Copertina
Autore Rita Marley
CoautoreHettie Jones
Titolo No Woman No Cry
SottotitoloLa mia vita con Bob Marley
EdizioneMondadori, Milano, 2004, Ingrandimenti , pag. 240, cop.ril.sov., dim. 145x225x23 mm , Isbn 978-88-04-51140-3
OriginaleNo Woman No Cry [2004]
TraduttoreRiccardo Bertoncelli, Franco Zanetti
LettoreFlo Bertelli, 2005
Classe biografie , musica , paesi: Giamaica
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Indice


 11      Prologo
 13    I Trench Town Rock
 29   II Il potere dell'istinto
 51  III Possibilità
 69   IV To Love Somebody
 81    V Svegliati!
 95   VI La svolta
107  VII Grazie, Jah!
123 VIII Conosco un posto
139   IX Navigazione tranquilla
153    X «Babylon by Bus»
169   XI Guerra
183  XII Oh, Signore, la donna capisce
         il dolore dell'uomo
195 XIII Chi potrà opporsi a noi?
211  XIV La bellezza del progetto di Dio
223   XV Il sole dopo la pioggia


 

 

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Pagina 32

Quando lo incontrai, Bob viveva in una situazione non facile con Taddy Livingston, la donna che legalmente era sua moglie, e il figlio di lei Neville Livingston, detto Bunny, membro anch'egli dei Wailers con il soprannome di «Bunny Wailer». Con sua madre lontana, a Bob mancavano l'aiuto e la protezione che io avevo trovato nella Zia. (Una delle sue prime canzoni è intitolata Where is My Mother.) La donna di Taddy non lo poteva sopportare, essendo il figlio di una donna che aveva avuto una storia con il suo uomo. Un giorno Bob mi confidò quanto fosse stufo di stare sia con Taddy sia con la «matrigna», che pretendeva che lui fosse il suo servo perché non portava soldi in casa. Per un po' si era adattato come fattorino, poi aveva lavorato da garzone in un negozio di ferramenta, prima di incidere i suoi primi singoli, Judge Not e poi One Cup of Coffee, su etichetta Beverley. Anche se Bob cominciava a ottenere un certo riscontro, non significava che venisse pagato granché. Non giravano soldi, a quei tempi.

Sulle prime, e forse anche dopo, mi presi cura di Robbie Marley come se fossi una sorella. Ero quel tipo di persona, e ancora lo sono, che si dice responsabile. Lo vidi e dissi "poverino". Non dissi "lo amo", ma "poverino". Gli donai il mio cuore. Continuavo a pensare che fosse un tipo carino. Così carino che non volevo sapesse che avevo una creatura. (A quei tempi, per una adolescente, avere un figlio e non essere sposata era una cosa vergognosa.) In quel periodo, trascorsi molte ore allo Studio One, provando e registrando, cercando sempre di nascondere la cosa. Ma un giorno, proprio mentre si stava registrando, le mie tette cominciarono a gocciolare, e Bob se ne accorse. Un po' sorpreso disse: «Cos'è? Hai un bambino?». Ma non usò un tono offensivo.

Io ero terribilmente imbarazzata, però non potevo negare l'evidenza. Feci di sì con la testa.

Mi disse: «Perché non ce l'hai detto? Perché non hai chiesto di andare a casa per tempo? un bambino o una bambina?».

«Be', è una bambina» risposi.

«E dov'è? Come si chiama? Chi è suo padre? Posso vederla?»

Fece tutte queste domande una dietro l'altra, mostrando un grande interesse. Io ero lì che lo guardavo, e non mi venivano le risposte. Trovavo che quel suo modo di interessarsi fosse molto maturo per un ragazzo che in fondo non aveva ancora vent'anni: il modo come si prendeva cura di me e nello stesso tempo anche come mi vedeva con occhi diversi. Il suo interesse per la mia creatura mi fece inorgoglire anziché farmi vergognare. Era un buon segno per me, per quanto inaspettato. Alla fine mi disse: «Vai a casa e allatta la tua bimba, ci vediamo dopo».

E lì nacque il mio amore. Lo guardai e pensai: "Uh oh, che bel ragazzo". E mi sentii tremare le gambe. "Oh, Dio mio" pensai. "Oh, Dio mio."

Quella sera, Bob venne da noi. Sharon avrà avuto cinque mesi. Quando gliela feci vedere, lui se ne innamorò. E Sharon ricambiò quell'amore. Quando imparò a dire qualche parola, non riusciva a dire «Robbie» ma lo chiamava «Bahu».

Da quel giorno, dove c'era Bob, c'ero anch'io. Mi prendeva per mano, mi portava in giro, «Vieni, su, Rita». Quando il nostro rapporto era cominciato, il padre di Sharon e io ci scambiavamo ancora delle lettere. A Bob non andava giù e lo disse chiaro e tondo. Insisteva perché io chiudessi quella storia. Perché dovevo avere un qualsiasi rapporto con un uomo che non aveva aiutato né me né la bambina? Un giorno intercettò Dream con una lettera destinata al padre di Sharon, e gliela sequestrò. (Quell'episodio segnò la fine dei nostri scambi epistolari.)

In quel periodo sperimentai in prima persona la sua generosità, perché quando gli giravano anche solo pochi soldi veniva a casa con del cibo per la bimba e qualcosa da bere per la Zia: Robbie era fatto così. E anche la Zia cominciò ad accettare di buon grado i suoi gesti delicati, le sue buone maniere. «Be'», diceva, «sembra che qui stia succedendo qualcosa.»

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Pagina 51

III
Possibilità



In quel periodo dei nostri primi incontri, Bob mi introdusse alla fede di Rastafari, una dottrina religiosa sorta negli anni Trenta grazie all'opera di Marcus Garvey, un giamaicano, anch'egli di St. Ann. A un certo punto Garvey si trasferì a New York, dove fondò la Universal Negro Improvement Association, per stimolare l'orgoglio della gente di colore e propugnare il rimpatrio dei neri in Africa.

Alcuni giamaicani prestarono particolare attenzione alla profezia di Garvey secondo cui un re africano ci avrebbe liberato dalla situazione di popolo colonizzato; e giunsero a credere che quella persona fosse Hailé Selassié I, l'imperatore d'Etiopia. Il nome originale di Selassié era Ras Tafari; i seguaci di quella dottrina si chiamano dunque «rastafariani» o, abbreviando, «rasta».

Prima degli anni Sessanta, nessuno fuori dalla Giamaica sapeva granché dei rasta. In Giamaica, i cittadini normali li consideravano malfattori che vivevano ai margini e passavano il tempo a fumare ganja (una parola che nelle Indie occidentali sta per marijuana). La gente diceva che rapivano i bambini. Non si tagliavano i capelli né li lisciavano; li facevano invece crescere spontaneamente in riccioli stretti, in locks, o dreadlocks. La parola dread, «temibile, spaventoso», ora usata in varie accezioni, ha le sue origini nella sfida che i rastafariani portavano all'autorità coloniale giamaicana. Chi di noi incute così tanta paura?

In Giamaica, i rasta erano l' ultima cosa che un genitore desiderava per i propri figli. Tutti erano convinti che i seguaci di quella fede diventassero degli smidollati, a parte poi il fumare ganja... I rasta non mangiavano come gli altri, non si lavavano i capelli, non si pulivano i denti. Di loro si dicevano solo le cose peggiori - perché nessuno menzionava mai il messaggio rasta di amore, pace, comprensione e giustizia, il rifiuto del dolore e della violenza -, anche se poi, pur senza esprimersi, erano in tanti a condividere il loro messaggio di orgoglio nero.

Per i neri di ogni parte del mondo, gli anni Sessanta furono un periodo di accresciuta consapevolezza. Negli Stati Uniti, la gente non solo riteneva che «nero è bello» ma prendeva anche in considerazione l'idea di un Black Power, di un «potere nero». Quelle idee arrivarono fino a noi; ci fu un periodo in cui intagliavamo nel legno dei piccoli pugni chiusi neri e li vendevamo al negozio di dischi. La gente li comprava per portarli come un ciondolo intorno al collo. Per la copertina di un disco, i Wailers posarono armati di pistole giocattolo, con i copricapo che di solito si associavano ai Black Panthers.

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Pagina 81

V
Svegliati!



Se ascoltavi musica giamaicana, alla fine degli anni Sessanta, allora conoscevi Burning Spear, Jimmy Cliff, Hortense Ellis, Marcia Griffiths e certamente le Soulettes e i Wailers. Una persona con le antenne sensibili per tutto ciò era il cantante soul Johnny Nash, che visitava abitualmente la Giamaica in cerca di materiale per la sua etichetta, la JAD Records. Nel gennaio 1967, a una cerimonia religiosa rastafariana, l'anziano rasta Mortimo Planno presentò Nash a Bob, raccomandandolo come «il miglior compositore che conosco». Nash fu senz'altro d'accordo con quel giudizio, perché più tardi confidò al suo socio in affari, Danny Sims, che tutte le canzoni che Bob gli aveva suonato quella sera, una ventina, erano potenziali successi.

Anche Neville Willoughby, una delle personalità più in vista della radio giamaicana, aveva raccomandato Bob a Johnny Nash; così quando Nash e Danny Sims vennero in Giamaica per noi, qualche mese più tardi, eravamo pronti e preparati. Ora, pensavamo, finalmente qualcosa di bello stava per accadere. In quel periodo ne avevamo davvero bisogno, perché la vita sembrava a un punto morto: Sharon era ancora troppo piccola per andare a scuola, Cedella aveva ancora i pannolini (che mi toccava lavare tutti i giorni) e noi ancora abitavamo al 18A di Greenwich Park Road, tutti in quella stanzuccia dalla Zia.

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