell'afa appiccicosa con la disinvoltura tipica delle donne anemiche dalla pelle bianchissima, quasi si trovasse nel proprio elemento, con aria altera, conscia di essere l'unica, tra tutti quei corpi fradici e ordinari, capace di resistere alle avversità del clima. Il suo corpo rifletteva le onde termiche, come se i suoi esili muscoli fossero ricoperti non dalla pelle, ma da un sottile strato di amianto. «Achtunddreissig!» esclamano boccheggiando anche i nuovi arrivati, e tra risolini imbarazzati cominciano a disquisire del clima. Considerata la stagione, la temperatura è effettivamente eccezionale, persino per questo luogo, uno degli angoli più meridionali e notoriamente afosi dell Adriatico. Un signore di Belgrado, funzionario ministeriale, dalla cui barba corvina e squadrata alla Enrico IV gocciolano unte stille di sudore, ricorda che quattordici anni addietro in quello stesso mese pioveva a dirotto, spirava un vento freddo, e solo i più temerari osavano fare il bagno in mare. La maggior parte dei membri del gruppo si era accomodata sulla terrazza. Le sedie a sdraio erano attaccaticce per l'umidità. Il venditore ambulante si alzò in piedi, come se fosse finalmente giunto il suo momento, e allontanandosi dalle stoffe si fece avanti sorridendo. Ma le signore si guardavano attorno con un'espressione languidamente perplessa, e alla fine rimasero tutti immobili. Proprio come certi insetti, che davanti al pericolo si fingono morti. | << | < | > | >> |Pagina 47Trascorse quasi sempre sveglio le ventiquattr'ore del breve viaggio, la notte non scese nemmeno nella sua cabina, si allungò su una sedia a sdraio in un angolo riparato dal vento del ponte di coperta, sonnecchiando e svegliandosi di soprassalto. Viaggiarono sotto un cielo stellato e senza nubi. Il giorno dopo, verso mezzogiorno, la nebbia calda del mattino si diradò e sull'acqua cominciò a spirare un vento rovente; solo la corrente d'aria provocata dal movimento della nave mitigava il senso di oppressione che dava lo scirocco. Svogliatamente gettò un'occhiata in giro per la nave, osservò la sala da pranzo che, con la sua eleganza un po' antiquata, ricordava in tutto e per tutto la sala di prima classe del ristorante di una stazione ferroviaria austriaca di provincia, e il salone, dove vecchie cartoline di località tedesche giacevano sparse sui tavoli ricoperti da lastre di vetro; copie sgualcite di giornali umoristici serbi erano a disposizione degli ospiti per i loro momenti di svago e alle pareti, accanto ai ritratti fotografici a grandezza naturale del re e della regina, era appesa una serie di vecchie vignette del «Punch» che raffiguravano scene di derby e le amenità della vita di mare. Il soffocante provincialismo di quell'ambiente lo fece sentire ancora più depresso. Era tormentato da mille dubbi: aveva fatto bene a cedere alle insistenze dei suoi amici che gli consigliavano «due settimane in un posticino tranquillo» e a spingersi fin laggiù, in uno degli angoli più sperduti del mondo, dove tutto gli pareva così meschino, il paesaggio e per certi versi persino il mare, un posto in cui ci si imbatte nella versione galleggiante dei ristoranti delle stazioni austriache, dove soffia un vento afoso, e dove – era questo, soprattutto, a farlo sentire triste e colpevole – non c'era assolutamente niente che lo attraesse in modo particolare? Rimase lì per ore, sdraiato sul ponte, immobile, con le mani intrecciate sotto la nuca, a contemplare il panorama della costa che sfilava poco distante. Sulla riva apparivano minuscoli borghi medioevali, con le loro casette ammassate l'una sull'altra, di un bianco accecante nella luce fulgida di mezzogiorno, paesi lindi e malinconici, qualche campanile qua e là, e sulla facciata degli edifici si vedeva scodinzolare il leone alato di Venezia, avventuratosi fino a quei remoti lidi; in un porto vide un anziano prete con un berretto di velluto verde che mangiava un'arancia con l'avidità tipica dei vecchi e guardava la nave con aria ingenua, asciugandosi di tanto in tanto sulla tonaca le mani appiccicose di succo d'arancia; e sopra il gruppo di oziosi che bighellonava lungo le banchine, sopra il paesaggio e le piccole città visibilmente rassegnate alla banalità del loro destino, fiammeggiava simile al fato crudele l'inesorabile solleone. Non hanno letteratura, pensò apatico, con un clima |
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