Copertina
Autore Ugo Mattei
CoautoreLaura Nader
Titolo Il saccheggio
SottotitoloRegime di legalità e trasformazioni globali
EdizioneBruno Mondadori, Milano, 2010, Saggi , pag. XII+260, cop.fle., dim. 14,6x21x1,8 cm , Isbn 978-88-6159-334-3
OriginalePlunder: When the Rule of Law is Illegal
EdizioneBlackwell, Malden-Oxford-Victoria, 2008
TraduttoreAnna Maria Poli
LettoreRiccardo Terzi, 2010
Classe politica , diritto , storia contemporanea , storia criminale , economia politica , globalizzazione , beni comuni , paesi: USA
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Indice


VII Introduzione all'edizione italiana di Ugo Mattei


  1 1. Saccheggio e regime di legalità

 33 2. Il neoliberismo, motore economico del saccheggio

 69 3. Prima del neoliberismo: una storia di saccheggio occidentale

 89 4. Il saccheggio delle idee e i fornitori di legittimità

117 5. La costruzione delle condizioni del saccheggio

145 6. Diritto internazionale o diritto imperiale?

183 7. Egemonia e saccheggio: lo smantellamento della legalità negli Stati Uniti

213 8. Oltre un regime di legalità illegale?


241 Ringraziamenti

243 Note

251 Indice analitico



 

 

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Pagina VII

Introduzione all'edizione italiana

di Ugo Mattei


Con tutto quello che è stato scritto sulla dominazione imperialista e coloniale e sulla globalizzazione come manifestazione contemporanea di simili rapporti di potere fra l'Occidente opulento e il resto del mondo, colpisce la limitata attenzione dedicata al ruolo del diritto in questi processi. Gli apologeti, più o meno consapevoli dell'imperialismo euro-americano, hanno celebrato il regime di legalità (rule of law) come la quintessenza della civilizzazione, ma ne tralasciano sistematicamente il lato oscuro.

Difficile non accorgersi che il diritto è stato ed è tuttora utilizzato per amministrare, sanzionare e soprattutto giustificare la conquista e il saccheggio occidentale. Ed è proprio questo continuo e mai interrotto saccheggio che provoca – ben più delle ragioni legate a dinamiche corruttive interne ai paesi poveri con cui si tenta di colpevolizzare le vittime – la massiccia diseguaglianza globale. L'idea portante dell'autocelebrazione occidentale è legata a filo doppio a una certa concezione del diritto, quella che abbiamo reso in italiano, per sottolinearne l'ambiguità, come regime di legalità (rule of law).

In questo libro un giurista e un antropologo, per la prima volta insieme, scandagliano nel tempo e nello spazio, tanto nei contesti centrali quanto in quelli semiperiferici e periferici, il regime di legalità come struttura istituzionale e progetto culturale profondo, che naturalizza la disparità economica rendendola assai resistente e forse immutabile. La potente retorica della legalità, che ne rende il regime particolarmente forte, costituisce un progetto politico e culturale a tutela dell'accumulazione privata che merita esplicita attenzione teoretica e critica. Ciò è oggi particolarmente vero in Italia, dove i principali editori pubblicano senza sosta volumi sui temi legati alla globalizzazione giuridica che invariabilmente assumono la rule of law come un bene in sé senza curarsi di tracciare un pedigree del regime di legalità fondato sulla ricerca della verità storica piuttosto che sulla retorica professionale dominante.

In questo libro abbiamo cercato di dimostrare che il regime di legalità è un progetto di dominazione del più forte nei confronti del più debole, una vera e propria legge del più forte in nome della quale, tramite diverse strategie culturali e professionali, si radica profondamente la superiorità del primo e l'inferiorità del secondo. Un progetto di dominazione avvolto nella retorica della legalità non può che costituire una poderosa costruzione di egemonia, persuadendo le vittime della benevolenza dei predoni. Il libro è dedicato in massima parte all'elaborazione di una critica, una pars destruens del regime della legalità fondata sulla sua vicenda storico-antropologica. Questa pars destruens ci pare quanto mai necessaria soprattutto in un momento storico nel quale la civiltà giuridica continua a essere umiliata nei fatti, mentre le presunte virtù progressive del regime di legalità vengono continuamente esaltate. Senza alcun pudore si finge di esportare legalità in Afghanistan (l'Italia sta spendendo milioni nel velleitario e arrogante tentativo di codificarne la procedura penale) e in Iraq – mentre se ne esporta soltanto un regime, complice del saccheggio delle multinazionali, legittimato dalla legge del più forte pure nei suoi episodi più cruenti (l'anno 2010 si è inaugurato con la notizia dell'assoluzione, basata su un formalismo processuale, ad opera di una Corte federale statunitense, dei mercenari della Blackwaters responsabili del massacro di 17 civili iracheni in piazza Nisoor a Baghdad il 17 settembre del 2007).

Naturalmente, ogni egemonia può produrre contro-egemonia, sicché abbozziamo nell'ultimo capitolo anche una pars construens frutto della resistenza dei sottomessi, la cui piena elaborazione teorica (a tacer della prassi) richiede un ulteriore approfondimento metodologico e soprattutto molta ulteriore ricerca.

Abbiamo cominciato a scrivere Il saccheggio nel 2003 e la pubblicazione originale negli Stati Uniti è avvenuta nel marzo del 2008. Da allora, sullo scenario globale si sono susseguiti, quasi contemporaneamente, due episodi che mutando le coordinate di riferimento, offrono l'opportunità di verificare la robustezza della tesi fondamentale sviluppata nel volume: noi sosteniamo infatti la strutturale compenetrazione del regime di legalità con il saccheggio. Le due novità storiche sono ovviamente la crisi economica dell'autunno 2008 che sembrava aver travolto il modello dominante del capitalismo finanziario neo-liberista e l'elezione di Barack Obama a presidente della potenza egemone.

Il primo fenomeno, e soprattutto le reazioni alla catastrofe economico-finanziaria, non fanno che confermare la tesi della continuità nel saccheggio articolata nel nostro libro. La vicenda dei subprime mortgages, fattore scatenante della crisi negli Stati Uniti, riproduce al centro (e globalizza definitivamente) dinamiche estremamente simili a quelle che Il saccheggio descrive nel secondo capitolo, con riferimento, in particolare, alla vicenda del default argentino. Prestasoldi senza scrupoli dal nome blasonato, legati a filo doppio al luccicante ambiente di Wall Street, inducono soggetti più o meno sprovveduti ad accendere mutui ipotecari già sapendo che ben difficilmente i loro debiti potranno essere onorati. Sul fronte dell'offerta la molla economica che induce a stipulare questi prestiti è la prospettiva del loro continuo trasferimento (incassando commissioni) nell'ambito di creative cartolarizzazioni (progettate da rampanti avvocati e investment bankers educati a Yale o Harvard) volte a nascondere ogni rischio. Sul fronte della domanda, la molla è la necessità indotta da un rapporto sempre più squilibrato fra capitale e lavoro, con quest'ultimo ormai incapace in molti casi di sostentare il lavoratore, che rende inevitabile ogni forma di indebitamento privato. Più in generale, è il modello di sviluppo proposto dall'industria dello spettacolo e della comunicazione (e purtroppo anche da quella accademica dominante) a spingere anche i ceti medi a consumi e tenori di vita insostenibili. Tutto ciò avviene grazie al trionfo della concezione economicistica del diritto leggero (a sua volta elaborata nelle principali istituzioni accademiche) come "facilitatore" piuttosto che "controllore" delle transazioni economiche nell'ambito di un modello che delegittima come obsoleto ogni controllo di legittimità che potrebbe imporre tempi meno rapidi all'operare economico. La reazione alla crisi inoltre mostra il saccheggio in tutta la sua portata: 700 miliardi di dollari trasferiti da Paulson (a Obama già eletto) al di fuori di ogni controllo e senza alcun principio alle grandi istituzioni finanziarie da salvare. Il progressivo smantellamento anche ideologico del settore pubblico fa sì che a gestire questi fondi (e i molti altri fino a circa 2000 miliardi di dollari successivamente attribuiti dal pacchetto crisi dell'amministrazione Obama) fossero gli stessi studi legali e le stesse banche d'affari i cui eccessi avevano originato la crisi e sul finire del 2009 si è appreso che ogni limite al compenso dei manager (perfino dei colossi Freddie Mac e Fannie Mae) è stato abolito, il più possibile nell'ombra, dall'amministrazione Obama... Del resto, la politica economica della nuova amministrazione – e ci spostiamo qui all'altra novità epocale – ci mostra un ulteriore impressionante fenomeno di continuità. Summers, Geitner, Bernanke (governatore della Federal Reserve) e gli altri uomini che hanno fronteggiato la crisi fanno parte del gotha del neoliberismo reso bipartisan da Clinton. La supposta crescita keynesiana di centralità dello Stato altro non sembra essere che il consueto modello di trasferimento di risorse pubbliche al privato, la solita socializzazione dei costi accompagnata da privatizzazione dei benefici che il regime della legalità non solo tollera ma incoraggia. E di questa dinamica il capitalismo italiano è da anni maestro!

La tesi della continuità, secondo cui il saccheggio legittimato dal regime di legalità non presenta soluzioni di continuità neppure di fronte a eventi epocali quali l'abolizione della schiavitù o la decolonizzazione, sembra dunque abbondantemente confermata oggi anche di fronte alla grande crisi. Essa peraltro non pare neppure risentire particolarmente dello spettacolare (in senso debordiano) tentativo di Obama di recuperare un'egemonia fondata sull'esempio di un modello americano che davvero rispetta i diritti civili e politici, rompendo con l'unilateralismo del suo predecessore. Scrivendo Il saccheggio avevamo fatto di tutto per evitare di farci sopraffare dall'eccezionalità dell'era Bush, dal suo autoritarismo, unilateralismo e disprezzo per la civiltà giuridica, sebbene il libro abbia dedicato un intero capitolo (su nove) allo scempio della legalità avvenuto dopo l'11 settembre 2001, fra il Patriot Act, le torture e le gabbie di Guantánamo. Avevamo anzi accuratamente respinto la tesi dell'eccezionalità di Bush e documentato piuttosto il dispiegarsi di un unico modello di dominazione globale cosiddetta "neoliberista" iniziato in era Thatcher (assai simboliche le Falkland/Malvinas) e naturalizzato con Clinton, Blair e molti altri leader europei di diversi schieramenti (accenniamo nel libro anche al nostro D'Alema diligente protagonista dell'attacco illegale all'ex Iugoslavia). È sufficiente promettere di smantellare Guantánamo quando le orribili carceri Supermax in cui i detenuti sono sottoposti a tormenti inauditi sbocciano come funghi su tutto il territorio? È sufficiente promettere di ritirare le truppe dall'Iraq quando al contempo si inasprisce una guerra assurda in Afghanistan, e se ne minacciano continuamente altre, l'ultima delle quali in Yemen? Possiamo parlare di una vera discontinuità nella politica mediorientale quando essa è nelle mani di dirigenti dal luminoso passato sionista come Hillary Clinton, per non parlare di Rahm Emanuel? È sufficiente dichiararsi pentiti per il golpe del 1953 contro Mossadeq in Iran e salvarsi la coscienza con una apertura del tutto simbolica nei confronti di Cuba, da sempre oggetto delle attenzioni predatorie degli Stati Uniti, partecipando al contempo a una tale sceneggiata propagandistica (con abbondanza di eroine mediatiche invitate a scrivere sui principali giornali occidentali) da rendere impossibile la comprensione pubblica di cosa davvero sta avvenendo?

La nostra tesi della continuità strutturale ci ha resi da subito scettici sulla possibilità di "cambiamento" affidata a un uomo solo, a maggior ragione se un politico da tempo scelto dagli apparati del capitalismo finanziario (Obama tenne il discorso principale, classica investitura del politico emergente, alla Convention democratica del 2004 che incoronò Kerry). Nel nostro libro abbiamo cercato di offrire una spiegazione strutturale che non considerava eccezionale la presenza di un imperatore "cattivo" e non considera oggi eccezionale neppure quella di un imperatore che ritiene essenziale mostrare un volto "buono". In fondo la politica monetarista più estrema iniziò con il mite Carter...

Certo, la vicenda del conferimento del Premio Nobel per la pace ad Obama supera quanto ci saremmo potuti immaginare perfino nello scrivere il capitolo sull'industria culturale! Si sa che la realtà non di rado supera i peggiori incubi di quanti, nonostante tutto, continuano a credere nella forza del libero pensiero critico.

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1. Saccheggio e regime di legalità


Anatomia del saccheggio

L'espressione "regime di legalità" (rude of law) vanta una lunga tradizione che risale all'Inghilterra del tardo XVI secolo. Nata all'interno dell'ambito specializzato dei giuristi, si è poi diffusa nella sfera politica e in quella culturale ed è entrata a far parte del linguaggio quotidiano, dove viene evocata in innumerevoli discorsi politici, nei programmi di soggetti pubblici e privati e in quelli di molti attivisti.

Purtroppo, come spesso accade quando un termine diventa di moda e viene usato nei più diversi contesti, anche l'espressione "regime di legalità" è oggi soggetta alle interpretazioni più disparate. Si tratta di un concetto che ha perso la sua specificità tanto tra i giuristi quanto nella lingua quotidiana, ed è diventato parte di quella dimensione di conoscenza implicita descritta da Karl Polanyi nel suo ormai classico studio sulla comunicazione umana. Pochi sembrano preoccuparsi di questa mancanza di precisione, e se non fosse per le gravi implicazioni politiche che questa espressione assume nei diversi contesti, il fenomeno non desterebbe particolare attenzione?

Iniziamo con l'osservare che le connotazioni dell'espressione "regime di legalità" sono sempre state per definizione positive. Per esempio Albert V. Dicey, celebre costituzionalista inglese del XIX secolo, riteneva che il "regime di legalità" fosse il tratto distintivo della cultura costituzionale del liberalismo britannico, posto in antitesi alla tradizione autoritaria francese basata sul diritto amministrativo napoleonico. Oggi la nostra nozione è legata inestricabilmente a quella di democrazia e rappresenta un ideale dal significato forte, positivo e pressoché indiscutibile. Chi potrebbe protestare contro una società democratica, retta dal regime di legalità? Sarebbe come opporsi alla giustizia della legge o all'efficienza del mercato.

Con questo libro non intendiamo tanto contestare il regime di legalità quanto comprendere meglio questa potente arma politica e mettere in questione il suo status quasi sacrale. Analizzeremo perciò il regime di legalità come un artefatto della cultura occidentale strettamente collegato alla diffusione del dominio politico dell'Occidente stesso e cercheremo di disgiungerlo dalla configurazione ideale della democrazia per mostrarne, al contrario, lo stretto rapporto con una diversa nozione, quella di "saccheggio".

Prima di proseguire, cerchiamo però di spiegare che cosa intendiamo con il termine "saccheggio". Il Dizionario della lingua italiana Devoto-Oli lo definisce come «la sistematica appropriazione delle cose trovate nel territorio nemico propria delle soldataglie» e ancora come «appropriazione sistematica di cose, di idee o di espressioni altrui». Tratteremo qui del saccheggio messo in atto sia con la frode sia con la forza, nascoste entrambe sotto il manto del regime di legalità da illustri studiosi e professionisti del diritto, e mostreremo come il regime di legalità abbia svolto un ruolo decisivo nel sostenere il saccheggio. Il termine farebbe pensare a un lontano passato di laceri lanzichenecchi alle prese con casse piene d'oro, e in effetti uno dei modi in cui il regime di legalità sostiene il saccheggio consiste proprio nel limitarne il significato ad atti che la maggior parte di noi pensa che non potrebbe mai commettere. Nel corso di questo lavoro, il significato di ciò che si intende di solito con "saccheggio" verrà invece esteso ben oltre queste connotazioni, fino a comprendere una definizione di saccheggio come iniqua ripartizione di risorse comuni garantita dal diritto a favore dei forti e a danno dei deboli, come nel caso di un agricoltore che non ha più alcun diritto "legale" a usare le sementi utilizzate per secoli dai suoi antenati. Basterà mettere in rapporto questa struttura giuridica con gli osceni profitti delle società multinazionali che oggi detengono il brevetto sulle sementi per riconoscere che si tratta di saccheggio promosso in regime di legalità.

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Diritto, saccheggio ed espansionismo europeo

Si potrebbe iniziare con le tragiche immagini di povertà, morte e sfruttamento nelle miniere d'argento dei Potosí, nell'attuale Bolivia, dove cinque secoli fa circa otto milioni di indigeni tratti in schiavitù persero la vita, per comprendere le cause e le fatali conseguenze del saccheggio coloniale. "Aprire le vene" dell'America Latina ha comportato costi umani e sociali così alti che soltanto oggi i nativi sono tornati a essere la maggioranza nel continente. La sete d'oro e d'argento dei conquistatori spagnoli del XVI secolo, tragicamente soddisfatta con il genocidio, costituisce il prologo dell'azione. Lo scenario rimane lo stesso anche due secoli dopo in quello che oggi è il Bangladesh, così da farci respingere subito le tesi revisioniste occidentali sul regime di legalità britannico come lascito coloniale dalla natura benevola. Il Bengala fu descritto da Ibn Battuta, un leggendario viaggiatore arabo del XIV secolo, come una delle terre più ricche che avesse mai visto. Nel 1757, l'anno della battaglia di Plassey (decisiva per il dominio inglese sul Subcontinente), la capitale Dacca, centro di un'industria tessile e di un fiorente commercio di cotone, era ricca, florida e grande come Londra. Un'inchiesta ufficiale della Camera dei Lord riferisce che nel 1850 la sua popolazione era calata da 150000 a 30000 unità, che malaria e febbre gialla erano endemiche e che Dacca, "una volta la Manchester indiana", stava diventando piccola e povera. La città non si riprese mai più, e oggi è uno dei posti più poveri del mondo. Troviamo uno scenario simile in Africa occidentale, dove i crudi dati sul calo demografico dovuto al commercio degli schiavi sono agghiaccianti. Secondo buona parte della migliore storiografia, in quest'area che ha sempre sofferto la scarsità di popolazione, un calo di tale entità è la causa principale di sottosviluppo e povertà.

Dietro le prime imprese coloniali delle potenze europee c'era il bisogno di finanziare le ingenti spese del neonato sistema di governo centralizzato, essenziale allo sviluppo capitalista. Senza l'oro, l'argento, il cotone e la manodopera di paesi lontani sarebbe stato impossibile finanziare il sistema istituzionale che poi preparò il terreno all'industrializzazione e allo sviluppo. All'inizio del XVIII secolo, la Compagnia delle Indie Orientali, un'agenzia semiprivata, precoloniale, gestiva più della metà del commercio britannico, e le ricchezze che distribuiva ai suoi azionisti vanno al di là dell'immaginazione.

Dal punto di vista di chi detiene il potere, il saccheggio non è che una razionale massimizzazione del profitto, dove il bottino rappresenta il frutto dell'investimento in potenza militare e politica. La nozione di saccheggio include così una serie di pratiche diverse, che vanno dalla cattura e commercio degli schiavi all'estrazione di oro e altre risorse in lontane "terre di nessuno", pratiche da tempo ritenute illegali da leggi interne e internazionali. Si tratta di rapina, cioè di un'attività decisamente biasimevole da un punto di vista morale, poiché la ricerca del profitto non tiene in nessun conto gli interessi, i diritti e i bisogni di altri esseri umani o gruppi più deboli. Quando però a queste pratiche si accompagnano forti motivazioni ideologiche, esse vengono accettate come il canone morale dominante di una data epoca. Così, durante le Crociate, lo zelo religioso è servito a giustificare i massacri e i saccheggi nell'Oriente arabo.

Oggi il diritto internazionale proibisce ai paesi occupanti il saccheggio diretto o indiretto al termine di un conflitto armato, tentando così di controllare la "naturale" tendenza del più forte ad abusare del più debole. Se consideriamo l'attuale guerra in Iraq, osserviamo che è ancora il regime di legalità, assente all'epoca di Saddam Hussein, a essere invocato in determinati ambienti per giustificare, nel rispetto del diritto internazionale, l'occupazione illegale del paese da parte di USA, Gran Bretagna e qualche altro alleato. È quindi evidente che il regime di legalità, interno e internazionale, può venire usato sia per giustificare il saccheggio e gli abusi sui più deboli sia per limitare gli abusi stessi. La lotta odierna per ottenere il controllo delle aree ricche di petrolio in Asia Centrale e in Iraq viene pertanto camuffata come necessità di esportare la democrazia e il regime di legalità, rivelando una sostanziale continuità, forse di un livello ideologico più sofisticato, nel modo in cui l'Occidente domina il resto del mondo.

Questo quadro merita un esame più approfondito.

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L'alta concentrazione di potere militare nelle mani di una singola superpotenza sembra aver trasformato sia le condizioni competitive in cui il regime di legalità si era sviluppato nelle colonie sia quelle della decolonizzazione formale. Le decisioni economiche e politiche vengono prese nell'ambito delle istituzioni di Bretton Woods (Banca Mondiale e FMI) e portate avanti da altre entità, come il WTO o il G8, politicamente irresponsabili. L'uso diretto della potenza militare, che sancisce questo ordine egemonico neoliberista, è accompagnato sempre più spesso da una retorica che invoca circostanze d'eccezione (guerra, terrorismo, crisi energetica e così via) più vicina a quella del saccheggio privato della Compagnia delle Indie Orientali precoloniale che a quella – riferita a religione, civilizzazione o perfino diritto – che aveva ingannato le speranze della decolonizzazione.

Il potere neoliberista ha potuto quindi imporre, in stretta continuità con l'ordine coloniale, una versione del regime di legalità che rafforza invece di limitare le scorrerie economiche delle grandi società multinazionali. Questo nuovo ordine è il prodotto di un processo implacabile di privatizzazione che con mezzi formalmente legali ha consentito di spostare con facilità le risorse naturali dalla proprietà pubblica nelle mani di ricchi oligarchi, naturalmente a prezzi stracciati. Nella produzione di legittimità, tecnocrati ed economisti sono sempre più spesso chiamati a svolgere le funzioni precedentemente affidate ad altre figure — funzionari coloniali, avvocati, antropologi e missionari. Ad esempio, uno studio legale americano può fornire alle multinazionali sue clienti proprio ciò che queste intendono con regime di legalità, ovvero una garanzia di profitto sul denaro investito nel gigantesco oleodotto che porta il petrolio dal Mar Caspio al Mediterraneo. In base alla contrattazione di accordi e trattati bilaterali, il nuovo "diritto di libero trasferimento del petrolio" può essere esercitato grazie a milizie private o governi fantoccio. Altri studi legali sono invece specializzati in contratti di ricostruzione: «Togliere l'elmetto e mettere il casco da lavoro: ricostruire Iraq e Afghanistan» è il motto di una di questi grandi studi americani: saccheggio e regime di legalità.

Gli ultimi dieci anni del XX secolo sono stati cruciali per il perfezionamento degli aspetti imperialistici ed egemonici del diritto americano. Fin dai tempi di Woodrow Wilson la ricerca di una "reputazione normativa" per il dominio statunitense si è fondata su un programma ideologico piuttosto semplice. In quasi tutti gli interventi esteri americani l'accento è stato posto con enfasi sui valori di libertà, democrazia e regime di legalità, profondamente radicati nella retorica americana. Questa immagine idealizzata, spesso contrapposta a un nemico definito di volta in volta come nazista, comunista, o come dispotismo orientale, ha conferito grande prestigio agli Stati Uniti come autorità internazionale benevola, nonostante orrori come Hiroshima e Dresda, per i quali il Piano Marshall è stato ritenuto un adeguato risarcimento.

Nonostante la drastica perdita di prestigio degli Stati Uniti durante la guerra del Vietnam, l'alternativa rappresentata dal totalitarismo comunista fu sufficiente a indurre un buon numero di intellettuali — soprattutto giuristi — a prendere per buoni la natura benevola del regime di legalità statunitense, il suo intimo rapporto con l'economia capitalista e in definitiva con la libertà. Nell'attuale raffigurazione ideologica del mondo islamico (rappresentato da Khomeini, Ahmadinejad o dai Talebani) è stata inserita una componente razzista, ma l'accusa di fondo rivolta al "nemico" è rimasta la stessa, quella di essere ostile ai valori americani di libertà universale, democrazia, regime di legalità, uguaglianza tra i sessi e diritti umani. Ovviamente, allora come oggi, questi valori sono presentati come legati inestricabilmente al modello capitalista di sviluppo, l'esito naturale di una genuina ricerca di libertà.

Durante gli anni novanta il potere internazionale e il diritto degli Stati Uniti sono entrati in una fase di più estesa egemonia. Come vedremo nei capitoli successivi, l'egemonia giuridica e politica implica uno sforzo notevole per americanizzare le istituzioni internazionali attraverso la promozione, anche per mezzo di propaganda e manipolazione dei fatti, di una raffigurazione ideologica di democrazia e libertà, allo scopo di persuadere l'opinione pubblica circa la natura benevola della potenza egemone. Con l'inizio del nuovo millennio, però, i tentativi di governare con la "reputazione normativa" soccombono di fronte a un budget militare annuo di oltre 600 miliardi di dollari (dati aggiornati al 2007).

In questo libro non vogliamo ricordare le numerose occasioni in cui si è fatto uso di una violenza e una forza militare senza precedenti per stabilire il nuovo ordine mondiale nato dopo la seconda guerra mondiale e portato a compimento dopo la caduta del Muro di Berlino. Possiamo assumere senz'altro che la forza, oggi come al tempo delle Crociate, di Pizarro o dell'apertura dei mercati orientali da parte degli inglesi, è sempre stata lo strumento principale per imporre l'egemonia dei valori occidentali, sia pure seguita da giustificazioni giuridiche e da pura e semplice propaganda, e che la posizione egemonica degli Stati Uniti è stata raggiunta in buona parte grazie alla loro supremazia militare. A tutt'oggi, il governo degli Stati Uniti spende per il suo esercito più della spesa complessiva dei nove paesi che occupano i primi posti per spese militari. Tuttavia, un progetto espansionista necessita anche dell'ideologia e non solo della forza per ottenere una quota di consenso sia nel campo della potenza egemone sia tra le vittime. È qui che il regime di legalità svolge un ruolo cruciale.

Il regime di legalità ha subìto diverse trasformazioni, corrispondenti alle diverse modalità in cui la superpotenza capitalista ha tentato di governare il mondo, ma il saccheggio ha sempre avuto un posto di primo piano persino durante le fasi più "virtuose", quando il regime di legalità americano godeva del massimo prestigio ed era seguito e ammirato in tutto il mondo come un possibile modello di liberazione. Da qualche tempo però il regime di legalità ha perso parte del suo mordente e ciò ha reso più facile il saccheggio, trasformato anch'esso e portato a livelli inediti da quando le grandi corporation conformano il diritto alle loro esigenze.

Negli anni novanta, in seguito al crollo dell'Unione Sovietica, la maggior parte dei partiti socialisti e comunisti occidentali ha intrapreso un massiccio processo di autocritica. Buona parte dell'élite intellettuale che durante la guerra del Vietnam aveva criticato l'imperialismo americano scoprì improvvisamente le virtù del "libero mercato", indebolendo così la resistenza intellettuale al capitalismo rampante di Reagan e della Thatcher. Secondo questa nuova ortodossia, sviluppatasi rapidamente, l'apparato politico del modello sovietico non avrebbe potuto resistere ai processi di corruzione interna, sia perché il piano era un insufficiente sostituto del mercato sia perché venivano sacrificati libertà e spirito d'iniziativa. Quando il fallimento politico dell'Unione Sovietica fu esteso ideologicamente a quello di tutte le possibili alternative al capitalismo, si cominciò a paragonare un modello idealizzato di capitalismo con una realizzazione, storica e contingente, del socialismo.

Il punto centrale di una strategia egemonica ben consolidata consisteva nel paragonare un autoritratto interamente lusinghiero con una versione caricaturale dell'"altro", sfruttando una tecnica già sperimentata durante l'epoca coloniale in svariate forme di "orientalismo".

Le pratiche discorsive non sono superflue, poiché in ogni società e in ogni aggregato complesso di persone, senza considerare i cinici, c'è spazio tanto per gli idealisti che per i rassegnati. Il rapporto tra i due tipi umani può variare in tempi e luoghi diversi, e le istituzioni giuridiche, insieme ai media o alla cultura dominante, giocano un ruolo primario nel determinare questo rapporto. Individui passivi e non impegnati contribuiscono alla creazione di un ambiente cinico e indifferente, facilitando la diffusione di egemonia, interventismo e saccheggio. Nei prossimi capitoli descriveremo diverse tecniche di saccheggio – di risorse e di esseri umani – per comprendere come si è sviluppato un tipo di saccheggio tecnicamente più evoluto, il quale si è servito a volte del regime di legalità come schermo oppure ha utilizzato il potere come fosse esso stesso diritto.

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Neoliberismo: una teoria economica semplificatrice e un progetto spettacolare

Abbiamo affermato che il saccheggio dell'Argentina è stato facilitato dal Washington Consensus o, che è lo stesso, dalla politica neoliberista. Ma che cos'è il neoliberismo? Quali sono le sue radici? Quali i soggetti che ne realizzano il progetto politico? Qual è il suo rapporto con il saccheggio e con il regime di legalità?

Possiamo definire il neoliberismo come una teoria rivoluzionaria accompagnata da una prassi. Così come il socialismo realizzato in Unione Sovietica è stato il prodotto di una teoria (il marxismo) e di una prassi (il leninismo) unite nel reagire contro un ordine politico dalle radici profonde, in maniera analoga il neoliberismo è il prodotto di una teoria e di una prassi che reagiscono contro un ordine precedente, cioè il welfare state.

Di conseguenza, il neoliberismo può essere considerato non tanto una rivoluzione quanto la restaurazione di un assetto politico borghese del XIX secolo in una società che per i primi tre quarti del XX secolo si era orientata verso modelli di sviluppo più attenti alla dimensione sociale. All'inizio del XX secolo il pensiero politico e giuridico iniziò infatti a elaborare teorie del "sociale", le quali ponevano il gruppo sociale (o lo Stato) al centro del quadro, tutelando però sempre l'individuo all'interno della società: sostenendo i diritti affermativi piuttosto che le libertà negative. Questi modelli vennero elaborati principalmente nella produzione teorica politica e giuridica francese e tedesca e attuati nei paesi scandinavi, ma si diffusero ben oltre i confini della tradizione giuridica occidentale, gettando così le fondamenta intellettuali del welfare state. Queste teorie sono presenti nel solidarismo cattolico, nell'immaginario teorico della Seconda Internazionale, negli sforzi dell'Egitto verso la modernizzazione, nella retorica rivoluzionaria messicana, nel peronismo argentino e, ovviamente, nei programmi sociali di Theodore Roosevelt e Franklin Delano Roosevelt. Esse mantengono una notevole componente di ambiguità, tanto che gli intellettuali orientati al sociale sono spesso funzionali al sostegno di regimi autoritari o persino fascisti. In Argentina, per esempio, Perón è stato considerato un mentore tanto dai Montoneros quanto dall'estrema destra. Dopo gli orrori della seconda guerra mondiale, tuttavia, le teorie sociali vennero purgate dalle loro degenerazioni e arricchite dalla teoria keynesiana, diffondendo in tutto il blocco capitalista l'ideale di una società avanzata e progressista.

La teoria politica ed economica del neoliberismo può essere considerata il prodotto di un'ideologia economica conservatrice resa accessibile ai profani dagli epigoni della scuola austriaca come Friedrich von Hayek. Questa critica dell'ordine precedente contiene svariati dogmi: il welfare state è considerato un'inutile organizzazione burocratica da abbandonare prima possibile anziché uno dei livelli di civiltà più avanzati che il capitalismo abbia raggiunto. Il ruolo regolatore dello Stato — ovvero la presenza di un sistema legislativo che organizza la struttura del welfare state, presiede ai rapporti tra individuo e organizzazione pubblica e si prende cura della società regolando la distribuzione della ricchezza — viene messo in questione in quanto foriero di corruzione e protezione di interessi particolari. Esso viene presentato come un fattore di corruzione di un ordine giuridico spontaneamente e naturalmente fondato sul caso concreto, il quale proteggerebbe i diritti di proprietà e sarebbe fondato sui tribunali come risolutori neutrali dei conflitti fra privati generati da un mercato libero. Sfruttando le ambiguità del rapporto tra il socialismo e le teorie sociali, politiche ed economiche su cui si fonda il welfare state, il neoliberismo pone l'accento sul valore della libertà individuale e dipinge lo Stato come un sempiterno Leviatano, nemico della proprietà privata e dell'autodeterminazione. Come ai tempi di Sir Edward Coke, un governo propositivo e attivamente progressista, che cerca di redistribuire parte della ricchezza pubblica tra le classi sociali nell'interesse dei più deboli, viene presentato come una violazione del regime di legalità.

Questo programma semplicistico, fondato sulla sacralità della proprietà, la libera iniziativa e la valorizzazione del rischio d'impresa, ha efficacemente riabilitato il concetto di "libertà contrattuale" come limite al potere d'intervento statale, concetto considerato obsoleto dai tribunali fin dagli anni trenta persino negli Stati Uniti. Nessuna teoria può però imporsi e trasformarsi in una rivoluzione capace di fare a pezzi così tante conquiste di civiltà — assistenza sanitaria gratuita, assistenza legale, un buon sistema scolastico e stabilità di impiego — senza un deciso intervento politico autoritario capace di trasformarla in prassi. Reagan e Thatcher per primi hanno introdotto questa politica. In seguito essa è stata naturalizzata come una "componente strutturale" del mondo libero, resa una filosofia bipartisan da Clinton e Blair, seguiti da una serie di governi "di sinistra" europei, ansiosi di partecipare ai trionfi della "fine della storia".

Sfruttando il sentimento della paura con l'ingigantire deliberatamente la minaccia sovietica, si iniziò a rappresentare le conquiste del welfare state come "troppo dispendiose" e inefficienti, soprattutto durante la crisi petrolifera degli anni settanta. Thatcher e Reagan, appoggiati dal complesso militare-industriale, diventarono i principali artefici dei massicci trasferimenti di risorse pubbliche dal sistema del welfare state agli apparati repressivi dello Stato. Questi trasferimenti consentirono all'Occidente di battere i sovietici nella corsa agli armamenti e nello stesso tempo crearono le condizioni per superare la depressione economica generale prodotta dalla crisi petrolifera. Corruzione e ingenti spese militari non solo costrinsero il blocco sovietico a competere e quindi a crollare economicamente, ma riconfermarono gli ideali imperiali (con la guerra delle Falkland/Malvinas), permisero di superare umiliazioni come la crisi degli ostaggi a Teheran e, soprattutto, gettarono le basi per un nuovo ordine mondiale egemonizzato dagli Stati Uniti (pax americana).

Oltre all'azione politica, la rivoluzione aveva bisogno soprattutto di istituzioni, per non correre il rischio di venire cancellata da un'alternanza dei partiti al governo. Fu anche grazie a queste, infatti, che il lascito rivoluzionario dei Tories in Gran Bretagna e della squadra politica reaganiana — rimasti al potere per tutti gli anni ottanta — non venne minimamente messo in questione quando alla fine i partiti conservatori persero le elezioni. Sia Clinton negli USA sia Blair in Gran Bretagna accettarono il neoliberismo come una ricetta giuridica ed economica valida al di là delle differenze di partito, come l'autentica costituzione economica dell'assetto di potere internazionale successivo alla guerra fredda conosciuto come Washington Consensus. La ragione di questa continuità va forse cercata nella riorganizzazione e ristrutturazione del FMI e della Banca Mondiale, trasformati da istituzioni finanziarie internazionali in legislatori globali. Questa riorganizzazione richiedeva però una trasformazione radicale della nozione stessa di diritto, inteso non più come artefatto politico ma come tecnologia neutrale. Senza questa trasformazione sarebbe stato impossibile legittimare l'intervento delle istituzioni di Bretton Woods nei diversi sistemi giuridici, dato che i loro regolamenti vietano espressamente ogni intervento politico. Nel prossimo capitolo vedremo come giuristi ed economisti siano stati zelanti nel fornire gli strumenti intellettuali per attuare questa trasformazione concettuale.

La radicale dismissione della teoria economica che guidò Lord Keynes nell'ideare la Banca Mondiale e il FMI e la successiva ristrutturazione di queste istituzioni come legislatori globali informali hanno trasformato la politica economica neoliberista in una sorta di ordinamento costituzionale dell'economia globale. Per ironia della sorte, oggi le due creature di Keynes rappresentano ovunque i principali ostacoli all'adozione di politiche keynesiane, nonostante gli evidenti fallimenti dei modelli neoliberisti, come nel caso del default argentino appena esaminato.

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Proprio perché privilegiano le esigenze universali del sistema di mercato rispetto a quelle dell'elettorato locale, le politiche neoliberiste sono spesso impopolari e motivo di resistenza. Nonostante la vuota retorica dello "sviluppo equo", le vittime dei processi di globalizzazione neoliberista sono gli strati più deboli della popolazione, contadini già impoveriti costretti ad acquistare sementi geneticamente modificate che durano un solo ciclo, piccoli negozianti sostituiti dalle catene globali di distribuzione, operai costretti ad accettare diminuzioni di salario per non perdere il lavoro. Di solito questi settori della società sono esclusi da un processo politico elettorale dominato dai più ricchi e dagli investimenti delle corporation. Negli Stati Uniti, lo 0,25% più ricco della popolazione investe in politica più dell'80% dei contributi individuali. In questo modello di democrazia, le spese elettorali sostenute dalle corporation sono oltre dieci volte maggiori di quelle delle organizzazioni sindacali e di altre organizzazioni no-profit. In una logica economica della democrazia i contributi al processo politico sono considerati investimenti, per cui sembra naturale che i loro ricavi avvantaggino gli autori degli investimenti stessi. Ne consegue l'irrilevanza del processo elettorale per chiunque non possa permettersi di investirvi finanziariamente, dal momento che l'alternativa neoliberista tra partiti conservatori e "terze vie" è tale da ridurre al minimo l'impatto sociale del cambiamento politico. Dato questo scenario, diventa irrazionale prestare attenzione ai programmi elettorali, e ciò aiuta a capire la scarsa partecipazione al voto e il generalizzato distacco dalla politica.

Anche in questo caso, non si tratta certo di un fenomeno limitato alla politica statunitense. Si può infatti notare che il grado di attuazione delle politiche neoliberiste e quello della partecipazione popolare al processo elettorale sono ovunque inversamente proporzionali. Ovviamente, la folla isolata e impotente che si viene così a creare può occasionalmente reagire con violenza, soprattutto in quei contesti in cui è difficile arrivare alla fine del mese. Per questa ragione il neoliberismo è spesso accompagnato da un governo autoritario e da uno Stato di polizia, come nel caso del Cile di Pinochet o del Perù di Fujimori, per citare due beniamini della scuola di Chicago. Le élite di governo, esse stesse mere esecutrici di decisioni prese altrove, non possono rispondere con politiche adeguate alle esigenze della popolazione, e quindi rispondono con l'uso della violenza. Gli apparati repressivi dello Stato — esercito, polizia e sistema penitenziario — sono gli unici a ricevere risorse pubbliche, e quindi intervengono volentieri per reprimere qualsiasi voce fuori dal coro. Non può sorprendere allora che dal 1972 a oggi la popolazione carceraria degli Stati Uniti (anche grazie al processo di privatizzazione delle carceri che ha creato un incentivo a mantenere alta questa popolazione) sia cresciuta da 326000 fino a più di 2,3 milioni di individui (dati del 2005). Ancor meno stupisce che a partire dall'incontro di Seattle del 1999 non vi siano state riunioni dei capi del cosiddetto mondo libero (incluse quelle dedicate al tuttora fallimentare processo costitutivo europeo) che non abbiano avuto luogo al riparo di una ferrea cortina di polizia volta a escludere ogni partecipazione, ridurre al silenzio ogni opposizione e reprimere la protesta.

La repressione diretta non è l'unico strumento impiegato dai pochi vincitori del processo neoliberista per affrontare il dissenso dei molti perdenti. Un'ulteriore, efficace strategia che deve essere adeguatamente compresa per contestualizzare politicamente le ricette "puramente tecniche" del processo di globalizzazione neoliberista consiste nel mettere a tacere l'opposizione prima ancora che si manifesti. Si cerca di evitare l'insorgere di comportamenti disomogenei sfruttando i sentimenti della paura, come quella per il terrorismo islamico, e dell'insicurezza, aggravata dall'accresciuta precarietà del lavoro. Ne risultano individui spaventati e docili, i quali non desiderano altro che schierarsi con il leader, quale che sia il suo programma politico. Oggi l'armonia sociale viene imposta mediante strumenti come la "risoluzione alternativa delle controversie" (Alternative dispute resolution, ADR) e la presentazione di ogni dissenso come antipatriottico. Questi fenomeni vengono sperimentati oggi dalle moderne società occidentali ma sono tradizionali in contesti autocratici di diverso genere, come il Giappone dell'epoca Meiji, nel XIX secolo.

Il neoliberismo è pertanto un aggregato di pratiche sociali, politiche, economiche, giuridiche e ideologiche, attuate da una varietà di attori che agiscono in base a quella che chiamiamo la formidabile logica del saccheggio. Il nucleo di questa politica consiste nel ridurre la sfera pubblica e ampliare il settore privato, a esclusivo vantaggio dei poteri forti. La via giuridica attraverso cui questa strategia viene attuata in contesti subalterni è lo "sviluppo integrato", il quale invariabilmente richiede che si sviluppi la "buona governance e il regime di legalità" cui abbiamo accennato e che descriveremo più dettagliatamente nel paragrafo seguente.

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3. Prima del neoliberismo: una storia di saccheggio occidentale


Le radici europee del saccheggio coloniale

Diversi scritti sulla globalizzazione, e su quella del diritto in particolare, registrano la presenza di una forte impronta americana sulle idee e le pratiche transnazionali collegate al regime di legalità. Tuttavia, tale ricostruzione rimane per lo più astorica, poiché connette l'americanizzazione del regime di legalità internazionale al consolidarsi dell'egemonia neoliberista contemporanea.

Adottando una prospettiva storicamente più fondata, vediamo che l'inizio di questo processo di americanizzazione è tutt'altro che recente e la sua origine non si trova negli Stati Uniti. Nel cercare di ricostruire questa vicenda ci concentreremo soprattutto sulle radici politiche e intellettuali dell'imperialismo americano, con un'attenzione particolare alle sue matrici inglesi, tralasciando invece le componenti portoghesi, spagnole, francesi e olandesi del saccheggio occidentale. Libri come i Commentaries di William Blackstone (1765-1769) hanno avuto una grande influenza e hanno contribuito all'iniziale diffusione della dottrina giuridica europea e della common law inglese nelle Americhe anglofone. Ogni storia dell'americanizzazione del regime di legalità transnazionale deve comprendere la sua genealogia europea e i suoi presupposti filosofici, poiché bisogna parlare, ad essere precisi, di una euro-americanizzazione del regime di legalità, tanto nella dimensione politica che in quella economica.

Europei e americani, in quanto potenze coloniali, hanno imposto ai paesi colonizzati la propria idea di diritto come parte del proprio governo coloniale e imperiale. Oggi l'imposizione del diritto è piuttosto un risultato degli sforzi verso un'omogeneità transnazionale, volta all'espansione capitalista, dove il diritto stesso è comunque rimasto un veicolo di legittimazione del saccheggio.

Le più affermate scuole di pensiero giuridico accusano diverse realtà postcoloniali contemporanee di essere "carenti" in fatto di regime di legalità, ma allo stesso tempo trascurano di indagare il nesso storico tra quel regime di legalità e il saccheggio. In questo capitolo cercheremo di fornire una nuova narrazione, e di includere la dimensione storica nell'analisi del ruolo svolto dall'ideologia giuridica nell'egemonia americana contemporanea.


La struttura fondamentale del diritto statunitense come lascito postcoloniale

All'inizio del XX secolo il diritto statunitense aveva già ricevuto dall'Europa le componenti fondamentali della propria struttura giuridica e le aveva assimilate in maniera realmente originale. La tradizione di common law inglese aveva trasmesso alla sua ex colonia un modello in cui i giudici fungono da oracoli del diritto e un potere giudiziario forte e indipendente da cornice istituzionale all'interno della quale i giudici stessi esercitano al meglio il loro ruolo di garanti dei diritti di proprietà. Il diritto americano ha sviluppato ed esteso il lascito di Sir Edward Coke. Infatti, i giudici americani non solo sono gli oracoli del diritto e i leader del sistema giuridico professionale, ma hanno anche il potere di dichiarare, in sede di giudizio, l'eventuale incostituzionalità delle leggi prodotte dal potere politico. Questa eccezionale estensione del potere giurisdizionale nell'ambito giuridico americano è all'origine della convinzione (già notata da Tocqueville ) che ogni questione politica possa essere decisa prima o poi da un tribunale, secondo la logica neutrale del regime di legalità. Tale convinzione ha conosciuto la sua massima espressione con i processi di Norimberga, e probabilmente è stata portata ai suoi estremi nel caso Bush v. Gore che verrà esaminato nel capitolo 7.

Se la colonia americana fungeva da doppio speculare dell'Inghilterra, l'America della rivoluzione si rivoltò contro il potere coloniale, soprattutto a causa dell'ingerenza inglese nei suoi interessi e diritti di proprietà. Una Costituzione scritta, la più antica nella storia dell'Occidente, fu la reazione contro i misteri non scritti del sistema costituzionale inglese. A differenza del sistema politico e giuridico inglese, profondamente centralizzato, quello americano fu il più decentralizzato mai concepito sino ad allora.

Anche la tradizione giuridica dell'Europa continentale (civil law) ha trasmesso agli Stati Uniti alcune fondamentali categorie di pensiero che questi hanno velocemente incorporato nella loro concezione del diritto e poi trasformato durante il XIX e il XX secolo. Dalla tradizione del diritto naturale, perfezionata dai francesi, gli Stati Uniti hanno mutuato l'idea dei diritti naturali universali, radicati nell'ideale assoluto della sacralità dei diritti di proprietà tipico dello Stato borghese. Questi diritti meramente "negativi", chiamati a proteggere l'individuo dal potere del governo anziché essere fonte di doveri per il governo nei confronti dell'individuo, apparvero tanto importanti alla maggioranza dei padri fondatori che questi li canonizzarono nella Costituzione americana. L'ideale universalistico è stato spinto all'estremo, come dimostrato, ad esempio, dal concetto di giurisdizione universale dei tribunali degli Stati Uniti quando si tratta di far valere tali diritti. Inoltre, in assenza di concezioni espansive di sovranità e di statualità, come quelle sviluppate dai Giacobini, i diritti negativi sono diventati negli Stati Uniti un autentico limite all'azione redistributiva del governo. Il principio della libertà dall'intrusione del governo ha guidato la giurisprudenza costituzionale lungo l'intera storia americana.

La Germania ha trasmesso agli Stati Uniti un'altra caratteristica fondamentale, cioè l'esistenza di un ulteriore circuito di controllo professionale sul processo politico, quello di un'istituzione accademica forte e indipendente. Dal momento che il diritto era considerato una scienza, sembrò naturale insegnarlo a livello universitario. In caso contrario, il diritto in America sarebbe forse rimasto un'attività pratica, come è stato in Inghilterra ben oltre l'epoca vittoriana. Le law schools americane, istituti professionali dove insegnano docenti che si considerano degli accademici, sono le uniche al mondo (il Giappone ne sta seguendo l'esempio) a offrire una formazione giuridica di base successiva alla laurea. Di conseguenza, e paradossalmente per una realtà il cui sistema educativo è fondato sulla preparazione professionale, il percorso accademico dell'avvocato medio americano è molto più lungo di quelli previsti in ogni altro paese. Inoltre, sia per questa singolare offerta educativa sia per la forza economica di istituzioni private come le scuole della Ivy League, l'accademia americana viene oggi considerata la scuola per avvocati "globale", nel senso che giovani ambiziosi vi giungono da tutto il mondo per completare la loro formazione con un titolo di studio superiore.

In conclusione, si possono far risalire all'esperienza statunitense almeno quattro tratti dell'attuale concezione "globale" del regime di legalità: 1) una Costituzione scritta; 2) una giurisprudenza di rango costituzionale; 3) una retorica individualistica fondata sui diritti negativi; 4) professionisti del diritto attivi come "ingegneri sociali" in un sistema altamente decentralizzato e organizzato per proteggere i diritti di proprietà.


Una teoria della "carenza" ieri e oggi

Il lato imperiale del diritto ha una lunga storia, anche se limitiamo la nostra analisi all'America. Era infatti già riconoscibile prima della rivoluzione americana del 1776, così come nelle dottrine che giustificavano le prime fasi del saccheggio, quando i coloni britannici arrivarono in Nord America e incontrarono le comunità native.

Il regime di legalità ha giustificato il genocidio sin dai primordi. Basti pensare che secondo le teorie europee basate sul principio della scoperta, «la scoperta di terre nelle Americhe da parte degli esploratori europei dava alla nazione europea autrice di quella scoperta – e agli Stati Uniti come suoi successori – titolo legale assoluto e diritto di proprietà sul suolo americano, e riduceva le tribù indiane a meri occupanti». Il regime di legalità, fondato sul diritto naturale, è stato usato per giustificare e legittimare l'appropriazione delle terre, e il principio della scoperta resta a tutt'oggi uno dei principali puntelli dottrinali della politica federale degli Stati Uniti nei confronti dei nativi americani. Tutto ciò quando nella Dichiarazione d'Indipendenza è scritto che «tutti gli uomini sono creati uguali».

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Il rapporto coloniale e l'attuale globalizzazione egemonica prevedono entrambi una dimensione ideologica efficacemente persuasiva. Popolazioni subordinate, quanto meno una buona parte, possono venire persuase della superiorità di un ordine e di una civiltà dominanti. La mancanza di questa componente ideologica alzerebbe eccessivamente i costi dell'oppressione, senza contare che l'uso puro e semplice della violenza fisica non è una strategia applicabile a lungo termine. Un potere morbido è molto più efficiente, e la messa in atto di apparati ideologici che ne accompagnino la costruzione è un aspetto cruciale di ogni progetto di saccheggio.

Se il potere talvolta fa uso della semplice propaganda, l'intervento professionale si rivela più efficace quando si tratta di persuadere i settori più colti della popolazione. Determinate élite professionali possiedono, a livello internazionale, l'influenza necessaria a conferire legittimità al potere egemone. Il loro ruolo consiste soprattutto nell'intervenire nel discorso pubblico e presso gli intellettuali locali per utilizzare il prestigio di una classe sociale locale influente allo scopo di ridurre i costi dell'occupazione, lasciando però il controllo, e in definitiva il permesso di saccheggio, in mani straniere. Il supporto garantito dalle élite intellettuali locali e internazionali al progetto imperiale serve anche a dare credibilità alle promesse di civilizzazione, ricchezza, sviluppo e liberazione con cui vengono persuase le popolazioni locali. Spetta agli ideologi accreditati nascondere la reale natura del saccheggio e mostrarne una facciata benevola, così da rendere accettabili ai più le pratiche che lo rendono possibile.

Talvolta la funzione di legittimizzazione è svolta da istituzioni, come era il caso delle missioni cattoliche in epoca coloniale. Altre volte si tratta di un'attività più decentralizzata, come accade con eminenti personalità della cultura invitate a tenere conferenze nelle università di tutto il mondo. Questi personaggi mantengono un atteggiamento acritico nei confronti del proprio sistema giuridico e politico, e ciò può funzionare da potente giustificazione ideologica per lo stato di subordinazione, in quanto la medesima acriticità viene adottata dalle élite locali.

Prendiamo ad esempio le borse di studio Fulbright per tenere conferenze all'estero. A dire il vero, nulla impedisce ai conferenzieri statunitensi di essere critici, eppure il processo attraverso cui vengono scelti e il ruolo stesso che ricoprono rendono estremamente improbabile un atteggiamento autocritico.

Non è semplice stabilire se un autorevole studioso, per esempio di diritto ed economia, diventi influente a livello mondiale perché le sue opinioni sono già congeniali all'ideologia neoliberista dominante o se finisce per assorbire tale ideologia perché questo è ciò che si aspettano i dipartimenti di economia in cui viene invitato. Probabilmente la questione non è nemmeno granché rilevante. Resta però il fatto che una vasta maggioranza di intellettuali di rilievo esprime opinioni di carattere imperialista (o colonialista) e che per questo le loro voci vengono amplificate da un aggregato di fattori istituzionali che possiamo chiamare gli apparati ideologici della governance globale. In virtù del loro prestigio, siffatte opinioni conferiscono una legittimità professionale al progetto imperiale.

In questo capitolo prenderemo dunque in esame alcuni di questi "legittimatori". Si tratta di un insieme eterogeneo di intellettuali che contribuiscono alla costruzione di una consapevolezza giuridica in linea con l'imperialismo e che non condividono necessariamente le stesse motivazioni, se non forse quella di un certo "professionalismo", dovuta alla fedeltà nei confronti delle rispettive discipline.

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La proprietà intellettuale come saccheggio delle idee

Il periodo immediatamente successivo alla guerra fredda è stato inaugurato dall'invenzione di Internet, con il protocollo del world wide web. È sufficiente navigare una sola volta su Internet per riconoscere la matrice culturale americana. La superiorità in termini quantitativi e qualitativi dei siti in lingua inglese creati negli USA costituisce una prova ulteriore della fortissima egemonia culturale degli Stati Uniti nella Rete, simbolo ultimo di globalizzazione e di progresso. Il cosiddetto digital divide sta a dimostrare lo sconcertante aumento della differenza tra i paesi ricchi e quelli poveri, differenza che Internet ha contribuito significativamente ad accentuare attraverso quello che può essere visto come uno degli apparati ideologici della governance globale, cioè la proprietà intellettuale. Fondata su una nozione individualistica di diritto di proprietà esclusivamente occidentale, la proprietà intellettuale è incompatibile con il modo di intendere la proprietà e con i valori essenzialmente comunitari di molte società. La concezione occidentale di proprietà intellettuale viene diffusa in tutto il mondo attraverso la Rete e resa effettiva mediante gli accordi basati sui TRIPS (Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights, aspetti della proprietà intellettuale legati al commercio), ovvero il "ramo" del potente WTO che si occupa di proprietà intellettuale. Garantendo alla minoranza che domina il mercato globale un vantaggio impossibile da recuperare, la proprietà intellettuale formalizza la disparità di ricchezza e di potere creata dalla tecnologia. L'assenza di limiti territoriali della proprietà intellettuale, simbolizzata dalla Rete, e la pretesa di universalità e obiettività che servono a giustificarla sono fattori che contribuiscono all'estensione dell'imperialismo istituzionale.

La legittimità globale della proprietà intellettuale si fonda sull'idea che la creatività individuale meriti di essere premiata e che questo premio consista nei diritti esclusivi di proprietà. Eccoci tornati a Locke e al giusnaturalismo che giustifica la proprietà individuale, ovvero la scuola di pensiero che, come abbiamo visto, ha garantito legittimità ai genocidi e alle rapine nelle terre "disabitate" dei nativi americani. In base a questa teoria, nessuno coltiverebbe la terra senza la garanzia della proprietà esclusiva del prodotto del proprio lavoro. Nessuno sarebbe incentivato a creare alcunché se non ci fossero leggi sulla proprietà intellettuale che garantiscono il monopolio sui frutti della propria creatività. Nessuno avrebbe prodotto semi geneticamente modificati senza la garanzia che il sistema giuridico avrebbe facilitato l'imposizione di questi prodotti ai contadini di tutto il mondo, obbligandoli ad abbandonare pratiche comunitarie di condivisione e scambio delle sementi. Questa retorica del XVIII secolo, rafforzata oggi dai semplicistici modelli giuridici ed economici neoclassici, non ammette concetti come quelli di alienazione e di sfruttamento né il semplice fatto che molto spesso i diritti di proprietà intellettuale non promuovono affatto l'innovazione e il cambiamento ma conservano lo status quo.

Questa filosofia generale, universalistica e centrata sull'individuo, diffusa dai diritti di proprietà intellettuale e dalle istituzioni create per applicarla in tutto il mondo, serve gli interessi di potenti corporation. In nome dell'efficienza e dell'innovazione, essa promuove la tesi che le idee, come ogni altra risorsa, dovrebbero essere messe sul mercato per diventare proprietà di chiunque sia disposto a pagare di più per averle, aumentando con ciò la ricchezza sociale. Questo ragionamento apparentemente neutrale nasconde il rapporto esistente tra disponibilità a pagare e possibilità di farlo, e naturalizza le posizioni sempre più vantaggiose degli attori più forti del mercato. Non dimentichiamoci che brevetti e diritti d'autore sono monopoli.

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Potere economico e corti USA come agenzie imperiali

Per ragioni strategiche, il diritto statunitense viene talvolta descritto come simile alla maggior parte dei sistemi giuridici delle "nazioni civilizzate", quando in realtà si tratta di un diritto molto diverso da tutti gli altri. È infatti il solo sistema ad avere class action, una giuria anche nei processi civili, nessun limite ai patti di quota lite, la sovrapposizione piena di corti federali e corti statali e law schools post-laurea, per citare solo le peculiarità principali. È quasi l'unico sistema che utilizza i risarcimenti punitivi, che impiega estensivamente la pena di morte e assegna un enorme potere politico alla Corte Suprema. Insieme alla Somalia, è l'unico a non aver ratificato la Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia. La concezione statunitense del regime di legalità dovrebbe essere vista come un'anomalia nel diritto occidentale.

Riguardo all'argomento che stiamo trattando, andrebbe considerato che i fondamenti della giurisdizione americana in materia di diritto internazionale sono talmente distanti dagli standard della maggior parte delle altre giurisdizioni da rendere altamente improbabile che tribunali di altri paesi rendano effettive le sentenze emesse negli USA contro convenuti non americani per fatti commessi all'estero. Allora per quale motivo affrontano un processo negli Stati Uniti costituendosi in giudizio?

Si tratta fondamentalmente di una questione di potere economico. Spesso i presunti responsabili di illeciti che operano a livello globale hanno notevoli interessi economici negli Stati Uniti e desiderano servirsi delle opportunità di fare affari negli USA. La giurisdizione delle corti USA viene quindi in un certo senso accettata "volontariamente" dai convenuti non tanto per ragioni giuridiche quanto economiche. Se anche il Lesotho o la Colombia applicassero lo stesso sistema giuridico degli Stati Uniti, non per questo le imprese transnazionali andrebbero a difendersi in quei paesi.

Come abbiamo visto, le pratiche egemoniche hanno il potenziale per innescare una reazione contro-egemonica, e infatti oggi il sistema giudiziario USA viene spesso utilizzato in questo senso. Grazie all'attività prestata pro bono da numerosi gruppi di attivisti, chi intende denunciare pratiche di sfruttamento nei confronti dei lavoratori o questioni ambientali di interesse globale o, in generale, tutelare diritti umani è spesso attratto dal sistema giuridico USA. Tuttavia, tale ammirevole attività, senza dubbio motivata da un'esigenza di giustizia, finisce per confermare l'idea che i tribunali USA siano la sede naturale e più efficace per giudicare i torti subiti in tutto il mondo, e che possono costituire un'alternativa alla lotta politica e alle pratiche rivoluzionarie. È peraltro piuttosto improbabile che un giudiziario essenzialmente conservatore amministri la legge in senso progressista. I tribunali USA possono perciò facilmente tramutarsi in agenzie atte a monitorare i governi esteri e a imporre loro standard, ben diversi da quelli rispettati all'interno.

Resta vero, tuttavia, che in nessun posto come negli USA i tribunali sono altrettanto efficaci nel far rispettare i diritti. Nella maggioranza dei sistemi giuridici, le questioni di interesse pubblico procedono generalmente per vie diverse dalla controversia privata. Ad esempio, attraverso il diritto pubblico e la regolamentazione amministrativa, resi effettivi dai ministeri o da altri dipartimenti e agenzie amministrative, si impedisce la diffusione di prodotti potenzialmente pericolosi come determinati medicinali o organismi geneticamente modificati, anziché permetterne la commercializzazione in base all'idea che gli individui eventualmente danneggiati hanno l'opportunità di essere risarciti per via privata. In tempi di politiche neoliberiste di privatizzazione imposte internazionalmente, un adeguato sovvenzionamento di questi enti pubblici che controllano ex ante da parte dei governi è "strutturalmente proibito". Di conseguenza, le eventuali alternative al modello reattivo, basato sulla tutela giurisdizionale ex post "nel pubblico interesse", diventano semplicemente non praticabili. Poiché i tribunali presiedono al settore privato, la privatizzazione di settori pubblici come la salute, il sistema pensionistico e i trasporti ampliano la sfera d'intervento dei tribunali, mentre va restringendosi il ruolo attivo e diretto di un'amministrazione pubblica, governata dal diritto pubblico.

Nel processo di privatizzazione, quando la responsabilità viene trasferita da un sistema amministrativo pubblico, governato dalla logica della regolazione ex ante, a un sistema privato governato dalla logica del ricorso in giudizio ex post, il ruolo delle corti diventa essenziale nell'organizzazione della società.

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Saccheggio nelle alte sfere: il caso Enron

Il termine "saccheggio" evoca scene di guerra, roghi, violenti assalti di pirati, eserciti mercenari e banditi, ma in realtà le masse urlanti che brandiscono armi rudimentali non sono elementi essenziali del saccheggio. Possiamo trovare personaggi molto differenti, ai livelli più alti della società, impegnati a saccheggiare o a promuovere il saccheggio. In via generale, le istituzioni economiche e giuridiche che favoriscono il saccheggio sono circondate da un fitto dispositivo ideologico, e soltanto l'ideologia, prodotta e diffusa attraverso costosi meccanismi di propaganda, permette l'esercizio del saccheggio capitalista per lunghi periodi di tempo.

Parte di questa funzione ideologica è svolta dal mondo luccicante di Wall Street, che con la sua varietà di attori pieni di soldi e di "prestigio" (banchieri d'investimento, agenzie di rating, consulenti economici, grandi studi legali, e così via) maschera le pratiche di saccheggio. Tali pratiche, accompagnate dall'ideologia dell'"efficienza" dell'alta finanza e dei mercati globali hanno lasciato molte vittime sul campo, forse non uccise direttamente come nel caso degli embarghi, della spietata difesa dei brevetti farmaceutici, di un sistema sanitario che funziona solo per chi può pagarselo o degli eserciti di mercenari, ma danneggiate indirettamente dal brutale saccheggio messo in atto dalle istituzioni economiche e giuridiche capitaliste, le quali mantengono una facciata di rispettabilità agendo all'interno del regime di legalità.

Le vittime di questo saccheggio si trovano tanto al "centro" quanto alla "periferia" globali, e ovviamente la sofferenza patita è proporzionale alla debolezza delle condizioni di partenza. Lo scandalo Enron è la punta di un iceberg che comprende il caso WorldCom e quello Arthur D. Andersen, lo scandalo dei Mutual Fund, la bolla del mercato azionario alla fine degli anni novanta e perfino le crisi energetiche, oltre, ovviamente, alla crisi dell'estate 2008. Prodotti dalla liberalizzazione e dalla politica neoliberista, questi casi ci offrono esempi di saccheggio messo in atto all'interno del sistema americano, di fondi pensione svuotati, posti di lavoro perduti e anni di risparmi di lavoratori innocenti svaniti nel nulla. Tanti cittadini americani che rispettano la legge e credono nelle virtù del capitalismo, persone lontanissime dal pensare che dietro il rispettabile mondo di Wall Street si trovi un codice etico simile a quello dei pirati, sono diventati le vittime dei loro eroi. A suscitare il nostro interesse, non è tanto lo scandalo in sé quanto quello spesso strato di ideologia giuridica che serve gli interessi del genere di saccheggio, presente e futuro, subìto quotidianamente dai clienti delle società di telecomunicazione, o dai viaggiatori aerei, dai detentori di mutui, di conti bancari o polizze assicurative.

Nel caso Enron, la necessità di trovare un capro espiatorio per presentare come eccezionale e illegale ciò che invece è la struttura del saccheggio legalizzato portò a un processo penale senza precedenti. L'attenzione del pubblico ha significato ovviamente ottime opportunità di carriera per i procuratori, mentre per alcuni colletti bianchi altrimenti intoccabili si sono aperte le porte del carcere. Arthur D. Andersen, la società di revisione dei conti storicamente più prestigiosa a livello internazionale, è sparita dal mercato, colpevole di aver cancellato le prove del proprio coinvolgimento nelle frodi perpetrate dai colletti bianchi.

Il Congresso americano, dove siedono i rappresentanti eletti dai cittadini defraudati, approvò velocemente la Sarbanes-Oxley Act, una legge celebrata dai media e dal governo come prova della serietà con cui venivano affrontati incidenti del genere. In base a questa legge, sono state aumentate in misura significativa le sanzioni penali; ogni attore economico che intenda operare negli USA è stato sottoposto a nuove restrizioni e obblighi di trasparenza, che comportano un significativo aumento della documentazione da produrre. Le corporation straniere sono diventate oggetto di particolare attenzione, come se Enron e WorldCom non fossero state icone del capitalismo americano più rampante. Una nuova istituzione, la Public Company Accounting Oversight Board (un organo di supervisione della professione contabile) promette di applicare la stessa severità impiegata da Franklin Delano Roosevelt dopo il crollo della Borsa nel 1929 (con la creazione della SEC – Securities and Exchange Commission).

La severità di questa reazione, volta a ristabilire un regime di legalità violato, è però più che altro simbolica e interessata alla costruzione di uno "stato di eccezione", che consenta al saccheggio legalizzato di continuare a prosperare. Il caso Enron non è stato visto come una componente strutturale del capitalismo finanziario e come l'esito di un conflitto d'interessi endemico che nel mercato produce guasti devastanti forse quanto le esternalità o il monopolio, ma è stata descritta come la classica mela marcia in un cesto di mele sane.

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8. Oltre un regime di legalità illegale?


Tirando le somme: il saccheggio e la trasformazione globale del diritto


                                                    Sopportare la lotta globale
                                                     delle superpotenze è dura.
                                                         Vivere sotto il totale
                                                              dominio egemonico
                                                       di una di loro è peggio.

                                                               Fidel Castro Ruz



Quando abbiamo iniziato ad esplorare il regime di legalità in contesti apertamente coloniali avremmo potuto fare riferimento a diversi esempi – spagnoli, portoghesi, olandesi, inglesi, francesi, tedeschi, italiani – tutti hanno seguito un modello simile, in cui saccheggio e genocidio erano la norma. I sistemi giuridici coloniali si sono sviluppati in contesti competitivi, tra una varietà di Stati nazione che reclamavano uno status imperiale. Il diritto, una volta utilizzato per giustificare titoli "originali" di proprietà per i conquistatori, è diventato un complesso strumento di dominio. Tuttavia, nello stesso tempo è emerso anche un suo uso contro-egemonico.

Nel corso della storia, il capitalismo occidentale si è evoluto e diffuso mediante saccheggio e sfruttamento, pratiche che hanno comportato rilevanti costi sociali. Queste "esternalità" sono probabilmente le "insufficienze del mercato" (market failure) studiate da più tempo. Il capitalismo moderno utilizza attivamente il diritto non solo per mantenere lo status quo della distribuzione ma anche per aumentare il livello di redistribuzione delle risorse a favore degli attori più forti. Come ha mostrato Karl Polanyi nel suo studio sulle grandi trasformazioni, nessuna struttura istituzionale è stata abbastanza forte da resistere a una distribuzione delle risorse che avvantaggi in misura schiacciante gli individui più forti della società. Proprio perché la protezione della proprietà privata è all'origine del diritto occidentale negli USA (Il Federalista), in Inghilterra (Sir Edward Coke) o nell'antico diritto romano (professionalismo giuridico), il regime di legalità non ha mai svolto un efficace ruolo di contenimento rispetto a questa dinamica ma, al contrario, ha contribuito ad accentuare l'asimmetria a favore dei più abbienti. Le élite di governo in Europa e negli Stati Uniti hanno imposto e tuttora impongono i costi sociali del proprio sviluppo ai più deboli, in patria come all'estero, e il regime di legalità legittima con efficacia ed eleganza questa pratica. Gli occidentali non sarebbero così ricchi rispetto al resto del mondo se non avessero alimentato il loro sviluppo con il saccheggio, un gigantesco arco di produzione di esternalità legalizzato. Molti degli americani più ricchi non sarebbero tali se non avessero sequestrato il sistema fiscale, il diritto e il discorso pubblico a loro vantaggio – facendo pagare ai poveri e al ceto medio, in patria e tanto più all'estero, il prezzo del loro osceno stile di consumo.

La costruzione ideologica del regime di legalità a protezione della proprietà privata come un aspetto della civiltà umana desiderabile per se ha avuto pieno successo, al punto che oggi quasi ovunque nel mondo persino le masse sottomesse considererebbero un'imposizione fiscale del 90% su ogni dollaro guadagnato oltre una certa aliquota (non importa quale!) una misura da regime socialista, ignari del fatto che questa politica era stata adottata dall'amministrazione Eisenhower negli Stati Uniti degli anni cinquanta.

Purtroppo il regime di legalità nella sua veste attuale è un limite concreto a ogni messa in questione dello status quo poiché conferisce un certo grado di rispettabilità e rende moralmente accettabile il rifiuto egoista da parte dei più forti e ricchi di restituire ai poveri e ai deboli parte della propria quota di risorse globali, iniquamente accumulate mediante il saccheggio. La retorica del regime di legalità impedisce a molti di comprendere che, nella struttura dello sviluppo capitalista, i ricchi sono ricchi perché i poveri sono poveri, e che a questo punto, per il bene del nostro pianeta, sarebbero forse necessari una radicale redistribuzione delle risorse e un drastico cambiamento della struttura istituzionale che rende possibile questo modello di sviluppo suicida. Sono i ricchi, e non i poveri, che hanno stili di consumo insostenibili e che stanno portando il nostro pianeta alla distruzione.

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Il futuro del saccheggio


[Una] nuova base può essere posta per la sicurezza e la prosperità di tutti [...]. Il diritto ad avere un lavoro. Il diritto a guadagnare abbastanza per assicurarsi un'alimentazione adeguata, vestiti e tempo libero [...]. Il diritto ad un'assistenza medica adeguata e l'opportunità di ottenere e godere buona salute. Il diritto ad una protezione adeguata dalle incertezze economiche della vecchiaia, della malattia, degli imprevisti e della disoccupazione. Il diritto all'istruzione.

Franklin Delano Roosevelt


[Un] governo non agisce altrettanto bene o in modo economicamente vantaggioso quanto il settore privato dell'economia [...] chi volesse rinunciare alla nostra libertà in cambio della sicurezza avrebbe intrapreso una via verso il declino [...].

Ronald Reagan


Il welfare state capitalista nato durante il colonialismo europeo ha avuto scarsa diffusione oltre i confini europei. La sua versione statunitense, sintetizzata nelle parole di Roosevelt che abbiamo citato, si è sviluppata in concomitanza con una fase di estremo saccheggio globale e di violenza. Uno studioso, riferendosi al Trattato di reciprocità commerciale siglato nel 1934 tra la "democratica" Cuba e gli Stati Uniti – ritenuto da molti persino più iniquo di quello firmato nel 1902 – osserva: «Nel 1934 è iniziato il periodo in cui si è cercato di reprimere nel modo più violento e immorale i movimenti popolari e rivoluzionari cubani, mentre si spalancavano le porte ai monopoli statunitensi per facilitare loro il saccheggio delle risorse del popolo e della nazione.» Un altro periodo in cui violenza globale e benessere interno hanno coinciso è quello della Great Society del presidente Johnson durante la guerra del Vietnam. Non è difficile trovare i collegamenti tra le due tendenze.

Nello stesso tempo, il welfare state ha prodotto uno straordinario ideale di inclusione dopo la decolonizzazione. La "via sociale" europea è stata adottata dopo la seconda guerra mondiale soprattutto in Germania, nei paesi scandinavi, in Olanda, Francia, Svizzera e Giappone. Tra gli aspetti positivi del modello sociale troviamo: l'intervento stabilizzatore dello Stato; un ruolo forte dei sindacati nella creazione e nel mantenimento di un mercato stabile; un settore pubblico di assistenza sociale in grado di limitare i costi dell'esclusione sociale; un solido sistema di istruzione e ricerca scientifica pubbliche che non penalizza le aree del sapere che non attraggono investimenti privati; e una concezione della corporation come stabile sistema di relazioni istituzionali, creata e protetta dallo Stato, in considerazione della protezione offerta da tali istituzioni ai cittadini.

Negli USA il welfare state fu radicalmente messo in discussione e ridimensionato a partire dalla crisi petrolifera degli anni settanta. Durante l'epoca Reagan/Thatcher, si affermò un regime di legalità imperiale neoliberista, il quale non obbligava i potenti attori del mercato a internalizzare i propri costi. La "vittoria" nella guerra fredda del blocco occidentale capeggiato dagli Stati Uniti produsse la convinzione che gli sviluppi globali potessero essere governati al di fuori di un equilibrio competitivo nell'esclusivo interesse del saccheggio – una vittoria che non aveva più bisogno dell'opera pacificatrice del welfare per far accettare le campagne d'aggressione all'estero.

Il controllo esercitato dal capitale sulle istituzioni politiche, negli Stati Uniti come all'estero, è parte di ciò che abbiamo descritto come saccheggio o di ciò che Franklin Delano Roosevelt nel 1938 considerava fascismo. Una delle conseguenze di queste trasformazioni è che oggi solo 99 delle 200 più forti entità economiche mondiali sono Stati, mentre la maggioranza è costituita da corporation globali, non responsabili politicamente e motivate dal profitto. Inoltre, come abbiamo visto, il ruolo fondamentale di legislatori globali viene oggi svolto dalle istituzioni finanziarie internazionali, governate dalle società multinazionali e anch'esse politicamente non responsabili.

Bisogna dire però che il saccheggio non incontra sempre e soltanto resistenza. In contesti meno disperati o, al contrario, radicalmente impotenti, il neoliberismo come pratica di saccheggio è stato introdotto con successo, grazie anche alla seduzione esercitata dalle caratteristiche proprie al modello neoamericano, quelle dell'assunzione del rischio, degli investimenti azzardati e del luccicante stile di vita. Probabilmente è stato solo l'uso della propaganda ideologica che ha reso attraente in tutto il mondo il modello economico americano – un modello che lascia 50 milioni di persone in condizioni di povertà estrema e molti altri milioni vicini alla soglia di povertà.

Secondo Guy Debord, lo "spettacolo integrato" in cui viviamo dalla fine della guerra fredda – sintesi di capitalismo e comunismo di stile sovietico – rende possibile la coesistenza degli opposti: un avventurismo economico estremo, in cui viene esaltato il senso di libertà, e un estremo e spettacolare uso della repressione, in cui le forze dell'onnipotente impero diventano oggetto di culto. In queste condizioni la resistenza non è una forza contro-egemonica organizzata ma un aggregato casuale di pensiero politico e filosofico, azione politica e protesta, radicata in attività politiche radicali e rivoluzionarie che è difficile vedere come un "progetto".

Cosa dovremmo fare se siamo-convinti che il regime di saccheggio sottometta il regime di legalità e lo trasformi in strumento di ingiustizia? Quali sono i primi passi da compiere per liberare il nostro mondo dall'impero dell'illegalità? È possibile prendere il diritto nelle nostre mani per sfuggire alla barbarie?

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