Copertina
Autore Giuseppe Carlo Marino
Titolo Biografia del sessantotto
SottotitoloUtopie, conquiste, sbandamenti
EdizioneBompiani, Milano, 2004, Tascabili saggi 295 , pag. 516, cop.fle., dim. 125x190x35 mm , Isbn 88-452-3258-1
Prefazione diNicola Tranfaglia
LettoreRiccardo Terzi, 2005
Classe storia contemporanea d'Italia , politica , universita' , storia sociale
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Indice

Prefazione di Nicola Tranfaglia                    V
Nota introduttiva                                 XI

I "FIGLI DELLA GUERRA" E
I TEMPI DELL'AMBIGUA DEMOCRAZIA

Quale democrazia? E come?                          3
Scudo crociato e falce e martello                 20
La modernità tra movimento operaio e capitalismo  28
Una difficile iniziazione alla politica           37
Una gioventù in bilico tra continuità e rottura   47
La trasgressiva e ritmica beat generation         60
Verso un impegno politico conflittuale            70
Il violento engagement dei neofascisti            80
Le origini dei movimenti di base                  88

LA RIVOLUZIONE IN ATTESA E
L'ATTESA DELLA RIVOLUZIONE

Dagli anni bui agli anni solari                   97
Gli integrati e l'impegno per la democrazia      102
La formazione delle correnti "apocalittiche"     112
La tempesta del signor Tambroni                  120
Vincitori e vinti di fronte al centro-sinistra   132

IDEE E PASSIONI DELL'ESTREMISMO DI SINISTRA

Contro l'abominevole                             141
L'aggregazione riformista e i suoi avversari     145
Nuova società e neocomunismo                     155
Nascono i gruppettari                            169
Creatività, femminismo e liberazione sessuale    177
La Cina e i "marziani" d'Occidente               184

IDEE E PASSIONI DELL'ESTREMISMO DI DESTRA

Nero profondo                                    203
All'armi siam fascisti!                          206
Boia chi molla! L'antimodernità come progetto    213
Ripartire da Hitler o da Salò                    220
Il "tira e molla" del Msi                        230

E FECERO IL SESSANTOTTO

Un colpo di rasoio alla storia?                  239
La koinè rivoluzionaria                          248
Alle origini della grande contestazione          262
L'utopia in azione                               273
Mito del futuro e riti di lotta                  283
Principi, forme e fini della contestazione
    globale                                      291
"Guardie rosse" contro "baroni"                  300
Fascisti contro "guardie rosse"                  309
Il Pci tra "Il Manifesto" e Potere operaio       324
Per un sommario bilancio critico                 343

IL LUNGO SESSANTOTTO

Le due durate                                    351
Studenti e operai                                356
Il Movimento studentesco tra Potere operaio
    e Lotta continua                             368
Gli schemi ideologici degli "opposti estremismi" 379
Il Pci tra affanno e rimonta                     385
La tollerata violenza della destra               395
La lotta al potere e i fondamentalisti cattolici 407
L'espropriazione del Sessantotto                 413
Il tempo delle Erinni                            420
Antirepressione e guerriglia,
    Calabresi e Saltarelli                       431
Premesse per una conclusione                     456

EPILOGO. DAL SESSANTOTTO ALLA CRISI DELLA STORIA

Il blocco dell'anima                             465
Due teoremi                                      470
Come gli etruschi                                478
Post Scriptum                                    482
Nota bibliografica                               484
Indice dei nomi                                  491

 

 

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Pagina 239

Un colpo di rasoio alla storia?



Il Sessantotto cominciò molto prima del 1968 e si concluse molto dopo, anche se quell'anno – come, del resto, era già accaduto nel secolo precedente per il 1848 – ha assunto da tempo un valore quasi canonico per la storiografia, ai fini della periodizzazione degli eventi del XX secolo. Sia gli storici che la comune opinione sono soliti rappresentarselo come la data di un netto processo di rottura tra il prima e il dopo.

Di esso e dei suoi postumi fu incontrastata protagonista la generazione politica costituita dai figli del dopoguerra, che abbiamo già visto all'opera fin dalla prima metà del decennio. Una generazione che fruiva ancora degli apporti di numerosi elementi di quella immediatamente precedente (i figli della guerra) e delle nuove leve emergenti dei figli del miracolo economico. Di fatto, le varie componenti generazionali si fusero in un'unica aggregazione giovanile, dotata di comune sensibilità e alimentata da comuni ideali, che andò incontro a una lunga stagione, durata quasi per l'intero secolo e destinata, per varie vie individuali o collettive, a incidere in profondità sulla trasformazione culturale e sociale del Paese.

I protagonisti di tale lunga stagione avrebbero in genere condiviso la sorte di essere riassorbiti da un'avvilente normalità, tutt'altro che corrispondente ai loro progetti originari o, per meglio dire, ai loro sogni giovanili. Condannati a non avere veri e propri successori politici, spesso avrebbero finito con l'essere ingenerosi con se stessi, lasciandosi sopraffare da sensazioni di fallimento e di impotenza; sensazioni, come vedremo, eccessive e non propriamente fondate. Alcuni si sarebbero avvitati su se stessi in uno strano pudore e si sarebbero chiusi nel silenzio, per motivi che avremo modo di approfondire nell'epilogo di questo libro; altri avrebbero tentato di forzare la sorte con avventure estreme e scriteriate.

L'analisi dei fatti farà emergere i motivi oggettivi che furono all'origine della sfortuna finale di quell'esperienza, pur segnata fin dai suoi esordi, e per lungo tempo, da vibranti entusiasmi e da passioni travolgenti: un'esperienza per molti versi eccezionale e irripetibile, che si svolse in un orizzonte nazionale che si integrò con il mondo intero, nel quale si mossero, sotto la spinta di una generosa utopia, numerosi soggetti collettivi e singoli individui tra loro diversificati nella ricerca degli strumenti per realizzare i propri ideali, impegnati in uno sforzo di emulazione reciproca e normalmente discordi e litigiosi, ma in un comune alveo di protesta, di rivolta e di lotta contro la realtà di un tempo avvertito come avverso, ingiusto e mediocre.

Passo dopo passo, entreremo nella storia vitalissima e drammatica di questi giovani di cui, per quanto riguarda lo specifico scenario italiano, già conosciamo le premesse. La scelta di concentrare l'attenzione prevalentemente su uno spazio nazionale non deve far mai dimenticare l'orizzonte mondiale del processo. Solo in tale orizzonte, infatti, gli eventi di casa nostra possono trovare adeguate spiegazioni, giacché il Sessantotto, nel suo complesso, realizzò quella che potrebbe dirsi una prima esperienza di globalizzazione culturale della gioventù nell'Occidente capitalistico; e non solo in esso, se si pensa allo slancio drammatico e sfortunato della Primavera di Praga nell'Est comunista.

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Pagina 248

La koinè rivoluzionaria



Quale fu il collante delle diversità? Che cosa le rese compatibili, favorendo sinergie spontanee? Si è già accennato all'importanza unificante della comune vocazione antimperialistica, interpretabile come aspetto pubblico e politico dell'avversione dei giovani verso l'autoritarismo privato esercitato da padri e maestri, e delle donne verso quello esercitato dai maschi in genere. Al di là degli specifici numi venerati dai singoli gruppi, l'antimperialismo aveva le sue bandiere, i suoi ritratti da portare in processione e i suoi nomi-simbolo, al di sopra delle parti, da gridare nelle piazze: Fidel Castro, il Che, Ho Chi Minh, Mao Tse-tung, e un nome che indicava il comune Paese dell'anima: Vietnam.

Che cosa significasse il Vietnam nell'immaginario dei sessantottini, l'avrebbe ben spiegato un documento studentesco: "Il Vietnam è importante perché è la dimostrazione pratica di come l'organizzazione politica e umana possa sconfiggere qualunque tipo di apparato tecnologico".

L'intera sinistra giovanile era convinta che il Vietnam fosse il banco di prova della capacità dell'utopia di battere in tutti i suoi aspetti – e non soltanto sul terreno dello scontro con l'imperialismo – il cinico realismo del sistema capitalistico. Con le mani e con il cuore, con l'intelligenza politica di un popolo contadino eroicamente in guerra contro il più moderno e potente esercito del mondo; con la stessa travolgente energia di cui stavano dando prova in Cina le guardie rosse della rivoluzione culturale, usando armi insolite per la loro offensiva antiburocratica (la provocazione creativa, l'ironia, e infine – così si credeva, eludendo le domande sulle crudeltà connaturate a quegli eventi – lo strumento punitivo della gogna, per mettere fuori gioco, insieme ai controrivoluzionari, tutti gli attuali e potenziali corrotti e i corruttori).

Temi, questi, ai quali si è già accennato esaminando il repertorio ideale del terzomondismo, e dei quali è da evidenziare adesso il particolare ruolo ideologico generale che avrebbero sempre più nettamente svolto nella cultura giovanile, quali fattori regolativi della koinè rivoluzionaria. Temi assai suggestivi ed efficaci per assicurare un fondamento ecumenico all'utopia di un mondo migliore nascente dalla catastrofe del capitalismo, unificando la propaganda e il linguaggio dei gruppi al di sopra delle loro specifiche diversità. La comune passione militante per Ho Chi Minh metteva immediatamente d'accordo le correnti pacifiste e non violente (sia laiche che "evangeliche") con quelle marxiste e specificamente maoiste, favorevoli allo scontro, inevitabilmente armato, con la "tigre di carta" dell'imperialismo. Oltretutto nel Vietnam era già in corso da tempo un sottile confronto, una competizione, tra Urss e Cina, e tra entrambe e i partiti comunisti, sulla questione della coesistenza pacifica e sul ruolo rivoluzionario del Terzo mondo.

[...]

L'andamento unitario delle manifestazioni antimperialiste, con quel particolare tipo di intellettualità progressista e umanitaria a tutto campo, si sarebbe confermato e addirittura rafforzato per molto tempo dopo il 1967. In quell'anno, in particolare, l'emozione raggiunse il diapason in seguito all'assassinio del Che, in Bolivia. Ma sarebbero emersi dallo scenario mondiale della guerra fredda altri eventi e processi capaci di produrre analoghe emozioni. Sempre nel 1967 erano cominciate le manifestazioni contro lo scià di Persia, Reza Pahlavi, e la moglie Farah Diba, indicati come mostri simbolici del consumismo capitalistico e del vassallaggio ai poteri imperialistici mondiali. Nel settembre-ottobre del medesimo anno si estesero da Milano in numerose aree e città del Paese le proteste contro la Bolivia, proseguite nell'anno successivo con quelle per l'arresto e la condanna del giornalista francese Roger Debray. Poi sarebbe stata la volta della "solidarietà militante con gli studenti messicani", gli oltre cento giovani massacrati dalla polizia in apertura dei giochi olimpici, nella tremenda giornata di sangue della piazza delle Tre Culture di città del Messico conclusasi con la morte di circa cinquecento persone, poi cremate in una caserma:

Il perché della morte degli studenti messicani uccisi, feriti ed arrestati è il perché dei 400.000 vietnamiti sterminati dal napalm. È il perché della morte di Che Guevara, di Camillo Torres, è il perché dei milioni di morti per fame, malattie, miseria ed indigenza in Asia, Africa e Medio Oriente. È la logica dell'imperialismo, dello sfruttamento, del capitalismo.

Il sangue degli studenti messicani è lo stesso dei minatori cileni, degli indios boliviani, dei vietcong, il sangue degli studenti francesi, statunitensi, italiani, scientificamente eliminati nella speranza di far tacere le loro istanze di libertà, uguaglianza, democrazia, il sangue degli operai che vengono stritolati nelle officine dalle macchine, dei lavoratori delle campagne dimenticati dallo sviluppo tecnologico.

La sopravvivenza dell'imperialismo è garantita solo dalla brutalità che esso esercita quotidianamente sulle classi e sui popoli oppressi, sia che si presenti sotto la forma dello sfruttamento salariale sia che intervenga armato. La legge di questa logica è l'eliminazione fisica di chi si oppone. In quanto sfruttati, violentati nelle coscienze, castrati nelle facoltà creative e impossibilitati nell'esercizio della libertà e dell'autodecisione, per tutto questo noi diciamo che il massacro degli studenti messicani, dei vietnamiti, dei guerriglieri e delle popolazioni asiatiche e latino-americane è un massacro che coinvolge tutti noi.

Dopo i fatti messicani, negli anni a venire ci sarebbe stato da trepidare e da protestare per gli esiti assai infelici della Primavera di Praga, per la Cambogia invasa dagli americani, per l'Africa asservita agli interessi neocolonialistici, per il gollismo in Francia e per l'Algeria ancora insidiata dai resti dell'Oas; poi per la Grecia che si era fascistizzata con il regime dei colonnelli e, più in là, per il Cile caduto sotto la dittatura militare del generale Pinochet. Faceva parte del repertorio delle trepidazioni l'attenzione costante per il dramma del popolo palestinese. Per lungo tempo, ogni movenza dell'allarme o della protesta, per vari canali interpretativi, sarebbe sempre stata ricondotta sia ai pericoli di colpi di stato in Italia e alle croci quotidiane della classe operaia, sia alla complessa dimensione simbolica (tragedia e speranza, oppressione e liberazione) del caso vietnamita.

Nell'insieme, a partire dal biennio 1967-1968, la fusione emozionale nell'antimperialismo prese forma in una vera e propria cultura giovanile che d'ora innanzi chiameremo "cultura sessantottina". Quella cultura, in definitiva, parlava una sola lingua, con la sua logica, la sua sintassi. Per questo motivo

[...]

 


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