Autore Javier Marías
Titolo Cosí ha inizio il male
EdizioneEinaudi, Torino, 2015, Supercoralli , pag. 456, cop.rig.sov., dim. 14x22x3 cm , Isbn 978-88-06-22604-6
OriginaleAsí empieza lo malo [2014]
TraduttoreMaria Nicola
LettoreMargherita Cena, 2016
Classe narrativa spagnola












 

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Non è passato molto tempo da quando è successo tutto quanto - meno di quanto duri in genere una vita, e che piccola cosa è una vita una volta che è finita e quando ormai la puoi raccontare in poche frasi e non lascia nella memoria altro che ceneri che si staccano alla minima scossa e volano al minimo alito di vento -, eppure una storia cosí oggi non sarebbe piú possibile. Mi riferisco a quello che successe a loro, Eduardo Muriel e sua moglie, Beatriz Noguera, quando erano giovani, piú che a quel che successe a me con loro, quando il giovane ero io e il loro matrimonio era una lunga e indissolubile infelicità. Questa, invece, sarebbe ancora una storia possibile, tanto che ancora oggi io la vivo, o forse non ho mai smesso di viverla. Lo stesso può dirsi, immagino, della storia di Van Vechten e di altri avvenimenti di quegli anni. Di Van Vechten devono essercene stati in ogni tempo, non smetteranno mai di venire al mondo, ce ne saranno sempre, l'indole dei personaggi non cambia mai o cosí pare, nella sfera della realtà come in quella della finzione, sua gemella, i personaggi si ripetono uguali nei secoli come se entrambe fossero prive di immaginazione o non avessero scampo (entrambe sono opera dei vivi, in fondo, di inventiva forse ce n'è piú tra i morti), a volte sembra proprio che ci piaccia assistere a un solo spettacolo e a un solo racconto, come bambini piccoli. Con le infinite varianti che possono farlo apparire antiquato o modernissimo, ma sempre in essenza il medesimo. E anche di Eduardo Muriel e Beatriz Noguera devono essercene stati in ogni tempo, per non parlare delle comparse; e di Juan de Vere, cosí mi chiamavo, e mi chiamo, ce ne saranno stati a carrettate, Juan Vere o Juan de Vere, secondo il gusto di chi dice o pensa il mio nome. Non ha nulla di originale la mia figura.

A quei tempi il divorzio non c'era, e ancor meno si poteva sperare che tornasse a esserci quando Muriel e sua moglie si erano sposati, una ventina d'anni prima che io entrassi nelle loro vite, o che loro, piuttosto, attraversassero la mia, appena quella di un principiante, per cosí dire. Ma dal momento stesso in cui uno viene al mondo cominciano a capitargli delle cose, la sua debole ruota lo attira a sé con scetticismo e tedio e lo trascina svogliatamente, è vecchia, ormai, e ha macinato senza fretta molte altre vite alla luce della sua pigra sentinella, la fredda luna assonnata che osserva da sotto una palpebra socchiusa e conosce già tutte le storie, ben prima che accadano. E basta che qualcuno ti prenda di mira - o posi su di te l'occhio indolente -, che già non ti sarà piú possibile sottrarti, per quanto tu ti acquatti e te ne stia immobile e in silenzio, e non prenda iniziative né faccia nulla. Se anche tu volessi sparire sei già stato avvistato, come un lontano punto nell'oceano che non si può ignorare, che bisogna rifuggire o raggiungere; esisti per gli altri e gli altri esistono per te, finché non te ne sarai andato. Ma questo non fu quel che successe a me, in fin dei conti. Io non fui del tutto passivo né finsi di essere un miraggio, non tentai di rendermi invisibile.

Mi sono sempre domandato come facesse la gente a trovare il coraggio di contrarre matrimonio - e lo ha fatto per secoli - quando il vincolo era definitivo; specialmente le donne, per le quali era piú arduo trovare occasioni di sfogo, oppure dovevano badare il doppio o il triplo a nasconderle, il quintuplo se da quelle occasioni tornavano con un pesante regalo e allora dovevano mascherare un nuovo essere prima ancora che avesse un volto con cui affacciarsi al mondo: dall'istante stesso del concepimento, o della scoperta, o del presentimento - per non dire dell'annuncio -, facendone un impostore per la sua intera esistenza, spesso senza che nemmeno lui venisse a sapere dell'impostura né della sua ascendenza spuria, neppure da vecchio, quando ormai quasi nessuno avrebbe potuto piú scoprirlo. Infinito è il numero delle creature che hanno chiamato padre chi non lo era, e fratelli coloro che lo erano soltanto a metà, e sono scesi nella tomba con l'erronea convinzione intatta, o per meglio dire l'inganno imposto dalle loro impavide madri fin dal momento della nascita. A differenza delle malattie e dei debiti - le altre due cose che nella nostra lingua si «contraggono», come se tutte e tre lasciassero presagire un esito infausto, come se fossero di malaugurio o almeno gravose -, il matrimonio non ammetteva guarigione né uscita né saldo possibile. Soltanto la morte di uno dei due coniugi, talvolta a lungo silenziosamente anelata e assai di rado procurata o indotta o cercata, ancor piú silenziosamente in questo caso, o nel piú indicibile segreto. Oppure la morte di tutti e due, certo, ma allora non restava piú nulla, solo gli ignari figli, se ce n'erano stati ed erano ancora in vita, e un effimero ricordo. Una storia tenue e quasi mai raccontata, come spesso lo sono quelle della vita intima - tante madri impavide fino all'ultimo respiro, e anche tante non madri -; o forse sí, ma a sussurri, perché non si perda come se non fosse mai avvenuta, e non resti affidata solo al muto guanciale su cui fu premuta la faccia a soffocare il pianto, né sia vista soltanto dall'assonnato occhio socchiuso della luna, sentinella e fredda.

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Eduardo Muriel aveva un paio di baffetti sottili, come se se li fosse lasciati crescere quando l'attore Errol Flynn costituiva un modello e poi avesse dimenticato di infoltirli o di eliminarli; era uno di quegli uomini che coltivano abitudini fisse riguardo al proprio aspetto, di quelli che non ammettono che il tempo passi e le mode mutino e neppure si accorgono di invecchiare - come se la cosa non li riguardasse, proprio non ci pensano, si sentono immuni allo scorrere del tempo -, e in parte hanno ragione a non preoccuparsene e a non farci caso: evitando di mettersi al passo con l'età che avanza la tengono a bada; rifiutando di cedervi esteriormente riescono a non assimilarla, e cosí gli anni, timorosi - che su chiunque altro agiscono di prepotenza -, li lambiscono e li assediano ma non osano prendere il sopravvento, non si insediano nel loro animo e neppure invadono la loro figura, sulla quale si limitano a spargere un lento nevischio o una penombra. Era alto, parecchio piú degli uomini della sua generazione, che era di poco. successiva a quella di mio padre, se non la stessa. Ciò lo faceva apparire forte e slanciato, a un primo sguardo, benché la sua figura non fosse mascolina nel modo canonico: era un po' stretto di spalle per la sua statura, il che poteva far credere che l'addome avesse tendenza alla pinguedine, sebbene lui non presentasse alcuna adiposità in quella zona e neppure avesse fianchi impropriamente sporgenti. Di lí partivano due gambe lunghissime che quando stava seduto non sapeva dove mettere: se le accavallava (ed era quello che preferiva farne, dopotutto), il piede di quella sopra arrivava a toccare con naturalezza il pavimento, cosa che le donne che vanno fiere delle loro, di gambe - per nulla al mondo vorrebbero mostrarne una pendula o col muscolo premuto e deformato dal ginocchio che la sorregge -, riescono a ottenere solo artificiosamente e di sbieco, con l'aiuto dei tacchi alti. Per ovviare a questa strettezza di spalle Muriel portava, io credo, giacche con imbottiture accuratamente dissimulate, che il sarto gli confezionava con una lieve forma a trapezio rovesciato (ancora negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso lui andava dal sarto, o il sarto veniva a casa sua, usanza a quei tempi già infrequente). Aveva un naso molto diritto, senza la minima curva malgrado le ragguardevoli dimensioni, e nella sua folta capigliatura, che portava con la riga di lato come di sicuro gliel'aveva pettinata fin da bambino sua madre - e lui non aveva visto alcuna ragione per contravvenire a quel remoto dettame -, brillavano pochi capelli bianchi dispersi nel predominante castano scuro. I sottilissimi baffi attenuavano di poco la spontanea e luminosa giovanilità del suo sorriso. Lui si sforzava di tenerla a freno, o in serbo, cosa che non gli riusciva spesso, c'era un fondo di giovialità nel suo carattere, o un passato che emergeva senza che fosse necessario scandagliare a grandi profondità. Ma non lo si coglieva, tuttavia, in acque troppo superficiali, dove fluttuava invece una certa amarezza imposta o non voluta, della quale non pareva sentirsi lui la causa, quanto piuttosto la vittima.

Ciò che piú colpiva chi lo vedeva per la prima volta di persona, o in qualche rara fotografia sui giornali, era la benda che gli copriva l'occhio destro, una benda da guercio delle piú classiche, teatrale o addirittura cinematografica, nera e convessa, tenuta ferma da un elastico dello stesso colore che gli tagliava in diagonale la fronte passando sotto il lobo dell'orecchio destro. Mi sono sempre domandato come mai quelle bende siano in rilievo, parlo di quelle che non si limitano a coprire, come cerotti di tela, ma che rimangono inamovibili e come incastonate e sono fatte di non so quale materiale rigido e compatto. (Sembrava bachelite, e veniva da tamburellarci sopra con il dorso delle unghie per capire che consistenza avesse, cosa che io non ebbi mai il coraggio di appurare con il mio capo, com'è ovvio; sapevo però come suonava, perché ogni tanto, quando era ansioso o irritato, ma anche quando si fermava a pensare prima di emettere un verdetto o dare inizio a un lungo discorso, con il pollice infilato sotto il braccio come il frustino di un ufficiale che passi in rivista le truppe o di un fantino che ispezioni i suoi cavalli, Muriel faceva esattamente questo, tamburellava sulla sua benda rigida con il dorso o il taglio delle unghie della mano libera, come se invocasse in suo aiuto il bulbo oculare inesistente o non funzionante, doveva piacergli quel suono, e in effetti era piacevole, clic clic clic; faceva un po' impressione, tuttavia, vederlo chiamare cosí l'assente, finché non si faceva l'abitudine a quel gesto). Forse la convessità è intesa a dare l'impressione che sotto la benda un occhio ci sia, anche quando quel che rimane è solo un'orbita vuota, un foro, una depressione, un'infossatura. Forse quelle bende sono fatte a quel modo proprio per smentire, in taluni casi, la cavità orrenda che nascondono; chissà che non siano piene di una rifinita sfera di vetro bianco o di marmo, con la sua pupilla e la sua iride, dipinta con realismo ozioso, perfetta, che rimane avvolta nel buio, destinata a non essere vista da nessuno, o solo dal suo portatore, quando al termine della giornata, stanco, la scopre davanti allo specchio, e magari la estrae.

E se questo inevitabilmente colpiva l'attenzione, non la colpiva di meno l'occhio utile e scoperto, il sinistro, di un azzurro scuro e intenso, come di un mare vespertino o già quasi notturno, che per quel suo essere unico sembrava catturare tutto e accorgersi di tutto, come se concentrasse in sé le sue facoltà e quelle dell'altro invisibile e cieco, o come se la natura avesse voluto risarcirlo della perdita del compagno con un supplemento di vivezza. Tale era la forza e la rapidità di quell'occhio che io, gradualmente e senza darlo a vedere, ogni tanto cercavo di pormi fuori della sua portata per non essere raggiunto da quello sguardo aguzzo, finché Muriel non mi redarguiva: «Mettiti un po' piú a destra, cosí mi obblighi a fare le contorsioni, ricordati che il mio campo visivo è piú limitato del tuo». E nei primi tempi, quando il mio sguardo non sapeva dove posarsi, diviso tra l'occhio vivo e marittimo e la benda morta e magnetica, lui non si faceva scrupolo di richiamarmi all'ordine: «Juan, ti sto parlando con l'occhio che vede, non con quello defunto, quindi fammi il piacere di ascoltare e di non distrarti con chi non fa parola». Muriel non si faceva problemi ad accennare alla sua visione dimezzata, a differenza di quelli che stendono un imbarazzante velo di silenzio su qualunque mutilazione o invalidità da cui siano affetti, per quanto cospicua o evidente: ci sono monchi fino alla spalla che non sono disposti a riconoscere le difficoltà imposte dalla manifesta mancanza di un arto e poco ci manca che pretendano di fare giochi di destrezza; zoppi che si avventurano con una stampella nella scalata dell'Annapurna; ciechi che vanno assiduamente al cinema e vociferano nelle parti senza dialogo, le piú visive, lamentandosi che il film è fuori fuoco; invalidi in sedia a rotelle che fingono di ignorare il funzionamento del veicolo ostinandosi ad affrontare gli scalini senza degnare di uno sguardo le numerose rampe oggi a loro disposizione; calvi come gusci d'uovo che si comportano come se si spettinassero orribilmente e si tengono un'immaginaria chioma indiavolata appena tira una raffica di vento. (Facciano pure come vogliono, liberissimi, non è certo mia intenzione criticarli).

Ma la prima volta che gli chiesi che cosa gli fosse capitato, come fosse ammutolito quell'occhio silenzioso, lui mi rispose tagliente come a volte sapeva essere con chi lo spazientiva, e assai di rado con me, dal momento che mi trattava sempre con benevolenza e affetto: - Vediamo di capirci: io non ti tengo qui perché tu faccia domande su quello che non ti compete.

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Non capii molto di quello che mi diceva. Era come se sorvolasse, come un aereo da ricognizione, un'altra storia, una vicenda passata o remota, che non raccontava per intero. Ma alla fine mi venne in mente una domanda che poteva spingerlo a entrare in argomento. Aveva fatto cenno alla possibilità di mettere drasticamente fine a quell'amicizia, se cosí gli avessero suggerito le sue vaghe e future indagini o i suoi brancolamenti o le sue intuizioni. Se la voce che gli era giunta non lo toccava direttamente e nemmeno lo riguardava, c'era forse un solo genere di cose, a quei tempi e nel nostro paese, tanto oggettivamente inaccettabile da spingere una persona a mettere in dubbio un sodalizio di vecchia data. In quei giorni, in quegli anni, si cominciavano a raccontare in privato fatti lontani che per decenni molti spagnoli si erano visti costretti a tacere in pubblico e dei quali raramente si era bisbigliato in privato, con intervalli di silenzio sempre piú lunghi, come se oltre a proibirsi di parlare di certe cose la gente le avesse volute confinare nella sfera dei brutti sogni, o dissolvere nella tollerabile bruma di quello che forse è e forse no. Questo accade con ciò di cui ci si vergogna, con le umiliazioni subite e le accettazioni obbligate. A nessuno piaceva ricordare di essere stato vinto o di essere stato una vittima, che fossero state commesse ingiustizie o atti di crudeltà contro di lui o contro i suoi, di aver dovuto arrendersi o rendersi gradito all'opposta fazione per salvare la pelle, di aver fatto il nome dei compagni per ingraziarsi il nuovo potere, accanito e instancabile persecutore di sconfitti, o di avere trascorso anni da sepolto vivo cercando di passare inosservato, di avere trascinato un'esistenza vile e sottomessa e di essersi piegato alle folli pretese del regime vincitore; o addirittura, malgrado il male patito sulla propria pelle, o su quella di genitori o fratelli, di essersi sforzato di abbracciarlo, di esaltarlo, di entrare a far parte delle sue strutture e di accedere al benessere sotto la sua protezione. Oggi si raccontano numerose storie fasulle di irredenti e resistenti passivi o attivi, ma la verità è che la maggioranza degli irredenti veri - non furono tanti, e non durarono a lungo - vennero fucilati e incarcerati nei primi anni del dopoguerra, o andarono in esilio, o furono epurati e fatti oggetto di rappresaglie e messi nell'impossibilità di esercitare le loro professioni: ci furono uomini maturi che passarono il resto dei loro giorni chiusi in casa vedendo le loro vedove o figlie uscire a procurarsi di che sbarcare il lunario - le loro mogli già vedove -, mentre loro, mal rasati, precadaverici - ingegneri, medici, avvocati, architetti, docenti universitari, scienziati, qualche militare leale che si era salvato -, stavano alla finestra e si sforzavano di non pensare. Nel giro di poco il grosso della popolazione fu entusiasticamente franchista, o lo fu docilmente, per timore. Molti di quelli che avevano detestato e sofferto la violenza del regime si andarono convincendo che era meglio cosí e che erano vissuti e avevano addirittura combattuto nell'errore. Ci furono tanti cambi di casacca come mai nella storia, voltare gabbana divenne un fenomeno di massa. La Guerra Civile era finita nel 1939 e, checché se ne dica, negli anni Quaranta e Cinquanta, ma anche nei piú blandi Sessanta e nei primi Settanta, fino alla morte del dittatore, la gente non era affatto ansiosa di raccontare la sua versione dei fatti, intendo dire quella che non era permesso raccontare. I vincitori l'avevano raccontata a sazietà fin dal principio e continuarono a farlo, ma con tante menzogne e tanta retorica, con tante lacune, calunnie e parzialità, che quella narrazione non poteva soddisfarli, poteva solo esaurirsi per essere troppo ripetuta, e da un certo momento in poi cominciarono a darla per scontata e a tacere, quasi, smisero di insisterci su continuamente e fecero del loro meglio per dimenticare gli aspetti piú tenebrosi del loro operato, i crimini piú superflui. Imporre una storia a lungo andare non dà soddisfazione, alla fine è un po' come raccontarla a se stessi e non è piú divertente: senza le conferme dei propri correligionari e accoliti e servi intimoriti, è come giocare a scacchi senza avversario. E gli sconfitti, quelli che avevano perso la guerra, preferivano non ricordare le atrocità, le proprie ma neppure quelle ancor piú gravi degli altri - piú durevoli e bestiali e gratuite -, e meno ancora trasmetterne il ricordo ai loro figli (chi ha voglia di raccontare episodi e scene in cui fa una cosí magra figura?), ai quali auguravano soltanto di non dover mai subire quello che era toccato loro e di avere in sorte la benedizione di una vita noiosa e senza sorprese, per quanto limitata e priva di libertà. Senza la libertà non muore nessuno, della libertà si può fare a meno. Infatti è la prima cosa alla quale i cittadini impauriti sono disposti a rinunciare. Al punto che spesso reclamano a gran voce di perderla, vogliono che sia loro tolta, non vogliono rivederla nemmeno dipinta, mai piú, e acclamano chi viene a strappargliela e poi votano per lui.

- Si tratta di cose della guerra, don Eduardo, Eduardo? Qualcosa che il suo amico ha fatto, di cui lei non sapeva nulla, e che oggi le hanno riferito? cosí? - Trovai perfino il coraggio di essere piú preciso, o di tormentarlo perché si decidesse a spiegarsi: - Ha partecipato a qualche operazione omicida? Faceva le «passeggiate»? - Molti giovani di oggi non conoscono l'uso che si faceva allora di questo termine, ma la mia generazione lo aveva ancora ben presente, lo avevamo sentito usare dai nostri padri e nonni come parte di un lessico corrente ed era rara la famiglia dove non ci fosse stato nessun «passeggiato» in quei tre anni di guerra: portare qualcuno a fare una passeggiata significava andarlo a prendere a casa sua a notte fonda o sul far dell'alba, o anche in pieno giorno, costringerlo a salire su un'automobile con diversi uomini a bordo, portarlo fuori dall'abitato, in aperta campagna o contro il muro del cimitero, e sparargli un colpo alla tempia o alla nuca, per poi abbandonarne il cadavere davanti al cancello della sua futura dimora o, piú di frequente, spingerlo a calci dentro un fosso; a Madrid o a Siviglia, nella zona repubblicana come in quella franchista, era frequente trovare dei corpi lungo le strade carrozzabili, al mattino, anche per mesi, lasciati li come rifiuti troppo ingombranti per gli spazzini, pesanti, difficili da trasportare e dotati di un volto. Era uno di quei falangisti con la pistola alla cintola? O un miliziano col fucile a tracolla? Ha fatto la spia subito dopo la guerra, ha denunciato qualcuno che conosceva e l'ha mandato al muro? Ha ricoperto qualche incarico da macellaio, ha ammazzato gente o l'ha fatta ammazzare? Che cosa le hanno raccontato, che la mette cosí a disagio?

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Non la seguivo quando usciva con le persone del suo ambiente, e nemmeno, è naturale, quando prendeva la moto di Muriel e partiva per chissà dove, una volta disse semplicemente che le piaceva lasciare Madrid e credere (cosí disse, «credere», come se fosse consapevole dell'illusione) di poter andare ovunque volesse, e sentire il vento forte sulla faccia lungo strade tra gli alberi, secondarie e poco transitate. Due volte mi disse di essere stata all'Escorial (a una cinquantina di chilometri), e so che qualche domenica partiva per l'ippodromo della Zarzuela col binocolo nella borsa (otto chilometri) e ci passava il pomeriggio, a vedere le sei corse o almeno le quattro centrali. Mi stupiva che andasse da sola in un luogo cosí sociale, ma forse la compagnia la trovava lí, su quelle vecchie tribune del 1941, disegnate dall'ingegner Eduardo Torroja e dichiarate già allora monumento nazionale: in un paio di occasioni ci raccontò qualche aneddoto del filosofo Savater , grande appassionato di ippica, che le dava consigli per le sue piccole scommesse, piuttosto buoni, a quanto pare, da vero intenditore, che la facevano rincasare contenta delle sue modeste vincite. Pareva che lui non si perdesse una domenica alle corse, quando non era in viaggio, ci andava col figlio ancora molto piccolo e un fratello. Ma può darsi che un accompagnatore Beatriz lo raccogliesse lungo la strada - in motocicletta anche lui, per esempio -, e che andassero insieme alla Zarzuela senza che io potessi vederlo. Spesso approfittavo della domenica per portarmi avanti con certi lavori che mi aveva commissionato Muriel: la sua biblioteca era una miniera per chi volesse documentarsi su qualunque epoca o argomento richiesto da una sceneggiatura o da un soggetto ancora ai primi abbozzi; finii per entrare e uscire da quella casa quando mi pareva, quasi come se ci abitassi (di fatto mi avevano dato le chiavi); però non avevo modo di seguire una Harley-Davidson.

Era questa la motocicletta che si era comprato Muriel pochi anni prima, un modello Electra Glide classic o ultra-classic, non so, me lo disse tutto orgoglioso la prima volta che me la mostrò, «Guarda che portento». Il film Easy Rider era già un po' superato, ma lo aveva divertito un film di qualche anno dopo, molto meno famoso, Electra Glide, dal nome della moto di certi agenti della polizia stradale americana, che ne combinavano di tutti i colori. Lui, infatti, vedeva qualunque cosa, il buon cinema, quello medio e anche il peggiore, e da tutto traeva insegnamento: «Il buon cinema ti stimola all'emulazione, ma ti intimidisce; quello pessimo ti dà buone idee e anche la faccia tosta per metterle in pratica». Mi parve cosí folle la sua guida della moto (forse non era quello il mezzo piú indicato per un uomo con un occhio solo) che, dopo una giornata in cui mi portò in giro per mezza città a tutto gas, decisi di non ripetere mai piú l'esperienza. Non la usava molto, una volta passato il capriccio e la febbre della novità, era Beatriz a prenderla piú spesso, ma neppure eccessivamente, solo per le sue escursioni sporadiche e in linea di principio solitarie, non mi era dato sapere se all'Escorial o in altri posti vedesse qualcuno, esattamente come quando suo cognato Roberto era andato a morire vicino ad Avila con una donna che era per tutti una sconosciuta. (Non si può mai sapere con certezza con chi si vede o con chi morirà una persona). Si infilava un paio di jeans e si metteva il casco, tirava fuori la Harley dal garage e dal balcone la vedevo allontanarsi rombando, la sua figura imponente pareva piú minuta in groppa a quel bestione che a me sembrava un groviglio di tubi, e insieme piú sicura e meno fragile, pensavo che quell'immagine poteva essere attraente per qualunque uomo e che lei di sicuro lo sapeva - una donna formosa a cavalcioni di un mezzo cosí rapido e potente, è un classico dell'immaginario erotico, e in effetti vedevo delle teste girarsi in strada dal momento in cui lei saliva in moto -, ma Muriel non era lí con me a guardarla.

Quindi cominciai a seguirla quando usciva per conto suo e a piedi, certi pomeriggi in cui non andava a far lezione, in teoria. Da dov'ero, la sentivo prepararsi, canticchiare senza accorgersene, cosa strana, perché tendeva a essere seria, se non triste, quando era sola, e la mia presenza le rimase praticamente invisibile per molto tempo - mi guardava con simpatia ed era gentile, ma in realtà non mi considerava -, finché smise di esserlo. Quando ormai sentivo il rumore dei suoi tacchi piú sottili (le scarpe erano l'ultima cosa che metteva, e ogni paio di scarpe suona in modo diverso, a un orecchio attento), sapevo che stava per uscire. Aspettavo un minuto dal chiudersi della porta, e poi scendevo con cautela dietro di lei, riuscivo ad avvistarla non lontano dal portone e davo inizio al pedinamento, la sua figura era sufficientemente alta e vistosa per non sfuggirmi tra i passanti. Si fermava di tanto in tanto a guardare una vetrina o per attraversare a un semaforo, poco di piú, camminava decisa e di buon passo, perfino con garbo nonostante la sua statura, in quelle passeggiate constatai che sapeva calzare tacchi di piú di sette centimetri senza esitazioni né inciampi e senza deviazioni delle gambe, ben dritta e sicura; ed ebbi modo di godermi con agio il corrispondente ondeggiare della gonna, movimento infrequente, oggi, quando la maggior parte delle donne ha dimenticato come si cammina con grazia, che non è la stessa cosa che ancheggiare, o non necessariamente. Tutta la sua carne era cosí abbondante e soda, vista di spalle - cosí come appare chi viene pedinato -, che nessun tessuto la dissimulava o pacificava del tutto, sembrava di poter vedere non solo i suoi vigorosi polpacci, che erano scoperti, ma anche le cosce e le natiche ben sollevate, anche se coperte. Muriel la considerava grassa per questo. O forse glielo diceva soltanto.

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Poteva essere un'ovvietà per lui, ma per me fu una sorpresa e perfino motivo d'inquietudine. Probabilmente nessuno è mai del tutto formato, e lo sono ancora meno i giovani, è normale che noi adulti li vediamo cosí, incompiuti, indecisi, torbidi, come un quadro non finito o un romanzo ancora in gran parte da scrivere, o da leggere - non c'è poi tanta differenza -, nel quale può ancora succedere di tutto, o forse no - ma rimangono molte cose ancora da scoprire -, può morire un personaggio oppure un altro, o può non morire nessuno; qualcuno può addirittura uccidere e allora sí, in quel momento sarà del tutto formato, o cosí apparirà agli occhi dell'autore o di un lettore severo; ciò che vi si racconta può interessare moltissimo o poco, o nulla, e allora voltare le pagine si trasforma in un supplizio, tanto che il dito si stanca e non ripete piú l'esercizio, non aspetta piú l'ultima pagina dopo la quale tutto finisce, per quanto desideri, invece, restare indefinitamente in quel mondo e tra quella gente inventata. Lo stesso accade con le persone, ci sono vite che non destano curiosità e alle quali non si ha nessuna voglia di assistere, per quanto siano piene di vicissitudini, e ce ne sono altre che inspiegabilmente ipnotizzano, anche se non pare che vi accada nulla di particolare, o magari quello che veramente vi accade resta celato ai nostri occhi e possiamo solo fare supposizioni.

Ma ciascuno crede di essere fatto e finito in ogni fase della sua esistenza ed è convinto di avere un carattere determinato suscettibile unicamente di variazioni di poco conto, e si considera incline a certe azioni ed esente da altre, quando invece è sicuro che da bambini e da giovani la maggior parte di noi non è ancora stata messa alla prova, non ci siamo mai visti a un bivio tra due strade e nemmeno davanti a un dilemma. Sí, forse non siamo mai del tutto formati, ma ci andiamo configurando e precisando senza accorgercene da quando veniamo avvistati sulla superficie dell'oceano come un puntolino all'orizzonte che si trasforma in una sagoma che qualcuno scanserà o accosterà, via via che passano gli anni e gli avvenimenti ci coinvolgono, via via che accettiamo o escludiamo certe scelte o lasciamo che gli altri le facciano per noi (o l'aria, forse). Non importa chi decide, tutto è spiacevolmente irreversibile e destinato a livellarsi: ciò che è deliberato come ciò che è volontario, ciò che accade accidentalmente come ciò che viene lungamente architettato, ciò che è frutto dell'impulso momentaneo come ciò che è premeditato, alla fine a chi mai importano i perché, e ancor meno i propositi?

Adesso guardo le mie giovani figlie e non le vedo sufficientemente formate, com'è naturale alla loro età; eppure loro certo si riterranno formate del tutto, come esseri immodificabili, esattamente come mi consideravo io a ventitre anni e mi ero sempre considerato prima di allora, credo, non prestiamo grande attenzione ai nostri cambiamenti, ci dimentichiamo di come eravamo e ce li dimentichiamo dopo che sono avvenuti. Mi ero laureato a pieni voti e senza inciampi; poi, per tramite dei miei genitori, che conoscevano da lungo tempo Muriel, avevo subito trovato un impiego, agli ordini di una persona notevole che ammiravo quasi senza riserve, e la cui approvazione e fiducia mi aiutavano a vedermi sotto una luce molto favorevole, non potevo non sentirmi orgoglioso al pensiero che il mio capo avesse visto qualcosa in me, come minimo dovevo essergli piaciuto, se mi aveva assunto e preso con sé, a volte avevo la lusinghiera sensazione che non sempre si ricordasse della famiglia da cui provenivo, di come ero arrivato fino a lui, del fatto che ero figlio dei suoi amici di gioventú, i De Vere, per i quali aveva sempre conservato un affetto speciale pur avendo ormai con loro solo contatti epistolari o rarissimi, trovandosi i miei genitori sempre all'estero, in giro per il mondo e io quasi mai insieme a loro. Avevo letto molto, e visto parecchia pittura e piú ancora cinema; possedevo svariate conoscenze - ero un giovane saccente, senza dubbio, ma sapevo tenermi a freno quando era il caso, per esempio quando uscivo la sera con gli amici o con le ragazze -; parlavo bene una lingua straniera e un'altra passabilmente, e sapevo di disporre nella mia lingua madre di un lessico vasto, molto piú di gran parte dei miei coetanei, il che mi permetteva di inserirmi senza stonare nelle conversazioni di Muriel e della sua cerchia, gente con molti piú anni e piú cultura di me (almeno in teoria), benché in quelle occasioni io tendessi ad ascoltare piú che a intervenire, e le loro chiacchiere spesso scendessero dalle alture per muoversi su terreni assai piani tra le risate di tutti; avevo trascorso lunghi periodi in altri paesi, quando i miei genitori mi inserivano nei loro prolungati e diversi soggiorni diplomatici, in genere preferivano che rimanessi a Madrid e frequentassi con continuità le stesse aule, volevano che acquisissi solide radici e questo era il pretesto per affidarmi durante tutto l'anno scolastico, e perfino oltre, alle cure dei miei zii Julia e Luis, trovavano opportuno che crescessi con i miei cugini Luis e Julia, che per me sono stati come fratelli, dato che di fratelli veri non ne ho avuti. Mai nessuno mi aveva troppo controllato, e per gran parte del tempo - eccetto quando venivano i miei genitori, in visita o per le vacanze, ma non sempre, spesso approfittavano delle settimane libere per viaggiare loro due soli - avevo a mia intera disposizione la casa paterna, sotto l'occhio negligente di diverse governanti o domestiche o come le si voglia chiamare, che non duravano mai abbastanza a lungo per affezionarsi né esercitare una vera autorità. Fin da adolescente ero stato abituato a non dover rendere conto a nessuno, a rientrare a orari impossibili e a scegliere dove dormire, se in casa mia o in quella dei miei zii o in nessuna delle due, certe notti: questo già nella prima gioventú, da quando a diciassette anni mi ero iscritto all'università, diciamo.

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Ci sono persone che traggono piacere dall'inganno, dall'astuzia e dalla simulazione, e fanno uso di un'enorme pazienza per tessere le loro reti. Sono capaci di vivere il lungo presente con l'occhio rivolto a un futuro indeterminato che non si sa quando arriverà, o quando saranno loro a decidere che si compia e diventi presente, e quindi passato pochissimo tempo dopo. Talvolta prolungano o rinviano il tempo della vendetta, se la vendetta è quello che cercano, o del conseguimento, se il loro scopo è conseguire un obiettivo, o della piena maturazione del loro piano, se è un piano quello che ordiscono; e a volte aspettano tanto a lungo che nulla arriva a concretizzarsi e tutto finisce per imputridire nell'immaginazione. Ci sono persone che agiscono sempre in segreto e con secondi fini, e che hanno la perseveranza di non smontare mai la loro rete. Stranamente non si stancano né sentono la mancanza della trasparenza, della semplicità, della limpidezza, delle carte sul tavolo e lo sguardo negli occhi, e della possibilità di dire chiaramente: «Io voglio questo e lo otterrò. Non voglio piú confonderti e nemmeno raggirarti. Ti ho mentito e ho recitato, lo faccio da tempo, quasi da quando ci siamo conosciuti. stato necessario o mi ci sono visto costretto, obbedivo a degli ordini o da questo dipendeva la mia felicità o sono stato persuaso ad agire cosí. Mi interessavi troppo o non mi interessavi per niente, ti ho ingannato mio malgrado e contro la mia coscienza o non ho fatto la minima fatica, eri tutto per me o non eri nessuno, non importa, da adesso in poi non importa piú. Mi sento male e sono esausto. faticosissimo tacere il vero o raccontare frottole, mantenerle è un'impresa titanica e piú ancora ricordarsi quali sono. La paura di sbagliare, di contraddirmi, di essere colto in fallo, di rimangiarmi la parola senza accorgermene, mi costringe a non abbassare mai la guardia e mi sfinisce. La mia colpa si è attenuata, non è piú cosí grave da impedirmi di provarci, e quindi ora ti dirò come stanno le cose. In fin dei conti quella menzogna è ormai molto lontana, le cose sono andate come sono andate, non possono cambiare e non c'è piú il tempo per rifare tutto da capo. Al punto in cui siamo la verità non esiste, è stata rimpiazzata, conta solo quella che abbiamo vissuto a partire dal suo occultamento. Può darsi che quel lontano sotterfugio sia diventato esso stesso la verità. Ormai nulla potrà cambiare se ora sai come stavano le cose. Non stanno piú cosí. E io devo riposare».

Sí, ci sono dei fortunati che non hanno mai la tentazione di dirlo, di rettificare e di confessare. Io non sono uno di loro, ed è un peccato, perché invece sono uno di quelli che hanno un segreto che non potranno mai rivelare a chi è vivo e meno che mai a chi è morto. Ci si persuade che quel segreto sia piccolo, che non importa e che non riguarda affatto la nostra vita, sono cose che capitano, cose di gioventú, che si fanno senza pensare e che in fondo non hanno importanza, che bisogno c'è di saperle. Eppure non c'è stato giorno in cui non me ne sia ricordato, di quello che ho fatto e di quello che è successo nella mia gioventú. vero che non è grave, non lo è mai stato, e credo di non aver danneggiato nessuno. Ma è meglio, in ogni caso, che continui a tacerlo, per il nostro bene, per il mio, forse per quello delle mie figlie e soprattutto per il bene di mia moglie. E quando lo dirò qui (ma qui non è la realtà) dovrete tenerlo per voi, non potrete andare a spargerlo da Oriente al curvo Occidente, col vento come cavallo di posta, come se ormai fosse un'inezia che vi appartiene e ciascuno di voi fosse una lingua su cui cavalca la diceria. Non una parola, per favore, se qualcuno dovesse chiedervi di raccontare la mia storia. Tanto lo farebbero solo per distrarsi o accumulare informazioni inutili, che dimenticheranno non appena le avranno sparse indifferentemente qua e là.

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Mi infastidiva non procedere in modo diretto, muovermi nell'ombra e aspettare. Avrei voluto dire a Van Vechten che cosa stavo cercando - anche se non lo sapevo molto bene, per via degli scrupoli di Muriel e farla finita il prima possibile con quella commedia e con la sua compagnia, avrei voluto sottrarmi alla presenza di un uomo che nel complesso non mi piaceva o cominciò molto presto a non piacermi. Non che non fosse simpatico o non cercasse di esserlo, alla maggior parte dei miei amici piaceva, malgrado la grandissima differenza d'età, fu accolto assai meglio di quanto mi aspettassi. Al principio quando mi facevo vedere con lui lo guardavano come un marziano, ma nel giro di poco riuscí a mimetizzarsi abbastanza bene fin dove poteva, certo e a non essere percepito come un intruso o un ingombro o un guardiano. Ce la metteva tutta, era allegro e lusinghiero, dava consigli a chi gliene chiedeva, era inevitabile che i miei conoscenti lo vedessero come qualcuno che sapeva molte cose, e poi lo consultavano sui loro malesseri e le loro preoccupazioni, in qualsiasi ambiente un medico parte avvantaggiato, ha molte frecce al suo arco. Pagava spesso da bere e questo aiuta a essere ben accetti, e al termine della notte se resisteva fino alla fine, spesso comprensibilmente si stancava quando a noi giovani rimaneva ancora molta energia da spendere ci accompagnava ciascuno a casa con la sua macchina spettacolare come se fosse un autista a nostra disposizione, e questo era comodo, una benedizione, ci risparmiavamo una dispendiosa corsa in taxi o una dura camminata sotto gli effetti dei piú vari eccessi. Per tutto quel disturbo, Van Vechten aveva l'alibi che non poteva permettere alle ragazze di tornare a casa da sole a quelle ore, bisognava accompagnarle, lui era stato educato cosí, non altra scelta che approfittare della sua vetustà.

Osservai che non faceva quasi mai il percorso piú logico, non ci portava nell'ordine che piú sarebbe stato conveniente e che gli avrebbe risparmiato dei chilometri o dei giri inutili, ma faceva in modo di lasciare sempre una ragazza per ultima, cosí da poter rimanere da solo con lei dopo aver portato a destinazione gli altri. Con quasi tutte avevo la confidenza per chiedere, ridendo, come se scherzassi: «E allora, com'è andata l'altra notte col dottore? Ha fatto di tutto per rimanere con te senza testimoni, e mi pare che neppure a te l'idea dispiacesse». Sapevo che un uomo anziano poteva avere delle difficoltà a ottenere qualcosa da una ragazza, ma non ignoravo che molte - almeno finché durava il periodo delle scorribando notturne, notte dopo notte, ed è un periodo per cui passano in tante - si lasciano abbagliare dalla ricchezza o dalla sua apparenza o dai suoi simboli, e dalla sicurezza, e che l'uomo esperto e maturo spesso le affascina, soprattutto se è bravo nella lusinga, prima di ottenere quello che vuole e anche dopo. Ci sono ragazze che si sentono accresciute nel loro valore se risvegliano l'interesse di un uomo d'età, e soprattutto quando si scoprono capaci di dargli un piacere incomparabile, quello che a lui fa dire: «Mai nella mia vita, ascoltami bene, mai, e guarda che coi miei anni di donne ne ho conosciute...» Imparai presto a non escludere nulla, i connubi piú inverosimili sono sempre possibili. Desta vergogna riconoscere, nella maturità, quanto sia semplice a volte ingannare la gioventú.

Ogni volta che feci a un'amica o a una conoscente o a una ex fidanzata questa domanda o altre simili (fidanzata nel senso piú ampio del termine, quello che includeva le ragazze di un solo fortunato incontro), mi imbattei in un silenzio sostenuto e in un rapido cambio di argomento, come se al termine del tragitto fosse successo qualcosa e preferissero non parlarne, o dimenticarlo. Perciò lo chiesi a lui:

- Allora, com'è andata l'altra notte con Maru? Si vedeva che volevi rimanere da solo con lei. Ti sei fatto un bel giro per lasciarla ultima.

Fu la prima volta che gli posi la domanda apertamente. Lui sorrise senza imbarazzo, come uno che trova divertente essere colto sul fatto, o destare meraviglia per le sue manovre, anche se questa era delle piú comuni. O che è ben lieto di potersi vantare.

- Si è visto cosí tanto?

- Be', non so gli altri, erano tutti molto cotti. Io l'avevo già notato altre volte. Non preoccuparti, non ti metterò in imbarazzo la prossima volta. Non ci scherzerò su. Se ci scherzo, è finita. Le ragazze sarebbero avvertite e si sentirebbero a disagio, nessuna accetterebbe piú di rimanere ultima. Ma dimmi, com'è andata? E le altre volte? Rimedi qualcosa?

In quel primo interrogatorio non approfittò fino in fondo della possibilità di vantarsi. Non mi ero ancora guadagnato la sua complicità, Van Vechten («Jorge», come insisteva che lo chiamassi, soprattutto davanti agli altri) non sapeva ancora fino a che punto io fossi o meno come lui, se davvero lui era come si supponeva che fosse. Si mostrò riluttante a raccontare, a rispondere, rimase sul vago.

- Be', qualche sera sí e qualche sera no. Ma non si comportano male queste amiche tue, che fortuna che avete voi giovani. Considerata l'età che ho, non mi posso lamentare.

- Io ti potrei orientare, consigliare. Non che tu ne abbia bisogno, probabilmente tu sai se ci stanno prima ancora che lo sappiano loro. Ma alcune sono piú zoccole di altre, come in ogni gruppo, in ogni ambiente -. Mai avrei usato quel sostantivo per qualificare la condotta di una donna, ma Muriel mi aveva raccomandato di essere miserabile e sprezzante, per indurre il dottore a esserlo a sua volta, se lo era o poteva esserlo. Aveva tutta l'aria di poterlo essere. Ed è difficile che un uomo non ne sia capace, se vuole. Io ne ero capace, anche se non ero cosí in generale.

Dopo qualche giorno mi vantai con lui di prodezze immaginarie con certe ragazze conosciute di recente, di quelle che si suppone siano piú difficili e facciano piú invidia: una tizia che avevo avvicinato me lo aveva poi succhiato in un angolo buio del Riviera o come si chiamava, una discoteca che aveva delle aree all'aperto e un po' di vegetazione; al Pintor Goya mi ero rimorchiato la figlia di un ministro, molto fica e nota a tutti per entrambi i motivi, per essere figlia di tanto padre e per essere una bomba, me l'ero portata a casa e me l'ero sbattuta due volte. Il lessico era questo o anche peggio. Niente di tutto ciò era vero, però io gliene parlavo come se fosse successo quando lui non era con noi, il dottore non usciva tutte le sere, non poteva tenere il nostro presunto ritmo, piú che altro per via dei suoi doveri, famigliari e lavorativi. Dico «presunto» perché in quel periodo erano molte le sere in cui non andavo da nessuna parte, me ne stavo a casa, o rimanevo fino a tardi in quella di Muriel anche se lui non c'era (ebbero inizio proprio allora le riprese dell'unico film che girò mentre io ero con lui, quello prodotto da Harry Alan Towers, per la cui sceneggiatura io gli avevo dato una mano), impegnato nelle sue meticolose liste di autori o in qualche altra minuzia, tenendo una discreta compagnia a Beatriz e ai suoi figli, ascoltandola suonare il pianoforte, poco, perché non aveva costanza, si stancava subito. Ormai mi era chiaro che gli occasionali incontri tra lei e Van Vechten erano meramente utilitaristici da ambo le parti. Lui, per come lo conoscevo io, non era il tipo da scartare una scopata di tanto in tanto con una donna che doveva avere vent'anni meno di lui, il mondo di quelle che ne avevano trentacinque di meno gli si stava dischiudendo solo allora.

Il dottore morse l'esca. Nonostante l'età, lui non era da meno, tenne a specificare. Aveva tratti di giovanilismo inappropriato, di incorreggibile immaturità.

- Be', a me quella Maru me l'ha succhiato in macchina, sotto casa dei suoi, quando l'ho riaccompagnata l'altra sera. Che te ne pare?

Lanciai un fischio di ammirazione, non solo per dargli corda; ero davvero sorpreso. La sua conquista poteva essere immaginaria quanto le mie, eppure mi parve di no, mi parve reale.

- Veramente? Non me lo sarei aspettato, sinceramente. Come ci sei riuscito? Non che non ti veda all'altezza, ci mancherebbe. Fai molto colpo, con quell'aria da attore americano. Però potresti essere suo padre, se non di piú, e non credo proprio che l'iniziativa sia venuta da lei. Mi ero immaginato che al massimo si fosse lasciata toccare un po' le tettè, o solo guardare senza toccare, dopo un'infinità di insistenze. Ti sembrerà offensivo, scusami, ma cerca di capire, devi averne di potere di persuasione! Come hai fatto? Su, racconta, le hai promesso qualcosa in cambio? Assistenza medica a vita? Ti sei proposto di auscultarla e poi la cosa è andata da sé?

Il tono che usavo era leggero, di scherzo mescolato a stupore. Dalla notte della partita a poker con Celia lo prendevo lievemente in giro, dopo l'interrogatorio cui mi aveva sottoposto. Ma forse adesso avevo esagerato. Mi accorsi che quella mia reazione non gli piaceva, lo mandava in bestia l'idea che lo ritenessi inabile a sedurre per le sue stesse attrattive. Gli occhi gli si raffreddarono e indurirono, scomparve il sorriso rettangolare con cui si era appuntato al petto la sua piccola medaglia, con cui mi aveva fatto la sua rivelazione. Era uno di quegli individui che, dimostrando molti anni in meno di quelli che hanno, finiscono per convincersi di non essere per nulla cambiati dalla loro gioventú. Be', se non sono stupidi lo pensano solo ogni tanto e quando sono soli, ma sanno che non è cosí; e Van Vechten stupido non era. Andava fiero del suo splendido aspetto e ne approfittava, però non era solo un fatuo e non era cieco davanti allo specchio, o forse il suo specchio era una moglie che gli compariva davanti ogni mattina, molto piú deteriorata di lui, a ricordargli la sua vera età. Non la portava quasi da nessuna parte quella sua consorte. Forse le loro vite trascorrevano separate quanto quelle di Muriel e di Beatriz o anche di piú, forse non aspettavano altro che l'arrivo del divorzio. In Spagna non si contavano i coniugi che lo attendevano con impazienza o esasperazione. Per piú di quarant'anni le coppie piú spaventose erano state costrette a sopportarsi. In realtà, erano secoli che si sopportavano, la breve tregua degli anni Trenta non aveva contato molto.

Nel giro di pochi secondi il suo sguardo si ammorbidí e gli tornò il sorriso, l'arma principale del suo fascino. Anzi, rise alle mie battute, non so se forzatamente o no.

- Assistenza medica a vita. Auscultazione. Ma come ti vengono in mente certe cose? Sei spiritoso. Ti sei dimenticato l'esame ginecologico. Avrei potuto proporre una palpazione alla ricerca di cisti, no? Anche se alla loro età nemmeno ci pensano, queste ragazze. Però io non offro niente, te l'ho già detto. Non ho mai pagato, e quello che suggerisci tu, un po' per scherzo e un po' sul serio, sarebbe come pagare. Un prezzo molto basso, d'altronde.

Il sorriso non era cambiato mentre diceva le ultime parole, ma il tono si era fatto lievemente piú serio. Mi affrettai a chiarire, perché non se ne avesse a male:

- Non un po' per scherzo e un po' sul serio, Jorge, completamente per scherzo. Che diamine. E allora? Com'è andata? Cosí, al primo colpo. Mi lasci senza parole, davvero. Tanto di cappello -. E feci il gesto di scoprirmi la testa.

- Non pretenderai che ti riveli i miei metodi, Juan -. Adesso sí che tornava a sorridere senza riserve, la lusinga ci ammansisce e spesso ci condanna e ci perde. Certamente ci spinge a parlare troppo.

- Dammi un indizio, almeno. Cosí imparo da un maestro -. Mi morsi la lingua, stavo esagerando, rischiavo di irritarlo. - Su, non farti pregare. Tutte queste tipe, in fondo, te le ho presentate io.

Esitò. Non era uno stupido, non poteva farmi credere che qualunque cosa fosse successa con Maru, tutto fosse partito da lei, spontaneamente, senza nessuna mossa da parte sua, nessuna supplica, nessun sotterfugio. Maru era un po' una testa matta, una ragazza allegra, capace di piegarsi in due dal ridere perfino per le barzellette fuori moda del dottore. Ma di li a una fellatio al volante, in pieno centro di Madrid, c'era un abisso. Lui si strinse nelle spalle e decise di fare l'enigmatico, ma mi accorsi che moriva dalla voglia di pavoneggiarsi. Non avevo dubbi che alla prossima occasione mi avrebbe rivelato i suoi metodi segreti.

- Non si tratta solo di come si ottiene una cosa, Juan, - disse, e gli venne un tono da maestro, forse non avevo esagerato poi tanto, - ma di ottenerla con il massimo grado di soddisfazione. E nulla dà piú soddisfazione di quando non vogliono, però non possono dire di no. E dopo lo vogliono, te lo assicuro, la maggior parte, una volta che si sono viste costrette a dire di sí. Lo vogliono quando lo hanno provato, ma gli rimane sempre il ricordo, la nozione, il rancore, di non aver potuto fare altrimenti. E magari tu non lo sai, ma è questa la cosa piú bella di tutte: il desiderio nuovo mescolato a un vecchio rancore.

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Cosí ha inizio il male e il peggio resta indietro», questo dice la citazione di Shakespeare che Muriel aveva parafrasato riferendosi al beneficio o alla convenienza, al danno relativamente minore, che si ha quando si rinuncia a sapere quello che non si può sapere, quando ci si sottrae alla corrente di quello che ci viene raccontato nel corso di una vita, che è tanto di piú di quello che viviamo e a cui possiamo assistere, tanto piú che anche questo ci sembra di averlo sentito raccontare, via via che col passare del tempo si allontana e si oscura, o sfuma con il ticchettio dei giorni, o si appanna; via via che le lune vi spargono i loro vapori e gli anni la loro polvere, e allora non è che cominciamo a dubitarne (anche se talvolta, in effetti, può capitare), ma i fatti perdono vividezza e le loro dimensioni rimpiccioliscono. Quello che era importante ora non importa piú o molto poco, e anche quel poco richiede uno sforzo; quello che era cruciale si rivela indifferente, e quello che ci aveva distrutto la vita ci appare come una bambinata, un'esagerazione, una sciocchezza. Come posso averne sofferto cosí tanto o essermi sentito cosí in colpa, come posso aver voluto morire, sia pure retoricamente? Non era il caso di prendersela tanto, ora lo vedo, ora che gli effetti di quanto accadde allora si avviano verso la dispersione e l'oblio e quasi non rimane traccia della persona che ero. Che importanza può avere adesso quel che è accaduto allora, quello che è capitato a me, quello che ho fatto, o ho taciuto o mi sono astenuto dal fare. Che importa che fosse morto un bambino piccolo, sono milioni i bambini morti senza che nessuno battesse ciglio se non i loro genitori, e talvolta neppure tutti e due, il mondo è pieno di madri impassibili che tacciono e sopportano, e forse premono la faccia in lacrime contro il muto guanciale, nella solitudine notturna per non essere viste. Che importa che un giovane sia andato a letto con una di quelle madri in una notte d'insonnia, e che possa averlo saputo una figlia che corse via turbata e scalza cercando di cancellare quella consapevolezza o, al contrario, custodendo quel ricordo, che avrebbe condizionato il suo matrimonio futuro e pertanto la sua esistenza? Che importa che una donna abbia mentito, per quanto male abbia fatto, o forse è stato eccessivo il danno attribuito alla sua menzogna, in fondo queste cose fanno parte del naturale fluire della vita, inconcepibile senza la sua dose di falsità, senza i suoi equilibri tra verità e inganno. Che importa che un uomo retto abbia respinto per anni quella donna e l'abbia insultata, le case di tutte le famiglie risuonano di sgarbi e rifiuti, di mortificazioni e insulti, soprattutto quando la porta si chiude (e ogni tanto a qualcuno capita di rimanerci dentro indebitamente). Che cosa c'è di grave nel fatto che si sia uccisa una di quelle madri, che già aveva camminato sull'orlo del precipizio, tanto che se lo aspettavano tutti coloro che le erano vicini e addirittura lo annunciava il ticchettio del metronomo cui lei stessa dava la carica, che suonasse il pianoforte oppure no. Che importa se un altro uomo, abietto, abbia approfittato del suo potere e della sua scienza e si sia comportato in modo indecente con alcune donne vulnerabili, quasi tutte madri e tutte quante figlie. Cosí come nulla importa ormai se un produttore cinematografico per il quale abbiamo lavorato si sia dato o meno alla tratta delle bianche nell'America di Kennedy, con donne vulnerabili o invulnerabili e impavide. Che senso ha cercare di sventare, evitare, vigilare, punire e perfino venire a saperle, certe cose? La storia è piena di piccoli abusi ed enormi bassezze contro i quali nulla possiamo perché sono legione, a che serve conoscerli? Tutto quello che accade è già accaduto e non si può cambiare, questa la terribile forza dei fatti, o il loro peso che non si solleva piú. Forse conviene dare un'alzata di spalle, annuire e far finta di niente, accettare che questo è l'andazzo del mondo. «Thus bad begins and worse remains behind», è quel che dice Shakespeare nella sua lingua. Solo dopo quell'alzata di spalle, solo dopo che abbiamo annuito, solo allora il peggio resta indietro, perché se non altro è passato. E cosí ha inizio il male, che ancora non è arrivato.

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