Copertina
Autore Giuseppe Marrazzo
Titolo Il Camorrista
SottotitoloVita segreta di don Raffaele Cutolo
EdizioneTullio Pironti, Napoli, 2005 [1984] , pag. 232, cop.fle., dim. 140x210x16 mm , Isbn 978-88-7937-331-9
LettoreRiccardo Terzi, 2006
Classe biografie , storia criminale , storia sociale , citta': Napoli
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Indice

CAPITOLO PRIMO
VERSO L'ASINARA                                   7

CAPITOLO SECONDO
L'INCONTRO CON UN VERO BOSS                      21

CAPITOLO TERZO
TRA REALTÀ E FANTASIA                            29

CAPITOLO QUARTO
LA SFIDA A 'O MALOMMO                            41

CAPITOLO QUINTO
IL GIURAMENTO DI SANGUE                          61

CAPITOLO SESTO
LA FUGA DAL MANICOMIO E LA LATITANZA             75

CAPITOLO SETTIMO
IL VIAGGIO IN AMERICA                            99

CAPITOLO OTTAVO
LE CONDANNE A MORTE DI CARTUCCIA E DI TURATELLO 115

CAPITOLO NONO
I RETROSCENA DEL RAPIMENTO CIRILLO              151

CAPITOLO DECIMO
LA DECAPITAZIONE DEL CRIMINOLOGO SEMERARI       171

CAPITOLO UNDICESIMO
ESPLODE LO «SCANDALO» CUTOLO                    185

CAPITOLO DODICESIMO
IL TRADIMENTO DI 'O NIRONE                      201


 

 

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Pagina 7

CAPITOLO PRIMO
VERSO L'ASINARA



Sulla nave che lo porta all'Asinara, don Raffaele Cutolo passa in rassegna il suo passato. Un rosario di ricordi, episodi, riflessioni che ha ravvivato in cella, quasi come una ginnastica mentale, nelle lunghe notti insonni. Messi insieme, compongono il mosaico della sua vita, quella vera, che non ha mai raccontato ai giudici, agli avvocati, ai periti. Tutti i suoi segreti mai confidati. Sul ponte dell'Elisabetta, ripete l'esercizio sotto gli sguardi attenti di due giovani carabinieri che montano la guardia con i mitra spianati. Un trasferimento in grande, il suo, da vero boss, come si addice al capo della Nuova Camorra Organizzata. Don Raffaele non riesce a sopprimere un intimo compiacimento anche se sa che il viaggio lo conduce lontano, verso l'isolamento, in uno dei penitenziari più duri d'Italia. Nella sua vita, ha sempre badato molto alla forma. Non è, del resto, dai rituali, dalla cura meticolosa, quasi ossessiva, dei dettagli nei rapporti umani che ha tratto parte della sua affermazione? In fondo, è felice che per il suo trasferimento abbiano messo su un apparato da grandi manovre. Elicotteri nel cielo che volteggiano sull'Elisabetta, una nave appoggio per il trasporto dei suoi bauli e del suo archivio, motovedette di scorta, uno schieramento organizzato con una strategia studiata a tavolino da generali e da alti funzionari del Ministero degli Interni. Tutto degno di Cutolo ed all'altezza del suo effettivo potere.

Don Raffaele riflette con insopprimibile soddisfazione. Soltanto a tratti si allontana dai suoi pensieri per affondare lo sguardo nelle onde increspate ed incredibilmente azzurre mentre dalla cabina di comando arriva la voce gracchiante di un militare che avverte i superiori, forse a Roma, che l'operazione procede senza intralcio. Lo stesso don Raffaele, del resto, si è adeguato all'occasione persino nell'abbigliamento. Ben rasato, i capelli brizzolati e ondulati messi perfettamente in ordine – la sera precedente glieli aveva riordinati il suo parrucchiere di fiducia nel carcere di Ascoli Piceno, il migliore della città (lo faceva venire da fuori ogni quindici giorni) don Raffaele indossava un pantalone di gabardine beige molto chiaro, la giacca sportiva blu con bottoni dorati, camicia di seta celeste, un foulard a pois con un bel nodo da «yachtman» e una spessa catenina d'oro, il Rolex regalatogli dai fedeli comparielli di Nola.

Don Raffaele riprende a riflettere sugli avvenimenti più importanti della sua vita. Un capitolo fondamentale e discusso, ad esempio, la sua follia.

La mia scheda di pazzo – pensa don Raffaele – l'ho costruita giorno per giorno. I professori venivano nella mia cella e io raccontavo. Erano tutti scienziati preparati, scrupolosi, profondi. S'aspettavano di trovare il pazzo, lo scalmanato che vuole a ogni costo la perizia psichiatrica. Erano colpiti dai miei modi misurati, dalla signorilità, dalla classe – l'hanno anche scritto nelle loro perizie – dalla mancanza di gestualità. Quest'uomo – ero io – non ricorre mai all'esibizionismo, tipico di chi deve imporre un'impressione di sé abnorme, ma è suadente e convinto di ciò che dice. Anche quando afferma di avere molte similitudini con Cristo, non dice «Io sono Cristo». Ricorre ad un'analogia. Racconta: «Come Gesù resuscitò Lazzaro, anche a me è accaduto qualcosa di simile. L'episodio è autentico. Successe con mia zia Giginella. Abitava con noi ed era soggetta a frequenti crisi di morte apparente. Fu una delle volte che sembrava veramente morta. In casa eravamo abituati ormai a vederla pallida e scheletrica stesa sul letto. Le vicine che avevano sempre qualcosa da venirci a chiedere, il prezzemolo, l'aglio, il misurino d'olio – non che fossimo più ricchi ma è il tipico scambio che ci si fa tra poveri –, nell'uscire dalla cucina ed avvicinandosi al letto, esclamavano: «Mò è veramente morta?» Mia madre continuava, noncurante, a sfaccendare, abituata a preparare, all'ultimo momento, il piatto di maccheroni per la sera. Io mi avvicinai a zia Giginella addormentata, ormai, da un paio di giorni e di notti, e le ordinai, sorridendo: «Ritorna in te, alzati, perché tanto non abbiamo neppure i soldi per il funerale». Giginella, lentamente, cominciò a muovere le sue gambe da pollastro, dischiuse gli occhi, ritrasse le labbra inumidendosele con la lingua. La resurrezione di Giginella avvenne tra la stessa indifferenza che pervadeva la nostra casa quando cadeva in catalessi. Zia Giginella era una bocca in più e che resuscitasse proprio al momento di mettere i maccheroni in tavola, a mio padre, appena rientrato dalla campagna, non stava bene. Perché ho raccontato l'episodio agli psichiatri che lo hanno riportato nelle perizie? Francamente, non so spiegarmelo. So che a furia di fornire riferimenti con la mia infanzia, con la mia adolescenza, è nata la mia biografia di pazzo criminale o di criminale pazzo. I fatti più insignificanti, quelli che ciascuno di noi recupera nella propria infanzia e dopo, sono diventati ciò che definiscono una storia clinica.

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Pagina 16

La maestra venuta dalla Toscana continuava ad arrabbiarsi perché in seconda elementare ripetevamo caccavella. Non riuscivamo a dire pentola. Nessuno le spiegò mai che, rientrando a casa, genitori, parenti, amici, dicevano caccavella. Un giorno che osai dire pentola divenni lo zimbello della cortina. Per me, come per i miei compagni, era difficile memorizzare quella come altre parole. Sarebbe stato forse più semplice o avremmo compiuto uno sforzo uguale se avessimo dovuto trasformare il nostro dialetto in inglese o in francese. L'italiano era per noi altrettanto straniero quanto il russo.

L'inflessibile maestrina toscana continuava a considerarci dei somari e io avvertivo un forte senso di ingiustizia. Ecco, forse di questo non ho mai parlato con gli psichiatri: del senso di isolamento, di ghettizzazione, dei primi segnali di una diversità che nasce, le prime sofferenze, le prime angosce, le prime frustrazioni. Sono sensazioni che ti allontanano dalla scuola, te la rendono subito matrigna, ostile. Il figlio del dottor Borriello veniva sempre chiamato a recitare la poesia o per essere indicato a noialtri a modello di come si va a scuola ordinati, benvestiti, puliti, educati. A casa sua, già allora non dicevano caccavella ma pentola. Per lui non era una novità sentire ripetere la parola, a scuola, dalla maestra.

Mio padre quel giorno, pulendo la zappa sulla soglia di casa, disse, rivolto a mia madre, ma senza neppure voltarsi: «Debbo andare da don Alfredo a chiedergli se parla col cavaliere Astoria».

Poi, rivolgendosi a me, ma sempre attento a raschiare la terra incrostata dalla sua zappa, aggiunse: «Tu prepara un paniere di mandarini».

Quando parlava di cose importanti, mio padre si faceva più serio e greve di quanto già non lo fosse normalmente. Piccolo, rattrappito dal lavoro e dall'artrosi, corrucciava lo sguardo. Sulla fronte gli si formava un'onda di rughe profonde ma gli occhi chiari si facevano più acuti, più espressivi. Non era mai loquace, spensierato. Mia madre gli ripeteva: «A te le parole bisogna tirarle fuori con la tenaglia». Mio padre mangiava succhiando, con un rumore che era come un fruscìo, il piatto di bucatini al sugo e, dopo un bicchiere di vino della nostra vigna che usava anche per sciacquarsi i denti, andava via in silenzio. A tavola, rimanevamo a giocare con le molliche di pane, io, mia sorella Rosetta e mio fratello Pasquale, il più grande. Mai una conversazione, una discussione sulla scuola che era un problema anche per mio padre quando doveva firmare la pagella. Sulla penna troppo piccola (non era l'asse corposo della zappa stretta sin da bambino), le dita gli si intorpidivano, si trasformavano in rametti secchi e bitorzoluti, compiendo movimenti rozzi, innaturali. Era una fatica fargliela firmare. Non uno sguardo, anche di convenienza, ai voti. Del resto, non sapeva né leggere né scrivere, come mia madre e tutta la mia tribù.

L'idea del cavaliere Astoria doveva torturarlo più del solito se ritornò indietro lasciandosi cadere sulla sedia impagliata poggiata al muro per sostenere il piede rotto. Senza parlare, mia madre gli si avvicinò col piatto fondo colmo d'acqua fino all'orlo su cui galleggiavano gocce d'olio. Era il modo tradizionale per far passare il mal di testa. Mia madre teneva il piatto sollevato sulla testa piccola, a pera, di mio padre. Nel volteggiare con la mano destra aperta sulla superficie liquida, mormorava parole incomprensibili. Per inerzia, le gocce d'olio si muovevano nell'acqua, minuscole e gialle come piccoli, sconosciuti pianeti dell'universo creato dalla fantasia popolare, un comportamento superstizioso commisto a una ferrea logica ancestrale. La riuscita dell'intervento dipende dal fondersi delle gocce in una sola piccola massa oleosa. Ed è così che passa l'emicrania.

«Chiama 'a Longa», gridò mio padre. «Tu non lo sai fare».

Mia madre scivolò verso la porta. «Filumè, Filumè», gridò più volte con la sua voce da chioccia strozzata.

Filumena apparve alta, solenne, i capelli raccolti sul capo da una treccia, una specie di rozza corona regale. Con i suoi modi rudi, sbrigativi strappò il piatto dalle mani di mia madre, che reagì con un impercettibile senso di fastidio per essere stata esclusa dal rito.

Dall'alto del suo metro e ottanta, 'a Longa iniziò la stregoneria. Filumena aveva l'aspetto d'una delle tante statue sparse nel giardino del castello accanto alla nostra casa, sulla collina di Ottaviano. I suoi movimenti erano lenti, regali, severi, lo sguardo socchiuso, il piatto immobile sul capo di mio padre, la mano destra dalle dita lunghe ed affusolate disponeva piccoli cerchi sull'acqua per catturare con una specie di fluido le gocce d'olio e spingerle a coagularsi. Il suo sussurrio non era affrettato e confuso ma ugualmente non si riusciva a comprendere il senso delle parole. Il portamento di Filomena era così solenne e severo che persino noi bambini ne eravamo attratti e intimiditi, tanto da seguire il rito in silenzio, con curiosità. Sotto il piatto, il viso di Michele 'a Monaca era di pietra, una maschera scolpita nel granito. Poi, all'improvviso, dando anche un sospiro di sollievo, di liberazione, mio padre si distese e 'a Longa smise il rituale.

Al tempo della mia infanzia, nei vicoli e nelle cortine, regnava una farmacopea dei poveri con radici profonde, attinte dal mondo contadino. Anche il dottore Scamardella, le rare volte che veniva chiamato, si guardava bene dal contestarla con la sua scienza di stregone ufficiale. E così Filumena 'a Longa era il pronto intervento a cui la gente del vicolo trovava più naturale rivolgersi. Era lei che interveniva con la sua pietra di zolfo esposta come un diamante nella cristalliera, su un asse di porcellana, per causticare le ferite di noi ragazzi. Il risultato era collaudato: il sangue si stagnava e la pelle si rimarginava in pochi giorni.

Andò bene anche quando, con la pistola del padre, Carminuccio mi sparò un colpo a un polpaccio. Pistole e fucili erano nelle nostre case arnesi usuali, familiari. Non suscitavano in noi ragazzi alcun terrore. Quando l'eco di una lite in piazza arrivava fin su alla cortina, era consueto vedere i parenti dei contendenti armarsi e correre verso il centro a dare man forte. Ho visto spesso zio Gennaro staccare la sua doppietta dalla parete della cucina e scappare via in silenzio, corrucciato, con le paesane sugli usci che lo guardavano con stupore, anzi con quella sorta di ammirazione per l'uomo coraggioso che va incontro al pericolo.

Il cavaliere Astoria inviò un altro messaggio a mezzo di Ferdinando 'o 'Mpestone.

«Michè, 'o cavaliere te vo', subito, in giornata».

Per mio padre, fu una tegola in testa. Questa volta non reagì con l'emicrania, un inconscio modo, secondo me, per sottrarsi a ciò che riteneva un ultimatum del cavaliere, ingiusto e prevaricatore. Gli Astoria erano proprietari delle migliori masserie del soprammonte e i mezzadri avevano verso di loro ancora un comportamento da vassalli deboli e sottomessi. Oltre a corrispondere annualmente il fitto, cercavano di rabbonirli in mille modi. Mai fargli mancare verdura fresca, polli ruspanti, frutta di stagione. La «'nccoppatura», la parte migliore dei prodotti, e le uova appena affiorate dal culo delle galline, ancora calde, erano per il signorino Oronzino, sempre cagionevole e pallido. Ma le attenzioni, l'ubbidienza quasi servile non erano sufficienti a ben disporre il cavaliere che, al momento degli aumenti, non intendeva sentire ragioni. Era inutile fargli l'elenco dei bisogni più elementari della famiglia, delle spese, dei concimi, dei letami. Inutile mostrare le cartelle delle tasse o piangere per la grandine che aveva compromesso l'intero raccolto.

Gli Astoria avevano una casa al centro del paese, una costruzione liberty a due piani con persiane appena socchiuse dalle cui fessure donna Lucietta, la nubile della famiglia, faceva le «radiografie» agli ottavianesi con i suoi occhietti di topo, piccoli, grigi, mobilissimi.

Venne lei a riceverci, digrignando tra le labbra sottili i denti giallastri e sconnessi. Mentre apriva la porta, mio padre aveva appena finito di mollarmi uno scappellotto alla nuca perché avevo fatto cadere due, tre pesche da uno dei pesanti panieri che portavo a fatica. La signorina Lucietta mi sorprese ancora scosso per la botta e tentò una carezza che mi sembrò una lisciata di carta vetrata sul viso.

Il cavaliere Astoria ci ricevette nel salotto buono, una grande stanza con specchiere provenienti dalle svendite annuali del Palazzo Reale di Napoli. Alle pareti, quadri ottocenteschi di campagne, appliques di cristallo in tono con il grande lampadario pendente dal centro del soffitto, e, alle spalle del cavaliere, seduto dietro una scrivania dagli angoli ricoperti da geroglifici in ottone, il ritratto di un vecchio baffuto ed austero, con la catena d'oro pendente dal gilet. Era il nonno degli Astoria. Il cavaliere era grosso, non molto alto, sbuffava in continuazione mentre il labbro inferiore sporgente a proboscide, compiva un movimento ritmato, ritraendosi e poi gonfiandosi di nuovo. Il respiro era affannoso, asmatico anche per il fatto che il cavaliere stringeva perennemente tra le dita grassocce sigarette schiacciate dal bocchino d'oro.

«Caro Michele, quante volte ti devo mandare a chiamare?», disse il cavaliere Astoria con aria di bonario rimprovero, mentre mio padre si mostrava appena al di qua della monumentale scrivania. Io ero bello, dritto, libero ormai dal peso dei due panieri che donna Lucietta mi aveva preso dalle mani consegnandoli alla cameriera.

«Cavalié, chist'anno simme iute malamente. Ha chiuoppete doje settimane, ca nun l'aveva fà. S'è ruvinate tutte cose. Se venite 'ncoppa a terra ve mettite a chiagnere. Ppe' terra vedite purtuàlle e mandarine: s'e mangiane 'e zòccole».

«Michè, tu non hé chiagnere sempre. O ffai tutte l'anno. Puórte male aùrio», intervenne il cavaliere esprimendosi con lo stesso linguaggio di mio padre per fargli intendere che era fatto come lui e conosceva i mezzucci, le cantilene lacrimose e i pretesti cui ricorrono gli zappatori per impietosire e risparmiare cento lire. È il salario di aberrante umiliazione, di frustrazione, di annientamento che essi pagano per la più misera delle sopravvivenze. Nascono già abituati ad essere curvi, a stare in ginocchio sulla terra, imploranti di fronte a Dio ed agli uomini. È una posizione fisica e morale dalla quale difficilmente lo zappatore si distacca. Ne resta segnato a vita, nella mente e nel corpo.

«Michè, si nun pave, te ne vai», reagì il cavaliere con la sua voce catarrosa, cavernosa, e con il labbro a proboscide emergente più mostruosamente.

«Facitele p'o signurino», implorò ancora mio padre, increspando gli occhietti neri in un tentativo di pianto che non sgorgò. L'idea di essere cacciato dalla terra dove anche suo padre aveva lavorato una vita doveva annientarlo; era una masseria di cui, a differenza degli Astoria, conosceva tutti gli anfratti, gli arbusti, le zolle.

All'improvviso, all'idea di perdere da un giorno all'altro il lavoro di sempre, il solo a cui sapesse aggrappare la sua esistenza, dovette pervaderlo un patimento intimo, profondo, incontenibile, una fiammata dallo stomaco al cervello.

«Ora te ne puoi andare», ingiunse il cavaliere. Era ritornato all'italiano, a una lingua che ristabiliva le distanze tra noi parzunari e lui, erede degli Astoria. Ci ritirammo ripercorrendo all'indietro l'intero salone, fino a sbattere contro la porta. Riapparve la signorina Lucietta, storta e magra, con in mano un pacchetto con le solite pastarelle, stantie, conservate dalla Pasqua precedente. «Stateve bbuone», ci disse con ostentata affettuosità, ben sapendo quale benservito aveva appena finito di darci il fratello.

Mio padre rispose con un cenno della mano. Il groppo alla gola gli impediva di parlare. Per le scale, scorsi le lacrime scivolargli lungo le rughe che solcavano il suo volto cotto dal sole e dal vento. Proseguimmo in silenzio. Gli sentii sussurrare il nome di don Alfredo Maisto, come un'ultima speranza, col tono disperato, drammatico, che gli era proprio.

Anche a casa fu più muto del solito, un silenzio familiare, angosciante, che si collocava nell'insieme monotono, opprimente, con mia sorella intenta al suo punto a giorno sulla tela di lino ben tesa sul telaio e mia madre impegnata a preparare il solito piatto di maccheroni con l'aria di dover sfornare lasagne o capretti alla cacciatora, le pietanze delle grandi ricorrenze. Con la sua sola presenza, mio padre era sempre riuscito a imporre un'atmosfera di tragedia che recepivamo tutti, senza che pronunciasse una sola parola. Si capiva comunque che eravamo ad una svolta della nostra vita. Gli Astoria condizionavano con il loro potere il nostro destino, e le nostre uniche speranze erano ora riposte soltanto nell'intervento decisivo di don Alfredo Maisto, il boss più influente della zona.

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Pagina 42

Fantasticavo via via che il calesse correva tra i nocelli e i campi di pomodori e di patate, verso Ottaviano. Curvi ad archi sui solchi, appena distinti dalla massa scura della terra, dai raggi filtrati dal sole, uomini e donne aspettavano il tocco di mezzogiorno della campana di S. Giuseppe, il momento della breve pausa, per mangiare il pezzo di pane e pomodoro e scambiarsi svogliatamente qualche inutile frase. Soltanto le ragazze in jeans, curve anche loro sulla terra, e i pali della luce elettrica, davano un senso di nuovo, di meno arcaico, alla visione antica di un mondo fermo nel tempo. Il resto era immutabile, la zappa lucente al sole, sollevata con forza fino alle spalle prima di essere affondata nei solchi, l'aratro, il carretto, l'asino bendato con il suo monotono passo intorno alla ruota della cisterna, gli abiti rattoppati, vecchi, logori, degli anziani, i volti bruciati dal sole.

Neppure a mio padre e a mia madre, don Aniello Scamardella spiegò nulla di ciò che era avvenuto al mercato quando mi scaricò davanti casa. Avrei potuto farlo io, ma mentii. Senza aspettare che me lo chiedessero, dissi: «M'ha fatto guardà 'o riroto». Inventai che mi aveva messo a guardia del calesse mentre lui contrattava gli animali all'interno del mercato. Scoprii comunque la tacita volontà dei miei di non sapere, quasi il desiderio di non condividere le responsabilità, di ignorare, per non essere costretti, all'occorrenza, a dover fornire spiegazioni al maresciallo dei carabinieri. Un fastidio da evitare, insomma. Neppure mio fratello Pasquale e mia sorella Rosetta insistettero.

Era normale che don Aniello mi avesse portato via misteriosamente riconsegnandomi in famiglia dopo un paio d'ore di assenza. I figli si prestano, si vendono, emigrano senza mai più ritornare. È una legge accettata, imposta dalle necessità della vita. E non si sa quanto sia subita e quanto sia ereditata nel sangue e nel cervello per averla sedimentata nel tempo come una condanna che non è neppure più una condanna. Il cafone ha stomaco forte, duro. Accumula le violenze, le frustrazioni, le privazioni, finendo col considerarle non più imposizioni, ingiustizie, angherie, prepotenze, ma prove inevitabili del destino, una condizione stessa della vita, un elemento come la pioggia, il sole, il vento. A questa disumana manipolazione, contro natura, contro se stesso, un'eutanasia bell'e buona, il cafone è convinto giorno per giorno da una lenta, penetrante opera di persuasione, attuata attraverso la religione, con regole alterate dei diritti e dei doveri, con perversi comportamenti di chi riesce a staccarsi dal mondo contadino per accedere alla sfera dei privilegi, del potere. A volte si avverte informe, confusamente, la percezione dei propri diritti naturali, ma non si ha la forza o non si dispone degli strumenti per affermarli e pretenderli.

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Pagina 114

La decisione è, comunque, sì. Parto da Milano per New York come Prisco Califano, un nome per me sinora fortunato. Porto con me un completo di valigie Vuitton, dono di Francis Turatello, un elegante doppiopetto di grisaglia azzurrina, camicia di seta, crema, anche le cifre sono PC. Nella ventiquattrore ho una serie di progetti edili. Ho l'aspetto di un raffinato costruttore. L'inflessione napoletana non guasta. Mi rende più simpatico alla hostess.

Non ho avuto la minima emozione nell'esibire il passaporto alla frontiera. Del resto, era autentico. Il poliziotto mi guardava e io replicai con un tranquillo sorrisetto. La pistola l'avrei trovata a New York. L'amico che deve portarmela è puntuale al Kennedy Airport. Lo scopro subito, tra una folla in attesa dei parenti dall'Italia. È un uomo sui quaranta, tarchiato, i baffi folti, i capelli ondulati, lunghi, una vecchia conoscenza di Antonino Cuomo, di Castellammare. Scappò in America per un omicidio. Mi abbraccia e mi bacia. Non ha perduto le vecchie abitudini. Una volta sulla potente e lucida Cadillac nera dalla tappezzeria bianca, mi indica un'altra grande macchina che ci segue. «Cumpà», dice indicandomela, «sono quattro uomini di scorta, non si sa mai». Mi tratta con grande deferenza ed amicizia e lungo il percorso fino al Waldorf Astoria si guarda continuamente intorno.

«Preoccupato?», gli chiedo.

«No, soltanto precauzione, Qui, siamo abituati così».

Chiedo del compare François. Mi aspetta l'indomani a colazione, a Mulberry Street. Ho tutto il tempo di riposarmi, ma non sarò mai da solo. Tre cumparielli vigileranno su di me. Confesso di essere frastornato. Da Albanella a New York, un bel trauma. Mai visto nulla di simile. Sì, Parigi, Milano, Amsterdam, ma qui tutto mi sembra moltiplicato per mille, palazzi, macchine, uomini, ponti, strade, grattacieli, pubblicità gigantesche e, nell'aria, un ininterrotto traffico di elicotteri e piccoli aerei. Un cafone di Ottaviano non può che rimanerne sbigottito. Mi diverte l'idea di questi che mi danno la caccia in Italia, persuasi di dovermi cercare soltanto nei casolari vesuviani o, al più, a Roma. E, invece, eccomi a New York, in un albergo da principi, con scorta, macchina blindata, atteso dai potenti capi di Cosa Nostra, sezione rapporti con l'Italia, quale capo della Camorra. Un bel salto di qualità; come non esaltarsi?

La mia camera – per dir meglio, l'appartamento – è spaziosa ed elegante con un arredamento raffinato. Nel salottino, le due guardie del corpo si esprimono in un perfetto napoletano. Mi chiamano don Rafè con rispetto e sanno benissimo chi sono. Mi chiedono notizie di Antonino Cuomo, un mio capozona di Castellammare di Stabia. Evidentemente i due sono dello stesso paese. Non so da quanto siano in America, ma la loro permanenza non ha per nulla mutato il loro aspetto di cumparielli dell'entroterra napoletano. Uno stile inconfondibile.

A Mulberry Street, sento profumo di casa. Arrivo con la solita Cadillac davanti ad un ristorante chiaramente italiano, con grandi pareti esterne, in marmo rosa, una vetrina piena di pesci e di vongole. Con me, è il cumpariello venuto a rilevarmi il giorno prima all'aeroporto. Due uomini ci aspettano seduti ad un tavolo. Si alzano e mi vengono incontro con grande cordialità. Uno è François, l'altro è uno della famiglia Gambino. Mi sento come al debutto nella grande società. François è un uomo sui sessant'anni ben portati, la voce un po' cavernosa, lo sguardo increspato, indagatore. Indossa un abito scuro di ottimo taglio. Soltanto la cravatta a righe sfarzose e un fazzoletto bianco svolazzante dal taschino della giacca rivelano l'eccentricità e l'esibizionismo del personaggio.

«Cumpà, avete fatto buon viaggio?» chiede François. Anche Gambino si informa se all'arrivo è andato tutto bene. Più che altro è una cerimonia. Sanno benissimo d'avere preparato ogni cosa a puntino, senza rischio di contrattempi o di imprevisti.

«Che si dice a Napoli? — domanda ancora François — C'è stata un po' di confusione». Si riferisce ovviamente agli scontri tra i cutoliani e gli altri, ai morti ammazzati, al terrore diffuso nell'«abbiente».

«Ma ora che siete a libertà, potete mettere tutto a posto», mi dice François con l'aria di riconoscermi già il comando effettivo dei vertici della Camorra. Rispondo con assensi e sorrisetti.

«Gli amici sono tanti, in tutta Italia», rispondo, «e voi sapete qual è la nostra legge: quanno si' 'ncùnia statte, quanno si' martiéllo rai, quando sei incudine subisci, quando sei martello colpisci». Traduco per educazione a Gambino. Potrebbe non capire il nostro dialetto.

«Le cose — proseguo — bisogna portarle avanti per bene. Non si può mangiare da soli. Altrimenti, si scoppia».

François assentiva col capo, condividendo le mie opinioni. Parlavamo in chiave, con una sorta di codice, per proverbi, come si usa tra vecchi e saggi guappi.

«So che fate bbene alla povera gente e trattate bene i guagliuni. Noi, qui, siamo informati per filo e per segno. Non bisogna però mai perdere le speranze per un accordo. 'E muórte, troppi muórte nun portano bbene a nisciuno».

Ecco il primo avvertimento. Noi ti abbiamo voluto incontrare riconoscendoti il ruolo di capo, ma la prima qualità di un capo è di perseguire l'unione, l'alleanza, la coesione.

«Ricordatevi: l'unione fa la forza», aggiunse François, affondando la forchetta in un piatto di vermicelli alle vongole, con «le scorze», spiegò, con i gusci, «e cu "e pummarole 'e sponciglie», con i pomodori piccoli, di montagna. «I pomodori», spiegò ancora, «me li mandano direttamente da Napoli. È un piatto che mangio da cinquant'anni, tutti i giorni, mattina e sera. Questo e basta».

Una divagazione, il discorso sui vermicelli a vongole, un modo per sdrammatizzare la conversazione. Soltanto una parentesi, però. François riprende subito il discorso.

«Bisogna fare le cose per bene. Noi qui abbiamo bisogno di roba e la Sicilia non basta, specialmente quando è nell'occhio del lupo. I milanesi non ci piacciono. Napoli, sta bene». Ora, anche Gambino annuiva.

Mi tenni sulle generali.

«In Campania — replicai — è tutto sotto controllo e 'e guagliuni mie so comm"e surdatielle. Con me, nun se sgarra», aggiunsi col tono del boss intransigente, abituato a ottenere sottomissione e obbedienza. La frase ebbe l'effetto voluto.

François e Gambino si scambiarono sguardi di consenso.

«Le redini le sapete stringere», ammise sinceramente Gambino, senza ricorrere a giri di parole. «'O picciotto, all right», aggiunse. Gambino era un uomo taciturno, dalla maschera impenetrabile, grosso e goffo, uno stomaco riversato sulla spessa cintura di cuoio dei pantaloni, ma con mani gentili, ben curate, abilissime nello sbucciare la frutta con coltello e forchetta, una mia raffinata fissazione.

«Quando sarete di ritorno a Napoli — spiegò François — gli amici saranno al corrente dell'incontro. Cercate 'e ve vulé bbene. 'E muórte nun hanno mai purtato bbene a nisciuno. All right Joe?», concluse chiedendo con un cenno degli occhi anche il parere di Gambino.

Il boss assentì, aggiungendo, però, che a volte, sono inevitabili. «I nuddu miscate cu nniende, certi uomini, i nulla, mischiati con niente, vanno eliminati», commentò, girando il pollice destro in giù.

François fece servire una bottiglia di champagne, il vino tipico della Camorra per le grandi occasioni. Si avvicinarono per brindare anche le tre guardie del corpo.

«Al compare Rafele», disse François alzando il bicchiere, imitato da tutti noi. Ormai, avevo l'investitura di Cosa Nostra, non un semplice rituale ma una credenziale valida in tutto il mondo, dagli Stati Uniti al Canada, al Sud America, a Parigi. Quella sera stessa sarebbero partiti i messaggi per Napoli e per Palermo. Attraverso la mia persona, la NCO entrava nei ranghi delle grandi organizzazioni. Avrei voluto vedere la faccia d' 'o Malommo, di Ammaturo, dei Nuvoletta e degli altri nell'apprendere del mio vertice americano con François e Gambino.

Avvertii i miei ospiti che sarei ripartito l'indomani. Avevo molti affari da sbrigare in Italia ed ero costretto a rifiutare il loro invito per un fine settimana in California. Una mossa, la mia, per accrescere ai loro occhi la mia importanza. Un boss deve sentire le responsabilità, non può consentirsi di stare lontano dal suo centro di potere e di andarsene in giro per il mondo, come un turista. Era anche un modo per dimostrare di non subire più di tanto il fascino dell'America, la supremazia di Cosa Nostra, dell'«abbiente» di Lucky Luciano e di Al Capone.

Al momento dei saluti, gettai là un ultimo colpo ad effetto, notizie delle quali erano già probabilmente al corrente: la mia amicizia con Vito Genovese, nato dalle mie parti, e con Frank Coppola, Frank Tre Dita.

«Oh, il vecchio Frank», commentò con un affettuoso sorriso Gambino, «a good boy, un bravo ragazzo».

«Siamo vecchi amici – soggiunsi – ci rispettiamo molto».

Un saluto da veri boss, il distacco. François mi abbracciò, stringendomi forte, e guardandomi a lungo e fisso negli occhi.

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Le tesero un agguato perfetto alle porte di Napoli. Carla era in macchina con accanto il suo bambino. Ammazzarono la donna con soli due colpi di pistola, evitando il benché minimo graffio alla creatura che le rimase accanto in lacrime. Pianse però soltanto per poco. I miei ragazzi ebbero la delicatezza di avvertire subito i familiari perché si recassero sul posto a prendere Ciro. È un bambino che mi sta molto a cuore. La sera stessa, in cella, desolato, stretto dal dolore e dai ricordi, gli dedicai questi versi:

«La morte / testimone innocente / gli ha preso prima il papà / poi la mamma. Passerà molto tempo / per rendersi conto / del crudo destino / e della sua tragica realtà / di bambino solo. Unico innocente / testimone / di un delitto di camorra / spietata e crudele / Non perdona i traditori. / Purtroppo i suoi genitori / erano maestri / di tradimenti, infamie e calunnie. / Cresci bello, sano e diverso. / Dimentica tutto e tutti per una vita migliore».

Sembra strano che sia proprio io, giudice supremo del destino dei suoi genitori ad augurargli un avvenire splendido. Ma la contraddizione è soltanto apparente, inconcepibile per chi non conosce le vecchie leggi della Camorra che io avevo dovuto rielaborare e rendere più severe per trasformare in un'organizzazione temuta e potente quella che era un'accozzaglia di mezzi guappi pittoreschi e inconcludenti, soggiogati e umiliati dalla Mafia siciliana e dalla 'Ndrangheta calabrese.

Sono stato io ad elevare la Camorra a terza forza della malavita organizzata in Italia, inserendola per la prima volta negli ambienti politici ed economici. Prima di Raffaele Cutolo a Napoli c'era il vuoto assoluto. Doveva arrivare il Messia da un piccolo paese dell'entroterra, un messia povero e cafone, per mettere ordine e dignità. L'ho fatto dall'interno delle carceri e ciò rende ancora più prodigiosa la mia azione. È vero, lo confesso, ho trovato condizioni favorevoli, sono stato aiutato. Non dalla mafia calabrese, come scrivono i miei falsi biografi. Anzi, all'inizio, ero osteggiato dagli ndranghetisti, dai siciliani e dagli stessi guappi di merda napoletani. Chi ha veramente aiutato don Raffaele Cutolo, il professore, l'ingegnere, il cervello della NCO, sono stati i due principali responsabili della degradazione di Napoli: lo Stato da una parte e la classe politica locale e nazionale dall'altra. Sì, faccio anche un discorso politico. In carcere, ho letto e seguito gli avvenimenti con l'attenzione caparbia del contadino ansioso di capire e di individuare le responsabilità, le cause, le origini. Da bambino mi divertivo ad interrare un seme di melone o di nespolo e di seguirne giorno per giorno lo sviluppo finché non affioravano le piantine dalla terra. Un processo miracoloso, commovente, veder spuntare la pianta dopo avere accuratamente innaffiato sera dopo sera in un angolo dell'orto le turgide foglioline di verde tenero ancora prigioniere dei resti del seme.

È con la stessa attenzione che ho osservato ciò che mi accadeva intorno, dentro e fuori del carcere. Un osservatorio maledettamente interessante, con un'ottica impietosa, priva di fronzoli e di retorica.

Mai, comunque, sarebbe cresciuta la Nuova Camorra Organizzata se un questore, fratello di un ministro democristiano in carica, rimasto per circa dieci anni a Napoli, si fosse preoccupato di bloccare il fenomeno all'origine, al suo apparire, con interventi immediati, rapidi, efficaci. Se la vide invece sviluppare sotto gli occhi, nei quartieri di Napoli, nei paesi dei dintorni, nelle campagne, nelle città vicine, concludendo che ci «saremmo eliminati tra di noi». Mi sembra di sentirlo il signor Questore dire al signor Prefetto: «Lasciamoli fare, si stermineranno e quel pazzo di Cutolo ce lo ritroveremo come un cane morto in un angolo del carcere di Poggioreale».

Eh, no! Mentre Prefetto e Questore attendevano sulle rive del fiume, l'onda della NCO si sollevava potente, maestosa, gigantesca con alla sommità, sulla schiuma bianca, il suo temibile capo, il Messia, il Professore, il Cervello, il Pastore di tante pecore smarrite e deboli. Sì, pecore che ho trasformato in combattenti animosi e spavaldi, decisi e pronti a tutto, giovani tra i sedici e i venti anni raccolti nei vicoli segnati dalla merda e dalle pozzanghere, nei bassi bui, tristi, desolati, negli alveari-dormitorio di Secondigliano o di Pianura, nei finti circoli ricreativi di Marano, di Ottaviano, di Secondigliano, di S. Gennaro. Gente disperata e avvilita da un domani senza prospettive e senza ideali. Cutolo si trasformò in un simbolo, in un uomo dal pugno di ferro che sapeva imporre rispetto per la povera gente, per gli sfortunati già finiti in galera o per chi ci sarebbe comunque entrato per un semplice furto, per uno scippo, per il più banale dei reati con i quali inizia quasi sempre la triste carriera del pregiudicato.

Mentre Cutolo cresceva e si affermava, sul fronte opposto degli amministratori, dei politici, continuavano saccheggi e ruberie, ingiustizie e soprusi. Si è mai preoccupato nessuno del destino di centinaia di migliaia di bambini che a sei, sette anni, sono già scippatori o spacciatori di droga? Cosa saranno a vent'anni se non rapinatori o trafficanti di media grandezza? O, nella migliore delle ipotesi, ruffiani, ladri, ricettatori. A sei anni, sembra assurdo che un bambino delinqua. Ma a Napoli accade. C'è il quaranta per cento di analfabetismo e, all'età delle elementari, i bambini non vanno a scuola, ma rimangono sulla strada per giornate intere tra contrabbandieri, trafficanti di droga, puttane, ricettatori, ladri. Ne ho salvati tanti in carcere, passati all'alba dei diciott'anni dal minorile del Filangieri a Poggioreale. Ho spiegato loro che la vita onesta è la più conveniente, la più comoda, una vita da privilegiati diversa dall'esistenza sprecata da un penitenziario all'altro, da Procida a Pianosa, dall'Asinara a Ventotene. Mi chiamano professore e all'occorrenza so anche esserlo e in maniera convincente.

Chi era impegnato ad arricchirsi con gli appalti statali, con l'edilizia selvaggia, con le forniture alle caserme, alle scuole, alle carceri, agli ospedali, persino con i loculi del camposanto, con le ambulanze, non poteva certo preoccuparsi di sottrarre volontari destinati ad arruolarsi nelle file della Camorra. Il Messia, Cutolo, portò il Verbo, la parola nuova, la ribellione armata. Non appaia strano, contraddittori, che abbia parlato dei pirati dei quali la NCO si è servita e si serve. L'ho fatto per stabilire un punto fisso, per una necessaria precisazione delle diverse responsabilità della Camorra e di coloro che fingono di combatterla nei dibattiti e alla Televisione.

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Il numero dei morti cominciava a calare, a Napoli. Un brutto segno, una prova di cedimento attenuata soltanto dal delitto agghiacciante compiuto a Poggioreale da Raffaele Catapano, uno dei miei uomini più sanguinari. Finalmente un esempio, un segnale dal quale si poteva dedurre che eravamo ancora in grado di impartire lezioni da temere. Il delitto in sé, era di poco conto, uno dei tanti, ma l'importanza consisteva nel modo con cui era stato eseguito. Un intervento da manuale. Immaginavo gli occhi ebbri di sangue di Catapano che, nei momenti di delirio, si esaltava alla sola vista del coltello. Doveva essere stata una scena surreale. Peccato non trovarsi a Poggioreale, per viverla nelle sue fasi più spettacolari. Soltanto Raffaele poteva immaginarla e attuarla. Immobilizzate due guardie e impossessatosi delle chiavi dell'infermeria, Raffaele Catapano, un cucchiaio trasformato in una lama affilata stretto tra le mani, si presenta in infermeria e blocca tutti, tre infermieri, un medico, e Mario Vangone, un detenuto ricoverato. Vangone è l'assassino di suo fratello. Raffaele non gli dà neppure il tempo di gridare. Con una prima coltellata, gli squarcia la gola. Poi, affonda la lama dieci, quindici, venti volte nel corpo di Vangone, sotto gli sguardi terrorizzati degli infermieri e del medico. Con Raffaele non si ragiona se è in trance omicida. Ha appena finito di vibrare i colpi quando chiede con la voce strozzata: «Dov'è il cuore? dov'è il fegato?». Tremanti – immagino la scena – il medico e un infermiere si avvicinano per indicarglieli e Raffaele con un grosso taglio squarcia il torace per strapparne con le mani fegato e cuore. È un attimo che ritengo allucinante per chi è stato costretto a seguire l'intervento ma la rabbia di Raffaele non si esaurisce se non quando affonda i denti nei resti di Mario Vangone che stringe fra le mani come trofei della sua spietata vendetta. Catapano, un uomo vero. Me l'aveva confessato a Poggioreale. «Non avrò pace finché i Vangone non avranno pagato. Pagheranno amaramente».

Neppure io riuscivo a immaginare a quale livello di brutalità avesse bisogno di arrivare Raffaele Catapano per sentirsi appagato, acquietato con se stesso e, soprattutto, assolto dall'ambiente a vendetta eseguita. La platealità dell'esecuzione accresce il prestigio del vendicatore, ne esalta le qualità umane e il temperamento. Il gesto deve collegarsi, per le sue modalità, alle tradizioni, alla fantasia popolare, ai riti feticistici della Camorra.

A Napoli, il cuore è tutto, coraggio, ardimento, amore e strapparlo al proprio nemico per morderne una parte è come averlo ricondotto alla condizione di bestia. È come privare un infame del diritto di definirsi uomo.

Condividevo la mattanza di Raffaele Catapano? È un interrogativo da non porre a un capo che deve tener conto degli effetti psicologici che un delitto può determinare, della forza di intimidazione deterrente che un crimine ha. Era il caso del gesto dimostrativo compiuto da Raffaele, a Poggioreale. Per me veniva nel momento più opportuno, in una fase di flessione della presa della NCO dovuta soprattutto al mio isolamento e alle pressioni in corso per ottenere ciò che mi era stato promesso. Avrei voluto mandare un biglietto a Raffaele Catapano, congratularmi per la meccanica con cui si era vendicato di quell'infame di Mario Vangone. Non era mai accaduto prima nella storia della camorra che un guappo strappasse al suo avversario cuore e fegato.

I giornali e le televisioni diedero il giusto risalto all'avvenimento. Inconsciamente, ci davano una mano. Lanciavano segnali ai nostri avversari, avvertendoli, che eravamo ancora in grado di somministrare giustizia con metodi raffinati, attuati addirittura all'interno di un carcere. Catapano aveva dato prova di grande coraggio e di capacità organizzativa. Un delitto compiuto tra le mura della prigione con il sequestro di cinque persone, vale di più di un attentato eseguito all'esterno dove è determinante soltanto il fattore sorpresa. La mattanza di Catapano rilevava invece riflessione criminale – il concepimento dell'assassinio in successione teatrale – e l'ardimento del sequestro delle guardie, del medico, degli infermieri. C'è, poi, l'azione chirurgica, dello strappo del cuore e del fegato e l'atto selvaggio di addentarli sotto gli sguardi terrorizzati di cinque testimoni.

Bravo Catapano, non avrei mai pensato che saresti stato capace di tanto pur avendo sempre temuto il tuo sguardo freddo, tagliente, quel rosso sangue balenante nei tuoi occhi, i tuoi terrorizzanti silenzi, le tue grosse mani dalle dita nodose, robuste, sempre pronte a stringere una gola fino a vedere un uomo stramazzare.

Il direttore venne ad avvertirmi che avrei potuto ricevere posta e giornali. Entravo finalmente in regime di isolamento parziale. Immacolata e mia nipote Carolina vennero a riferirmi che Enzo Casillo si stava dando da fare. Con il sindaco Granata, era passato ai toni minacciosi. Gli chiedeva di intervenire presso i suoi committenti perché tenessero fede agli impegni. Sotto la spinta delle pressioni di 'o Nirone il senatore Patriarca aveva tenuto un vertice con gli onorevoli Antonio Gava e Flaminio Piccoli. Come intendevano gestire il caso Cutolo? Potevano mandare allo sbaraglio soltanto Patriarca e Granata, abbandonandoli alle rappresaglie della NCO?

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