Copertina
Autore Jean-Jacques Marie
Titolo Kronštadt 1921
SottotitoloIl Soviet dei marinai contro il governo sovietico
EdizioneUTET Libreria, Torino, 2007 , pag. 346, cop.ril.sov., dim. 16x23,5x3 cm , Isbn 978-88-02-07608-9
OriginaleCronstadt
EdizioneFayard, Paris, 2005
TraduttoreAnna Pia Filotico
LettoreRiccardo Terzi, 2007
Classe storia contemporanea , storia: Europa , paesi: Russia
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice

  3              Prefazione

 11 Capitolo 1   La preistoria di Kronštadt
 22 Capitolo 2   1917: Kronštadt la rossa
 35 Capitolo 3   L'agonia del comunismo di guerra
 40 Capitolo 4   I primi bagliori dell'incendio
 54 Capitolo 5   I primi segni della tempesta
 68 Capitolo 6   Cronaca di una rivolta annunciata
 81 Capitolo 7   Una miscela esplosiva
 97 Capitolo 8   Sulla sponda del Rubicone
107 Capitolo 9   I «privilegi dei commissari»
114 Capitolo 10  Il passaggio del Rubicone
134 Capitolo 11  I primi passi dell'insurrezione
142 Capitolo 12  Gli operai di Pietrogrado e l'insurrezione
149 Capitolo 13  Chi sono gli insorti?
155 Capitolo 14  L'attesa
170 Capitolo 15  Il Comitato Rivoluzionario Provvisorio
175 Capitolo 16  Primo assetto da combattimento
186 Capitolo 17  L'assalto mancato
199 Capitolo 18  Kronštadt e l'emigrazione
204 Capitolo 19  Lenin, Kronštadt e il X Congresso
                 del Partito Comunista
212 Capitolo 20  Una «Terza Rivoluzione?»
217 Capitolo 21  Verso l'assalto finale
230 Capitolo 22  Il Comitato Rivoluzionario in azione
236 Capitolo 23  L'assalto finale
250 Capitolo 24  Le ragioni del fallimento
254 Capitolo 25  La repressione
263 Capitolo 26  Riappropriazione e riorganizzazione
275 Capitolo 27  L'esilio finlandese
280 Capitolo 28  Nuove alleanze
290 Capitolo 29  L'inizio della fine
296 Capitolo 30  Ultimi sussulti
305 Capitolo 31  Finale di partita
315 Capitolo 32  Interpretazioni

325              Note
341              Indice dei nomi

 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 3

Prefazione



Il 10 marzo 1921, 15.000 marinai e soldati si riuniscono, con un freddo glaciale, sulla piazza dell'Ancora a Kronštadt, minuscola isola situata nella parte più profonda del golfo di Finlandia, a una trentina di chilometri da Pietrogrado, alla quale impedisce l'accesso. Fischiano i dirigenti comunisti venuti ad arringarli, poi vietano loro di prendere la parola. Dopo sei ore di discorsi, dibattiti e schiamazzi, votano alla quasi unanimità una risoluzione che condanna la politica del Partito Comunista al potere e denuncia l'ingerenza sui Soviet, dei quali esigono la rielezione immediata, a scrutinio segreto. Č il primo passo di una insurrezione che, secondo la Grande Enciclopedia Sovietica, riunirà 270.000 marinai e si concluderà, diciassette giorni più tardi, in corpo a corpo sanguinosi a colpi di baionette e granate. Quasi 7000 insorti fuggiranno allora precipitosamente i combattimenti e la repressione. Si trascineranno, per ore e ore, affamati, stremati e intirizziti sul mare gelato per raggiungere la vicina Finlandia, dove li attendono tre campi di concentramento, il filo spinato, i pidocchi, la scabbia e la fame.

Questa insurrezione non ha mai cessato di suscitare le interpretazioni più contraddittorie: «Terza Rivoluzione» o «complotto delle Guardie Bianche» monarchiche; «crepuscolo sanguinoso dei Soviet» che inaugura l'era dello stalinismo, o complotto che consegna «Kronštadt al potere dei nemici della rivoluzione»; ammutinamento anticomunista o protesta antiburocratica; rivolta spontanea o sollevazione minuziosamente preparata; sommossa di marinai esasperati dal «comunismo di guerra» e dalle sue requisizioni o ultima operazione dei servizi segreti stranieri; banale rivolta antibolscevica di soldati-contadini o insurrezione di vecchi eroi della rivoluzione mossi all'assalto di quello stesso governo che avevano portato al potere tre anni prima.

In un resoconto romanzato dell'insurrezione, pubblicato nel 1987 a Mosca, Il Capitano Dikstein, lo scrittore Mikhaik Kuraev insiste sul mercimonio del quale è stata oggetto la storta di Kronštadt:

Dei personaggi storici, che si sono issati sul proscenio della rivoluzione e della guerra civile e hanno giocato un certo ruolo negli avvenimenti di Kronštadt, sono improvvisamente scomparsi sotto il ghiaccio, como per miracolo, insieme alle centinaia di soldati dell'armata rossa e degli allievi ufficiali che, in una notte di burrasca, hanno attaccato l'inespugnabile fortezza e l'hanno presa nel corso di un corpo a corpo furioso e cruento.

Kuraev vede nella vicenda uno di quei tragici buchi neri della storia in cui «le città gelano nei bagliori degli incendi, dove i sottocoperta delle corazzate coperte di neve fiammeggiano di disperazione». Eppure, per anni, gli studenti delle scuole sovietiche hanno imparato a memoria una poesia di Eduard Bagritskij, una cui quartina ricordava i suoi vent'anni:

        La giovinezza ci ha trascinati
        In combattimento, sciabola sguainata,
        La giovinezza ci ha gettati
        Sul ghiaccio di Kronštadt.



Ma, di fatto, non potevano neanche sapere bene perché. Nel calendario storico rivoluzionario del 1939 stampato a Mosca, Kronštadt esiste solo attraverso l'insurrezione dei marinai... del 1906 e della sua guardia rossa dell'estate del 1917, poi l'isola scompare dalla storia. Distratti memorialisti si facevano una strana concorrenza nel silenzio.

Eppure era impossibile cancellare completamente quell'insurrezione dalla storia. Lenin la ricorda lungamente e a più riprese, in occasione del X Congresso del Partito Comunista russo del marzo 1921. Un'immagine ufficiale, a uso delle masse, ne fu quindi fabbricata e messa per iscritto nel Sommario di storia del Partito Comunista dell'Unione Sovietica, pubblicato nel 1938, instancabilmente ripubblicato fino alla morte di Stalin, e il cui studio era obbligatorio. Era meglio, comunque, parlarne il meno possibile.

Il dibattito su Kronštadt, eluso accuratamente in Unione Sovietica, si è svolto in Occidente, facendo sempre ricorso agli stessi documenti, agli stessi testi e alle stesse testimonianze, e insistendo sulle stesse interpretazioni (se non addirittura affabulazioni).

Due opere di storici occidentali, l'una americana, Kronštadt 1921 di Paul Avrich, l'altra israeliana, L'epopea di Kronštadt: 1917-1921 di Israel Getzler, hanno segnato una prima nuova stagione in questa storia. Paul Avrich, fondandosi su documenti d'archivio americani, approda a una conclusione apparentemente sorprendente: «Kronštadt presenta una situazione in cui lo storico può simpatizzare con i ribelli, ma ammettere che i bolscevichi non avevano torto nell'affrontarli».

Per Israel Getzler, al contrario, i diciotto giorni della rivolta di Kronštadt hanno rappresentato «l'età dell'oro della democrazia Sovietica» e le misure prese dai bolscevichi dopo la sua repressione costituiscono «la ricetta perfetta della controrivoluzione». Questi due punti di vista opposti si situano sui due versanti della linea di demarcazione tradizionale che tracciavano già Ida Mett, in La comune di Kronštadt, e il sovietico Pukhov, in Kronštadt al potere dei nemici della rivoluzione.

La decisione presa nel 1994 dal presidente russo, Boris Eltsin, di riabilitare ufficialmente i marinai ribelli di Kronštadt ha permesso l'apertura degli archivi russi. Da quel momento, una grande quantità di documenti di e su Kronštadt è stata pubblicata in Russia.

Kuraev affermava nel suo Capitano Dikstein: «L'ammutinamento di Kronštadt attende pazientemente il suo storico». La sua comparsa in Russia non è certo imminente. Un certo Sergej Semanov, autore nel 1973 de La liquidazione della sommossa antisovietica di Kronštadt, ne ha prodotta nel 2003 una versione riveduta sotto il titolo di La rivolta di Kronštadt, segnata dall'ossessione per il complotto giudeo-massonico mondiale.

Ieri, Semanov stigmatizzava la rivolta come «una sommossa di zampe di elefante [ribelli] dicharate [...], preparata ideologicamente da quanto restava dei menscevichi, dei socialisti-rivoluzionari (SR), degli anarchici e altri partiti piccolo borghesi che condussero il loro ultimo combattimento pubblico contro il giovane Stato sovietico». Oggi lo stesso Semanov denuncia «il Governo provvisorio massonico» di Kerenskij accusato di avere «tragicamente sostituito la croce ortodossa con il pentacolo massonico a cinque punte, grondante di sangue»; stigmatizza «Trotskij, Zinov'ev e la loro Ceka ebraica», i «maniaci rivoluzionari», gli «oscuri avventurieri» che circondano Trotskij, e «l'Internazionale comunista cosmopolita», tutti accaniti a gettare i contadini-soldati russi in un massacro fratricida.

Gli archivi non potrebbero da soli rispondere alle domande con cui si apre questa prefazione. A volte, la relazione tra gli avvenimenti è talmente diversa da un documento all'altro che i loro autori sembrano non parlare degli stessi fatti. Ma sono proprio queste relazioni che permettono di determinare gli eventi in funzione delle sole dichiarazioni ideologiche spesso ingannevoli, o delle musichette della propaganda. Trotskij afferma, in La loro morale e la nostra, nel 1938: «Una guerra senza menzogne è altrettanto inconcepibile d'un meccanismo non lubrificato». Questa verità vale ancor più per la guerra civile che per la guerra fra Stati. Ogni campo utilizza, infatti, la propaganda per confortare i suoi partigiani, demoralizzare l'avversario e guadagnare dalla sua la popolazione o gli strati indecisi. La parte di verità che essa contiene è subordinata a questo obiettivo vitale.

Trotskij si meravigliava, nel 1938, dell'importanza concessa all'insurrezione di Kronštadt, ai suoi occhi semplice rivolta fra le altre: «Durante gli anni della rivoluzione noi abbiamo avuto parecchi scontri con i Cosacchi, i contadini e anche con alcuni gruppi di operai (per esempio, degli operai degli Urali organizzarono un reggimento di volontari nell'esercito di Kolcak)»; l'armata bianca, nella primavera del 1919, controllava quasi tutta la Siberia prima di disgregarsi sull'ondata delle insurrezioni contadine. Aggiunge:

Kronštadt si distingue da tutta una serie di altri movimenti solo per un'apparenza esteriore più impressionante. Si nana di una fortezza militare nelle immediate vicinanze di Pietrogrado [...]. Degli SR e degli anarchici che si affrettarono a sbarcare in Portogallo arricchirono questa rivolta di «belle» frasi e «bei» gesti. Tutto questo lavoro lasciò delle tracce sulla carta.

Questo basta a spiegare quello che Trotskii chiama «la leggenda di Kronštadt»?

Non era questo l'avviso di Lenin, che nel suo rapporto al X Congresso del Partito Comunista tenuto in piena insurrezione, secondo le sue stesse parole, aveva «ricondotto tutto alle lezioni di Kronštadt, tutto, dall'inizio alla fine». Un po' più tardi, dichiara: «Gli avvenimenti di Kronštadt sono stati come un lampo che ha illuminato la realtà nel modo più lampante». Kronštadt è dunque, ai suoi occhi, molto più di un sussulto di guerra civile fra gli altri.

Kronštadt appartiene anche al presente. La decisione presa da Boris Eltsin nel 1994 di riabilitare gli ammutinati, in una fase di smembramento distruttivo della proprietà dello Stato a vantaggio della nomenklatura mafiosa, vi proietta l'insurrezione del 1921. Agli occhi della commissione governativa da lui costituita, in effetti, lo stalinismo è in germe in quella repressione: «Già a Kronštadt sono stati messi alla prova i procedimenti e i metodi di repressione largamente applicati dal potere bolscevico nell'attuazione della repressione di massa nel corso dei decenni seguenti». Così, la rivoluzione russa, vale a dire la sostituzione della proprietà privata dei mezzi di produzione con la proprietà dello Stato o collettiva, sboccherebbe, sin dalla nascita o quasi, sul partito unico, la repressione, la prigione, i campi. Il Gulag sarebbe il figlio legittimo dell'ottobre 1917.

L'insurrezione di Kronštadt oltrepassa in effetti il quadro di una effimera sollevazione repressa dopo diciassette giorni: la maggior parte dei marinai è costituita da contadini i cui genitori, fratelli, sorelle, mogli, molto spesso sono contadini anch'essi. Il malcontento dei marinai, direttamente provocato dal degrado della loro situazione, si nutre della collera e della protesta delle loro famiglie al villaggio, sempre più ostili alla requisizione quasi totale della loro produzione da parte dello Stato sovietico e dei suoi agenti. La loro rivolta si inscrive nel solco tracciato dall'esercito contadino anarchizzante di Nestor Makhno in Ucraina, schiacciato dall'armata rossa nel novembre-dicembre 1920, e ancor più in quella delle grandi rivolte contadine di Tambov e Tjumen che scoppiano nell'autunno del 1920 e mobilitano, da sole, su più di un milione di chilometri quadrati, un centinaio di migliaio di contadini armati di falci, picche, asce, fucili, mitragliatrici e cannoni. Insurrezioni contadine di minore portata scoppiano anche durante l'inverno 1920-1921 nella regione di Voroneje a sud-est di Mosca, nella regione del medio Volga, nella regione del Don e nel Kuban' nel sud della Russia. I loro moventi, le loro rivendicazioni, le loro parole d'ordine sono assai prossimi, se non identici. L'insurrezione di Kronštadt li corona e li completa, ma ha una portata maggiore. Costituisce una vera e propria svolta nella storia della Russia sovietica. Lenin ne trarrà infatti tre conclusioni e tre decisioni che avranno un peso decisivo sugli avvenimenti futuri.

La prima è il radicale cambiamento nella politica economica promulgato dal X Congresso del Partito Comunista russo. Si tratta della Nuova Politica Economica (NEP), che dà ai contadini facoltà di commercializzare quanto resta del loro raccolto, dopo aver pagato una «imposta in natura» il cui ammontare e fissato in anticipo; essa autorizza finalmente l'impresa privata al di sotto di una certa soglia di personale salariato. Kronštadt cristallizza e precipita una decisione già in germe e senza la quale il regime sarebbe probabilmente crollato.

Ma questo indispensabile cambiamento di politica economica costituisce d'altra parte una minaccia per il regime: stabilendo anche solo in parte, delle relazioni di mercato di tipo capitalistico apre un terreno di attività a forze sociali che gli sono ostili. Anche imbrigliate da disposizioni legislative di tipo restrittivo, le forze sociali liberate da questa trasformazione cercheranno infatti inevitabilmente di darsi un'espressione politica, che possono trovare nei partiti di opposizione (gli anarchici, i menscevichi, i socialisti-rivoluzionari di sinistra o di destra, o anche nei socialisti-rivoluzionari detti Cadetti). A parte il caso di questi ultimi (vietati già dal novembre 1917 a causa della loro alleanza con la nascente Armata Bianca), Lenin vieterà definitivamente nel 1922 tutti quei partiti che conducono un'esistenza vegetativa semilegale e semiclandestina ma che potrebbero, in situazioni come questa, ricostituire assai rapidamente le loro forze.

Private di questa possibilità, queste forze sociali, nutrite dalla proprietà privata e il libero commercio, possono tentare di esprimersi anche all'interno del Partito Comunista. Sola forza politica legale, concentra necessariamente, anche se in forma a volte snaturata, multiple pressioni sociali, rafforzate dall'adesione massiccia di membri degli altri partiti, in alcuni casi addirittura di ex avversari, desiderosi di guadagnare il campo dei vincitori. Così nell'ottobre 1920 Ivan Maďskij, escluso due anni prima dal Comitato Centrale del partito menscevico per la sua appartenenza al governo bianco di Omsk, vi aveva aderito con molto clamore: i Maďskij si contano a migliaia. Lenin ha già fatto procedere l'anno precedente a una prima epurazione del partito per cacciarvene certuni. Dato che la NEP rafforzava ai suoi occhi questa necessità, la direzione utilizzerà presto tali epurazioni per eliminare gli oppositori politici, e non più soltanto elementi sociali giudicati ostili o di dubbia affidabilità.

Lenin ne conclude infine che bisogna «assicurare la coesione del partito, vietare l'opposizione». Fa quindi potare al Congresso, a porte chiuse, una risoluzione «sull'unità del partito», che ha fra le cause anche la rivolta di Kronštadt: «La sommossa di Kronštadt è stata forse l'esempio più lampante del modo in cui i nemici del proletariato sfruttano ogni deviazione dalla linea comunista rigorosamente conseguente». La risoluzione decide lo scioglimento di tutte le frazioni costituite nel partito, sotto pena di esclusione immediata. Il punto 7°, che non fu all'epoca pubblicato, conferisce al Comitato Centrale pieno potere per «ottenere una severa disciplina in seno al partito e in tutta l'attività dei Soviet e per raggiungere la massima unità eliminando qualsiasi frazionismo».

Lenin presenta tale misura come «provvisoria», ed è questa la ragione per la quale non la rende pubblica. Essa deve applicarsi fino a quando la rivoluzione non trionfi in Europa, interrompendo l'isolamento dell'Unione Sovietica, e dunque finché duri la NEP: «Finché non ci sarà la rivoluzione negli altri paesi, dovremo impiegare decenni per uscirne», dice allora. Č quello che accadrà. Quando l'opposizione di sinistra si ribellerà contro l'apparato nell'autunno del 1923, Stalin e i suoi alleati decideranno, il 17 gennaio 1924, di pubblicare il 7° punto; da quel momento qualsiasi opposizione, addirittura qualsiasi critica, sarà assimilata alla ricostituzione di una frazione vietata dal X Congresso e immediatamente sanzionata. Č questa la ragione per cui alcuni storici fanno frettolosamente del X Congresso il punto di partenza della burocratizzazione staliniana.

Lo svolgimento dell'insurrezione di Kronštadt, il racconto dei suoi momenti decisivi, dei furiosi combattimenti sul mare di ghiaccio intorno all'isola, nell'isola e nei forti che la circondano, l'immagine della repressione che ha seguito l'annientamento, la rievocazione del destino dei suoi dirigenti non potrebbero essere dissociati da una riflessione sull'origine, le cause, gli impulsi, gli obiettivi reali, gli alleati e le ragioni del fallimento.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 22

Capitolo 2
1917: Kronštadt la rossa



Il 23 febbraio 1917, degli operai del settore tessile del quartiere di Vyborg nella zona nord di Pietrogrado scendono in strada e manifestano gridando «pane!». Č l'inizio di una rivoluzione che sorprende tutti e fa cadere in cinque giorni la monarchia. Il regime crolla, abbandonato da tutti. L'odio che anima possidenti e ufficiali contro contadini, soldati, marinai e operai non è tuttavia spento, al contrario. Il deputato monarchico Culghin lo manifesta brutalmente quando descrive «la folla ignobile [...], questa vile plebaglia [...]; queste fogne umane che si riversano» nell'aula della Duma il 27 febbraio e

la loro espressione, ignobile, di bestie abbrutite, o quella, non meno ignobile, di piccoli demoni odiosi [...]. Mitragliatrici, ecco quello che ci voleva. Sapevo che solo questo linguaggio era compreso dalla strada, che solo il piombo poteva fare rientrare nella sua tana la bestia terribile che ne era fuggita [...]. Mitragliatrici, dateci delle mitragliatrici...

Non appena viene a sapere dei disordini che turbano Pietrogrado, l'ammiraglio Viren cerca di isolare Kronštadt. Vi vieta la stampa della capitale e ogni tipo di assembramento e di riunione. Il 28 febbraio fa installare delle mitragliatrici nella cattedrale che domina la grande piazza dell'Ancora, nella quale deve arringare i marinai il giorno seguente. Ma la sera del 28 febbraio una delegazione di operai di Pietrogrado sbarca sull'isola e riunisce l'unità di formazione dei siluranti e sminatori. Questi ultimi rifiutano di intonare l'inno «Dio salvi lo zar!» che un sottoufficiale li invita inutilmente a cantare. Un soldato esclama: «l'inno di oggi è "Abbasso l'autocrazia! Viva la rivoluzione"». Č il segnale della rivolta. Un gruppo di marinai fa irruzione nella villa di Viren, lo arresta, lo trascina sulla piazza dell'Ancora e lo fucila, assieme al generalmaggiore Stronskij, che ha fatto fucilare 17 marinai ammutinati il 5 settembre 1906. Quando una trentina di ufficiali si unisce a loro, gli insorti giustiziano in totale 51 fra ufficiali e ufficiali superiori, gettano in prigione quasi 240 ufficiali, guardiamarina e sottoufficiali e altrettanti poliziotti, gendarmi e delatori rinchiusi nelle celle senza aria né luce nelle quali dei marinai in passato erano rimasti a marcire per mesi.

In una sola notte i marinai liquidano l'intera struttura del comando. Il 5 marzo si costituisce un consiglio (Soviet) di delegati operai dell'isola, presieduto da Anatolij Lamanov, ex studente di tecnologia delegato dei laboratori chimici del porto, giovane ventottenne «dai capelli lunghi, gli occhi sognatori e lo sguardo perduto di un idealista». Il 7 marzo si forma un Soviet di delegati di soldati, solo vero potere nell'isola. Il Comitato esecutivo comune ai due Soviet, formato il 10 marzo, comprende 36 marinai e soldati, e 18 operai e impiegati.

Il Governo provvisorio, costituito il 2 marzo a Pietrogrado sotto la direzione del principe Lvov, grande proprietario terriero, comprende soprattutto dei monarchici, detti liberali, il cui dirigente principale è Pavel Miliukov, capo del partito costituzionale democratico (detto KD, in italiano Cadetto, dalle sue iniziali). Č sostenuto dai dirigenti menscevichi e SR del Soviet di Pietrogrado, costituito il 27 febbraio. Il Soviet della capitale agisce in nome di tutti quelli che si formano in quel momento ovunque nelle città, le campagne e le trincee. A Kronštadt il Governo provvisorio può contare quasi solo sulla Duma (il Consiglio municipale) presieduta dal professore di storia Ivan Oresin, presidente del sindacato degli insegnanti, membro del Soviet, uno dei futuri dirigenti dell'insurrezione del 1921. La Duma, che si fonda su piccoli commercianti, funzionari e insegnanti, pesa poco rispetto al Soviet.

Il Governo provvisorio delega a Kronštadt il 3 marzo un commissario, il Cadetto Victor Pepeljarev, deputato della Duma imperiale della quale il Soviet rifiuta di riconoscere l'autorità. Questi sfida così già il Governo provvisorio, sostenuto allora da tutti i partiti, compresi i bolscevichi, fino all'arrivo di Lenin a Pietrogrado il 4 aprile. Č il primo dei numerosi atti di insubordinazione che conferiranno a Kronštadt e al suo Soviet un ruolo a parte nei mesi in cui matura la seconda rivoluzione. Così, quando il Governo provvisorio chiede, il 12 marzo, un giuramento di lealtà alla guarnigione, il Soviet dei soldati replica: «Non spetta al popolo prestare giuramento al governo, ma piuttosto al governo prestare giuramento al popolo».

| << |  <  |