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| << | < | > | >> |Indice
Prefazione di Nicola Tranfaglia V
Nota introduttiva XI
I "FIGLI DELLA GUERRA" E
I TEMPI DELL'AMBIGUA DEMOCRAZIA
Quale democrazia? E come? 3
Scudo crociato e falce e martello 20
La modernità tra movimento operaio e capitalismo 28
Una difficile iniziazione alla politica 37
Una gioventù in bilico tra continuità e rottura 47
La trasgressiva e ritmica beat generation 60
Verso un impegno politico conflittuale 70
Il violento engagement dei neofascisti 80
Le origini dei movimenti di base 88
LA RIVOLUZIONE IN ATTESA E
L'ATTESA DELLA RIVOLUZIONE
Dagli anni bui agli anni solari 97
Gli integrati e l'impegno per la democrazia 102
La formazione delle correnti "apocalittiche" 112
La tempesta del signor Tambroni 120
Vincitori e vinti di fronte al centro-sinistra 132
IDEE E PASSIONI DELL'ESTREMISMO DI SINISTRA
Contro l'abominevole 141
L'aggregazione riformista e i suoi avversari 145
Nuova società e neocomunismo 155
Nascono i gruppettari 169
Creatività, femminismo e liberazione sessuale 177
La Cina e i "marziani" d'Occidente 184
IDEE E PASSIONI DELL'ESTREMISMO DI DESTRA
Nero profondo 203
All'armi siam fascisti! 206
Boia chi molla! L'antimodernità come progetto 213
Ripartire da Hitler o da Salò 220
Il "tira e molla" del Msi 230
E FECERO IL SESSANTOTTO
Un colpo di rasoio alla storia? 239
La koinè rivoluzionaria 248
Alle origini della grande contestazione 262
L'utopia in azione 273
Mito del futuro e riti di lotta 283
Principi, forme e fini della contestazione
globale 291
"Guardie rosse" contro "baroni" 300
Fascisti contro "guardie rosse" 309
Il Pci tra "Il Manifesto" e Potere operaio 324
Per un sommario bilancio critico 343
IL LUNGO SESSANTOTTO
Le due durate 351
Studenti e operai 356
Il Movimento studentesco tra Potere operaio
e Lotta continua 368
Gli schemi ideologici degli "opposti estremismi" 379
Il Pci tra affanno e rimonta 385
La tollerata violenza della destra 395
La lotta al potere e i fondamentalisti cattolici 407
L'espropriazione del Sessantotto 413
Il tempo delle Erinni 420
Antirepressione e guerriglia,
Calabresi e Saltarelli 431
Premesse per una conclusione 456
EPILOGO. DAL SESSANTOTTO ALLA CRISI DELLA STORIA
Il blocco dell'anima 465
Due teoremi 470
Come gli etruschi 478
Post Scriptum 482
Nota bibliografica 484
Indice dei nomi 491
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| << | < | > | >> |Pagina 239Il Sessantotto cominciò molto prima del 1968 e si concluse molto dopo, anche se quell'anno – come, del resto, era già accaduto nel secolo precedente per il 1848 – ha assunto da tempo un valore quasi canonico per la storiografia, ai fini della periodizzazione degli eventi del XX secolo. Sia gli storici che la comune opinione sono soliti rappresentarselo come la data di un netto processo di rottura tra il prima e il dopo. Di esso e dei suoi postumi fu incontrastata protagonista la generazione politica costituita dai figli del dopoguerra, che abbiamo già visto all'opera fin dalla prima metà del decennio. Una generazione che fruiva ancora degli apporti di numerosi elementi di quella immediatamente precedente (i figli della guerra) e delle nuove leve emergenti dei figli del miracolo economico. Di fatto, le varie componenti generazionali si fusero in un'unica aggregazione giovanile, dotata di comune sensibilità e alimentata da comuni ideali, che andò incontro a una lunga stagione, durata quasi per l'intero secolo e destinata, per varie vie individuali o collettive, a incidere in profondità sulla trasformazione culturale e sociale del Paese. I protagonisti di tale lunga stagione avrebbero in genere condiviso la sorte di essere riassorbiti da un'avvilente normalità, tutt'altro che corrispondente ai loro progetti originari o, per meglio dire, ai loro sogni giovanili. Condannati a non avere veri e propri successori politici, spesso avrebbero finito con l'essere ingenerosi con se stessi, lasciandosi sopraffare da sensazioni di fallimento e di impotenza; sensazioni, come vedremo, eccessive e non propriamente fondate. Alcuni si sarebbero avvitati su se stessi in uno strano pudore e si sarebbero chiusi nel silenzio, per motivi che avremo modo di approfondire nell'epilogo di questo libro; altri avrebbero tentato di forzare la sorte con avventure estreme e scriteriate. L'analisi dei fatti farà emergere i motivi oggettivi che furono all'origine della sfortuna finale di quell'esperienza, pur segnata fin dai suoi esordi, e per lungo tempo, da vibranti entusiasmi e da passioni travolgenti: un'esperienza per molti versi eccezionale e irripetibile, che si svolse in un orizzonte nazionale che si integrò con il mondo intero, nel quale si mossero, sotto la spinta di una generosa utopia, numerosi soggetti collettivi e singoli individui tra loro diversificati nella ricerca degli strumenti per realizzare i propri ideali, impegnati in uno sforzo di emulazione reciproca e normalmente discordi e litigiosi, ma in un comune alveo di protesta, di rivolta e di lotta contro la realtà di un tempo avvertito come avverso, ingiusto e mediocre. Passo dopo passo, entreremo nella storia vitalissima e drammatica di questi giovani di cui, per quanto riguarda lo specifico scenario italiano, già conosciamo le premesse. La scelta di concentrare l'attenzione prevalentemente su uno spazio nazionale non deve far mai dimenticare l'orizzonte mondiale del processo. Solo in tale orizzonte, infatti, gli eventi di casa nostra possono trovare adeguate spiegazioni, giacché il Sessantotto, nel suo complesso, realizzò quella che potrebbe dirsi una prima esperienza di globalizzazione culturale della gioventù nell'Occidente capitalistico; e non solo in esso, se si pensa allo slancio drammatico e sfortunato della Primavera di Praga nell'Est comunista. | << | < | > | >> |Pagina 248Quale fu il collante delle diversità? Che cosa le rese compatibili, favorendo sinergie spontanee? Si è già accennato all'importanza unificante della comune vocazione antimperialistica, interpretabile come aspetto pubblico e politico dell'avversione dei giovani verso l'autoritarismo privato esercitato da padri e maestri, e delle donne verso quello esercitato dai maschi in genere. Al di là degli specifici numi venerati dai singoli gruppi, l'antimperialismo aveva le sue bandiere, i suoi ritratti da portare in processione e i suoi nomi-simbolo, al di sopra delle parti, da gridare nelle piazze: Fidel Castro, il Che, Ho Chi Minh, Mao Tse-tung, e un nome che indicava il comune Paese dell'anima: Vietnam. Che cosa significasse il Vietnam nell'immaginario dei sessantottini, l'avrebbe ben spiegato un documento studentesco: "Il Vietnam è importante perché è la dimostrazione pratica di come l'organizzazione politica e umana possa sconfiggere qualunque tipo di apparato tecnologico". L'intera sinistra giovanile era convinta che il Vietnam fosse il banco di prova della capacità dell'utopia di battere in tutti i suoi aspetti – e non soltanto sul terreno dello scontro con l'imperialismo – il cinico realismo del sistema capitalistico. Con le mani e con il cuore, con l'intelligenza politica di un popolo contadino eroicamente in guerra contro il più moderno e potente esercito del mondo; con la stessa travolgente energia di cui stavano dando prova in Cina le guardie rosse della rivoluzione culturale, usando armi insolite per la loro offensiva antiburocratica (la provocazione creativa, l'ironia, e infine – così si credeva, eludendo le domande sulle crudeltà connaturate a quegli eventi – lo strumento punitivo della gogna, per mettere fuori gioco, insieme ai controrivoluzionari, tutti gli attuali e potenziali corrotti e i corruttori). Temi, questi, ai quali si è già accennato esaminando il repertorio ideale del terzomondismo, e dei quali è da evidenziare adesso il particolare ruolo ideologico generale che avrebbero sempre più nettamente svolto nella cultura giovanile, quali fattori regolativi della koinè rivoluzionaria. Temi assai suggestivi ed efficaci per assicurare un fondamento ecumenico all'utopia di un mondo migliore nascente dalla catastrofe del capitalismo, unificando la propaganda e il linguaggio dei gruppi al di sopra delle loro specifiche diversità. La comune passione militante per Ho Chi Minh metteva immediatamente d'accordo le correnti pacifiste e non violente (sia laiche che "evangeliche") con quelle marxiste e specificamente maoiste, favorevoli allo scontro, inevitabilmente armato, con la "tigre di carta" dell'imperialismo. Oltretutto nel Vietnam era già in corso da tempo un sottile confronto, una competizione, tra Urss e Cina, e tra entrambe e i partiti comunisti, sulla questione della coesistenza pacifica e sul ruolo rivoluzionario del Terzo mondo. [...] L'andamento unitario delle manifestazioni antimperialiste, con quel particolare tipo di intellettualità progressista e umanitaria a tutto campo, si sarebbe confermato e addirittura rafforzato per molto tempo dopo il 1967. In quell'anno, in particolare, l'emozione raggiunse il diapason in seguito all'assassinio del Che, in Bolivia. Ma sarebbero emersi dallo scenario mondiale della guerra fredda altri eventi e processi capaci di produrre analoghe emozioni. Sempre nel 1967 erano cominciate le manifestazioni contro lo scià di Persia, Reza Pahlavi, e la moglie Farah Diba, indicati come mostri simbolici del consumismo capitalistico e del vassallaggio ai poteri imperialistici mondiali. Nel settembre-ottobre del medesimo anno si estesero da Milano in numerose aree e città del Paese le proteste contro la Bolivia, proseguite nell'anno successivo con quelle per l'arresto e la condanna del giornalista francese Roger Debray. Poi sarebbe stata la volta della "solidarietà militante con gli studenti messicani", gli oltre cento giovani massacrati dalla polizia in apertura dei giochi olimpici, nella tremenda giornata di sangue della piazza delle Tre Culture di città del Messico conclusasi con la morte di circa cinquecento persone, poi cremate in una caserma: Il perché della morte degli studenti messicani uccisi, feriti ed arrestati è il perché dei 400.000 vietnamiti sterminati dal napalm. È il perché della morte di Che Guevara, di Camillo Torres, è il perché dei milioni di morti per fame, malattie, miseria ed indigenza in Asia, Africa e Medio Oriente. È la logica dell'imperialismo, dello sfruttamento, del capitalismo. Il sangue degli studenti messicani è lo stesso dei minatori cileni, degli indios boliviani, dei vietcong, il sangue degli studenti francesi, statunitensi, italiani, scientificamente eliminati nella speranza di far tacere le loro istanze di libertà, uguaglianza, democrazia, il sangue degli operai che vengono stritolati nelle officine dalle macchine, dei lavoratori delle campagne dimenticati dallo sviluppo tecnologico. La sopravvivenza dell'imperialismo è garantita solo dalla brutalità che esso esercita quotidianamente sulle classi e sui popoli oppressi, sia che si presenti sotto la forma dello sfruttamento salariale sia che intervenga armato. La legge di questa logica è l'eliminazione fisica di chi si oppone. In quanto sfruttati, violentati nelle coscienze, castrati nelle facoltà creative e impossibilitati nell'esercizio della libertà e dell'autodecisione, per tutto questo noi diciamo che il massacro degli studenti messicani, dei vietnamiti, dei guerriglieri e delle popolazioni asiatiche e latino-americane è un massacro che coinvolge tutti noi. Dopo i fatti messicani, negli anni a venire ci sarebbe stato da trepidare e da protestare per gli esiti assai infelici della Primavera di Praga, per la Cambogia invasa dagli americani, per l'Africa asservita agli interessi neocolonialistici, per il gollismo in Francia e per l'Algeria ancora insidiata dai resti dell'Oas; poi per la Grecia che si era fascistizzata con il regime dei colonnelli e, più in là, per il Cile caduto sotto la dittatura militare del generale Pinochet. Faceva parte del repertorio delle trepidazioni l'attenzione costante per il dramma del popolo palestinese. Per lungo tempo, ogni movenza dell'allarme o della protesta, per vari canali interpretativi, sarebbe sempre stata ricondotta sia ai pericoli di colpi di stato in Italia e alle croci quotidiane della classe operaia, sia alla complessa dimensione simbolica (tragedia e speranza, oppressione e liberazione) del caso vietnamita.
Nell'insieme, a partire dal biennio 1967-1968, la fusione emozionale
nell'antimperialismo prese forma in una vera e propria cultura giovanile che
d'ora innanzi chiameremo "cultura sessantottina". Quella cultura, in definitiva,
parlava una sola lingua, con la sua logica, la sua sintassi. Per questo motivo
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