Copertina
Autore Stelio Mattioni
Titolo Tululù
EdizioneAdelphi, Milano, 2002, Fabula 145 , pag. 104, dim. 140x220x10 mm , Isbn 978-88-459-1729-5
LettoreAngela Razzini, 2002
Classe narrativa italiana
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Pagina 9 [ inizio libro ]

Bussarono alla porta, e Matilde interruppe il suo andirivieni per andare ad aprire. Spazio per muoversi non ne aveva molto, l'appartamento era di appena due stanze e cucina, ma la cucina, il suo regno, era molto grande; la prima delle camere si apriva su di essa, la seconda sulla prima, di mobilio lo stretto necessario, dimodoché poteva fare anche chilometri avanti e indietro per addormentare la figlia piangente.

Alla porta c'erano due giovani sconosciuti, quasi ragazzi, lui alto e con le guance arrossate per la timidezza, lei bassina e coi calzettoni a fisarmonica su delle scarpe di tela e gomma che, beh, stavano a dimostrare che non sapeva cosa fosse l'eleganza.

Matilde con un colpo d'occhio vide tutto di loro, e chiese:

«Cosa volete?».

Erano due Testimoni di Geova, di quelli che vanno in cerca di proseliti di casa in casa o fermando la gente per la via, e la ragazza attaccò:

« tempo di pensare al regno dei cieli in terra, signora; presto ci sarà la fine di tutto quello che a questo mondo non va, e noi siamo venuti da lei per aiutarla».

Le tendeva un opuscolo con la copertina a colori, intitolato La torre di guardia, che Matilde respinse con l'unica mano libera; avesse avuto libere tutte e due, gliel'avrebbe strappato per stracciarlo.

« a pagamento, lo so, e io non ho denaro per cose del genere. Eppoi sono cattolica fin dalla nascita, e il regno dei cieli in terra per me c'è già».

«Se ci ascolta, le indichiamo la strada giusta per mettersi in contatto con Dio».

Matilde scoppiò in una risata soddisfatta: «Io sono in contatto con Dio in tutti i momenti della mia giornata, e anche di notte, perché è sempre con me. Tutto quello che ci circonda, e faccio scongiuri sulla vostra fine del mondo, è opera sua, e spero proprio che di esso non scompaia niente».

I due giovani, esterrefatti, si lasciarono chiudere la porta in faccia, e non perché non avrebbero avuto la forza di insistere, ma perché, alzando gli occhi dopo il breve fervorino, si erano accorti che Matilde aveva in testa un paniere di vimini con dentro una creatura. Il paniere era una trovata di Matilde per portare a spasso in casa, quando piangeva, la figlia di qualche mese, per la quale Bruno non aveva voluto, o potuto - come lei aveva pensato -, comprare né una culla né una carrozzina.

Da quando si era sposata, Matilde si sentiva veramente felice: un marito era stata la prima cosa che aveva avuto di suo, e perciò le pareva di aver raggiunto il cielo, o di trovarsi almeno in una sua succursale in terra. Prima aveva visto solo quello che avevano gli altri con cui era vissuta, e che buttandogliene qualche briciola non avevano mancato di farglielo pesare, per insegnarle a essere riconoscente. Una situazione, tuttavia, di cui non aveva sofferto, considerandola normale per un'orfana di padre e madre, e con una sorella più grande per la quale era come se non esistesse. Quindi già l'essere stata accolta non proprio volentieri da una parente le era apparsa opera della Divina Provvidenza. ben vero che la parente, mentre era ancora con le calzette corte, l'aveva mandata a servizio, ma un servizio e subito dopo un altro, e sia pure senza che l'avessero iscritta per non pagare i contributi previdenziali, erano stati per lei un'ulteriore dimostrazione del benvolere della Madonna nei suoi confronti.

A Matilde era capitato in sorte di entrare prima nella casa di un Professore con moglie incontentabile e gelosa, e poi in quella di una Signora, che non era granché più di lei in quanto a origini, ma che raccontava delle barzellette con cui la faceva ridere fino alle lacrime perché non avevano né capo né coda, e soprattutto era moglie di un commerciante facoltoso, con la passione per le opere d'arte; si era trovata perciò a fare i lavori addirittura in una villa, fra quadri, mobili e soprammobili da sogno, come in una reggia. Senza per questo montarsi la testa o provare invidia. Perché per lei, nella sua semplicità, ognuno doveva essere felice solo per quello che aveva.

Ma il più bello che la riguardava era arrivato dopo. Quando, sempre a servizio dalla Signora delle barzellette, aveva conosciuto un giovane che le era apparso come l'arcangelo Gabriele, benché non avesse gli occhi cerulei e i capelli biondi, anzi. Lei mostrava più della sua età, che era quella di un'adolescente, e il giovane, ingannato dalle sue forme, l'aveva fermata per strada:

«Lo sa, signorina, che è incantevole?».

D'accordo, quel giorno aveva una borsetta e delle scarpe nuove che erano uno splendore, e stavano proprio bene con il vestito di lino stampato, ma incantevole, dài, e poi addirittura signorina, erano parole che l'avevano colpita. E quando mai qualcuno si era rivolto a lei in quel modo? Tuttavia non aveva risposto, tirando via, e questo sì che sapeva farlo impettita, l'aveva imparato dal Professore da cui era stata, e peccato solo non avere come lui i baffi a spazzolino, per imitarlo anche nel come si faceva a mettere in soggezione le persone. E difatti, col giovane, il suo fare contegnoso non aveva sortito l'effetto che a metà, prova ne era che l'aveva seguita fino alla villa, e per di più, una mezz'ora dopo, da una finestra del primo piano, tra il fogliame degli alberi del giardino, lo aveva scorto ancora là. Per lei? Impossibile. Quindi, benché il giovane non avesse l'aspetto di un malintenzionato, Matilde aveva sentito il dovere di avvertire la Signora, raccontandole tutto, e restando confusa perché quella, invece di preoccuparsi, si era messa bellamente a ridere. Era mica una delle sue barzellette!

«Sei un'ingenua. Non pensi che possa essere un corteggiatore?».

«Se mi ha avvicinata una volta sola!».

«E cosa vuol dire? Sarai stata per lui un colpo di fulmine. Sei una bella figliola, e...».

«Io?».

Matilde non si era mai accorta di essere avvenente, né aveva mai pensato alla propria persona come a qualcosa che potesse colpire qualcuno, ma visto che la Signora, che era la sua padrona, non poteva sbagliarsi, a quelle parole era rimasta turbata. Solo per poco, s'intende. Perché interessarsi di se stessa proprio non poteva, quando a questo mondo c'erano secondo lei tante cose e persone per le quali adoperarsi che lo meritavano di più.

Col giovane, in ogni caso, tutto sarebbe finito lì, da dimenticarsene presto, se l'indomani e anche nei giorni successivi non lo avesse visto, sempre di pomeriggio, ancora davanti alla villa, come se gli avesse dato appuntamento. Cosa che non era affatto vera. E la Signora, benevola:

«Io anche ti credo! Ma sei sicura che nei giorni scorsi non ti abbia seguita per strada mentre venivi qui o tornavi a casa?».

«Sicura, no. Ma perché avrebbe dovuto?».

La Signora, che era di ampie vedute, si era di nuovo dìvertíta:

«Vuoi che lo chiediamo a lui? Così vediamo chi è, e che intenzioni ha. Chiamalo su».

«Sì, Signora. Ma gli parla lei, per favore?».

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