Copertina
Autore Christian Mascheroni
Titolo Impronte di Pioggia
EdizioneL'Ambaradan, Torino, 2005, Le Primule , pag. 280, cop.fle., dim. 140x210x20 mm , Isbn 978-88-89257-16-6
LettoreGiorgia Pezzali, 2006
Classe narrativa italiana
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Pagina 9

la ruvidezza del sale



Con un colpo secco, Eléna sbatte la porta e, accasciandosi sulle ginocchia, serra al petto la mano che ha chiuso fuori dalla sua vita il padre di Pioggia.


Pioggia ama sua madre.

Se mai sorgesse il dubbio, la risposta è facile, pensa, indolore. Amarla è una certezza genetica, non implica un giudizio. Non ora, almeno. Ciononostante lascia che lei scivoli su se stessa, al rallentatore. In realtà, se avesse mani grandi e forti, la sorreggerebbe, ma accade tutto troppo in fretta e nel dischiudere i pugni si accorge che le dita rimangono impigliate nei palmi. Nel pulsare sottile delle vene del collo e nell'urticante arrossamento delle guance, Pioggia legge il tracciato di un corpo che, crescendo, non gli permette più di controllarlo a suo piacimento. Che siano le cuciture del vestito rosso a sostenerla, allora! Che sia il dragone cinese stampato sulla gonna ad afferrarla con i denti aguzzi!

Ma proprio in quel momento, Eléna, davanti ai suoi occhi, affonda nelle pieghe della stoffa e si chiude in un ventaglio di arrendevolezza. Spaventato, non può far altro che buttarsi a terra dietro l'ombra di sua madre. Le afferra la vita stretta, la pelle aderisce ai fianchi. Appoggia la testa sulla sua schiena e ascolta il respiro, il cui riverbero sembra affievolirsi negli angoli bui della casa. necessaria una cura, istantanea, che assorba le distanze fra le loro percezioni. Pioggia ha bisogno di un flusso magico, di un potere straordinario, quello imaginifico, e così, concentrandosi, si trasforma in un dottore. A compimento della sua miracolosa metamorfosi, ordina alle molecole dell'aria di avviluppare le sue cellule epiteliali e, in meno che non si dica, si trova a indossare un camice bianco. Le ultime esalazioni di magia lo aiutano a trasmutare il luccichio del sudore in uno stetoscopio nuovo di zecca. Infine, con sorprendente abilità, Pioggia fa aderire i guanti di lattice alle mani; l'emanazione salvifica dell'odore di talco. Prontamente, avvicina lo stetoscopio al cuore di sua madre, ma i battiti accelerano a una velocità incalcolabile; ora è impossibile comprendere a chi dei due appartengano. Pioggia preme i polsi contro le orecchie.

Un rumore assordante varca il suo corpo e raggiunge quello di sua madre, risuona nello spazio della loro incomunicabilità. Pioggia, spogliato del suo potere, alza lo sguardo e fissa la porta, oltre la quale si odono le scarpe di suo padre picchiettare sugli scalini. Per qualche secondo lo scalpiccio gli ricorda una sera di temporale quando, sigillato nell'automobile, lo aveva aspettato per più di mezzora prima che uscisse dal bar con una stecca di sigarette sotto braccio. La pioggia era scemata e le gocce d'acqua, precipitando dai rami frondosi degli alberi sul tettuccio, avevano reso l'attesa insostenibile, carica di elettricità e presagi. E ora, questo nuovo ticchettio possiede lo stesso doloroso e intenso scandire del tempo - gli eventi fuori e lui dentro. Pioggia ascolta in silenzio, il mento appoggiato alla spalla di Eléna.

Poi, il portone del condominio si apre, e con la stessa violenza dell'abbandono, viene sbattuto. I vetri tremano. Un'altra pausa, il frangente di un battito di ciglia. Non si ode più alcun rumore sugli scalini. I rami hanno smesso di gocciolare.

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Pagina 56

il latte nelle guance



«Mi prendi i cereali al cioccolato, per favore?»

Come pulviscolo sotto la luce del sole, Alice appare nella cucina di sorpresa, silenziosa. Scalza, con il pigiama rosa ricamato con pizzi attorno al collo, si dondola sulla soglia, con gli occhi ancora appesantiti dal sonno. Tutte le mattine bisogna bagnarla di luce per accorgersi della sua presenza, o concentrarsi sulla sua flebile voce, che per eccesso di timidezza sembra sempre rimanere impigliata alle labbra. Martino si volta per dedicarle un sorriso, ma lo accenna solamente. Pioggia si è sempre accorto della totale mancanza di rilassatezza nel suo modo di darle uno spazio nell'ambiente. Una sorta di connivenza genetica che, di fondo, non essendo generata da una scelta, è fragile e prematura e potrebbe un giorno renderli inseparabili oppure indifferenti l'uno all'altro. Martino non la chiama mai per nome. C'è sempre un cenno, un gesto o un soprannome per attirarla a sé. Non che le manchi di attenzioni, al contrario, le sue dimostrazioni di affetto sono copiose, ma ogni tanto potrebbe rallegrarla semplicemente solleticandola, prendendola in braccio o dandole un buffetto. come se Martino, ogni giorno, pesasse sulla bilancia la quantità di affetto da fornire alla sorella, spendendo la giusta dose di energia per farla felice. Con distrazione allunga il braccio, afferra la scatola colorata dei cereali sulla mensola e le avvicina la tazza dal bordo rosa. Pioggia le versa il latte dalla brocca, sostenendola con entrambe le mani. Alice, che lentamente si sta caricando del suo mattino, gli sorride e lo raggiunge al tavolo. Nella penombra, seduta sui cuscini, si accinge a mescolare nello stesso verso il latte e i cereali, creando un vortice al centro della tazza che avrebbe potuto risucchiarla un giorno o l'altro, per colpa di una distrazione. Per Pioggia volerle bene è spontaneo; basta guardarle le dita, come afferra gli oggetti, cercando di lasciare impronte ovunque come se fossero testimonianze della sua effettiva partecipazione alla vita della famiglia e degli amici di suo fratello.

«Come va la scuola?» domanda Martino per spezzare un lungo silenzio. Alice lo osserva e scoppia a ridere. Il latte gli ha disegnato un paio di baffi sul labbro superiore. Pioggia si aggiunge alle sue risate e, senza pensarci, infila il naso nella tazza e lo tinge di bianco. Raggiante nella calda luce che a poco a poco si espande nella cucina, Alice è sollevata e ride, con lo sguardo saturo di gratitudine e la bocca chiusa che a stento trattiene il latte nelle guance.

«La scuola va abbastanza bene, ci danno sempre un sacco di compiti appena si torna dalle vacanze natalizie e poi ci fanno scrivere i temi su come hai passato la vigilia, che regali hai ricevuto o che cosa ti ha insegnato quest'anno il Natale» borbotta Pioggia masticando un biscotto.

«A noi fanno studiare l'inglese e io lo odio l'inglese. Perché bisogna studiare una lingua di un paese tanto lontano?» risponde Martino teatrale. Alice assorbe ogni sua parola, devota. Non fa che approvarlo in tutto, è il suo idolo, la sua compagnia.

«A me piace invece, così riesco a capire cosa dicono le canzoni che ascolta mia mamma.»

«La mia non fa che ascoltare canzoni d'amore di quando era giovane...» continua Martino, leccandosi le dita.

«Tua mamma è ancora giovane... Comunque la mia ascolta tutto, anche il rock e il pop...» dice con fierezza.

Alice scoppia nuovamente a ridere, così Pioggia le ripete nell'orecchio pop una decina di volte, con varie inflessioni di voce.

«Vedi, tua mamma è ancora una ragazza, la mia invece è, be', è una mamma come le altre» aggiunge Martino titubante.

Pioggia rimane con il cucchiaio sollevato in aria, domandandosi se il suo amico abbia ragione o no. In fondo quante volte hanno scambiato Eléna per sua sorella? E quante volte, a scuola, gli insegnanti, imbarazzati, hanno pensato che fosse una baby-sitter oppure una parente, magari una nipote in visita?

«In che senso mia mamma non è come le altre?» chiede, sopraffatto dal timore di essere stato spartanamente recluso dai suoi coetanei in una categoria a parte, come quella dei figli degli spacciatori di via Canostri, oppure quella dei figli dei disagiati dei quartieri Nizzaria.

«Be', non offenderti perché, sai, per me tua mamma è davvero super, però è giovane e... insomma, come dice l'amica di mia madre, è troppo giovane per prendersi cura di te da sola, sì, insomma, senza un marito...»

La voce di Martino si spegne, è già cenere soffiata via dal vento. Se ha ferito il suo migliore amico, si infliggerà una punizione che non dimenticherà mai più. Alice nasconde il volto dietro la tazza del latte vuota. Pioggia sente che potrebbe tremare per l'indignazione, ma non prova nulla di tutto ciò. Nemmeno la rabbia sembra scalfirlo. Affonda con il cucchiaio un biscotto e lo lascia tornare a galla. Per una frazione di secondo, immagina Robi e Rudi giocare in giardino, appesi a qualche ramo a ciondolare o a correre a perdifiato.

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Pagina 107

piccoli occhi trasparenti



Come ogni lunedì pomeriggio, Pioggia si aspetta che da un momento all'altro la grande B rossa del ristorante Alì Babà si stacchi dall'insegna e lo travolga. dal giorno della befana che, dopo la grande bufera di neve che ha schiodato da un lato la lettera al neon, i bambini del quartiere fanno scommesse sul suo inevitabile crollo. C'è chi ha scommesso un album di figurine di calcio, chi un campanello nuovo per la bicicletta pronosticando il giorno esatto in cui la lettera pericolante si sarebbe schiodata definitivamente dal muro e avrebbe travolto qualche cliente, uccidendolo. Nonostante le previsioni, nessuno è ancora morto, per fortuna. L'insegna al neon si illumina ogni sera, tranne lei, la grande B rossa. Pioggia si trova davanti al portone del magazzino dietro il ristorante, con la cartella sulle spalle più pesante del solito per via dei voluminosi libri di matematica. una giornata che riserva poche sorprese; perfino Robi e Rudi intuitivamente hanno preferito rimanere sdraiati sul banco di scuola piuttosto che andare con lui a trovare Martino. Nell'aria l'eccitante promessa di una nevicata a breve termine si dissolve nell'opaca trasparenza del sole. A ogni soffio di vento i rami lungo i marciapiedi si tendono, la corteccia crepita. Le strade si sfilacciano ogni volta che un'automobile sfreccia attraverso il paese. La gente si barrica nelle case, teme un'epidemia endemica, pronosticata da anni dal vecchio medico che abita in fondo al viale delle Rimembranze. In realtà qui le persone hanno il terrore di tutto, perfino che la pioggia spazzi via le case sbriciolandole come biscotti. Così si racconta. D'inverno l'unico rumore che risuona lungo i viali è quello delle porte che le donne chiudono con due giri di chiave. La prima volta per lasciare fuori il freddo, la seconda per lasciare fuori il mondo.

Pioggia si aggiusta il cappellino di lana sulla testa, guarda l'orologio. Martino è come al solito in ritardo. Lo immagina intento a tagliare la mozzarella a cubetti o a riempire i boccali di birra con il sale grosso, che poi al mattino successivo getterà davanti all'ingresso del ristorante insieme a suo padre. uno spettacolo da non perdere. Si vedrebbero un uomo minuto, dai baffi color zafferano e il mento aguzzo, e un bambino, dalle guance arroventate e le orecchie a sventola, lanciare grani di sale sul selciato come contadini che seminano la terra. Di fronte alla loro singolare ritualità i passanti dimenticherebbero il gelo e rimarrebbero disarmati.

Dal balcone del ristorante, al primo piano, si affaccia Benedetta, la madre di Martino. Stende all'aria il viso pallido ed emaciato, un tempo rigoglioso e gioviale nella prospettiva di una felicità conquistata con il sacrificio. Le braccia sottili, attaccate alla balaustra, sembrano non avere più la forza di una volta. Quando la si osserva spostare i tavoli e le sedie del locale, sollevare vassoi colmi di bicchieri, servire piatti bollenti, la si vorrebbe cingere con le braccia affinché si lasciasse andare a un sonno prolungato, senza strappi alla schiena e caviglie gonfie. Sulle spalle ossute le rimane il peso della speranza di una vita rilassata, che nel profondo dei suoi occhi castani ha ancora le fattezze di un sogno pulito, levigato. Per lei e per suo marito è un periodo difficile, se non addirittura drastico, specialmente dopo l'incendio scoppiato nella cucina due mesi prima di Natale e la concorrenza di una nuova pizzeria aperta a pochi chilometri di distanza.

Forse venderanno l'Ali Babà entro l'estate prossima.

«Buongiorno Benedetta!» grida Pioggia, sbracciandosi per farsi notare. Benedetta si volta verso di lui, sorride, stringe nei pugni la spossatezza delle notti insonni.

«Ciao Pioggia, Martino arriva subito, sta sistemando i cestini del pane per stasera. Vuoi salire intanto? Avrai freddo...»

«No, grazie, lo aspetto qui» risponde Pioggia. A essere sinceri sta congelando, ma non vuole salire, non oggi. Basterebbe uno sguardo alla loro cucina, o ai grembiuli con i nomi cuciti sopra per illuderlo che un giorno anche lui potrà vivere in un posto così caldo e confortevole. Preferisce aspettare Martino per rintanarsi tutto il pomeriggio con lui nel grande magazzino del ristorante, che, dall'inizio dell'inverno, è diventato ufficialmente la loro nuova base segreta.

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Pagina 184

e il tocco di un polpastrello



Nella classe ci sono ventitré bambini e per nessuno di loro Beatrice prova un affetto sincero. Sa che li vedrà crescere da un momento all'altro e che nessuno proverà per lei stima o gratitudine. Avranno la loro piccola gracile vita da portare sulle spalle come uno zainetto colmo di libri. Beatrice si scosta i capelli secchi, rovinati dalle continue permanenti. Guarda fuori dalla finestra, il cielo è grigio, si confà all'umore. O forse è solamente meteoropatica. Questi bambini, infilati nei banchi di scuola, hanno l'aria di volerle bene. Alcuni di loro la chiamano per nome, altri solo maestra. Li osserva mentre aprono il libro di geografia, le sembra che tutto oggi proceda lentamente; vorrebbe essere a casa, con suo marito, vorrebbe rimanere incinta. Questi bambini non le appartengono. Non è giornata. Non è mai giornata da un po' di tempo.

La porta della classe si spalanca. Beatrice si innervosisce, non vuole che i bidelli entrino senza aver bussato. Non è una questione di gentilezza o rispetto. che lei sussulta per qualsiasi rumore improvviso, un colpo di tosse, lo scoppio di un motore, una penna che cade a terra. La porta si apre e lei, voltandosi, piega una pagina del libro con il gomito. Rimarrà il segno, è questo quello che pensa, come una camicia non stirata.

«Mi scusi, sto cercando mio figlio, non l'ho interrotta vero?»

Ho una madre sarcastica, pensa Pioggia alzando la faccia dal banco. I suoi compagni di scuola si aspettano che arrossisca per l'imbarazzo, ma lui è abituato a Eléna, perché la donna sulla soglia della classe è proprio lei, Eléna, e per un po', ciondolante, sarà la donna che varca le soglie per spiazzare il mondo.

«Stiamo iniziando la lezione, signora. qualcosa di urgente?» tentenna la maestra. Eléna ha una camicia azzurra e una giacca di pelle, è semplicemente bellissima, Beatrice lo ammette anche a se stessa. Non è preparata, non sta facendo lezione, non sta impartendo ordini o sgridando un alunno per non aver studiato. Il suo involucro si sgretola, il suo ruolo di maestra sembra non facilitarle il compito.

«Vorrei il mio bambino... Ho bisogno di portarlo via con me oggi, se c'è da firmare una nota o come le chiamate... una giustificazione ecco, non c'è problema, gliela firmo.» Eléna è sprezzante, da un momento all'altro potrebbe ridere in faccia a Beatrice. Pioggia disegna sulla superficie del banco una nuvola con quattro gambe. La nuvola corre in mezzo alle altre per arrivare prima dinanzi al sole e, sciogliendosi, si trasformerà in pioggia. Una delle gambe risulta più fine dell'altra. Pioggia la cancella. Sua madre si avvicina al banco. I bambini non si perdono un solo secondo della scena. Sono imbarazzati per lui.

«Signora, mi scusi, la prego di aspettare la fine della lezione. Le ripeto, se non ha una motivazione seria, aspetti fuori dall'aula. Può prendersi un caffè intanto.»

Eléna si volta, le sorride, piena di compassione. Nel suo sguardo Beatrice si sente piccola e tozza, indifesa e inferocita allo stesso tempo. Non può che tornare a guardare fuori dalla finestra perché non trova altre parole.

«So di averla interrotta, mi scusi, ma devo portare mio figlio a una visita medica e me ne ero dimenticata. Pensavo che l'appuntamento fosse per domani, invece, era... è per stamattina. Domani torni con la giustificazione e la dai alla tua maestra» dice rivolgendosi all'improvviso a Pioggia. Beatrice incrocia le braccia, ha freddo, i caloriferi della scuola non scaldano sufficientemente le aule. Lo dirà nuovamente in commissione. Vorrebbe essere a casa, a cucinare, la televisione accesa, le basterebbe questo per sentirsi sollevata.

«Prego, prenda suo figlio e per domani mi scriva una giustificazione, e per favore la prossima volta bussi alla porta, non può entrare così...» Beatrice non è forte abbastanza. Mentre parla, capisce di essere l'unica ascoltatrice. Perfino i bambini non la stanno a sentire, sono intenti a ridere, a invidiare Pioggia.

«Buongiorno, grazie, mi scusi per il disturbo, bambini studiate, mi raccomando, buona giornata.» Eléna afferra la mano di Pioggia, è di ottimo umore. Nessuna visita medica. Pioggia e sua madre vanno in città. I bambini ricambiano il saluto, divertiti.

Beatrice è una brava maestra, ma vorrebbe una porta e una soglia tutta per sé, vorrebbe entrate trionfali. Bussano ancora alla porta. Ha della polvere di gesso sul maglione.

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Pagina 226

La bicicletta sfreccia per la strada, le mollette agganciate al manubrio, le gomme appena gonfiate. Pioggia pedala velocemente verso la casa di Martino; non può più perdere tempo, sente che si sta consumando, è combustibile che brucia e l'inverno è ancora lungo. Mentre tenta di ripararsi dal gelo e dalle folate di vento premendo la sciarpa contro la bocca, nella testa gli rimbomba la voce di sua madre, masticata, sputata dentro stucchevoli e piagnucolosi messaggi lasciati nella segreteria di Raoul. Devo vederti, devo parlarti, dobbiamo incontrarci, così non può andare. Gira a destra, sfiora il marciapiede con la ruota posteriore. Le scintille scoppiettano, formano la coda di una stella cometa che infiamma la precoce oscurità del pomeriggio. Robi si tiene stretto al cappotto con le unghie, il casco azzurro allacciato alla testa. Rudi si aggrappa alle sue orecchie con il becco, non può raggiungere questa velocità volando. Incontriamoci domani, ti prego, non dirmi di no. Quante volte ha atteso questa richiesta di perdono? stata lei a cacciarlo di casa. Ha qualche importanza che Raoul non sia tornato o che non abbia nemmeno provato a farlo? un bambino, non può che affidarsi ai gesti, che impregnano il suo sentiero; sono impronte di stivali nel fango. Si essiccano sotto il sole, lasciano traccia di un passaggio, il segno di una presenza, di una precisa direzione. Eléna avrebbe dovuto inseguirlo, chiedergli scusa, avrebbe salvato il loro mondo, cancellato le impronte. Una sola direzione. Una sola casa dove restare, lui, sua madre, suo padre. Sdraiarsi sul divano a ingurgitare popcorn davanti a un film, leccare il cucchiaio sporco di gelato, attendere l'arrivo della macchina di Raoul, il rumore del cancello che si apre. La portiera che si chiude e il frusciare del sacchetto di plastica dove suo padre infila la tuta da lavoro. Pioggia frena, rallenta la corsa e per poco non sbalza dal sellino Robi e Rudi. Fermo all'incrocio, viene assalito dall'ennesimo dubbio. Per pochi attimi, si rende conto di aver perso la sua direzione. Si guarda a destra e a sinistra, mentre il semaforo getta un raggio rosso sui capelli. La casa di Martino è ha pochi isolati, eppure lui sembra essersi dimenticato come raggiungerla. Nessuna indicazione può aiutarlo, non certo il cartellone pubblicitario che reclamizza gli sconti del negozio di intimo, né il cestino della spazzatura dal quale sbuca il collo di una bottiglia di vino. Si sente come l'inquilino del quinto piano, il vecchio signor Fabrizio, che quando non trova una strada picchia il suo bastone contro i pali dei lampioni per sentire risuonare il paese di metallo e legno laccato. La prossima volta Pioggia potrebbe gettare molliche di pane sull'asfalto ghiacciato o legare stringhe di liquirizia ai cancelli, così non si perderà. Impaziente, Robi scende dal sellino, si arrampica sul semaforo e dà un pugno al faro rosso.

«Dobbiamo andare, devi darci il via!» grida il gatto verso il semaforo. Rudi agita le ali; perfino il suo amico gatto sembra essere impazzito.

«Mi ricordo, mi ricordo!» esclama Pioggia scacciando le tenebre con una scrollata di testa. Giro a sinistra, poi sempre dritto superando la rimessa di motorini e il panificio e giro nel viale di destra. Robi si lancia sulla sua spalla e le ruote tornano a girare, i sentieri tornano a essere calpestati, il fango si asciugherà sotto gli stivali. Pioggia sospira. Quanti sassi dovrà ancora lanciare contro una carrozzeria per aprire un varco e afferrare le chiavi per ripartire, invece di stare immobile, ad aspettare, a guardare sua madre che decide la prossima mossa? Ha bisogno di suo padre, forse tanto quanto di una nuova casa, un altro paese, uno che gli piaccia davvero, dove si possa sentire parte integrante della comunità. Invece si sente come una provvista in cantina, di cui la gente necessita solo in caso di estremo pericolo. Pioggia vola attraverso il vento, le dita della mano sui lanciamissili, pronto per distruggere i nemici che gli sbarrano la strada. Lo sguardo è ricettivo a ogni movimento non schedato dalla sua mente. Ma qui, in queste strade di Colle Asperso, la noia ha sbranato le carni. L'inverno congenito degli abitanti ha congelato legamenti e articolazioni, desideri di varcare porte e di scostare tende; ha attutito i suoni dei palazzi, cancellato gli schiamazzi delle scolaresche in fila per andare nella palestra comunale e perfino spento le radio negli spogliatoi delle giovani operaie tessili di via Margassini. Pioggia pedala, stringe i denti, vuole scacciare quella sensazione che gli adulti chiamano solitudine. «Non cascarci mai,» gli aveva detto un giorno suo nonno «sono tutte palle. La gente scambia la solitudine con l'isolamento. Mentre l'isolamento è una scelta, la solitudine invece è una condanna.»

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