Copertina
Autore Carlo Maria Martini
Titolo Figli di Crono
SottotitoloUndicesima cattedra dei non credenti
EdizioneCortina, Milano, 2001, Scienza e idee 86 , pag. 150, dim. 140x225x15 mm , Isbn 978-88-7078-714-6
LettoreRenato di Stefano, 2002
Classe filosofia , fisica , religione
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Indice


Preludio (Carlo Maria Martini)                       1

I. IL CICLO DEGLI ANNI E LA POSIZIONE DEGLI ASTRI

L'evoluzione del tempo nel tempo (Duccio Macchetto) 11
Dialogo (Carlo Maria Martini e Duccio Macchetto)    43
Viaggiare nel tempo? (Jobn D. Barrow)               51

II. LA PAROLA E LA VITA

Può la filosofia vincere il tempo? (Carlo Sini)     69
Dialogo (Carlo Maria Martini e Carlo Sini)          81
Fatti di tempo (Edoardo Boncinelli)                 87

III.  MEMORIA E PIENEZZA DEL PRESENTE

Ricordati dell'Altro (Giacoma Limentani)           107
Dialogo (Carlo Maria Martini e Giacoma Limentani)  119
E tempo dell'eremita (Gabriel Bunge)               127

IV. TEMPO FINITO O INFINITO

Una riflessione (Carlo Maria Martini)              137

 

 

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Pagina 1

PRELUDIO
Carlo Maria Martini



"Il grande Kronos dai torti pensieri" divora i propri figli (Esiodo, Teogonia, 474), temendo che uno di questi lo spodesti e regni al suo posto sul mondo. Ma la sua sposa Rea ricorre ad astuti inganni per salvarli. Così, quando partorisce Zeus, dà a Kronos, "avvolta di fasce, una grande pietra [...]; egli la prese con le sue mani e giù la inghiottì nel suo ventre, sciagurato, e non pensava nel cuore che, al posto del sasso, suo figlio invitto e indenne era rimasto, e che quello presto lo avrebbe vinto per forza di braccia, cacciato dal trono, e fra gli immortali avrebbe regnato" (Ibidem, 485-492). Zeus riuscirà a sconfiggere il padre crudele e a gettarlo in catene (Omero, Iliade, v. 245). Ma Kronos proietta comunque la sua ombra non tanto sui sudditi immortali di Zeus, quanto su quelli mortali, sulla stirpe degli uomini. Basta un mero cambio di lettera, una chi al posto della kappa, per avere Chronos, il Tempo distruttore. Del resto, stando almeno a una delle fonti (Ermia), già Ferecide di Siro nell'indicare i principi eterni sembra identificare Kronos e Chronos.

Nel manuale di mitologia dell'antico scrittore Igino la vicenda è riferita agli equivalenti latini (Saturno per Kronos, Giove per Zeus e Opi per Rea), con una curiosa variante: "Quando Saturno domandò a Opi dove si trovasse il figlio che ella aveva partorito, la dea gli mostrò una pietra avvolta in fasce ed egli la inghiottì; ma quando si accorse dell'inganno iniziò a cercare Giove di terra in terra. Giunone allora portò Giove sull'isola di Creta, e Amaltea, nutrice del bambino, lo mise in una culla sospesa su un albero, perché egli non si trovasse né in terra né in mare né in cielo". Il dio della "favola antica" scampa al padre agkylometes ("dai torti pensieri"), rifugiandosi in una sorta di non luogo. I mortali che popolano il mondo reale, invece, non possono uscire dall'Universo per cercare scampo dal tempo divoratore.

da questa condizione umana che nasce l'interrogazione sul tempo. Un'interrogazione che il tempo riesce sovente a eludere, perché è esso stesso agkylometes. Non posso non ricordare qui le celebri parole di Agostino: "Che cos'è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più" (Confessioni, XI, 14). Eppure, le risposte che i figli mortali di Crono hanno tentato, cercando in vari modi di concettualizzare, di controllare, di misurare o di fermare il tempo, hanno modificato il nostro modo d'essere. Era dunque il tema del tempo quasi ineludibile per una "Cattedra dei non credenti", tanto più che questa undicesima edizione dovrebbe essere, con tutta probabilità, l'ultima. Lo scopo della Cattedra è stato fin dall'inizio quello di dar voce al dialogo tra il credente e il non credente che abita ciascuno di noi. Ed è proprio dal tempo che questo dialogo, che si svolge nell'interiorità prima ancora di trovare espressione nella parola orale o scritta, trae uno dei maggiori alimenti. Così abbiamo scelto di confrontarci con un uomo di scienza, con un filosofo e con una narratrice, e da questi "dialoghi" ho preso lo spunto per una "meditazione" sul carattere finito o infinito del tempo. La mia meditazione, pronunciata prima a voce e poi messa per iscritto, ha tenuto però conto anche di tre "integrazioni" che, affiancando gli interventi tenuti in questa undicesima Cattedra, ne fanno idealmente parte, in quanto aiutano a cogliere e a precisare non pochi degli aspetti toccati.

Cominciamo dunque dalla scienza. Per essa è essenziale la misura del tempo, come di ogni altra grandezza fisica. Galileo Galilei (1564-1642) usava citare la Scrittura, in particolare il passo in cui si legge che il Creatore dispose ogni cosa con "misura, calcolo e peso" (Sap 11,20). E del resto ogni civiltà ha percepito come imprescindibile il computo del tempo, modellato dall'osservazione dei cicli cosmici, poi proiettati sull'organizzazione della stessa opera umana. Di nuovo, torna alla mente la Scrittura: il Signore concede la conoscenza di quei fenomeni che consentono di "comprendere la struttura del mondo e la forza degli elementi, il principio, la fine e il mezzo dei tempi, l'alternarsi dei solstizi e il susseguirsi delle stagioni, il ciclo degli anni e la posizione degli astri" (Sap 7,17-19). L'intervento di Duccio Macchetto è imperniato su questi due punti: il "ciclo degli anni", cioè i modi di misura del tempo e la stessa questione del calendario, e la "posizione degli astri", più precisamente il significato del tempo nell'odierna ricerca astrofisica e cosmologica. Macchetto, direttore dello Hubble Space Telescope, invita tutti a volgere lo sguardo, stupito e ammirato, verso quelle parti remote dello spazio che ci guidano all' "origine" del tempo o, meglio, del tempo del nostro Universo. A quest'ampia trattazione si è deciso di affiancare un contributo del cosmologo britannico John Barrow che affronta quel tema del "viaggio nel tempo" che, grazie allo sviluppo delle più audaci teorie matematiche circa la struttura dell'Universo, da affascinante pretesto per l'invenzione letteraria è diventato inquietante possibilità contemplata dalla ragione scientifica.

La parola quindi alla filosofia. Carlo Sini guida il lettore in un ben diverso cammino a ritroso, volto a riscoprire le radici della nostra concezione del tempo. Siamo così ricondotti al Timeo di Platone e alle Confessioni di Agostino: emerge qui il vincolo che lega le diverse pratiche del tempo alla parola, orale e scritta. In questa genealogia, il filosofo rimanda a una nozione di vita eterna che, lungi dal consolidarsi nell'atemporale, si rivela condizione stessa dell'accadere del tempo, di ogni tempo, compreso quello di cui parla la scienza. E tuttavia, proprio l'indagine sulla vita, così come è perseguita dall'odierna biologia, sembra rivelarne l'intrinseca struttura temporale, distribuita per scale dalla cellula all'intero organismo, fino a giungere alla specie, o addirittura alla biomassa dell'intero pianeta. Come si colloca il tempo dell'anima rispetto a questa varietà di tempi biologici? Un biologo che proviene dalla fisica, Edoardo Boncinelli, cerca di mostrare come lo studio del vivente getti luce sul paradosso (o "finzione") di un tempo che è insieme distruzione e costruzione della vita. Peraltro, la scelta di includere tale intervento è stata dettata anche dalla volontà di evidenziare il legame tra questa Cattedra e la precedente, dedicata agli Orizzonti e limiti della Scienza.

Disamina scientifica e riflessione filosofica lasciano, però, ancora aperta la dimensione narrativa del tempo. questa la dimensione della memoria, che è insieme ricordo e oblio. Ma è anche la dimensione di chi ha scelto o si è comunque trovato a vivere fuori dal mondo, facendo esperienza del tempo in maniera provocatoria o sofferta. Giacoma Limentani, letterata e saggista, esperta di "cose ebraiche", come lei stessa ama definirsi, riprende alcune figure chiave della Torah, disegnandone i contorni con quella particolare tecnica ermeneutica che sin dai tempi biblici era impiegata per rendere accessibile e attuale la Scrittura: il midrash. Trasposto sul piano esistenziale del racconto, il tempo rivela nella sua scansione una matrice intrinsecamente storica, e perciò stesso etica: tale è per Limentani la lezione dei Maestri Ebrei, per i quali è impossibile dar corpo alla tensione della persona verso il divino senza l'attuazione pratica della Legge di Dio, che impone di "ricordare" la storia in funzione dell'attimo presente. Ma l'intreccio di ricordo e speranza nel tempo dell'attesa è tratto essenziale della stessa esperienza cristiana. Così, si è voluto interpellare un eremita, un uomo che ha deciso di vivere quasi fuori dal tempo, affrontandone però ogni giorno l'inesorabile scorrere. Gabriel Bunge, raffinato studioso di spiritualità orientale, e in particolare di Evagrio Pontico, celebre monaco della Chiesa d'oriente vissuto nel IV secolo, concentra nelle sue pagine le linee direttrici della prospettiva cristiana del tempo.

Mi sono riservato l'ultimo intervento in modo da poter ripercorrere il cammino compiuto e cercare di precisare qualche orientamento. Gli aspetti apparentemente contraddittori del tempo, la pesantezza e insieme levità dell' "oggi", la sua fugacità e insieme pienezza, la sua distruttività e insieme innovatività, la sua finitezza e insieme infinitezza, permeano tanto l'esperienza del non credente quanto quella del credente. E per chi come me riconosce in Cristo la pienezza dei tempi e il centro della storia, tali contraddizioni non possono che risolversi nella visione di un presente che abbracci le attese del passato, aprendo a quelle del futuro, di un presente che rechi in sé il segno dell'Eterno, della sua Parola, della sua Vita.

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Pagina 39

Il principio di indeterminazione ha implicazioni di vastissima portata per la nostra concezione del reale. da esso che prese avvio la grande stagione della meccanica quantistica. A detta di molti, esso segnò anche la fine del sogno di Pierre-Simon de Laplace (1749-1827) di una scienza onnicomprensiva, o meglio di un modello globale completamente deterministico dell'Universo. Entro i limiti imposti dal principio di indeterminazione possiamo, però, pensare di aver individuato leggi della fisica che descrivono l'evoluzione dell'Universo. Per la cosmologia contemporanea questa è governata non solo dalle leggi della fisica, ma anche dai valori di costanti fondamentali, quali la velocità della luce e la costante di Planck, e dai parametri iniziali. Uno dei maggiori problemi posti da tale evoluzione è la consapevolezza che per poter avere l'Universo in cui viviamo, le condizioni iniziali, la forma delle leggi fisiche e il valore delle costanti fondamentali devono essere in "perfetta sintonia" (fine tuning) tra di loro. Se queste costanti avessero valori anche leggermente diversi, il nostro Universo potrebbe essere oggi uno spazio completamente vuoto, in cui nessun aggregato sarebbe maggiore di una particella elementare, oppure potrebbe essere un oggetto non più grande di un pallone, con densità e temperature ancora talmente enormi da superare la densità di un nucleo atomico. In entrambi i casi, noi non ci saremmo! Ovvero, per meglio dire, in universi siffatti non ci sarebbero possibilità di vita.

Sono tali considerazioni che hanno portato alla formulazione del cosiddetto principio antropico nelle sue varie versioni. Quello debole afferma che "se l'Universo fosse stato diverso, non si sarebbe sviluppata vita intelligente, e quindi nessuno se ne sarebbe accorto". Quello forte, pur con qualche variante, potrebbe essere schematizzato così: "l'Universo ha le proprietà che conosciamo perché deve consentire la vita"; in altri termini, "lo scopo dell'Universo è quello di far evolvere gli osservatori", ovvero "la nostra presenza è indispensabile affinché l'Universo esista".

Per dirla diversamente, stando al principio debole ci vuole un universo grande come il nostro con centinaia di miliardi di galassie, ognuna composta di centinaia di miliardi di stelle, per consentire le condizioni necessarie per la nostra esistenza. In aggiunta il principio forte sostiene che vi sarebbe stato un condizionamento dei parametri dell'Universo per permettere (o favorire) esplicitamente la presenza di essere intelligenti.


Conclusione

Formulazioni del genere, tuttavia, non soddisfano quei fisici a cui non garba rimandare tutto il problema a speciali condizioni fissate con cura all'inizio dell'Universo. Per aggirare la questione sono stati proposti diversi scenari, tra cui quello di un iniziale periodo di "inflazione", cioè di rapida espansione, dell'Universo nelle primissitne fasi dopo il Big Bang. Un'altra teoria contempla invece l'esistenza di infiniti universi: in tal caso ognuno di essi avrebbe condizioni e parametri diversi, e il nostro sarebbe soltanto un universo con le giuste condizioni atte a consentire l'evoluzione del vivente. La comparsa della vita, e della vita intelligente, sarebbe qui meramente accidentale, non certo il frutto di qualche Disegno divino. Tali universi avrebbero un loro spazio e un loro tempo, e si genererebbero in continuazione; perciò questo "Multiverso", come oggi si è soliti chiamarlo, sarebbe infinito sia nello spazio sia nel tempo. Questa grandiosa concezione affonda le sue radici proprio nella storia del pensiero occidentale, e non solo. Oggi appare, però, come una cosmologia straordinariamente sofisticata sotto il profilo matematico. Ma il suo maggiore problema è che, almeno per ora, non pare una teoria empiricamente controllabile con osservazioni astronomiche ed esperienze fisiche." Né potremmo entrare in comunicazione con siffatti universi, date le loro diverse proprietà e caratteristiche fisiche; perciò la loro esistenza rimane puramente speculativa, anche se questa non costituisce una buona ragione per non tenerne conto. In cosmologia, oltre il punto di vista della fisica, è ancora rilevante quello della metafisica!

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Pagina 66

In conclusione, si può dire che le indagini teoriche circa i possibili comportamenti del tempo hanno mostrato che la fertile immaginazione degli scrittori di fantascienza non riesce in realtà a essere all'altezza delle esotiche possibilità consentite dalla teoria di Einstein. Negli anni a venire ci possiamo aspettare che la nostra immagine del tempo subisca una revisione radicale, nella misura in cui ci renderemo conto più a fondo delle conseguenze dell' "accoppiamento" di gravità e realtà quantistica. Molte bizzarre possibilità già sono emerse, almeno in via di tentativo. Hartle e Hawking hanno avanzato l'ipotesi che il tempo non esista nell'intorno quanto-gravitazionale del Big Bang. Solo quando la densità dell'Universo decresce e la scala delle sue dimensioni aumenta può emergere il tempo così come noi lo concepiamo, cioè come limite classico della teoria quantistica. Parimenti bizzarra è la possibilità, con le teorie quanto-gravitazionali delle superstringhe, che l'Universo possa possedere più di una sola dimensione temporale. Queste teorie sono definite soltanto se esistono più di quattro dimensioni spazio-temporali. Si è sempre ritenuto che le dimensioni "extra" siano tutte di natura spaziale, e che tutte, tranne tre, siano piegate su se stesse a scale impercettibilmente piccole. Tuttavia, la completezza di queste teorie non richiede che le dimensioni "extra" siano di tipo spaziale. Alcune (o anche tutte) potrebbero altrettanto bene essere temporali. Se ciò non fosse possibile, per quale ragione matematica o fisica sarebbe vietato? Nessuno sa, per ora, la risposta.

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